Salvini nel covo della Troya

Salvini lancia la campagna del centro destra con una cena al Coconuts, locale in diverse occasioni apparentato con il Rimini Summer Pride. Cosa diranno i suoi elettori?

Come tutto diventa relativo quando si parla di elezioni.

Lo ammetto, scrivendo questo articolo mi sto un po’ trattenendo. Ho trattenuto le risate mentre correvo a scrivere ed ora mi trattengo un po’ da quello che vorrei scrivere veramente. Devo, assolutamente devo, mantenere un certo distacco mentre vi parlo delle strane occasioni che nascono dal relativismo morale della politica.

L’ispirazione mi arriva dal lancio del campagna del CentroDestra unito per le amministrative 2021 nel comune di Rimini. Lunedì sera, questa sera, al Coconuts farà gli onori di casa Matteo Salvini in persona.

Ora. Io sono sicuro che Salvini non ha nulla contro gli omosessuali e men che meno Lucio Paesani. Ah, di lui poi sono proprio più che sicuro, considerato che nel 2016 ha agghindato rainbow tutto il Coconuts e vicino al logo del locale ha apposto quello della Troya, l’istituzione ibizenca, la mamma delle delle feste LGBT friendly.

Ci metto la mano sul fuoco, come si dice. Quello su cui non metto la mano da nessuna parte, ma neanche se vedo un accendino in lontananza, è la tolleranza dell’elettorato di Salvini e del suo schieramento verso il mondo LGBTQIA (per i leghisti in lettura: i frufrù. Se no non ci capiamo).

Cosa ne penserà il (poco) variegato mondo del centro destra di questa commistione? Il popolo leghista sarà contento di “avercelo duro” proprio in quel luogo? I meloniani potranno inorgoglirsi per Dio, Patria e Famiglia, nel covo della Troya? E quelli che “quando c’era Lui i treni arrivano in orario”? Evocheranno il fondamentalismo cristiano?

Ora… prima che qualche coda di paglia cominci a scrivermi qua sotto che è di centro destra, ma ha tanti amici gay, ribadisco: a Salvini non frega niente, ne sono sicuro. La sua è la morale del citofono, ve la ricordate no? Lui può suonare chiedendo se ci sono degli spacciatori in casa, ma nessuno si deve azzardare ad invadere la privacy di chi si fa i fatti suoi, covid o non covid. Per cui non può permettersi categorie troppo rigide.

Se serve elettoralmente, Matteo può tranquillamente cenare in un luogo che ha promosso l’assembramento di persone in una relazione complicata con l’idea di conformità sessuale condivisa nel centro destra. Quello elettoralmente rilevante si intende.

Sono curioso però di sapere come farà a far digerire questo piccolo strappo, o se addirittura avrà bisogno di farlo, perché il suo relativismo (che qualcuno chiama incoerenza) è un fenomeno veramente curioso, è da studiare come il suo “popolo” lo accolga fiducioso.

Sono stato bravo? Di parte certo, ma io una parte la prendo sempre. Un’altro che ha le idee chiare  sulla parte con cui schierarsi e Marco Tonti. Presidente dell’Arcigay di Rimini, promotore del partecipassimo Rimini Summer Pride, nonché capolista candidato con Rimini Coraggiosa. A lui un’opinione l’ho dovuta chiedere per forza.

Marco: ieri Pride, oggi Salvini che lancia campagne del centro destra dallo stesso luogo, che ne pensi?

“Se non stessimo parlando di diritti umani sarebbe divertente al limite del surreale che la campagna elettorale della destra parta proprio dal Coconuts. Va bene che siamo a Rimini e con le vele tocca andare un po’ dove tira il vento, ma ricordo ancora durante il primo Summer Pride di Rimini l’insegna rainbow del Coconuts, il carro del Coconuts carico delle drag queen della Troya di Ibiza che ha fatto tutto il percorso con noi. Possiamo quindi pensare che Ceccarelli, qualora diventasse sindaco, salirebbe sul carro delle drag organizzato dal Coconuts? Sarà alla cena di lancio della campagna il Popolo della famiglia, in quel covo di perdizione? Perché le cose sono due, o il Coconuts si è pentito di aver partecipato a ben tre pride e ora si è convertito alla santità, o vedremo molto imbarazzo stasera.”

P.S.

Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
(Mark Twain)

@DadoCardone

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“Abbiamo vinto” abbonda nella bocca degli stolti – Quando Rimini si sveglia leghista.

Cose che sentirete dire e leggerete sui social stamattina e, presumibilmente, per tutta la prossima settimana. “Abbiamo fermato Salvini”, “Abbiamo vinto”, “Siamo tornati a parlare alle piazze” e amenità varie, saranno i ritornelli cantati a favore di suggestione, non meno stolti degli slogan recitati dalla parte opposta.

Facciamo finta per un attimo di non capire che l’alternativa alla Lega è il Partito Democratico, per cui la scelta era comunque una resa. Questi risultati sono veramente così buoni in chiave anti-Lega?

Il dato generale, letto senza approfondimenti, ci dice che il centro sinistra ha ottenuto il 51,43% contro il 43,65% del centro destra, con un’affluenza del 67% (circa).

Andando a leggere la composizione di questi dati si osserva che, quello che dovrebbe essere il primo partito, il PD, ottiene un 34,70% contro il un 31,95% della Lega. Dunque, guardando al partito “reggente”, i favolosi 8 punti di differenza sono ridotti a meno di 4, con una crescita (quella sì incredibile) della Lega. Salvini riesce a trasformare il 19% delle precedenti regionali in una minaccia reale. E c’è da chiedersi cosa sarebbe successo con un candidato senziente. Sempre leggendo il dato si nota che, con la lista del Presidente, Bonaccini ha portato alla coalizione più di 5 punti percentuali e lo ha fatto rinunciando al simbolo del PD e facendosi (o fingendosi) interprete di quello spazio social democratico che i Demokrat occupano da tempo abusivamente. Un atteggiamento che ha attirato su di se i voti delle Sardine e, tramite le coalizioni, i voti della sinistra critica.

Il dato che, comunque, fa tirare un sospiro di sollievo a PD e Governo diventa invece ancor più una sconfitta se andiamo ad analizzare i risultati di altre roccaforti. Cosa restituisce, per esempio, la circoscrizione di Rimini, quella del magico Gnassi, quella che “La città è cambiata grazie a lui” e che “le feste come fa lui non le fa nessuno”? Ebbene qui (con quattro sezioni mancanti al momento della lettura) la situazione è ribaltata. Il centro destra batte il centro sinistra. Non di molto, ma il sorpasso c’è.

La salvezza da un risultato molto più duro arriva, ancora una volta, dalla lista Bonaccini Presidente che porta quasi 6 punti percentuali. Senza quest’appoggio, o con un candidato meno fantoccio d’altra parte, Gnassi avrebbe dovuto riattaccarsi al citofono della “Nuova Questura” e rifare la domanda. La provincia di Rimini, infatti, pare aver deciso che la Lega di Salvini merita il 34,42% contro il 31,71% del PD. E qui sì che c’è un ribaltamento totale rispetto al risultato nazionale.

Tutto ciò considerato chi voleva fermare la Lega dovrebbe rimandare i festeggiamenti e il PD dovrebbe fare sospiri di sollievo meno profondi. La cosa che fa più specie è come la pantomima dell’ultimo mese possa conformarsi come valore politico, alla luce di un semplice scampato pericolo. Le danze propiziatorie dall’una e dall’altra parte, sono state assunte a programma elettorale, con buona pace di quelli che stanno tutto il giorno a dissertare nella tribuna politica social.

Passi per i normali elettori, la cui competenza è un dato estremamente variabile, ma quelli che s’impegnano nella politica, che ci hanno fatto due testicoli grandi come una casa per andare a votare, per alzare l’argine contro la Lega, cosa faranno altresì per evitare che il PD faccia il PD? Ci sentiamo di prevedere che, con i due consiglieri ottenuti da Emilia Romagna Coraggiosa, potranno fare ben poco.

P.S.

Il dato del Movimento è incommetabile. Se non altro per rispetto verso il caro estinto.

P.P.S.

A quanto pare c’è bisogno di specificare che i dati riportati sono per la circoscrizione di Rimini, ossia per la Provincia e non per il comune. Perchè riportarlo nella tabella e nell’articolo sembra non sia abbastanza. Ciò che si contesta al presente articolo è l’effettiva responsabilità di Gnassi come maggiorente provinciale del PD, riguardo alla lettura di questi dati. E’ dunque necessario ricordare che Andrea Gnassi è stato Presidente della Provincia fino all’anno scorso e le sue scelte, tipo spingere il TRC o far pagare le fogne di Rimini a tutta la provincia per dieci anni e con effetto retroattivo, hanno avuto il loro peso. Detto questo, isolando anche il solo dato del comune di Rimini (PD 32,85% – Lega 31,64 %), non sembra che il punto percentuale di differenza si possa descrivere come esente dalle responsabilità sopra citate. Se poi consideriamo il fatto che alle scorse elezioni il PD è rimasto in sella per l’appoggio di Pizzolante e il ritiro senza giocare del Movimento, vien da chiedersi dove sia il risultato di questa amministrazione “da sogno”.

@DadoCardone

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Il grillino telecomandato e il caso delle magliette rosse.

Avvilente. E’ l’unico aggettivo che mi viene in mente osservando un intero elettorato mentre si fa programmare il cervello. Non saranno forse tutti così, ma come ci insegna il vivere civile, chi sta zitto è complice.

Il caso, come non conoscerlo, è quello delle magliette rosse. Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione Libera contro i soprusi delle mafie, e Francesco Viviano, cronista di Mafia, lanciano l’iniziativa di indossare una maglietta rossa per “fermare l’emorragia d’Umanità”.

Il riferimento è all’attuale, innegabile, ingiustificata, brutale, tendenza del grido mors tua vita mea all’indirizzo del migrante. L’hashtag #magliettarossa schizza in cima ai trend di Twitter e numerose sono le testimonianze, tra personaggi e persone normali, con foto e video di magliette rosse. Apriti cielo.

Il governo gialloverde toglie ogni dubbio sulle sue intenzioni scioviniste. Parte con una controffensiva che, solo per il fatto di sentirne il bisogno, fa capire quanto abbia subito un’azione di semplice solidarietà.  Può un Governo in carica temere la compassione? A giudicare dalla reazione, sì.

A me non piace la parola populismo, perché è un termine che disprezza reali necessità di un popolo, che non si sente rappresentato e finisce per rifugiarsi nelle proprie paure. E’ vero però che l’opinione pubblica, ai tempi di Facebook & Co., si muove cavalcando un onda di qualunquismo, Benaltrismo e slogan pret a manger. I partiti che banchettano sui resti morali di una comunità, in questi giorni con il caso delle magliette rosse, ci stanno dando una bella lezione su come si usa un elettorato ignorante e privo spessore, pronto per essere programmato a piacimento.

Lo si fa in tre mosse:

  • Ridimensionare: dalle Alpi a Lampedusa l’iniziativa delle magliette rosse è stata molto sentita. Migliaia di persone e molte associazioni hanno aderito spontaneamente. I guastatori del governo Grillo-Leghista hanno provveduto a fornire come bersaglio unicamente i “Comunisti con il rolex”, altrimenti noti come i “radical chic”. Due etichette facili da assegnare, soprattutto in forza di quella punta di rivalsa che consentono. Tra le foto dell’operazione mediatica a contrasto non possiamo certo annoverare quelle dei ragazzi di Libera o di quelli di Goletta Verde, difficile assegnare loro il tag d’ipocriti ricchi annoiati.
  • Distogliere l’attenzione: quando non si sa come affrontare un problema nel suo merito, usualmente, si evita con la formula magica del Benaltrismo. Il problema è sempre un altro ed è sempre più grave. E’ un atteggiamento che fa molta presa quando i cervelli da programmare non godono di molta elasticità e non comprendono che le contingenze possono essere affrontate anche più di una alla volta. “Di che colore è la maglia di quelli che si sono suicidati per colpa delle politiche del PD sul lavoro?” (per dire). Sarà del colore che tu sceglierai quando manifesterai per quello. Il fatto che qualcuno scelga di porre l’attenzione su un problema specifico, non elimina tutti gli altri e non ne diminuisce il peso (sinceramente mi sento anche un po’ stupido nel doverlo spiegare).
  • Fare la morale: mentre Salvini e Meloni, due fulgidi esempi d’intellettuale indirizzato al progresso del Paese, bullizzano i radical chic, senza neanche essersi presi la briga di leggere “Il Falò delle Vanità”, è però necessario anche l’intervento di un moralizzatore. La maglietta rossa, nonostante lo sminuire e il deviare, è un simbolo potente e fa riferimento diretto alla tragedia di Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti a un paradiso turistico turco. Chi meglio di Di Battista e delle sue facce contrite, che ti vengono in mente anche se solo scrive, per dare del meschino a chiunque abbia indossato una maglietta rossa? “Ci sono tante bravissime persone che oggi indossano la maglietta rossa” – ci spiega la prefica cinque stelle – “ma c’è anche un mucchio di gente ipocrita [etc]”. Ma allora, caro Alessandro, perché non ti sei messo addosso anche tu la maglietta rossa per segnare la differenza? Non ci vorrai mica far credere che basta qualche ipocrita per invalidare un’iniziativa valida. Se fosse così, solamente per i rapporti intrattenuti in passato tra Lega e Cinque Stelle, ci sarebbe da mandare a casa un Governo oggi stesso.

Sminuire, deviare, moralizzare. Tre semplici pratiche che fanno parte della retorica basica della solita politica e che restano tali, anche se chi le usa si definisce “contro il sistema”. A me, del nuovo che avanza, impressiona solo la facilità con cui l’elettorato gialloverde è pronto a farsi cacciare slogan in testa, senza un attimo di riflessione critica. Kamikaze contro la cultura politica.

P.S.

E i Marò?”

 

@DadoCardone

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Il Fascismo non è un’opinione, è un sentimento.

Mario Capelli, Luigi Nicolò ed Adelio Pagliarani, i Tre Martiri di Rimini.

La nostra epoca è così. Disgraziata, senza personalità capaci di essere un fermo punto di riferimento. Gli eroi della rottamazione, spogliati dello slogan, si rivelano bugiardi compulsivi e si sciolgono in mille giorni pur avendo il supporto di chiunque. Quelli della rivoluzione invece si scoprono conformi e perfettamente funzionali allo status quo.  Alle persone normali, quelle che vorrebbero affidare una delega a qualcuno, perché oberate dagli impegni  quotidiani, non resta che tifare. Tifare è facile. Il pacchetto è preconfezionato, ti danno: una maglia, una bandiera, qualcosa da cantare, un senso di appartenenza. La sensazione di far parte di qualcosa è sempre più forte della volontà di coltivare la propria mente critica e, nell’economia della vita, meno dispendioso.

Tifiamo tutto. Dalla Politica ai Reality, non disdegnando nemmeno la fazione di quelli che “la vera piadina è solo quella di Rimini” . Il problema dell’essere tifosi seriali però è che, per facilità di ragionamento, si creano gruppi di significato spurio, pretenziosi legami tra quello che si vuol sostenere e significati già predigeriti dalla comunità.

La condizione non è certo avversata da una Politica ignorante e isterica che corre sempre dietro alla notizia dell’ultima ora. Una gara di visibilità che ha veramente poco a che fare con una pratica etica del mestiere più antico del mondo (che per inciso è il politico e non la mignotta).

In tutto questo generalizzare e banalizzare sempre più spesso però restano  compresi significati molto pericolosi.  Ad esempio per la sindrome da tifoso, infatti, chi pratica l’Antifascimo è automaticamente di sinistra, mentre chi è di destra è naturale che applichi un atteggiamento tollerante. Queste associazioni e semplificazioni estrapolano il concetto dal suo significato reale e ne fanno una questione di parte, camuffandolo da semplice opinione.

Oggi come oggi interventi importanti a proposito del Fascismo parlano proprio di questo, della libertà di opinione. Enrico Mentana, non una voce qualunque del giornalismo italiano, dice che “Mettere fuorilegge un’idea battuta dalla storia vuol dire averne ancora paura” e si dice convinto  che la forza della ragione sia sempre maggioritaria soprattutto in paesi come i nostri, che hanno conosciuto i totalitarismi.

Il problema è forse proprio questo. Il nostro Paese ne ha veramente memoria? Immediatamente dopo la caduta del Regime persino Togliatti chiedeva tolleranza, tutti sapevano di cosa si stesse parlando. Oggi il Fascismo cresce e lo fa in fasce della popolazione che non si possono definire propriamente nostalgiche, per quanto definire nostalgico uno che non ha almeno 80 anni non ha molto senso. Sono al contrario giovani, con una media d’età che fa fatica a superare i 40 anni. Sono arrabbiati per una realtà nella quale non riescono ad intervenire ed hanno un’idea della storia “fai da te”. Loro non propagandano un’opinione, ma un sentimento sciovinista che, la cronaca ci insegna, molte volte portano fino alle estreme conseguenze. Questi gruppi, che siano di Casa Pound  o di Forza Nuova, attraggono sempre più consensi anche in virtù del fatto che in Italia la cultura Antifascista è ormai solo un eco tanto affievolito, appunto, da considerare il Fascismo un’opinione come le altre. A Rimini, nelle ultime elezioni amministrative, la locale sezione di Forza Nuova ha candidato un pregiudicato facendogli ottenere 910 preferenze. Poche? Fino a 10 anni fa sarebbero state solo le 20 degli iscritti.

Oggi viviamo giorni molto fecondi per certe recrudescenze ed è imprudente trattarle come fossero semplice goliardia. Non sto parlando delle bottiglie di vino con la faccia del Duce. Penso siamo tutti in grado di comprendere la differenza tra un souvenir e un atteggiamento apologetico. La necessità di una ferma presa di posizione contro il Fascismo anche a livello legislativo dipende da altro, e più precisamente dall’esigenza di non far apparire la più grande iattura del ‘900 qualcosa di opinabile. Un ottuagenario nostalgico che al bar sentenzia “si stava meglio quando c’era lui” è tollerabile… Roberto Fiore, condannato in contumacia per banda armata e associazione sovversiva, latitante per 19 anni fino alla prescrizione dei reati, che sfila per strade di Rimini (Medaglia d’oro al Valor Civile per meriti conseguiti durante la Resistenza) proprio no.

Un tema serio, quanto mai attuale, che in Parlamento si traduce (al solito) in uno sterile litigio a causa dello scarsa coscienza  istituzionale dei contendenti. Quello che bisognerebbe risolvere è il conflitto di costituzionalità della legge Scelba, imposto dalla Cassazione ormai 60 anni fa; il nodo che non permette di sanzionare alcun comportamento fino a che non si realizzi in banda armata. Prima di quell’evenienza però c’è molto altro, compreso il presentarsi bara in spalla ad un unione civile. E questa è violenza.

Il PD sanziona i souvenir (per quanto personalmente vivrei bene anche senza busti del Duce in giro), il Movimento non coglie l’occasione per rilanciare, ma parla di legge liberticida senza dare la giusta forza a quello che avrebbero in alternativa proposto i suoi deputanti, anzi. Il giorno dopo, nella solita modalità ambigua, Grillo (o chi per lui) pubblica un articolo in cui si sostiene che Mussolini non ha alcuna responsabilità nella morte di Matteotti. Non proprio un aiuto per gli iscritti ai Meetup, che stavano cercando di spiegare che loro no, non sono fascisti.

Salvini? Lui gongola. Ha una frasetta facile facile da far ripetere ai suoi “le idee non sono processabili”… facendo passare così l’idea che costruire uno stabilimento balneare a tema fascista, come quello che si legge nella cronaca di Chioggia in questi giorni, sia come aprire un circolo dello sport. Sciovinismo per sciovinismo vorrei vederlo alle prese con uno stabilimento che  sventola bandiere nere inneggianti alla Jihad.

Il tema è già destinato a diventare una farsa, precipitando tra i colpi dei like da tifoseria social. Scegli una parte, tira su una bandiera e comincia a postare compulsivamente link che confermino l’idea precotta. Tanto chi non ha coscienza del suo passato ne ha ancor meno nel suo futuro e dimentica che la lotta al Fascismo non è questione di parte.

Per dirimere la questione è utile ricorrere al pensiero di chi quel momento storico l’ha vissuto veramente, anziché affidarsi a quello che ha capito della storia un disoccupato represso convinto che una volta i treni arrivassero in orario (una delle bufale più vintage che ci sia).

“Ricordo noi straccioni affamati entrare in Piazza Maggiore il 25 aprile. Quel giorno abbiamo deposto le armi e consegnato un’Italia libera dai Nazisti alle generazioni future. In Piazza c’erano tutti, c’erano anche i Monarchici, ma non importava quello in cui credevi, gli unici nemici erano i Fascisti e i Nazisti”.

Queste sono le parole di Lorena Armaroli, residente a Riccione, altrimenti nota come la Piccola Partigiana, molto cercata durante le commemorazioni della Resistenza, ma poco ascoltata durante il resto dell’anno. Una frase che nella sua drammatica semplicità ricorda: il Fascismo non è un’opinione, ma un male di cui l’Italia si è liberata a fatica con un costo altissimo in termini di vite. La condizione naturale fu superare divisioni e appartenenze.

P.S.

“Noi non conoscevamo nulla della politica, sapevamo solo di avere un nemico” [Lorena Armaroli]

 

 

@DadoCardone

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Te la do io l’Europa.

[Come alla fine, proprio il Movimento, ha lavorato contro il vincolo di mandato.]

 

Una delle cose che più soffrivo quando frequentavo il Movimento era la mancanza d’identità. A parole, magari da un palco, sembra quasi avere un senso che vi sia un’identità politica non di destra, ma nemmeno di sinistra. All’atto pratico però la cosa non funziona. Destra e Sinistra non sono solo dei termini o delle posizioni, rappresentano identità e culture che, anche se oggi rese innocue dalle storture economiche, hanno percorsi processi evolutivi che in qualche modo interpretano il mondo. Le persone, anche se negano a suon di slogan, sono di destra o di sinistra (tranne il buon democristiano) e se riunite a prendere decisioni in un gruppo eterogeneo, come quello che si propone di essere il Movimento, sprecherà un numero infinito di ore a definire la propria identità.

Questo, nell’ambito di migliaia di votanti, si risolve nella paralisi totale. Non a caso il Movimento (inteso come i Boss del Movimento) si aggiusta con le fasulle votazioni online. Qualcuno dice addirittura che siano truccate, ma, secondo me, non ce n’è bisogno perché se ti rivolgi alla massa confusa con la formula: “ A è bene, B è male: voti A o voti B?”, quale vuoi che sia il risultato?

Il voto online, nel Movimento 5 Stelle, è la ratifica quasi automatica di decisioni prese da altri che non sono neppure eletti. Pur facendo uno sforzo con l’immaginazione… quello che proprio non sembra è il Governo della Gente.

Un esempio drammatico di quanto sopra affermato si è verificato, proprio in questi giorni, con l’assurda manovra di Grillo riguardo ai gruppi parlamentari europei. La riassumo molto brevemente, perché l’informazione ha già riportato tutto per filo e per segno. Davide Casaleggio Jr. e David Borelli, parlamentare europeo M5S, ma soprattutto triumviro assieme a Max Bugani e al Casaleggio (ereditato) dell’Associazione Rousseau, decidono di superare la questione dell’imminente uscita dell’Ukip dall’EFDD. Cercano di farlo gettando un ponte verso l’ALDE, senza dire niente a nessuno. Niente alla base. Niente ai colleghi EuroDep. Il motivo è fin troppo chiaro. L’ALDE, compagine dove ha pascolato Mario Monti per intenderci, come gruppo è più realista del Re. Della serie dall’Euro non si scappa e viva viva il TTIP! Per questa formazione, ai tempi in cui si decise di entrare nell’EFDD (vuoi: si o si?), fu stilata una lista di punti di incompatibilità, dunque meglio presentare il progetto come fatto compiuto.

Ma compiuto non era. Il giorno dopo la ratifica della rete, quando per tutti i confusi grillini l’Alde era diventata la scelta inevitabile, tanto che in molti avevano imparato a scrivere Verhofstadt tutto d’un fiato, proprio il segretario annuncia che non se ne fa nulla. Il Movimento 5 Stelle è incompatibile con i valori dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. Grillo (o chi per lui) cerca di recuperare la brutta figura, almeno con la base, con un post assurdo nel quale dichiara di essere stato bloccato dall’establishment e che hanno fatto tremare l’Europa come non mai… forse erano convulsioni dovute alle risate.

Il dramma però non è solo la figura da peracottari, che in fin dei conti si potrebbe imputare a quei due che hanno fatto tutto senza dire nulla a nessuno. Il dramma del Movimento è quell’identità confusa che non ammette alterità e così il disturbo narcisistico della personalità del Guru viene trasferito simbioticamente alla base. Invece di una sana riflessione sulle modalità per la quale ultimamente si stanno accumulando tutte le brutte figure del Movimento, si scatena il riff “sbagliamo come gli altri, ma noi siamo onesti”.

I pentastellati mirano al meno peggio, ma i danni non finiscono qui. Oltre al danno di credibilità, cominciano a spezzarsi corde tese da molto tempo. Due parlamentari europei lasciano il Movimento. Uno di loro è Marco Affronte di Rimini. Marco già messo in crisi dal trattamento a Pizzarotti e dal famoso “Sacco di Rimini”, con il quale non si è permesso al suo Meetup nativo di presentarsi alle amministrative, non regge quest’ennesima azione sconclusionata. Certamente il fatto che sia stato progettato tutto nel segreto e che alla fine non ci siano nemmeno i colpevoli, pesa, ma la zavorra più grande è il vedere sgretolarsi e disperdersi nel vento dell’insipienza conquiste centellinate, giorno per giorno, in una realtà difficile come il Parlamento Europeo, di cui troppi confondono il funzionamento con quello Italiano.

Il Parlamento Europeo è un grosso e complicato strumento d’indirizzo. Il reale potere è detenuto dalla Commissione Europea, che ascolta l’indirizzo, ma in buona sostanza decide autonomamente. Come fanno 17 persone a modificare tutto ciò? Entrando nel terzo gruppo per numero di sottoscrizioni, anche se basa la sua politica su diversi fondamentali? La risposta è ovviamente no. Quello serve, al limite, per mantenere i fondi di funzionamento. L’unico modo è applicarsi virtuosamente ai percorsi del Parlamento, guadagnare rispetto, creare influenza. Poi se un’idea è buona e risolve, difficilmente rimarrà dov’è, anche se è un atto d’indirizzo.

Questa trasformazione stava già avvenendo, lenta come lo sono le giuste lievitazioni, ma consistente, tanto che era in programma la formazione di un nuovo e diverso gruppo. La velocità dei colpi di mano è senza sostanza e funziona solo se il palcoscenico è sotto il tuo controllo. Non era questo il caso, anzi ultimamente sembra non sia opportuno per nessuno legare la propria azione politica a tattiche improvvisate.

Torniamo a Marco però. Ora che ha lasciato, iscrivendosi da indipendente ai Verdi e forse riuscendo a salvare il lavoro sviluppato in questi anni, sarà lapidato sulla piazza social. I temi che già usano contro di lui sono i classici del fanatismo a 5 stelle: è un traditore perché porta i voti del Movimento altrove ed è un avido perché non si dimette, ma mantiene incarico e soldi, impedendo ad un altro grillino di prendere il suo posto. Poltrona e denaro, la riflessione si riduce a questo e questo è il Movimento 5 Stelle di oggi.

A me sembra che proprio il Movimento sia riuscito a dimostrare in questo frangente, contrariamente all’auspicato, quanto sia utile l’assenza di un vincolo di mandato per un parlamentare. La deriva antidemocratica del Movimento ha obbligato Marco Affronte, che non è Razzi, a smarcarsi per preservare il valore dei voti ricevuti. Magari, avendo la possibilità di esprimere un dissenso interno, avrebbe scelto un’altra strada, ma da quelle parti il pensiero ha la necessità di essere monolitico. La cosa triste è che chi l’ha votato difficilmente lo capirà.

E poi… e poi c’è anche la questione personale, perché si può anche essere stati eletti con i voti del Movimento, ma non si può stare a guardare mentre altri, seguendo linee di pensiero astruse e senza consultarsi con te, fanno scempio del lavoro che tu hai svolto, delle parole che hai speso, delle responsabilità che ti sei preso. Dimettersi e buttare via tutto il patrimonio di strumenti costruiti e relazioni intrecciate? Anche no. Che si dimetta il furbo che ha fatto tutto quel casino e poi ne parliamo.

Intanto Grillo però punisce lui, chiedendogli i 250.000 mila euro di penale ed usando la meschinità di prometterli ai terremotati. A che titolo? Ieri erano per l’interno vincolo di mandato, oggi sono per il danno d’immagine, forse domani si accorgerà che il danno d’immagine se l’è procurato da solo, ma per fortuna non ha firmato nulla.

P.S.

Ritornando sull’identità confusa. Due Euro deputati lasciano il Movimento, uno entra nei Verdi, l’altro Nell’ENF (il gruppo di Salvini e Le Pen). Non è l’inizio di una barzelletta.

 

@DadoCardone

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Coniglio.

20150522_3168Dopo il mancato recapito del materasso nella Casa Comunale l’affare di Casa Madiba finisce in Consiglio. Presenti per l’occasione una  discreta quantità di Forze dell’Ordine, gli Attivisti sgomberati e una Giunta al gran completo con la sola eccezione dell’Assessore Sara Visintin, anello debole dell’Amministrazione che riesce a far sembrare persino Gennaro Mauro un uomo di sinistra.

Immancabili le interrogazioni sui fatti di questi giorni, come non sono mancate le reazioni scomposte del Sindaco, d’altronde ha un pubblico da accontentare. Ormai si sa l’odiens si accontenta di poco, basta che sia una scenetta semplice e soventemente ripetuta, un po’ come quelle sitcom delle quali sai esattamente  dove vanno a parare le battute, ma per abitudine ridi lo stesso. Se c’è una cosa di cui puoi essere sicuro è che Gnassi, sotto stress, offende chiunque gli capiti a tiro in maniera piuttosto infantile.

20150522_3216Questa volta è toccato me. Dopo che il Consigliere Tamburini ha letto in Aula il pezzo “Tanto Tuonò”, il Primo Cittadino non ha potuto fare a meno di chiamarmi Coniglio. Lo ammetto … non sono stato abbastanza pronto da fargli uno “specchio riflesso” o qualsiasi altra cosa si usa all’asilo, ma a mia parziale discolpa bisogna sicuramente considerare il fatto che, appunto, era dall’infanzia che non mi si affrontava in maniera tanto puerile.  A parte che anche “affrontare” è un parola grossa considerato che  l’aggettivo è stato pronunciato a mezza bocca, dallo scranno di Sindaco, in pieno Consiglio Comunale e subito ritrattato al “come?” di Tamburini.

Dunque si arricchisce il repertorio dell’ex Golden Boy. Dopo “la palla è mia”, “ho firmato a mia insaputa”, “la corte dei conti non conta”, “mamma ho perso l’aereo” e “porta rispetto che non sei a casa tua”, aggiungiamo anche “non ho detto coglione, stavo tossendo”. Una hit di successi e noi di Citizen non ce ne siamo persi nemmeno uno (che culo).

Bz51iRYoIEVuljASrSueFfNAGRkNdvfS96jiuQbMGCIAltra chicca del repertorio Gnassiano è il numero del “miracolo consiliare”. Forse non tutti sanno che le porte del Consiglio Comunale sono un varco spazio dimensionale dove la realtà spesso cambia. Lì dentro abbiamo assistito, per esempio, al “Miracolo del ponte Coletti”, che da pontaccio di ferro già deliberato si è trasformato in ponte normale. Qualcuno ricorderà anche la “prima dichiarazione di guerra al cemento” dove il veto di un semplice cambio di destinazione venne impunemente spacciato per la pietra miliare della traiettoria sindacale: da questo puntino sull’asse dell’Adriatico, voleva combattere milioni di metri cubi che nessuno aveva più i soldi per costruire…. Meno male che Acquarena e le sue palazzine Soviet hanno restituito l’immagine vera della supposto cimento al cemento.

20150522_3181Ieri, ancora una volta, i “confini della realtà” hanno fatto il loro dovere. Improvvisamente Gnassi, dopo aver sostenuto che la Corte dei Conti è un “teatrino all’italiana”, dopo essere stato per lungo tempo la ragione per cui il CDA della fallita Aeradria non cadeva, dopo aver condonato ruote panoramiche abusive…. Dopo tutto ciò (e altro ancora) si è dichiarato ligio alle regole e impotente di fronte ad atti dovuti della Procura contro di Casa Madiba Network. Ha solo tralasciato che l’evidenza dell’atto dovuto è stata procurata dai suoi uffici.

rf8o6wwxdsrsGwmwHZbjc2czfNXv2_nVBVTNJLdZcNkConcludo con due righe di cronaca. Ieri, alle interrogazioni sull’emergenza per i 15 senzatetto provocata dagli sgomberi, risposte non ne sono state date. E’ probabile che, secondo quanto dichiarato dal Vice Sceriffo Gloria Lisi, l’immobile in via Dario Campana verrà usato per la stessa funzione, ma assegnato a mezzo bando, magari uno di quelli a procedura ristretta, solo con gli invitati che piacciono all’Amministrazione. Il prode Gnassi, dopo essere stato duramente contestato da Fabio Pazzaglia  e dagli attivisti di Casa Madiba, è uscito dal Comune per continuare a discutere, tra una cornice di Celerini, più numerosi dei cristiani.Comunque ha trovato solo persone con ancora la voglia di ragionare a dispetto delle sue supercazzole. La tattica del “martire sputazzato” alla Salvini non ha potuto avere luogo.

P.S.

Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica, e il comunicato ufficiale.” [George Bernard Shaw]

05730130ff8cbcaee11a47d1a3b7439a@DadoCardone

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#CharlieHebdo

B6w9f42IAAADG9HC’è un dubbio. Non si sa. Le modalità con cui è stato portato l’attacco sembrerebbero non essere quelle della classica Jihad. Fatto sta che chi è entrato nella redazione di Carlie Hebdo ha voluto mettere il suo motivo davanti all’ultima vera libertà rimasta: quella di poter ridere impunemente di chiunque e di qualsiasi cosa. Va detto che i terroristi, se sono tali, non si godranno le 72 vergini, perchè non si sono fatti ammazzare. Se volevano invece punire o inibire qualcuno poi hanno doppiamente fallito, perchè in meno di un niente la rete era piena di pezzi e vignette di satira feroce che commemoravano, dissacrandola, la morte della satira stessa.

Certo che se sono terroristi veri si tratta proprio di autentici coglioni. Attaccare la libertà di stampa nel paese di Voltaire, l’ispiratore del pensiero razionalista e non religioso moderno, non è terrorismo, è una dichiarazione di guerra. Atto pretenzioso di primo acchito, ci vorrebbe un po’ di allenamento prima, tipo un finto attacco ad una finta libertà di stampa…. in Italia magari.

In ogni caso, indipendentemente dal paese, attaccare una redazione che si occupa di Satira significa decretarne, certo in maniera estrema, il successo. Come ripete più di qualcuno in queste ultime ore se la satira non fa incazzare nessuno non è fatta bene. Farla meglio di così è impossibile.

10924824_765742173517675_3577607576642981145_nJe suis Charlie? Nella modestia dei miei tentativi amatoriali forse qualcuno riesco a farlo incazzare, ma il mio mezzo, per sua natura, non è tra i più efficaci… bisognerebbe fosse forte l’istinto di leggere perchè lo fosse. A Rimini potrei farmi sparare solo se producessi satira da colorare. Ci sono persone che hanno molte più possibilità di me (#Canapicchistaisereno).

P.S.

Poi giri canale, senti Salvini parlare di cultura e Alfano che vuol ritirare il passaporto a chi manifesta la volontà di arruolarsi nell’ISIS. Così  ti rendi conto che la Satira è constatazione, non invenzione, dunque l’unico modo di fermarla è l’estinzione del genere umano.. cosa non improbabile.

05730130ff8cbcaee11a47d1a3b7439a

 

@DadoCardone

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