L’invenzione dei corpi – di Pierre Ducrozet – Recensione.

Fuga lirica dai propri corpi e da un futuro ineludibile. Il Cyberpunk del 21° secolo contro l’era dei social.

Fazi editore – 298 pagine – 17,00 € al momento del mio acquisto.

L’invenzione dei corpi è stata una bella scoperta (lasciamo stare la brutta copertina) . La chiave di lettura è proprio il titolo e ti serve. Te lo devi portare dietro, perché questo libro è tante cose. E’ una denuncia, un’avventura, una precognizione, in alcuni tratti è persino metafisico e tocca anche punte di lirismo durante la descrizione di un paio di fughe.

trama

Alvaro è un giovanissimo professore di informatica, coinvolto suo malgrado nel massacro di stato di Iguala nel 2014. Già prima il suo corpo mal sopportava i limiti della sua povera realtà. Dopo il massacro, a cui riesce a sfuggire per miracolo e non senza segni indelebili, il confine della sua terra diviene insopportabile e si unisce ai profughi che rischiano la vita cercando di raggiungere gli USA dal Messico.

Adele è una biologa, una specialista nel campo delle staminali. Lei i corpi preferisce vederli da dentro, attraverso un microscopio. Le piace pensare a infiniti universi di fronte ai quali rimanere incantati, invece che a corpi sottoposti al giudizio, e alla violenta banalità dei desideri.

Entrambi vengono coinvolti da un magnate dell’era digitale in una serie di esperimenti transmumanistici fuori da ogni etica e morale. Lui il suo corpo lo vuole rendere immortale ed ha già in mente come sostituirne e migliorarne ogni singolo pezzo.

Alvaro e Adele tentano la fuga prima e la rivalsa poi, unendosi a geni transgender della rete, che cercano di hackerare i loro stessi cervelli, e a Profeti New Age del World Wide che vogliono il mondo libero dai vari Zuckember & co.

lo consiglio?

E’ un bel libro, soprattutto per l’intenzione che dimostra nel voler recuperare il valore nativo della rete, l’unica invenzione nata da un’intuizione collettiva e partecipata nella realizzazione. Si perde un pochino nel finale, perchè autori e lettori fanno fatica a spezzare storie d’amore e preferiscono semplificare a costo della coerenza.A parte questo, da leggere sicuramente e da farne propri molti passaggi, a proposito di quello che siamo e di quello che diventeremo.

@DadoCardone

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Follia – di Patrick McGrath – Recensione

Edito da Adelphi – 296 pagine – 13,00€ al momento del mio acquisto.

Chiedo scusa alle 4 gentili persone stranamente interessate all’inutile rubrica, è un po’ che vi lascio senza un libro, ma in questo periodo ho un pochino da fare. Oggi vi propongo un romanzo particolare.

Follia è la storia di un adulterio. Come in ogni storia di sesso e amore che si rispetti il minimo sindacale dei protagonisti è due, solo che Stella ed Edgar non sono persone comuni. Edgar è un uxoricida paranoico, uno che ha decapitato la moglie, e Stella è la consorte dello psichiatra che lo ha in cura nel manicomio criminale in cui è rinchiuso.

Questa è la storia di una caduta senza rimedio in una passione fuori da ogni logica, ma proprio per questo fortissima, alimentata dai lati più oscuri della mente. Una passione che consuma e distrugge tutto, non solo i protagonisti, ma anche chi è al loro fianco… o cerca di restarci.

La particolarità di questo romanzo è che, pur raccontando fatti che sfuggono alla ragione, lo fa attraverso l’investigazione psichiatrica del medico che ha in cura entrambi i protagonisti, ma senza perdere una certa tensione di fondo, anche perché egli stesso sarà coinvolto personalmente.

Lo consiglio? Sì per la storia, sì per lo stile. Attenzione però, è una storia triste. Dall’inizio alla fine.

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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Stoner – di John Williams. Recensione.

Fazi Editore – 332 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Confesso. Ho volontariamente mantenuto questa rubrica sottotraccia, quasi nascosta. Volevo rimanesse, come nel suo intento iniziale, una rubrica di consigli per gli amici. Ci sono riuscito senza troppa fatica, un po’ perché il successo delle rubriche difficilmente è un caso, un po’ perché la passione per la lettura non è proprio la moda del momento.

Oggi vi parlo però di un consiglio che ho ricevuto io. Marco, un amico recente, mi ha consigliato di leggere Stoner di John Williams. Ero un po’ restio, perché ne avevo letto la trama e non mi aveva entusiasmato. Poi, leggendolo (l’amico è sicuramente da ascoltare nel campo in questione), ho scoperto che di questo romanzo è impossibile fare una sinossi senza sminuirlo. E’ bello in molti modi diversi, difficili da racchiudere in poche righe.

Questo libro, scritto nel ’65 e miracolosamente riapparso dopo il 2000 come caso letterario, parla dell’eccezionalità di una persona normale, un docente universitario, uno che non fa carriera, uno che sta lì piantato in mezzo al fiume della sua vita e lascia che tutto gli scorra addosso. Non lo fa per inedia, ma in virtù dell’unica cosa che vuole essere: un insegnante. La sua pervicace immobilità altro non è che il segno di una passione irriducibile, capace prevalere su tutto, l’amore, la serenità, la famiglia, la carriera. E tutto questo non perché Stoner sia incapace d’affetto, anzi, prima o dopo ne prova per qualsiasi figura attraversi la sua esistenza, anche per chi la rovina con premeditazione.

Non dico di più della trama, però una cosa la voglio spoilerare. Stoner amici vi fregherà tutti. Leggerete le prime pagine convinti di trovarvi di fronte ad un’esistenza piatta e incolore, destinata a rimanere tale. Senza che ve ne accorgiate però vi troverete di fronte ad una storia appassionante e ad una prosa che vi descriverà in modo limpido la profondità e la complessità dell’animo del protagonista.

Se vi piace leggere Stoner è bellissimo. Se vi piace scrivere è necessario. Grazie Marco.

@DadoCardone

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Febbre – di Jonathan Bazzi. Recensione.

Fandango Editore – 326 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Recensione difficile. Febbre di Jonathan Bazzi è finalista del Premio Strega 2020 e pare che dal romanzo sia partita anche la produzione di un film. Questo libro viene generalmente descritto come un esordio letterario potente e impressionante.

In effetti gli elementi ci sarebbero tutti. Bazzi scrive bene, molto bene. Tiene una specie di ritmo sincopato, che quasi ti costringe a rimanere sul filo dei suoi pensieri e lì, nel mezzo di un flusso quasi caotico, cesella periodi originali, efficaci, che torni indietro a leggere di nuovo.

Anche la trama ha la potenzialità di un grande romanzo. L’autore mette in gioco tutto se stesso in questo romanzo che parla della sua vita. Racconta della scoperta di essere sieropositivo e, parallelamente, di com’è cresciuto omosessuale e balbuziente nella spietata periferia milanese di Rozzano.

Un bravo scrittore, con qualcosa di profondamente esistenziale da raccontare, una trama che non può deragliare dalla coerenza perché è vita, è successa, può scrivere un romanzo mediocre? Febbre, da circa metà delle sue pagine, lo diventa. Non te ne accorgi subito. L’effetto è tipo quando perdi il segno e ti metti a rileggere le pagine per cui sei già passato, aspettando di trovare qualcosa di nuovo e ricominciare.

Febbre ad un certo punto si avvita su se stesso e si perde nel rimuginare. I pensieri sono ripresi in continuazione, riavvolti, srotolati in altre direzioni, ma possono solo restituire quanto hanno già comunicato. Dopo poco ti sembra di essere il bersaglio della depressione di una persona che non conosci e di cui non t’importa. Buona parte del libro è dedicata a descrivere uno stato d’ansia che interrompe la trama, anche quella parallela di Jonathan che cresce a Rozzano.

Poi succede anche un’altra cosa. Quando l’inerzia impressa della prima parte del libro si esaurisce, ti accorgi anche di come l’intero romanzo sembra sia minato da un disturbo narcisistico della personalità. Non so (non ho capito) se l’autore volesse esprimere questa cosa o meno, ma il Jonathan raccontato si circonda di comprimari solo per riuscire a vedere se stesso, non c’è empatia. Questa peculiarità è efficace nel momento in cui si desideri parlare di un bisogno patologico d’ammirazione, ma riduce il romanzo a una sola dimensione.

Concludendo. Come in altre occasioni devo per forza ribadire che non sono un critico letterario e che questa mia rubrichetta, peraltro poco seguita, è sostanzialmente un consiglio per gli amici. Quello che esprimo è un giudizio da semplice lettore, non qualificato ad altro. Da lettore, questo libro non mi è piaciuto e non perché abbia considerato o meno se sia da Premio Strega. Ci sono romanzi meno celebrati sullo stesso argomento, tipo Zucchero e Catrame, che mi hanno coinvolto molto di più. La mia misura banalmente è quella. Se un libro mi dispiace sia finito è bello, se non vedevo l’ora è brutto. Poi ci sono le cose in mezzo. Febbre è un’occasione sprecata, poteva essere molto bello e invece mi ha fatto arrivare sfinito all’ultima pagina.

@DadoCardone

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Esche Vive – di Fabio Genovesi. Recensione.

Edito da Oscar Mondadori – 385 pagine – 14.00€ al momento del mio acquisto.

Ultimamente mi sento una specie di rabdomante dei libri. Appoggio lo sguardo sui lunghi banconi espositivi, resisto alla tentazione di scegliere il primo romanzo a caso (per non rimaner soffocato dalla maledetta mascherina) e aspetto la vibrazione. A volte è una copertina, in altre occasioni è un titolo. Altre volte ancora sono tutte e due le cose assieme, più una frase che leggo nel mezzo.

Nel caso di Esche Vive la “vibrazione” è arrivata dal titolo del primo paragrafo: Galileo era uno scemo. Non che sia una mia convinzione, ma ho dovuto assolutamente capire dove andava a parare quella considerazione. E così ho scoperto un romanzo bellissimo, dove personaggi imperfetti mettono in atto strategie sbagliate, che naturalmente non funzionano, ma che tracciano comunque verità esistenziali inoppugnabili.

Fiorenzo è un diciannovenne privo della mano destra, orfano di madre, con un padre concentrato sul futuro campione del ciclismo italiano. A scuola va male, ma, mentre gestisce il negozio di pesca di famiglia, coltiva il sogno di diventare famoso con il suo gruppo Metal. Tiziana è una trentenne che, dopo un percorso di studio di successo, si lascia tentare da un’occasione nel suo paesino d’origine. Un ufficio “Informa Giovani”, tuttavia frequentato solo da anziani. Entrambi sono intrappolati a Muglione, un buco in toscana circondato da campi e fossi puzzolenti. Poi c’è Mirko, il campioncino del ciclismo, speranza di gloria per il paese, che non capisce l’importanza di vincere, perché non ha mai perso. E’ però pervaso da una specie d’istinto che lo porta sempre a comprendere la vera sostanza delle situazioni e delle persone. Fiorenzo e Tiziana, s’incontrano proprio a causa del campioncino. Vittime solidali della trappola di Muglione, fanno partire una storia d’amore impossibile che, comunque, li costringerà a mettersi in gioco veramente.

Le esche vive del titolo sono gli stessi protagonisti: se sull’amo non metti niente, nella vita non succede niente. I personaggi di Fabio Genovesi sono bravi a mettersi su quell’amo e ci si mettono per quello che sono, non da personaggi improbabili, ma da perfetti prototipi di persone reali, riservando a se stessi la prima e più grossa dose di sarcasmo. Fiorenzo non è un ragazzo più maturo della sua età, che affascina una donna più grande. E’ inesperto, eccessivo, instabile. Tiziana non ha intenzione di guidare un ragazzo più giovane alla scoperta di qualcosa, cerca solo stimoli nel “fosso” dove si è andata a incastrare.

Ironico, sarcastico, un romanzo dove i protagonisti sembrano guidati da pensieri semplici, quasi di sopravvivenza, ma che in realtà parlano di esistenza. Vi farà riflettere e sorridere molto spesso. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Prima di noi – di Giorgio Fontana. Recensione.

Sellerio Editore – 886 pagine – 22,00€ al momento del mio acquisto.

Mi permetto di dirlo perché, in fondo, queste recensioni sono solo consigli per gli amici. Prima di Noi, di Giorgio Fontana, ho fatto fatica a finirlo. Non perché fosse brutto o scritto male, ma perché non volevo separarmi dalla famiglia Sartori. Capita a volte di affezionarsi ai protagonisti di un libro, in questo caso mi sono ritrovato a centellinare i capitoli per non arrivare troppo in fretta alla fine delle sue quasi 900 pagine.

Questo è un grande romanzo. Storico, corale e veramente avvincente, anche se racconta di una famiglia come ce ne sono tante in Italia. La famiglia Sartori però ha un grosso debito con il suo passato. Il fante Maurizio Sartori, disertore dopo la Caporetto della Prima Guerra Mondiale, mette incinta Nadia, una giovane contadina Friulana, e poi scappa per ritornare al suo paese natio. Gabriele Sartori avrebbe potuto essere l’ennesimo figlio senza uno dei genitori, ma il padre di Nadia va di persona a riprendersi il fuggitivo e lo riporta a casa. Maurizio Sartori ha un peso che lo opprime, un nichilismo che gli fa desiderare l’annientamento di tutto, se stesso compreso. Nadia è posseduta dall’istinto contrario e lo costringe a trovare un modo per volersi bene.

Se pensate che stia spoilerando state tranquilli, queste sono solo le prime pagine. Le vicende della famiglia Sartori si dispiegano in un racconto che va dalla Prima Guerra Mondiale al 2012. Per capire questo libro è molto importante, tuttavia, comprendere l’irrequietezza dell’animo del capostipite, perché ognuno dei protagonisti ne sarà segnato quasi geneticamente, anche se in forme diverse. Nessuno di loro conosce il presupposto da cui ha origine la propria famiglia, ma tutti arriveranno a chiedersi quanto peso ha ciò che c’è stato prima di loro, nella spasmodica ricerca di una felicità che sembra non esistere. Una degli ultimi discendenti, Letizia, ipotizzerà un bilancio di sofferenza da pagare inevitabilmente. Alcune generazioni fisicamente, con una guerra, altre psicologicamente con afflizioni dell’animo e malattie debilitanti.

Non dico di più sulla trama, anche se avrei voglia di raccontarla capitolo per capitolo. Aggiungo solo che le gioie e i dolori della famiglia Sartori non sono diverse da quelle di ognuno di noi, ma che Giorgio Fontana ha un talento particolare nel descrivere gli stati d’animo, in una continua altalena tra la poesia della normalità e il crudo pragmatismo del nutrire i propri sentimenti, d’odio, d’amore, di paura, di libertà .

Il più bel libro letto quest’anno. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La mano di Fatima – di Ildefonso Falcones. Recensione

TEA Editore – 911 pagine – 13,00 €

Mi piace quando i libri si danno da fare con le coincidenze e ti costringono a riflettere sulle cose. Nella precedente recensione vi ho parlato de “l’ultima del Diavolo” di Pietrangelo Buttafuoco. Era un romanzo che, in estrema sintesi, raccontava una storia sul Diavolo, intenzionato a tenere separati Islam e Cristianità. Un testo che, stranamente, avevo dimenticato senza leggere nella mia modesta libreria. Giorni fa mia madre ha preso un romanzo, tra una pila che le avevano passato per superare la quarantena, e me l’ha dato assicurandomi che mi sarebbe piaciuto.

Il libro in questione era proprio La mano di Fatima e riprendeva l’argomento dei punti in comune tra mussulmani e cristiani. Non è finita qui però, perché ieri, quando l’ho finito, hanno liberato Silvia Romano, oggi Aisha, convertita all’Islam. Gli insulti che ha ricevuto a mezzo social, mi hanno riportato ancora una volta sul tema del contrasto tra due religioni che hanno lo stesso Dio e addirittura una buona parte di figure sacre. Un attrito dovuto in buona parte a posizioni d’ignoranza e intolleranza.

Ecco. Queste sono le coincidenze. Chiaro, non è che ho sognato tre numeri e poi mi sono usciti sulla ruota giusta, ma direi che sono stati un buono stimolo alla riflessione. Cos’altro si può chiedere ad un romanzo  oltre al piacevole intrattenimento?

Lasciando da parte i miei pretenziosi appuntamenti con il destino, questo libro di Ildefonso Falcones mi è piaciuto molto. E’ un racconto epico, storicamente molto accurato, con un ritmo coinvolgente e continui cambiamenti di fronte che ti fanno scivolare tra le mani le sue oltre 900 pagine.

Racconta la storia di Hernando e, tramite lui, le vicissitudini dei Moriscos, mussulmani spagnoli del 1500 costretti a diventare “nuovi” cristiani. Hernando, o ibn Hamid, come sceglierà di essere chiamato durante la sua vita, rimarrà sino alla fine delle vicende narrate un involontario perno umano tra le due culture. Figlio di una mussulmana violentata da un prete, viene disprezzato sia dai cristiani che dai mussulmani. Questi ultimi lo chiamano con disdegno “il Nazzareno” per sottolineare che non sarà mai uno di loro. Hernando, però, oltre ad essere un incrocio mal sopportato, è anche colui a cui vengono insegnate entrambe le religioni. Il parroco della sua comunità vuol alimentare la sua parte cristiana e Hamid il faiqh, autorità mussulmana, gli insegna le tradizioni del suo popolo come fosse un figlio.

Questa condizione regala una cultura superiore a Hernando che, al contrario della maggioranza dei suoi contemporanei, sa leggere e scrivere, addirittura nelle due lingue. La sua istruzione non basta però a toglierlo dalla scomoda posizione cui è destinato. Proverà per tutta la sua dolorosa vita a trovare una sintesi tra le due posizioni che non contempli la violenza e si troverà anche a dover scegliere tra due compagne di vita di opposte religioni.

Se siete appassionati di avventura e storia non potete assolutamente perdere questo romanzo. Oltre ad una tecnica narrativa perfetta per il genere di riferimento, Falcones propone un approfondimento storico e antropologico di notevole spessore.  Per il resto sono sicuro che anche voi come me, vi troverete a girare febbrilmente una pagina dopo l’altra per scoprire se è arrivata l’ora di un po’ di pace per Hernando.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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L’ultima del Diavolo. Di Pietrangelo Buttafuoco – Recensione.

Edito da Mondadori – 260 pagine – 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi devo dire una cosa che mi è successa. Non sono sicuro si faccia anche nelle recensioni serie, ma questa è una recensione per gli amici, dunque me ne prendo licenza. Non mi piace tanto leggere dal tablet, sarà l’età. Guidato dalla fame di libri di carta, ho scandagliato la mia modesta libreria in cerca di un testo che, perlomeno, non mi ricordassi tanto bene. Et voilà, è saltato fuori un libro che avevo appena iniziato e non finito. Mi verrebbe da dire “miracolo!”, non fosse che il romanzo s’intitola “L’ultima del Diavolo.”

Il Cardinal Taddeo Reda, consigliere diplomatico della Santa Sede, è un principe della Chiesa. Nick Mac Pharpharel invece è il Principe degli Inferi, il Diavolo in persona. I due s’incontrano quando Taddeo si sveglia con l’urgenza di una scimmia e una pistola, per organizzare una festa che gli è venuta in mente.

Il pensiero gliel’avrà messo in testa ‘o Riavulo (come lo chiama il napoletano Taddeo), ma il Cardinale è comunque un personaggio piuttosto fuori dalle righe. E’ un erudito, scaltro diplomatico, ma è anche uno che appena sveglio si tocca i testicoli prima di fare il segno della croce. E’ convinto che il Paradiso sia per i ricchi, perché solo loro sono in grado di sfuggire all’invidia e al “desiderio dell’altrui sfortuna”. Tra l’altro Dio gli sta antipatico perché l’ha condannato alla vita.

Il Diavolo ha la strada spianata per il suo piano e propone un patto a Taddeo. Bruciare i manoscritti di Bahira, un Santo cristiano, che è niente popò di meno che il Talent Scout di Maometto, in cambio di 12 milioni di dollari. Quegli scritti sono la prova che il credo Islamico è la naturale prosecuzione di quello che viene dopo Cristo nei piani del Signore. Una prova che, potenzialmente, potrebbe riunire i credo dell’umanità, cosa inammissibile. Il Cardinale accetta, ma non per i soldi.

Questo romanzo è molto particolare, sia per quello che racconta, che per il modo di farlo. L’autore, come i suoi personaggi, gioca con l’erudizione e non si risparmia nel portare alla luce i collegamenti (realmente esistenti) tra l‘Islam e la Cristianità. Con una scrittura che a volte sembra poesia, a volte stornello, sempre sfida d’erudizione, Pietrangelo Buttafuoco conduce il lettore nella scoperta di ciò che guida il Diavolo nei suoi piani e di come l’Adamo , a cui rifiutò di inchinarsi, lo contrasti.

Lo consiglio? Sì, ma non a tutti. Solo a chi ha veramente voglia di scoprire l’ultima del Diavolo.

@DadoCardone

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Come Dio Comanda di Niccolò Ammaniti – Recensione.

Premio Strega 2007 – Edizioni Oscar Mondadori – 478 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Avete voglia di leggere un libro intenso? Allora vi consiglio Come Dio Comanda, di Niccolò Ammaniti. Vi terrà incollati alle sue pagine permettendovi di respirare raramente.

Rino e Cristiano Zena sono padre e figlio. Una madre non c’è, li ha abbandonati. Rino è un rissoso disoccupato, alcolizzato, con tendenze naziste, che cerca di educare il figlio alla forza. Di sicurezze, tuttavia, lui non ne ha tante, se non quella che bisogna colpire per primi e quel figlio, che lo ama e lo teme. D’altronde Rino come fare il padre se lo è inventato da solo, la sua infanzia l’ha passata  in orfanotrofio e l’unica cosa che ha imparato è la legge del più forte.

Corrado, detto Quattro Formaggi, e Danilo sono gli unici amici che ha. Quattro Formaggi l’ha conosciuto proprio in orfanotrofio, dove già era un po’ strano, ma non come è destinato a diventare dopo un incidente con l’alta tensione capitato in età adulta. Anche Danilo ha una brutta storia da sopportare. E’ diventato alcolizzato dopo che la figlia gli è morta in macchina, soffocata. Rino, Corrado e Danilo, si mettono in testa di rapinare un bancomat. La notte programmata per il colpo avranno modo di scoprire che non avevano ancora raggiunto il fondo. Dovevano ancora scavare.

Come Dio comanda è un romanzo spietato, soprattutto verso il lettore. I suoi protagonisti sono esseri senza speranza, abituati alla sconfitta, dipendenti dall’alcol e da fantasie mortali. Per loro non è previsto lieto fine e ci si trova a leggere cercando di capire se finiranno male o peggio. Non fraintendete, non è che manchino i colpi di scena, anzi. Solo che i tre balordi cercano redenzione dove possono trovare solo disperazione e in tutto ciò, pur non volendo, trascinano il tredicenne Cristiano che li considera la sua famiglia.

Ruvida, ipnotica a tratti disturbante. Non la si può proprio perdere una storia così.

@DadoCardone

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Colui che gli Dei vogliono distruggere – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 334 pagine – 8,60€ al momento del mio acquisto.

Difficile parlare di questo romanzo senza spoilerare nulla, perché i nodi narrativi sono diversi e tutti fondanti. Comincio con il dire che il suo sviluppo per diverse ragioni potrebbe essere tranquillamente applicato a una grafic novel. Poi, ovviamente, in puro stile Gianluca Morozzi, c’è Bologna, il rock, ed eroi che, anche quando lo sono veramente, non possono fare a meno di mostrarci il loro lato un po’ patetico.

Dunque.. provo a spiegare. Ci sono due universi paralleli e due pianeta Terra. Su Terra L c’è un Supereroe che non ci sa fare con la sua vita normale e su Terra Prima c’è un Rocker che non ci sa fare con la sua vita da “star”. Entrambi soffrono pene d’amore. I due universi entrano in contatto nel presente, ma gli effetti si vedono nel passato di Terra L influenzandone il futuro. In che modo? Beh, non vi posso dire molto perché è uno dei nodi del libro. Provate a pensare, però, cosa succederebbe se privaste totalmente un genio della musica, tipo David Bowie, della possibilità di esprimersi in modo artistico… in questo mondo non è successo, ma magari in uno parallelo sì e, magari, David si è sfogato diventando un genio del male.Che roba eh!? Ma non è tutto qua. C’è Leviatan che ha tutti i poteri immaginabili, ma solo due alla volta e che cambiano due volte al giorno. C’è Ragnarock, la sua nemesi, come in ogni fumetto che si rispetti. Parallelamente, sull’altra terra, c’è Kabra un Rocker che si dibatte tra l’anaffettività, l’ispirazione perduta e il suo mondo composto interamente da chi ruota attorno alla sua band: I Despero. Però non fatevi pregiudizi del tipo che le cose strane succedono a Leviatan e non a Kabra.. anzi il grottesco sembra appartenere più all’universo “normale” che a Terra L. Qualsiasi sia la Terra su cui si svolge la narrazione, tutto sembra essere legato alla massima di Euripide: A colui che gli Dei vogliono distruggere, prima viene data in dono la pazzia.

Questo romanzo è un’esperienza divertente e la consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Dracula ed io – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 250 pagine – 7,99€ Ebook – 14,25€ di carta.

Ero in quarantena (mica solo io eh) e non avevo voglia di scegliere un libro aspettando una consegna materiale, così, visto che ho Kindle sul tablet, ho pensato di scaricare un romanzo al volo. Solo che su Amazon Libri, soprattutto in versione Ebook, c’è un piccolo problema. Non ti puoi fidare troppo delle recensioni e di quello che il sistema ti butta sotto il naso. Avete presente il meccanismo per cui 50 sfumature di sticazzi è il libro più venduto del ventennio? Ecco. Per gli Ebook è peggio. La casalinga arrapata spadroneggia e i più venduti di solito sono libri la cui copertina raffigura maschi a petto nudo. Il sistema si adegua alla domanda, ovviamente.

In questi casi il metodo è imporre le mani sulla propria libreria e farsi cogliere dall’ispirazione. Stavo appunto imponendo, quando mi vedo davanti agli occhi “Colui che gli Dei vogliono distruggere.” Cazzo, Morozzi. E niente semplicemente digitando il suo nome mi appare la copertina di “Dracula ed io”. Finito in un giorno. Bello.

Gianluca Morozzi è come quegli chef che buttano l’impossibile dentro il frullatore, pure il coccio delle uova, tanto alla fine ne viene fuori la vellutata a cui non avevi pensato. E c’è riuscito anche con questo romanzo. Ha preso Dracula il vampiro, Bologna e le sue leggende, un antieroe proprietario di una fumetteria, un gruppo d’amici tipo Friends (ma più rustici), un serial Killer, delle tette et voilà: un tragicomico thriller horror.

Come sta tutto insieme coerentemente? Ci vuole bravura, garantito, tuttavia la dinamicità con cui racconta le storie di tutti i protagonisti, quasi contemporaneamente, è la chiave di volta. Mentre le pagine scivolano veloci sotto il tuo indice, lui ti racconta della vera storia di Dracula e di cosa c’entra con Bologna, nonché delle avventure sentimentali di Lajos e dei suoi amici, l’Orrido, La Betty e Lobo. In mezzo a tutto questo, poi, ti tiene attento con un serial Killer che uccide donne incinte in giro per la città.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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1Q84 di MURAKAMI – Recensione.

Libro 1 e 2 – Einaudi Super ET – 718 pagine. Libro 3  – 408 pagine.

Volete un libro da quarantena? Vi consiglierei questo romanzo di Haruki Murakami che, tra tutti e tre i libri, ha il pregio si superare le mille pagine. Quindi non proprio un botta e via. Io il terzo l’ho dovuto scaricare in formato Ebook perché, finito il volume che conteneva i primi due, non ho voluto rompere il mio isolamento. Non tanto per la legge, quanto perché lo gradisco.

Prima di parlarvi di 1Q84, vi dico una cosa personale del mio rapporto con MURAKAMI. Mi sballa. Sarà perché entra ed esce di continuo dalla dimensione onirica, ma io, quando lo leggo, faccio dei sogni strani e particolarmente vividi. Non sto vendendo l’effetto per garantito, ma sicuramente il suo modo di scrivere tocca corde che gli scrittori occidentali lasciano intonse. Quello che posso garantire è che le sue storie sono tutte molto (molto) particolari, proprio come 1Q84. Una storia d’amore che viaggia tra diverse dimensioni della realtà.

Tengo e Aomane sono due bambini di dieci anni. Tengo è figlio di un esattore del Canone radio TV, la famiglia di Aomane è fedele ai precetti dei Testimoni. I bambini sono intelligenti e solitari ed entrambi sono costretti a rinunciare alla loro infanzia per seguire i genitori. L’uno nella riscossione del canone, l’altra nel fare proselitismo. Un giorno a scuola Tengo difende Aomane, che non gli manifesta subito la sua gratitudine, ma aspetta di trovarlo solo. Durante una ricreazione Aomane gli stringe la mano guardandolo negli occhi e quell’atto resterà impresso nell’anima di entrambi, pur perdendosi di vista per vent’anni.

Tengo trentenne è un professore di matematica, Ghostwriter, con l’ambizione di scrivere romanzi suoi. Aomane è una preparatrice atletica, ma è diventata anche un killer che per missione uccide mariti molestatori. Le loro vite continuano a essere quelle di persone solitarie e incomplete. Entrambi, però, un giorno, guardando il cielo si accorgono che ci sono due lune. E’ il segno che sono in una dimensione diversa. Una versione della realtà dove i Little People possono governare i destini delle persone. E’ una dimensione che li sottopone a dure prove, ma che, per la prima volta dopo vent’anni, regala loro la speranza di potersi incontrare di nuovo.

E’ un libro pieno di strani personaggi accuratamente descritti. Maschere ossessionate e malinconiche, che si muovono tra la percezione di una realtà diversa, sogni che sembrano profezie e libri che cambiano il corso della storia. Quello che colpisce di più è che tutto quello che succede è illogico e caotico, ma Murakami riesce a metterlo in scena coerentemente e a costruire un meccanismo dove anche l’irrisolto ha un senso. Su tutto la relatività del Bene e del Male, nelle intenzioni degli “Dei”.

Lo consiglio? Sicuramente sì, anche agli amici che amano libri più corti e meno introspettivi. A loro dico: resistete ragazzi, tra le pagine ci sono anche rapporti sessuali con ragazze magre dotate di grosse tette.

@DadoCardone

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Nella camera oscura – di Susan Faludi. Recensione.

Collana Oceani – Editore la Nave di Teseo – 520 pagine – 18,70€

Questa è la recensione di un libro verso il quale nutro sentimenti contrastanti. E’ un’opera che ha vinto molti premi e non l’ha fatto immeritatamente, perché racconta una storia fenomenale. Solo che lo fa con duecento pagine che sembrano prese da altri libri e messi dentro a forza. Mi spiego meglio.

Susan Faludi, l’autrice, è una giornalista americana Premio Pulitzer e ha al suo attivo diversi successi come scrittrice. La sua produzione letteraria rappresenta soprattutto una testimonianza d’impegno in ambito femminista. Non elenco queste cose solo a beneficio di registro, anzi, tenete bene a mente questo profilo.

Susan è figlia di un Ebreo Ungherese naturalizzato americano. Un uomo sfuggito alla persecuzione nazista, un professionista della fotografia e della post produzione, ma anche un individuo rigido e autoritario con la sua famiglia. E’ tanto dispotico che la madre di Susan lo lascia, attraversando un divorzio tormentato che comprende atti di violenza.

La giornalista perde i contatti con suo padre e li recupera molti anni più tardi, quando Steven Faludi le annuncia di aver cambiato sesso. A 70 anni passati è andato in Thailandia ed è tornato come Stephanie. Il libro, o perlomeno la sua parte appassionante, è una sorta d’indagine investigativa. Susan cerca di capire quali sono stati i prodromi di quel cambiamento. Si era sempre sentito/a donna? O aveva maturato dopo la sua identità, magari durante il matrimonio?

Ne viene fuori il profilo di un uomo eccezionale. Dalle avventure durante il dramma dell’Olocausto, all’invenzione del mestiere di fotografo documentarista dal nord Europa al Brasile, alla creazione di una professione come post-produttore per importanti riviste a New York, dove forma anche una famiglia. Sempre un po’ inventando, sempre un po’ imbrogliando il destino, con una spiccata e insolita capacità di cambiare e travestirsi. E’ anche, però, il ritratto di un uomo solo. Solo a causa di genitori anafettivi, solo a causa del suo continuo fingersi altro. L’operazione per diventare donna è l’ultima delle sue invenzioni per resettare quello che il mondo pensa di lui, togliendosi un’altra etichetta di dosso. Non è ebreo, non è ungherese, non è un uomo. O forse è tutto questo e molto di più.

Dov’è dunque la parte del libro che non mi è piaciuta? La storia di Steven Faludi è intensa e complessa, nel raccontarla Susan ha peccato di troppe spiegazioni, talvolta nemmeno concernenti ciò che stava descrivendo. La persecuzione degli Ebrei, il Femminismo, la storia dei diritti dei Transessuali, la Storia dell’Ungheria, sono tutte cose che c’entrano con la vita di suo padre, certo, ma non possono diventare tutte dei coprotagonisti. Il rischio è di perdere la forma di una storia appassionante, e commovente che, già da sola, fa perdere il conto delle implicazioni.

Lo consiglio? Se siete in grado di sezionare le vostre letture e non farvi turbare dai corpi estranei , sì. Per quanto mi riguarda, dopo la terza lezione di storia dell’Ungheria ho fatto molta fatica a non lasciarlo perdere.

@DadoCardone

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Donne legate di Marta Colombo – Recensione.

Come promesso all’autrice sarò sincero in questa recensione, ma non userò certo la misura che adopererei per valutare uno di quei “pesi massimi” di cui noi, lettori smaliziati, conosciamo i sostegni. Chi ha il coraggio di scrivere il suo romanzo e promuoverlo senza l’aiuto di nessuno deve necessariamente partire da un Handicap diverso (per usare una metafora golfistica.)

Donne legate è una storia interessante. Racconta di fatti estremi, utilizzando tratti a volte molto crudi, senza uscire dei parametri di quanto generalmente ritenuto normale. E questo è il pregio principale del libro, nel senso che tutto assume l’aspetto di comune conseguenza.

Katia e Irene sono due amiche che, per carenza affettiva, rimangono legate a relazioni disturbate e disturbanti. Irene vive un matrimonio morto da tempo e si innamora di giovani palestrati che non ricambiano. Katia, con una vita segnata dall’assenza del padre, trova in Cesare un uomo forte e protettivo, però afflitto da disturbi del comportamento sessuale, probabilmente per un complesso di Edipo irrisolto. Irene finirà tra le braccia di costosi Escort, mentre Katia, per accontentare il suo compagno, in un giro di scambisti.

Mi sento, da lettore, di dare un unico consiglio all’autrice. Nell’evidente desiderio di caratterizzare i suoi personaggi, commette un piccolo peccato veniale. Mette in fila troppi fatti, perdendo così l’opportunità di approfondirne alcuni che restituirebbero più dimensioni e maggiore solidità al romanzo. Detto questo, penso che Marta Colombo debba continuare a scrivere e a sviluppare questa sua passione, perché si percepisce che ha ancora molto da raccontare.

@DadoCardone

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La fine del mondo e il paese delle meraviglie, di Murakami – Recensione

Einaudi super ET – 509 pagine – 15 euro al momento del mio acquisto.

Se siete affascinati dagli elementi di diversità che si possono trovare nella fantasia di un orientale, dovete assolutamente leggere Murakami. Come nella filmografia, percorsi culturali e tradizionali diversi producono storie a cui non siamo abituati e che, in alcuni casi, sono una vera boccata d’ossigeno in un mare di trame, che si ripetono sempre uguali a se stesse.

Superfluo dire che mi sono trovato ancora una volta di fronte a un romanzo molto particolare.

In un Giappone distopico, in cui il Governo è sostituito da organizzazioni che dominano le informazioni, il protagonista del libro viene sottoposto ad un intervento al cervello per poter trasportare dati criptati. Parallelamente un altro uomo accede a una strana e tetra cittadella dove deve rinunciare al cuore e all’ombra. I due intraprendono un percorso, l’uno riflesso dell’altro, per venire a capo del loro misterioso destino. Il cammino è anche e soprattutto introspettivo, per sconfiggere paure ataviche e riscoprire il vantaggio di avere un cuore.


Come negli altri libri di Murakami, l’allegoria fa da padrona, soprattutto nei luoghi dove i personaggi si muovono, posti che hanno bisogno di una traduzione razionale, come nella miglior tradizione Dantesca.
Consigliato.

@DadoCardone

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Ognuno potrebbe di Michele Serra – Recensione.

Universale Economica Feltrinelli – 152 pagine – 7,50€ al momento del mio acquisto.

Questa è una recensione negativa. Per cui desidero sottolineare che il giudizio è relativo al mio gusto personale. E non sono certo un critico letterario. Per cui chiedo scusa in anticipo all’autore, che non ha certo bisogno delle mie conferme.

Ognuno potrebbe, no.. non lo consiglio. Michele serra è un bravo scrittore, ma in questo libro si è abbandonato al pensiero ridondante del suo personaggio. È un libro fermo, non succede nulla, è come ascoltare lamentele di cui non ti importa. Potrebbe essere l’idea per un libro, ma è stato delineato solo il personaggio principale, manca la storia e un’evoluzione della stessa, di qualsiasi tipo. Rimane un buon esercizio di scrittura, ma per far piacere un libro dove non succede nulla bisogna essere molto più bravi di così.

@DadoCardone

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Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore – Recensione.

Elliot edizioni – 430 pagine – 20,00€ al momento del mio acquisto.

Cos’ha fatto Gesù nei trent’anni di cui il vangelo non parla? E se i “tagli” fossero più appassionanti della storia che ci hanno raccontato fin’ora? Il Vangelo secondo Biff è uno dei miei libri preferiti.

Racconta, per voce del redivivo Levi detto Biff, amico d’infanzia di Gesù, il percorso che il giovane Cristo deve fare per capire come si fa il Messia. Gesù ha un sacco di dubbi sulla natura della sua missione, ma Biff, armato di solo sarcasmo, di cui si dichiara inventore, saprà aiutarlo a restare uomo fino alla fine.


Libro divertente e incredibilmente fantasioso, tanto che riesce a trovare coerenza tra Gesù, lo Yeti e la meditazione. In che modo? Ve lo lascio scoprire. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Hakawati di Rabih Alameddine – Recensione.

Romanzo Bombiani – 751 pagine – 21,50€ al momento del mio acquisto.

Dopo un bel romanzo Giapponese, eccone uno altrettanto bello di uno scrittore libanese. In questa nostra quotidianità si sottolinea sempre più spesso il valore dello story-telling, ma forse non tutti sanno che i Libanesi sono talmente padroni di quest’arte da renderla parte integrante della propria cultura.
Hakawati, il titolo del libro, è proprio il sostantivo che indica il cantastorie tradizionale del Libano. Osama, protagonista e voce narrante, racconta le vicende di diverse generazioni della sua famiglia tramite i racconti del nonno, non sempre veritieri, e tramite storie in stile “Mille e una Notte”, che poi sono anche metafore usate per raccontare le verità inconfessabili della famiglia. Come l’omosessualità tenuta segreta dello zio più amato.
In questo libro potrete leggere dunque delle origini del nonno Hakawati, delle avventure di Fatima, delle imprese del principe Barybas, ma anche della prostrazione di una Beirut distrutta dal conflitto contro Isralele.

Rabih Alameddine è un vero cantastorie anche se, invece di seguire la tradizione orale, ha deciso di fermare i suoi protagonisti sulle pagine di un libro. Consigliato mille e una volta.

@DadoCardone.

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Kafka sulla spiaggia di Murakami – Recensione.

Edito da Einaudi Super Et -514 pagine – 15,00€ al momento del mio acquisto.

Kafka sulla spiaggia, di Murakami, non è un libro facile. È un racconto visionario, a tratti inquietante, sul complesso di Edipo, ma non solo. In questo libro le allegorie e metafore si trasformano in personaggi e luoghi, al fine di indirizzare la storia verso il proprio destino.


Nakata è un anziano con un ritardo mentale che lo mette nella condizione di capire solo il presente. Parla con i gatti, fa piovere pesci e la sua ombra ha un’intensità dimezzata rispetto alle persone normali. Tamura è un quindicenne, abbandonato dalla madre, con un padre pazzo, che decide di scappare di casa proprio prima che quest’ultimo venga brutalmente ucciso. Nakata e Tamura, senza incontrarsi mai, faranno lo stesso viaggio da Tokyo a Takamatsu e avranno un ruolo nello stesso destino della Signora Saeki, una donna che attende di essere raggiunta dalla morte per un’azione compiuta 35 anni prima.

Kafka sulla spiaggia è un libro diverso, crudo, segnante. Lo consiglio, soprattutto a chi ama l’immersione profonda nelle proprie letture.

@DadoCardone

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La Galassia dei Dementi di Ermanno Cavazzoni – Recensione.

Edito da La Nave di Teseo. 663 pagine. 24,00 € al momento del mio acquisto.

Avete mai pensato a come poteva essere “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Phillip Dick (da cui è stato tratto Blade Runner) se fosse stato scritto da un grande scrittore Italiano?
Beh… non dovrete fare molta fatica, perché in realtà è successo, ci ha pensato Ermanno Cavazzoni.

Come “chi è Cavazzoni?”!! Vi dice niente “Il poema dei Lunatici”? Lui e Fellini, da quel libro, hanno tratto la sceneggiatura de “La voce della luna”.

Il tema della “coscienza dell’io” negli androidi è stato certamente trattato in innumerevoli opere di fantascienza, ma bisogna onestamente riconoscere che il metodo Cavazzoni ottiene risultati senza pari. Togli drammaticità, aggiungi ironia, sarcasmo e poesia in parti uguali, otterrai il romanzo di fantascienza che nessuno aveva mai scritto.

Nell’anno 6000, dopo una rovinosa invasione aliena, che ha decimato la popolazione terrestre, l’umanità sopravvive nella Pianura Padana solo grazie agli automatismi della popolazione droide, che continua a provvedere a tutte le necessità.

Gli esseri umani sono perlopiù individui grassi e stolti che collezionano reperti di prima dell’invasione, tipo grucce appendiabito. Il grande cambiamento avviene in modo tale che nessuno si accorge di niente e tutto continua come prima. Essendo decaduto il sistema industriale, nessuno ripara ne sostituisce più i robot e le loro disfunzioni diventano tremendamente simili ai nostri sentimenti. Così piano piano, ma inesorabilmente, tutti i robot a servizio degli umani smettono di servirli per cercare il senso della loro vita.

Tra loro gli MM, gli androidi immortali, che pensano di essere investiti della missione di salvare il genere umano, con risultati disastrosi.

Storie di Androidi, dunque, ma anche di esseri umani che cercano di adattarsi, ovviamente nei modi più irrazionali che riescono a concepire. Ci sono molte cose che potrei ancora dire, ma non voglio togliere il piacere della lettura di questo libro. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La chiave di tutto di Gino Vignali – Recensione.

Editore Solferino – 238 pagine – 16,00 € nel momento del mio acquisto.

Non ho un modo preciso di scegliere i libri da leggere. Molte volte mi affido al caso e alla copertina. Di questo libro mi aveva attirato il nome dell’autore, perché si tratta di un elemento della coppia Gino & Michele. Avete presente no? Zelig, “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”… autori comici e, dunque, volevo capire come potesse essere l’esordio al giallo di un autore che in altro genere ha molto successo.

All’inizio della lettura ho avuto una piacevole sorpresa, infatti il romanzo è tutto ambientato a Rimini (la mia abituale scena del crimine 😉 )

A parte questo però il libro, seppur scritto bene, si incanala per certi canoni che lo rendono un po’ troppo commerciale e prevedibile. Un lettore assiduo di gialli indovina quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale piuttosto presto, mentre la trama in generale punta in una certa direzione e lì arriva, liscia, senza sobbalzi di sorta.

E’ vero che il confronto con i giallisti/noir italiani, da Camilleri a Carofiglio, è piuttosto impegnativo. Ci sono cose tuttavia che, chi scrive da così tanto tempo, dovrebbe saper evitare. I personaggi di Vignali non si “sporcano”, sono stereotipi che passano indenni attraverso sei omicidi brutali, rimanendo identici se stessi.

Costanza, il vicequestore di Rimini, è una nobile fotomodella milanese, con attitudine al comando e intelligenza fuori dal comune. Tanto è vero che il passaggio nel ruolo di vicequestore a Rimini è solo una formalità, prima di raggiungere la vetta e dato che ha proprio a Rimini ha una suite di proprietà al Grand Hotel…. La sua squadra è formata da un ispettore erudito, un vice sovrintendente patacca e l’agente scelto, esperta di informatica. Tutto comincia quando un senzatetto fissato con Fellini viene trovato carbonizzato dopo essere stato torturato.

La squadra nel corso dell’indagine si imbatterà in altri 5 omicidi e, seguendo la fila degli indizi (proprio perché sono provvidenzialmente in fila e pronti a farsi cogliere), giungerà a capire che la “chiave di tutto”.

Ora.. non voglio dire troppo perché ogni lettore ha le sue misure e a qualcuno potrebbe venir voglia di spendere 16 Euri per questo illustre tentativo. Un paio di cose, però, le vorrei sottolineare. Fabio Volo come riferimento culturale… anche no. Mi pare sia citato addirittura 3 volte, se non sbaglio. L’altra cosa è che Rimini è descritta molto fedelmente, rivelando una certa frequentazione dell’autore, anche se ogni tanto si abbandona al peccato veniale dei luoghi comuni e, oltre questo, c’è una grande imprecisione. Qui a Rimini il giovane sindaco di bell’aspetto, con un brillante futuro nella politica ed un passato nella FIGC, non è che sia propriamente un tombeur de femmes. Non per dar seguito a chiacchiere di paese, per carità, ma se lo avesse descritto innamorato del suo riflesso come Narciso, sarebbe stata una citazione più veritiera.

In conclusione: mi è sembrato che il tentativo di fare un giallo da parte di uno scrittore comico abbia in realtà smorzato entrambe le aspettative. Non definitivamente giallo, non abbastanza comico. Spero che il prossimo giallo si apra di più al tragicomico. Lì un po’ di spazio, senza confronti troppo importanti, è rimasto. Per ora non lo sconsiglio agli intenditori del genere.

@DadoCardone

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Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom – Recensione.

Neri Pozzi Editore – 440 pagine – 12,50€ nel momento del mio acquisto.

Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom, è in libro dall’architettura affascinante. I personaggi sono tutti realmente esistiti e i loro caratteri sono stati dedotti da biografie e corrispondenze. Gli avvenimenti del romanzo sono frutto della fantasia dell’autore, ma, nel caso fossero stati presentati come reali, sarebbe tutto perfettamente plausibile. Se, oltre a questo, aggiungiamo che il tema è praticamente la nascita della moderna Psicoanalisi, le implicazioni non sono di poco conto.
Lou Salomé è una giovane ed intraprendente russa che contatta il Dott. Josef Breuer, il più stimato e brillante dei medici viennesi, per curare il male che ha colpito Nietzsche. È una depressione con manie suicide che lei stessa ha provocato e si rivolge a Breuer in quanto, come pochi sanno, è pioniere in alcuni tentativi di cura psicodinamica. Il medico accetta e con il suo giovane protetto, un tale Sigmund Freud, mette a punto un piano per psicanalizzare Nietzsche senza che lui se ne renda conto. Le cose non vanno come progettato e Breuer. A causa della messianica personalità del Filosofo, si trasforma da medico in paziente, costretto a mettere in discussione tutta la propria esistenza.
È un libro pieno di significato e, mentre lo si legge, bisogna quasi domarlo per non essere rapiti da una riflessione ad ogni capoverso. Consigliatissimo per gli amici appassionanti di di filosofia e temi esistenziali.

@DadoCardone

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La seconda porta di Raul Montanari – Recensione.

Edito da Baldini+Castoldi. 347 pagine. 18 Euro al momento del mio acquisto.

Il romanzo di questa recensione parla di un tema molto sentito, l’immigrazione. Non lo fa, però, affrontando l’intera questione, usa il rapporto tra due persone. L’espediente narrativo è il sentimento di chi, al di là delle ideologie, si trova ad aver a che fare materialmente con il prodotto di quella migrazione che tanto impegna le cronache. Persone.

Milo Molteni è un famoso pubblicitario italiano, il più conosciuto per quanto riguarda i temi sociali. Tra i suoi clienti ci sono anche associazioni d’accoglienza per gli immigrati. La sua, tuttavia, è un’adiacenza superficiale, belle campagne con poco guadagno, che servono al suo socio per attirare clienti grossi e danarosi.

Milo soffre di questa incongruenza, come soffre di una relazione finita da cui non riesce a staccarsi e di un’insonnia che combatte solo con alcol e benzodiazepine. Tutto cambia quando i suoi vicini di casa muoiono e il figlio della coppia gli propone di acquistarne l’appartamento, sopra casa sua. L’immobile ha una porta nascosta, quasi un passaggio segreto, che va dall’ultimo piano al cortile. Proprio da questa porta entrerà nella sua vita Adam, un immigrato egiziano minorenne che cerca di scappare da una brutta faccenda legata proprio all’immigrazione. Il giovane egiziano lo costringerà a fare i conti con la realtà che Milo pratica solo a parole.

A condimento del tutto, un nuovo amore, uno strano investigatore privato e Han, un’organizzazione segreta che processa e uccide gli scafisti.

La seconda porta è un bel libro, scritto bene (d’altronde Montanari è uno che insegna a scrivere). Forse alcune parti sono risolte con un po’ di “mestiere” grazie all’investigatore Velardi, personaggio ricorrente nei suoi libri, ma non è un fatto che disturba la lettura. Quello che mi è piaciuto di più è il fil rouge del romanzo, che poi è anche una citazione di Martin Amis in epigrafe al romanzo: “Cos’è un uomo, se gli togli le scuse?”

@DadoCardone

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Fate come se non ci fossi – di Marco Presta. Recensione.

Enaudi Editore – 179 pagine – 16,00 € al momento del mio acquisto.

Marco Presta è uno degli autori italiani che preferisco. Quando esce un suo libro, ormai, lo compro senza nemmeno guardare di cosa tratta. Per cui quando ho cominciato a leggere quest’ultima sua produzione, confesso, ci sono rimasto un po’ male.

Il fatto è che “Fate come se non ci fossi” non è un romanzo. Il libro è composto da una serie di riflessioni senza soluzione di continuità, raramente più lunghe di tre pagine. Sono quei pensieri che chi pratica il mestiere di scrivere compila nei momenti più disparati e annota su qualsiasi cosa per non perderli.

Sulla salvietta di un bar, in un file .txt senza nome, o scritte direttamente nella propria memoria. A volte sono l’inizio di un libro, altre volte ne fanno parte, altre volte ancora non trovano collocazione (o la troveranno prima o poi).

Questo libro (se non è) sembra una raccolta di quei momenti, pensieri che lo scrittore ferma e conserva come piccoli tesori. Nel volume di Presta sono riflessioni sull’essere padre, italiano in questa società, scrittore, conduttore radiofonico.

Forse dovevo dirlo prima, ma serviva per la suspance. Anche questo libro mi è piaciuto, soprattutto per il “vizio” di Marco Presta di travestire d’ironia riflessioni importanti.

Lo consiglio? Sì. Potrebbe essere un buon viatico anche per chi si stanca presto mentre legge. In due o tre pagine il lettore narcolettico troverà la completezza e la vivacità che serve per leggere quella riga in più, senza addormentarsi con l’angoscia di non ricordare dov’è arrivato.

@DadoCardone

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Il costruttore di barche di Daniel Gumbiner.

 Landau Editore. 247 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Prendi un protagonista tossicodipendente. Fagli incontrare un costruttore di barche eclettico, pedagogo e un po’ filosofo. Ambienta il tutto in un paesino della costa del nord della California, dove la metà degli abitanti ha fatto parte di una setta e da dove si muove uno spacciatore internazionale che scorazza per il pacifico. Può, da tutto questo, nascere un libro noioso?
Sì, Daniel Gubiner l’ha scritto e c’è riuscito nonostante i suoi personaggi abbiano strenuamente resistito perché così non fosse.


Berg è un ventottenne irrisolto in fuga dalla città. Un trauma cranico l’ha fatto diventare un tossico che divora analgesici e psicofarmaci. Per procurarseli è disposto anche a violare domicilii altrui e rubare negli armadietti dei medicinali. Ruba anche a casa di Alejandro, il costruttore di barche che poi diventerà suo mentore.


E poi basta. Questo è ciò che c’è di interessante nella trama. Alejiandro cercherà di insegnargli a vivere il momento, mentre Berg entra ed esce dalla sua tossicodipendenza senza soluzione di continuità. In mezzo, descrizione di fatti e personaggi che sembra il bugiardino di un medicinale.
Non c’è ritmo, non c’è emozione, non c’è evoluzione, figurarsi poi se c’è un finale. Impossibile appassionarsi a nessuno dei personaggi. Nemmeno ad Alejiandro, che potenzialmente è un fenomenale maestro di vita, ma poi non rivela alcuna verità fatale, neanche offrendosi come esempio.
Questo libro non mi ha lasciato nulla, a parte una mandibola lussata a suon di sbadigli.
Non lo consiglio.

@DadoCardone

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Recensione: Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli

atti1Nota Bene: Non ho la licenza di critico, dunque abbiate pazienza se la recensione non seguirà i normali canoni.

Il libro mi è capitato tra le mani in un momento particolare. Mi stavo giustappunto chiedendo da quanto non leggevo più niente ed è arrivato il mio amico Tommy con un sacchettino rosso contenente il lavoro di uno dei suoi migliori amici, tale Marco Missiroli. Di questo scrittore riminese non ho mai letto nulla, se non una recensione che etichettava lui e i suoi libri come superficiali. Combinazioni, amicizie e critiche contro. Capite bene che non si poteva certo evitare di leggere queste pagine, ne di farne una recensione (amatoriale).

Il titolo ha senso, cosa non scontata, ma per la mia recensione lo devo cambiare in: Le Pugnette del giovane Werther. Questo, anche se difficile da interpretare, è un complimento, ma non vi preoccupate che ora mi spiego meglio.

E’ una cosa in cui ho sempre creduto e la trama di questo libro mi conforta nella tesi. Se il personaggio di Ghoete avesse padroneggiato l’arte dell’onanismo, come il protagonista di Missiroli, probabilmente avrebbe evitato quella fine odiosa. Libero Marsell scopre la masturbazione quando ancora non è in grado di portarla a compimento e con quella assorbe tutti i traumi della sua vita, la mamma scoperta mentre si adopera in una fellatio con l’amante, la scoperta della sessualità, la morte del padre, l’abbandono, la solitudine auto inflitta e la rivelazione del valore della normalità. Esattamente come ognuno di noi, personaggi della vita “reale”, tutti con il nostro atto osceno a rompere il rumore bianco di sottofondo. La Pugnetta, volgarmente detta, è fuor di metafora un atto di meditazione nell’accezione del contatto con il proprio Io, certo può diventare vizio e compulsione. Un atto osceno perde la sua definizione se condotto in luogo privato, non potendo offendere il senso del pudore di nessuno diventa normalità, ma le Grand Liberò non ha il supporto di Youporn. Il materiale masturbatorio è fornito direttamente dalla ricerca di un utero forte e indipendente come quello della madre, trasformandosi così in vita.

Tutt’altro che superficiale; questa etichetta non gli si addice. Per scendere nella profondità delle cose non è obbligatorio parlare di tragedie sovraumane e qui sta la bellezza del libro. Ho trovato la lettura molto piacevole appunto per la gestione della normalità, che comunque nasconde enormi rivoluzioni. Il nostro personale Sturm und Drang è sempre in agguato con conquiste, morti, nascite, tradimenti, disgrazie e colpi di culo. Libero Marsell ha in più la guida karmica dei libri che le persone care della sua vita gli suggeriscono con la delicatezza di chi ti ama tanto che ti lascia scegliere da solo e come palcoscenico le strade di due città, Parigi e Milano, diverse, come diverse sono le stagioni della vita.

Non dirò di più sui personaggi che costellano l’esistenza del protagonista, perché secondo me è un libro che vale la pena di essere letto e non vorrei turbare la loro essenza con le mie interpretazioni. Mi limito a fare un complimento a Marco per il finale …. Io e Goethe avremmo fatto morire Libero come suo padre.

P.S.

Si eseguono per conto terzi anche recensioni di Comunioni, Matrimoni e Funerali.

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@DadoCardone

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