Nella camera oscura – di Susan Faludi. Recensione.

Collana Oceani – Editore la Nave di Teseo – 520 pagine – 18,70€

Questa è la recensione di un libro verso il quale nutro sentimenti contrastanti. E’ un’opera che ha vinto molti premi e non l’ha fatto immeritatamente, perché racconta una storia fenomenale. Solo che lo fa con duecento pagine che sembrano prese da altri libri e messi dentro a forza. Mi spiego meglio.

Susan Faludi, l’autrice, è una giornalista americana Premio Pulitzer e ha al suo attivo diversi successi come scrittrice. La sua produzione letteraria rappresenta soprattutto una testimonianza d’impegno in ambito femminista. Non elenco queste cose solo a beneficio di registro, anzi, tenete bene a mente questo profilo.

Susan è figlia di un Ebreo Ungherese naturalizzato americano. Un uomo sfuggito alla persecuzione nazista, un professionista della fotografia e della post produzione, ma anche un individuo rigido e autoritario con la sua famiglia. E’ tanto dispotico che la madre di Susan lo lascia, attraversando un divorzio tormentato che comprende atti di violenza.

La giornalista perde i contatti con suo padre e li recupera molti anni più tardi, quando Steven Faludi le annuncia di aver cambiato sesso. A 70 anni passati è andato in Thailandia ed è tornato come Stephanie. Il libro, o perlomeno la sua parte appassionante, è una sorta d’indagine investigativa. Susan cerca di capire quali sono stati i prodromi di quel cambiamento. Si era sempre sentito/a donna? O aveva maturato dopo la sua identità, magari durante il matrimonio?

Ne viene fuori il profilo di un uomo eccezionale. Dalle avventure durante il dramma dell’Olocausto, all’invenzione del mestiere di fotografo documentarista dal nord Europa al Brasile, alla creazione di una professione come post-produttore per importanti riviste a New York, dove forma anche una famiglia. Sempre un po’ inventando, sempre un po’ imbrogliando il destino, con una spiccata e insolita capacità di cambiare e travestirsi. E’ anche, però, il ritratto di un uomo solo. Solo a causa di genitori anafettivi, solo a causa del suo continuo fingersi altro. L’operazione per diventare donna è l’ultima delle sue invenzioni per resettare quello che il mondo pensa di lui, togliendosi un’altra etichetta di dosso. Non è ebreo, non è ungherese, non è un uomo. O forse è tutto questo e molto di più.

Dov’è dunque la parte del libro che non mi è piaciuta? La storia di Steven Faludi è intensa e complessa, nel raccontarla Susan ha peccato di troppe spiegazioni, talvolta nemmeno concernenti ciò che stava descrivendo. La persecuzione degli Ebrei, il Femminismo, la storia dei diritti dei Transessuali, la Storia dell’Ungheria, sono tutte cose che c’entrano con la vita di suo padre, certo, ma non possono diventare tutte dei coprotagonisti. Il rischio è di perdere la forma di una storia appassionante, e commovente che, già da sola, fa perdere il conto delle implicazioni.

Lo consiglio? Se siete in grado di sezionare le vostre letture e non farvi turbare dai corpi estranei , sì. Per quanto mi riguarda, dopo la terza lezione di storia dell’Ungheria ho fatto molta fatica a non lasciarlo perdere.

@DadoCardone

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Mi chiamo Sergio Meyer e vengo dalla Germania.

scan_foto_0037Ho 40 anni e in Italia non c’ero mai stato, anche se mia madre ha voluto che a scuola scegliessi Italiano come seconda lingua straniera. Ho scelto di venire in vacanza a Rimini perché ci venivano i miei genitori. Ci sono venuti fino all’anno del mio concepimento, il 1975. Poi sono nato io, l’unico in tre generazioni di Müller e Meyer con gli occhi marroni e da l’anno dopo mio padre ha voluto andare in Spagna.
Non so bene cosa sia successo, ma a casa mia non si parla dell’Italia. Ho provato a chiedere, ma l’unico disposto a raccontarmi qualcosa è stato un vecchio album fotografico. Proprio quell’album mi ha convinto a venire in vacanza qui. Mia madre sembrava sempre molto felice nelle foto dell’Italia. Era spesso circondata da ragazzi belli e sorridenti … quanti amici aveva mamma in Italia. Mio padre negli scatti era un po’ più solo, ma anche lui era felice con i suoi boccaloni di birra a forma di stivale.
Sapete. Io quest’anno ho divorziato. E’ stata molto dura per me, ero assieme a Gertrud dal liceo, non sono abituato a stare senza di lei. Ho deciso di venire a Rimini perché in quell’album sembrano tutti così felici, ho bisogno di felicità e poi in Italia dicono si mangi bene. Anche quello è un bel pezzo di felicità, soprattutto per uno che ha passato le estati dell’infanzia e dall’adolescenza in Spagna, a mangiare sempre e solo quella cazzo di Paella.
Ho desiderato così tanto trovarmi nella stessa camera d’albergo dei miei genitori, che quando mi ci sono trovato veramente sono rimasto un po’ interdetto. Voglio dire … ho prenotato lo stesso Hotel e sono stato molto felice di averlo trovato ancora aperto, ma non mi aspettavo che l’Hotel Ricordo fosse arredato ancora come quando ci venivano i miei. Entrato in camera ho tirato fuori la foto che mi sono portato come portafortuna. Stesso armadio, stessi comodini, stesse abat-jour…. Stesso copriletto!
Ho chiesto al signor Erkan, il nuovo gestore, perché fosse rimasto tutto uguale. Mi ha risposto in un misto di albanese, italiano e tedesco. Non ho capito bene cosa ha detto, ma penso che il senso fosse che mi dovevo fare i fatti miei. Poco male, un letto è un letto ed io ci devo solo dormire. Fuori dall’albergo c’è Rimini. Mare, cultura, divertimento e tanti nuovi amici.
La prima sera avevo quasi pensato di essere l’uomo più fortunato della Riviera. Una ragazza bellissima e, devo dire, con un certo gusto nel vestire rispetto alle altre turiste, ha incrociato i miei occhi e mi ha sorriso. Prima ho guardato alle mie spalle, per chi capire con chi ce l’avesse, ma poi mi ha fatto segno col dito di avvicinarmi. Ho sentito una felicità imbarazzante. Fino al momento in cui mi ha chiesto 50€ per un pompino, dopodiché mi sono un po’ avvilito. Camminando verso il porto ho visto che di queste ragazze socievoli ce ne sono molte e che se uno non vuol proprio spendere i propri soldi acquistando amore ci sono molti altri prodotti. Prima di arrivare alla rotonda del Grand Hotel mi sono state offerte nell’ordine: canne, righe e scarpe contraffatte. Ho anche perso 50€ azzardandomi a giocare con un tale che aveva tre campanelle, una pallina ed un’abilità straordinaria nel farla sparire.
Prima del Porto stavo quasi per entrare in un locale parecchio affollato. Poi però mi si è fermata davanti una grossa BMW da cui è sceso un tale con gli occhiali da sole e un sorriso che sembrava una paresi accompagnato da due puttanoni da competizione … anche loro con lo stesso sorriso e le pupille più grandi che io abbia mai visto. Non so come mai. Mi ha preso una pesante inquietudine e sono tornato in albergo.
Al porto ci sono tornato il pomeriggio dopo. C’era in un sacco di foto dei miei e dovevo vederlo. Avevo immaginato un sacco di volte il mio arrivo in quel posto. L’ultimo tratto di lungomare, il vento in faccia, l’odore di salsedine, il rumore del motore diesel dei pescherecci e il molo che punta verso il mare aperto aprendo un orizzonte smisurato. Ammetto che sono rimasto un po’ deluso. Non tanto per i ragazzi abbandonati a vomitare sulle panchine, quelli ci sono anche all’October Fest. Nemmeno per il silenzio dei pescherecci. Mi dicono che c’è un fermo pesca. Ciò che mi ha lasciato sinceramente interdetto è stato un catafalco alto 60 metri che mi ha praticamente sbarrato il panorama. Ma dico io, una ruota panoramica sul Porto, vogliono imitare Coney Island?
Coney Island mi è tornata in mente anche la sera stessa, quando sono stato rapinato. Precisamente la spiaggia di Coney Island, quella dove è stata girata la scena finale del film “i guerrieri della notte”. La serata era molto calda e gli spaghetti dell’Hotel Ricordo facevano più schifo di quelli che cucinava la mia Gertrud. Così ho deciso di non finire la cena, prendermi un gelato e andarmelo a mangiare in riva al mare. Grave errore. Non mi hanno portato via molto, ma vedersi puntare addosso un coltello non è piacevole, senza contare che con il primo spintone mi hanno fatto cadere il gelato nella sabbia.
Rimini. La vacanza da sogno dei miei genitori, si stava rivelando un incubo per me. Una maledizione sulla famiglia Meyer? Fu per questo che mio padre non volle più tornare in Italia? Prostitute, spacciatori, truffatori, ubriachi, drogati, criminali, senza nemmeno la consolazione di un albergo decente o di cene che perlomeno non mi facessero rimpiangere Wurstel e crauti. Cosa avevo fatto di male. Su tutto 4 colori, una bandierina che ha Rimini segna ogni cosa. Le panchine, i cestini dei rifiuti, i sottopassi, i cartelli stradali e pure la ruota. Tutto.
“Sono i colori pop” – mi rivela l’indomani mattina Bertino, dei Bagni Bertino.
“Gnassi fa le righe” – gli fa eco il ragazzo che gli apre gli ombrelloni e poi ride guadagnandosi uno scappellotto da Bertino.
Ilde, la moglie del bagnino, mi spiega che è una questione di marketing. Dopo 4 anni di mandato non ha concluso nulla e allora mette in giro grandi cartelli per piccole rotonde e su ogni cartello ci sono quei colori per far capire che è roba sua.
“ma niente niente…?” – chiedo. Da quando Gertrud mi ha tolto ogni possibilità di replica cerco di non far lo stesso con i prossimo.
“Adesso dice che vuol far dialogare il Teatro con la Rocca, ma che cazzo si devono dire lo sa solo lui” – sentenzia Bertino seduto in ombra a giocare a carte e scatenando le risate dei suoi compagni di briscola.
Rido, ma più per cortesia, non ho i riferimenti per capire di cosa stiano parlando. Chiedo a Ilde se ha una pompa per gonfiare il materassino che ho appena acquistato e lei per tutta risposta mi dice che ieri ha piovuto e che per 48 ore sarebbe meglio non fare il bagno. Guardo in acqua ed è pieno di gente, mi rivolgo di nuovo a Ilde che fa spallucce, mentre Bertino le lancia occhiate di fuoco. “E’ solo un consiglio” mi dice mentre mi va a prendere la pompa. Non so come mai, ma scelgo di seguire il consiglio. Prendo un quotidiano e mi siedo sotto l’ombrellone. In ogni pagina c’è una foto di quel tale, Gnassi, praticamente ogni tre articoli uno parla di lui. C’è anche un articolo che riporta delle gigantografie su cui è scritto “Saluti da Rimini”. Ne ho vista una anche arrivando: un deretano sporco di dentifricio. Proprio su quella si concentra l’articolo … pare che le donne del PD (deve essere il partito di quel deficiente con i dentini che ogni tanto le nostre televisioni prendono in giro) siano in subbuglio per l’esposizione del corpo femminile … possibile che nessuno si sia accorto che quello è il culo di un uomo?
Nel tardo pomeriggio torno in albergo. Trovo la ragazza che fa le pulizie ai piani nella mia camera. Il carrello con le scope e i prodotti è abbandonato da una parte. Lei è seduta sul mio letto e piange. Mi siedo vicino a lei. Mi chiede scusa. Le faccio segno con la mano che non deve. Le chiedo cosa c’è che non va nel mio stentoreo Italiano e lei, nel suo, me lo dice. Si chiama Adrienn è ungherese. Ha trovato questo lavoro con una specie di agenzia interinale al suo paese e mi racconta che sono in molte ad arrivare a Rimini così. Il compenso è ridicolo, ma sono compresi il vitto e l’alloggio. Quei pochi soldi li dovrebbe mandare alla sua famiglia in Ungheria. Dovrebbe. Il problema è che è una bella ragazza ed Erkan la vuole nel suo letto, per questo la ricatta. Non la paga da aprile.
Mentre Adrienn parla la mia attenzione viene attirata da qualcosa che sporge appena dalla testiera anni ’70 del letto. Mi avvicino, sembra un pezzo di carta, lo tiro fuori con cautela. E’ un foglio strappato da un quaderno a righe ed è ingiallito dal tempo. C’è un messaggio scritto a penna indirizzato ad una donna con lo stesso nome di mia madre.
“Emma, meine Liebe. Scusa per ieri sera, non sono potuto venire, ma ti aspetto stanotte alla nostra cabina non appena tuo marito sarà svenuto ubriaco di birra come al solito. Tuo Sergio”.
Era proprio destino che dormissi in questa camera. Chiedo ad Adrienn se c’è qualcosa che le preme di portar via dalla sua stanza. Mi risponde che no, non c’è nulla. Le chiedo di aspettarmi alla mia macchina mentre faccio la valigia. Scendo. Pago il conto. Carico in macchina la valigia e apro la portiera a Adrienn.
“Ungheria, dove?”
“Vicino a Sopron… sai…”
“No, ma ho il navigatore”
Erkan si accorge troppo tardi di quello che sta succedendo. Esce giusto in tempo per vedere il mio dito medio alzato al cielo. Prendo una rotonda per allontanarmi dal lungomare. Negli specchietti vedo ancora il culo con il dentifricio. Saluti da Rimini.
“Saluti”.

N.B.

Il breve racconto che avete appena letto, pur traendo spunto da situazioni reali, è totalmente inventato. Le persone e il luoghi citati sono frutto di fantasia. Tranne Gnassi, che anche nella realtà è un personaggio in cerca di autore… ma pare non si trovi.

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@DadoCardone

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