Covid 19 – Quando la scienza fa cilecca.

Era gennaio la prima volta che sentimmo parlare del Corona virus. Presto abbiamo imparato a chiamarlo Covid 19, il suo nome vero, ma da Gennaio ad oggi è l’unica cosa di cui siamo certi. Neanche i tempi di incubazione sono definiti, per dire.

La scienza ha fallito? La Scienza no. E’ uno strumento, un metodo di indagine, è osservare e comprendere senza pregiudizio. Però la Scienza è praticata dagli uomini e gli uomini non posseggono la stessa onestà del metodo scientifico, soprattutto per quanto riguarda i loro errori.

Ecco perché a metà giugno del 2020, mentre stiamo per entrare nel settimo mese dall’apparizione del Covid, il metodo per combatterlo è lo stesso che usavano i contemporanei di Giovanni Boccaccio alla metà del 1300. State a casa, state lontani, lavatevi le mani, mettetevi qualcosa davanti alla bocca.

La Scienza, nell’applicazione del suo metodo, è virtualmente inattaccabile. Un campo dove anche le geniali intuizioni devono essere sottoposte alla rigorosa analisi logico razionale, per ottenere verità oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Allora viene però da dire che tutti quelli che abbiamo sentito parlare fin’ora, quelli a cui sembra affidata la verità ultima di cosa dobbiamo fare, non sono scienziati, o lo sono stati solo fino al momento in cui è apparso questo Covid. O, meno ingenuamente, fino a che il Covid non è entrato in conflitto con i loro interessi.

Tutti, ma proprio tutti, anche quelli che adesso sono i più rigorosi sostenitori della distanza e delle mascherine, ci dicevano che in Italia il virus non sarebbe circolato. Ricciardi, Capua, Gismondo, Burioni. Lo stesso il Professor Massimo Galli, Primario di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, che ogni volta che gli si fa una domanda risponde nel modo più pessimista che trova (anche un po’ schifato per il quesito), diceva: “la malattia da noi difficilmente potrà diffondersi”.

Il problema qual è stato allora? Perché non hanno pensato di applicare quel caspita di metodo scientifico, che ci rinfacciano ad ogni piè sospinto, prima di parlare? Perché uno scienziato non è mai solo uno scienziato e non ha mai solo a che fare con la scienza. E’ anche un uomo, con delle ambizioni , una carriera e un metodo politico (più che scientifico) per farla prosperare. Così loro e così tutti quelli sotto di loro.

E’ anche a questo che bisognerebbe pensare quando si riflette sulle difformità abnormi della situazione italiana. E’ stata affrontata da uomini, non solo da scienziati. Uomini che presuppongono di sapere cose che non sanno, uomini che devono coprire i loro errori, uomini che quando parla un Governatore di Regione riempiono RSA di convalescenti contagiosi. Uomini che mandano infermieri ad ammalarsi, invece di proteggerli come si deve con presidi che costano un’inezia. Ma su questo, pare, che la magistratura sia stata chiamata a dire la sua.

Tutto ciò ha anche un costo aggiuntivo, oltre alle vittime e ai danni economici. Si deve aggiungere una perniciosa confusione indotta, tale da spingere “l’uomo della strada” nella direzione opposta a quella auspicabile. Perché i “complottisti” aumentano in questi periodi? Le persone, anche se non conoscono la materia, avvertono la confusione, l’incertezza, l’incoerenza, le balle. Per capire queste cose non c’è bisogno di un titolo accademico. E’ come una puzza e, come tale, con un po’ d’esperienza di vita la si avverte alzando il naso al vento. E allora si cercano altre risposte, soluzioni non canoniche, visto che quelle ufficiali “puzzano”.

I complottisti non nascono tali, o almeno non tutti. Parecchi rappresentano un effetto collaterale, una reazione a chi ha raggiunto suo malgrado un posto in cui non dovrebbe stare. Come spiega il famoso Principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza». E di incompetenti ne abbiamo visti tanti durante il Covid, aggrappati con le unghie e con i denti alle loro poltroncine TV, nascosti tra le fila di altisonanti task force, a fare gli interessi di un’economia poco interessata ai morti. Forse un giorno ci sarà qualcuno che si prenderà la briga di mettere in fila oggettivamente tutti gli errori che sono stati fatti e da chi. A noi, poco scientificamente, non resta che sperare che nessuno dei somari visti in questa vicenda diventi anche parlamentare (oltre a quelli che lo sono già ovviamente). Sarebbe il colmo doverli pagare, per sentirci dire che dobbiamo tacere, perchè non siamo scienziati e non capiamo un cazzo.

Nel frattempo rimane un grosso dubbio. Le persone, ormai dal 4 di maggio, sono praticamente libere di andare dove vogliono e di incontrare chi gli pare (con la mascherina al gomito). Da quello che si vede in giro dovremmo essere già tutti morti. Il Covid, in Italia, è lo stesso di prima? Il dubbio è che ci abbiano messo così tanto a partorire una burocrazia da virus e che abbiano destinato così tanti soldi alle contromisure per l’evento (con l’ansia di averlo inizialmente sottovalutato), che ora, anche se fosse diventato un pericolo molto più blando, si guarderebbero bene dal rivelarlo e sarebbero capaci di trasformare le scuole in pollai di plexiglas(s).

P.S.

Quanto detto è da intendersi senza nessuna pretesa di analisi scientifica e con il massimo rispetto per chi il Covid l’ha subito nelle estreme conseguenze. Chi scrive non pratica la scienza, ma ha ben presente quanta poca verità produca la politica quando praticata nel mantenimento dello status.

@DadoCardone

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Primarie PD – il rimbalzo del gatto morto.

E’ normale che, chi realizza qualcosa, poi la descriva in termini entusiastici. Anche quando tutto va come già previsto che vada. Anche se alla fine è solo il punto d’inizio per raccontare un’altra storia, più che per manifestare una nuova e diversa intenzione.

Agli organizzatori delle Primarie del Partito Democratico deve essere sembrato un miracolo già così. A livello nazionale sono riusciti a pareggiare l’affluenza più bassa della storia delle primarie, ci dicono, ma non si sa se al netto di chi ha votato 11 volte (per dire). Ai gazebo, oltre agli organi di partito, ai dirigenti pubblici e all’anziano che, pur di non ammettere che quella sinistra lì è morta, sostituirebbe la firma pure con un esame della prostata, si è vista anche qualche faccia speranzosa del recupero del buon senso.

Non bisogna sottovalutare il coefficiente democratico di queste Primarie, né ingigantirlo come d’abitudine fanno i Dem. Un milione e mezzo di persone, forse di più, va a capire, hanno dato un’altra possibilità ad un partito esanime. Ricordo che nemmeno 15 giorni fa  solo qualche migliaio ha di fatto sostituito il parlamento per decretare un’immunità. Ora c’è da capire se la possibilità accordata è un atto compulsivo o una richiesta precisa.

Bisogna tristemente sottolineare che, se di richiesta si tratta, i Demokrat non l’hanno colta. Almeno così sembra dalle parole d’ordine lanciate dal nuovo segretario. Lotta a populismi. Questo è il grado di consapevolezza del partito che si propone come guida a Sinistra, lotta ai populismi. Ma cosa sono i populismi, se non la manifestazione della confusione in cui il cittadino italiano è stato precipitato, proprio dal distacco della politica di Centro Sinistra dal mondo reale? E’ ancora non gli è bastato. Di nuovo, dopo che i sopravvissuti hanno spazzato via, a suon di voti, Giacchetti e Martina, eredi di quel linguaggio elitario, si insiste a sottintendere che la gente non capisce e si lascia trascinare suo malgrado come una stupida pecora. Cosa peraltro genericamente vera, ma trattasi di sintomo, non di malattia. La malattia è nel linguaggio stesso.

Lo si fa anche a livello locale. A Rimini, dove l’affluenza ha fatto registrare un ulteriore calo del 15%, addirittura non si sono cambiate nemmeno le facce. Non abbiamo potuto farci illudere da un nostro Zingaretti. Emma Petitti e Andrea Saltacarro Gnassi, delegati all’assemblea nazionale, sono le nostre novità. Gli interessi dello satus quo di taluni personaggi hanno prevalso, aggiungiamo scioccamente, sugli interessi di partito. In queste primarie si sarebbe potuto esprimere il prossimo candidato sindaco di Rimini, magari una faccia nuova, sempre aggregandolo alla scontata opzione vincente, quella appunto di Zingaretti. Molto probabilmente sarebbe stato un bene anche per gli afflussi locali, ma Gnassi Pigliatutto aveva altri programmi.

Oggi, dopo le primarie, gli appelli all’unità sono scontati. Servono a far capire che il risultato è un successo da trattare con cura. Il vero problema però è che l’establishment del Partito Democratico, quello che si è mangiato un patrimonio enorme di voti, non si è fatto per niente da parte, nonostante la necessità di rappresentare qualcosa di nuovo. L’insofferenza delle persone per bene alla discriminazione, ormai prospettata come ricetta per ogni problema, ha fatto sì che domenica non si celebrasse un funerale, anziché un nuovo segretario. Ma la rappresentata conquista è solo un’eco già lontana della manifestazione contro il razzismo di Milano, quella sì di successo, senza bandiere, ne leader da palcoscenico.  Come dice il vecchio proverbio, usato molto negli ambienti della finanza, “Anche un gatto morto rimbalza quando cade da una grande altezza” e il PD non sta dimostrando una gran vitalità.

Ora staremo a vedere se il nuovo segretario cambierà linguaggio, perché la lotta ai populismi, a quanto pare stella polare e seme della rinascita Partito Democratico, non si fa certo usando gli stessi modi di comunicare del nemico celebrato,  né tanto meno usando (ad esempio) personaggi alla Burioni, che riescono ad essere antipatici anche a chi è d’accordo con i vaccini. Se contassimo qualcosa (ma non è il nostro caso) consiglieremmo un salutare bagno d’umiltà perché, ad oggi, il PD fa sembrare il ruolo d’Oppositore un incidente di percorso e non un contrappeso democratico.

P.S.

“Accumula cibo, e il cibo andrà a male; accumula denaro, e marcirai tu; e se si accumula potere, marcirà la nazione” [Il libro di Talbott di Chuck Palahniuk]

N.B: Non perdetevi il servizio di Citizen TV sullo Scandalo del Tecnopolo.

@DadoCarone

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