L’invenzione dei corpi – di Pierre Ducrozet – Recensione.

Fuga lirica dai propri corpi e da un futuro ineludibile. Il Cyberpunk del 21° secolo contro l’era dei social.

Fazi editore – 298 pagine – 17,00 € al momento del mio acquisto.

L’invenzione dei corpi è stata una bella scoperta (lasciamo stare la brutta copertina) . La chiave di lettura è proprio il titolo e ti serve. Te lo devi portare dietro, perché questo libro è tante cose. E’ una denuncia, un’avventura, una precognizione, in alcuni tratti è persino metafisico e tocca anche punte di lirismo durante la descrizione di un paio di fughe.

trama

Alvaro è un giovanissimo professore di informatica, coinvolto suo malgrado nel massacro di stato di Iguala nel 2014. Già prima il suo corpo mal sopportava i limiti della sua povera realtà. Dopo il massacro, a cui riesce a sfuggire per miracolo e non senza segni indelebili, il confine della sua terra diviene insopportabile e si unisce ai profughi che rischiano la vita cercando di raggiungere gli USA dal Messico.

Adele è una biologa, una specialista nel campo delle staminali. Lei i corpi preferisce vederli da dentro, attraverso un microscopio. Le piace pensare a infiniti universi di fronte ai quali rimanere incantati, invece che a corpi sottoposti al giudizio, e alla violenta banalità dei desideri.

Entrambi vengono coinvolti da un magnate dell’era digitale in una serie di esperimenti transmumanistici fuori da ogni etica e morale. Lui il suo corpo lo vuole rendere immortale ed ha già in mente come sostituirne e migliorarne ogni singolo pezzo.

Alvaro e Adele tentano la fuga prima e la rivalsa poi, unendosi a geni transgender della rete, che cercano di hackerare i loro stessi cervelli, e a Profeti New Age del World Wide che vogliono il mondo libero dai vari Zuckember & co.

lo consiglio?

E’ un bel libro, soprattutto per l’intenzione che dimostra nel voler recuperare il valore nativo della rete, l’unica invenzione nata da un’intuizione collettiva e partecipata nella realizzazione. Si perde un pochino nel finale, perchè autori e lettori fanno fatica a spezzare storie d’amore e preferiscono semplificare a costo della coerenza.A parte questo, da leggere sicuramente e da farne propri molti passaggi, a proposito di quello che siamo e di quello che diventeremo.

@DadoCardone

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Follia – di Patrick McGrath – Recensione

Edito da Adelphi – 296 pagine – 13,00€ al momento del mio acquisto.

Chiedo scusa alle 4 gentili persone stranamente interessate all’inutile rubrica, è un po’ che vi lascio senza un libro, ma in questo periodo ho un pochino da fare. Oggi vi propongo un romanzo particolare.

Follia è la storia di un adulterio. Come in ogni storia di sesso e amore che si rispetti il minimo sindacale dei protagonisti è due, solo che Stella ed Edgar non sono persone comuni. Edgar è un uxoricida paranoico, uno che ha decapitato la moglie, e Stella è la consorte dello psichiatra che lo ha in cura nel manicomio criminale in cui è rinchiuso.

Questa è la storia di una caduta senza rimedio in una passione fuori da ogni logica, ma proprio per questo fortissima, alimentata dai lati più oscuri della mente. Una passione che consuma e distrugge tutto, non solo i protagonisti, ma anche chi è al loro fianco… o cerca di restarci.

La particolarità di questo romanzo è che, pur raccontando fatti che sfuggono alla ragione, lo fa attraverso l’investigazione psichiatrica del medico che ha in cura entrambi i protagonisti, ma senza perdere una certa tensione di fondo, anche perché egli stesso sarà coinvolto personalmente.

Lo consiglio? Sì per la storia, sì per lo stile. Attenzione però, è una storia triste. Dall’inizio alla fine.

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

Strade Blu Mondadori – 231 pagine – 18,00€ 

Conoscete uno scrittore più matto di Chuck Palahniuk? A proposito, lui stesso ha spiegato che il suo cognome si pronuncia Pòlanic. Giusto nel caso vi capitasse di dover dire “Sto leggendo l’ultimo libro di Coso, come si chiama?”

Comunque. Se pensate che i NoVax abbiano costruito nelle loro menti un complotto assurdo, il genio di Fight Club darà nuova prospettiva ai vostri punti di riferimento.

Gates Foster è un papà a cui, 17 anni prima, è stata rapita la figlia Lucinda e sta maturando l’idea di punire personalmente il traffico pedofilo di bambini, di cui si informa ossessivamente sul dark web. L’unica cose che ancora lo trattiene è un gruppo di sostegno formato da padri che, come lui, sono sopravvissuti ai propri figli.
Mitzi Ives è un tecnico del suono di Hollywood, un genio che può vendere le sue registrazioni di urla di morte a cifre sopra il milione. Il problema è che le urla registrate sono vere, non recitate. Mitzi registra gli ultimi tragici momenti di vita di persone sequestrate nel suo studio, anche se poi, con un mix di alcol e psicofarmaci, ne perde memoria.

Gates è veramente autonomo nella ricerca della verità su sua figlia? Mitzi è veramente una serial Killer senza la memoria a breve termine? L’incrocio apparentemente casuale delle due vite svelerà i contorni di un complotto “Deep State”, ma l’intero disegno non si rivelerà prima dell’ultima pagina.

Palahniuk scrive, ancora una volta, un romanzo sopra le righe. Molto sopra. L’essere così fuori dai canoni potrebbe farlo confondere con un horror grottesco, ma in realtà è una sapiente metafora sulla mercificazione della sofferenza umana.

Sinistro, geniale, macabro, per stomaci forti. Straconsigliato.

@DadoCardone

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“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

3° Volume della trilogia MaddAdam) – Ponte delle Grazie Editore – 544 pagine – 24,00 €

Il terzo volume di una trilogia è sempre pericoloso. Penso sia perché contiene in potenza la fine della fatica letteraria e, quando si vuol finire, a volte si banalizza. Non è il caso di questa trilogia.

Nel primo volume (Oryx e Crake) si dice cosa è successo, nel secondo (l’Anno del diluvio) si racconta come e in questo terzo si dovrebbe dire “semplicemente” cosa succede dopo, ma la Atwood non lascia indietro nemmeno uno dei suoi personaggi, portandoli fino alla fine e approfondendo le vicende personali. 

I sopravvissuti alla pandemia mondiale, voluta da Crake per dare il pianeta alla nuova specie da lui creata, si ritrovano e affrontano ciò che viene dopo la “civiltà”. Ci sono molte difficoltà e qualche criminale impazzito, ma la narrazione si sofferma in modo molto interessante non sulla nascita di una nuova civiltà, quanto sull’origine dei miti, delle leggende, della stessa Storia.

I Craker, infatti, sono muniti dei mezzi fisici per sopravvivere a qualsiasi cosa venga dopo, ma nessuno ha voluto far sapere loro la verità di quello che c’era prima. Così loro assorbono voracemente ogni spiegazione, per quanto diluita, allo scopo di farne tradizione orale sulle Origini. E’ molto divertente il frangente in cui “Oh Cazzo!” diventa l’invocazione di un essere mitico che tutti chiamano nel momento dell’estremo bisogno.

In conclusione una bella trilogia in cui ho trovato molti contatti con la realtà odierna, prospettive intelligenti, personaggi ben delineati, una trama stimolante che si svincola volentieri dalla scaletta del volume in lettura.

Non so se si possa parlare esattamente di futuro distopico, perché se non ci diamo una mossa… ma per gli amanti del genere la trilogia degli Adami Pazzi è decisamente consigliata.

@Dadocardone

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“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

edito da Ponte delle Grazie – 19,60€ se lo trovate.

Apro subito in polemica con l’Editore, così, all’americana. Come avrete notato (tutti e 4, cari lettori) ho dovuto mettere un altro romanzo in mezzo prima di poter continuare con la trilogia dell’Adamo Pazzo. Perché? Perché c’è questa usanza di ristampare solo il primo libro della trilogia, per vedere se va. Il secondo l’ho trovato originale del 2009, su Amazon. 

Ora… a parte la copertina, che sembra quella di un romanzo di Liala, a parte che ho perso un sacco di tempo, possiamo continuare.

Ci eravamo lasciati con Jimmy “uomo delle nevi”, avvolto nel suo lercio lenzuolo, convinto di essere l’unico umano rimasto sulla Terra. Lucido a fasi alterne, è anche il custode dei Craker, la nuova razza creata dal suo amico Crake, lo stesso che ha fatto fuori di proposito l’umanità con una pandemia. I nuovi esseri sono bellissimi, genericamente perfetti, vegetariani, immuni alle punture degli insetti e alle gelosie amorose.

Nel secondo volume, “l’anno del Diluvio”, veniamo a sapere che Jimmy non è l’unico sopravvissuto. Ripercorrendo gli ultimi 15 anni, scopriamo che, per motivi più o meno casuali, sono sopravvissute alcune persone della sua vita precedente. Queste ed altre ancora, erano state addestrate alla fine del mondo. Hanno infatti fatto parte dei Giardinieri di Dio, una religione ecologista ed ortodossa che in qualche modo aveva previsto che il mondo di sarebbe spinto troppo oltre, fino a provocare il Diluvio senz’acqua.

In questo secondo volume si nota come la Atwood avesse già seminato nel primo libro indizi di ulteriori sopravvissuti e, cosa che mi è piaciuta molto, riesce a far sì che i due volumi siano un’unica grande storia raccontata da due punti di vista diversi.

Spero che il terzo volume (l’ho già preso, tranquilli voi 4) proponga una fine all’altezza di quanto letto finora. I soli limiti della narrazione sono di natura tecnologica, più che perdonabile visto che sono stati scritti 17 anni fa. E poi… il resto è così tremendamente attuale che, per i temi trattati, potrebbe essere stato scritto ieri.

Fuori due, ne manca uno. L’Adamo Pazzo ve lo straconsiglio.

@DadoCardone

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Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Neri Pozza editore – 222 pagine – 17,00€ 

Con questo libro sono stato ingenuo. Leggendo la IV di copertina la sinossi pubblicitaria era affidata a citazioni de la Repubblica e dell’Espresso. Quello che avrebbe dovuto mettermi in allarme era che entrambe fossero riferite al libro scritto prima di questo dall’autore. Ecco… se incappate in questo meccanismo, non riappoggiate il libro. Tiratelo lontano.

Quello che mi sta più sulle scatole (siamo educati và) è che Sansal è bravo a scrivere, il problema è che questo romanzo, nonostante la potenziale trama ci sia tutta, non è un romanzo. Si tratta di una serie di abbozzi senza soluzione di continuità. In un libro di 222 pagine, prima di riuscire a capire dove vuole andare a parare l’autore, bisogna arrivare a pagina 160. E comunque non vuole andare da nessuna parte, lo chiarisce nelle successive 20 pagine.

Scrittura sperimentale? Sarà, ma a me è parso un lungo rimuginare. Colto, erudito, per carità, ma non so dirvi quante volte mi sia caduto il libro dalle mani colto da travate di sonno dietro la nuca. 

La trama, mai sviluppata, è questa (ma non necessariamente in quest’ordine): Dopo i fatti francesi del Bataclan del 2015, un’anziana insegnante in pensione viene aggredita da un ex alunno islamista e finisce in coma. Si sveglia con una personalità doppia. La nuova è quella di Ute von Ebert, della cui vita la prof si era appassionata in altri momenti. Con la personalità di Ute abbozza un romanzo, che in realtà sono lettere alla figlia, su un misterioso nemico alle porte del suo villaggio immaginario in Germania. Poco dopo muore e la figlia cercherà di capirne il senso.

Raga, no. Non lo consiglio. Per prendere sonno ci sono metodi meno violenti. Ringraziate che mi sono sacrificato io. 

@DadoCardone

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“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

Edito da Ponte delle Grazie – 370 pagine -18,00 

Avevo un grosso buco nelle mie letture, non il solo, ma uno importante. Non avevo mai letto della fantascienza scritta da una donna. Non ho idea del perchè. Nel Fantasy presempio una donna ha scritto uno dei miei libri preferiti in assoluto: Le Nebbie di Avalon – di Marion Zimmer Bradley (ve lo straconsiglio).

Ho voluto cominciare da un’autrice che, sebbene sia superaccreditata nel campo in questione, è forse più nominata per il suo attivismo femminista. Il suo libro più noto è “Il racconto dell’ancella”, ma la Atwood è una scrittrice estremamente prolifica sin dagli anni ’60.

Oryx e Crake è il primo volume della trilogia di MaddAddam, dalla quale sembra vogliano trarre una serie TV. Si tratta di un romanzo ambientato in quello che comunemente viene definito un futuro distopico, ma è la sola definizione in cui si può chiudere questo libro.

C’è un uomo molto sporco che vive su un albero, si copre solo con un lenzuolo ormai lercio. Il suo nome è Snowman. Ogni tanto delle persone bellissime e completamente nude gli portano un pesce da mangiare. Sono i Craker, una nuova razza di esseri umani, progettati in laboratorio. Il resto dell’umanità pare non esserci più. L’ultimo degli uomini ne è in parte responsabile e, in un viaggio alla ricerca di cibo, ripercorre le tappe che dalla sua infanzia l’hanno portato in quel futuro senza suoi simili, senza nemmeno Oryx e Crake, gli inventori della nuova specie.

Margaret Atwood in questo libro (a parte alcuni limiti tecnici dovuti alla data di nascita del romanzo) riesce ad immaginare in maniera molto credibile la degenerazione di una società spinta solo dal profitto, a descriverne le ossessioni e le estreme conseguenze di un pensiero laterale che rifiuta l’imperfezione.

Sicuramente proseguirò con la lettura della trilogia, per il momento questo primo volume lo consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Narratori Feltrinelli – 141 pagine – 14, 00 €

Devo cominciare questo numero dell’inutile rubrica con un’errata corrige. La scorsa volta avevo detto che i lettori di questa rubrica sono ben due. Mi sottostimavo, in realtà pare siano tre. 

Il libro di oggi è particolare. Non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio. Forse è una raccolta di storie. Storie vere? Storie inventate? Ci sono storie vere che contengono invenzioni e storie inventate che contengono verità. L’importante è che non le chiamiate “solo” storie.

Le Storie sono così importanti da riuscir a spegnere la lampadina della razionalità, che poi è quella che ci impedisce di vedere le stelle. E’ il caso del calamaro gigante. Prima di essere un eclatante caso scientifico, ha vissuto a lungo nelle storie dei marinai e di chi abitava le coste. La Scienza, quella che non racconta storie, ma tratta i fatti, ha spesso deriso chi provava a raccogliere quelle storie e ad elevarle a prova. Poi i calamari giganti hanno cominciato a spiaggiarsi, quasi stufi della rovina di chi provava a crederci.

Di Genovesi avevo letto “Esche vive” e devo dire che in quel libro, come in questo, ho trovato una forma di ironia rara. C’è la capacità di mescolare i fatti importanti, quelli esistenziali, con riflessioni tanto limpide da sembrare ingenue, ma colpiscono perché non lo sono proprio per niente. E la saggezza dei bambini, dei sognatori, e dei bugiardi… quelli che rendono più interessante il mondo, offuscato da stupide lampadine, raccontando “solo” storie.

Mi è piaciuto ed ho apprezzato la riflessione ecologica nel finale. Consigliato. 

@DadoCardone

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Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Neri Pozza Editore – 522 pagine – 19,00 € 

Allora… questo scrittore l’ho scoperto io! Scherzo, ovviamente. Mi era però molto piaciuto il suo esordio del 2019: Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Tanto mi era piaciuto quello, tanto mi ha lasciato perplesso questo. Mi spiego meglio.
“Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è una specie di giallo metafisico dove il protagonista passa di corpo in corpo, senza volerlo e con pochi ricordi, in un loop legato alla soluzione di un omicidio. Fra tutte le cose mi era piaciuta molto la resa psicologica di ogni personaggio “occupato”, la personalità presente anche senza la memoria. Una prospettiva raffinata e avvincente.
Poi mi trovo di fronte a questo nuovo libro che, in alcuni passaggi, è addirittura ingenuo in quella stessa resa psicologica. E allora mi sono fatto l’idea che fosse un libro scritto prima, tirato fuori all’indomani del best seller. E’ una mia sensazione eh! Non ho altre prove per sostenerlo. E’ un peccato perchè la trama c’è. 

Il Governatore di un ricco avamposto della Compagnia delle Indie arma una piccola flotta per tornare in Olanda e prendere il suo posto tra i 17 soci che comandano l’impresa. A bordo fa caricare un oggetto misterioso, la “Follia”, e un prigioniero scortato da un olandese gigante. Sammy Pips, il prigioniero, e Arent la sua scorta, sono due famosi investigatori che risolvono complicati enigmi in tutti i domini della Compagnia. Ci sarà molto bisogno di loro, perché a bordo c’è anche un demone che ha a che fare con il passato di ognuno degli imbarcati e che causerà morte e distruzione.

Tra le cose che non mi sono piaciute c’è la fine (brutto da dire di un libro). Non posso dire di cosa si tratta, per non rovinare il romanzo a nessuno, ma… secondo me per renderla plausibile avrebbe dovuto essere dilatata nel tempo, mentre, come scritta dall’autore, rappresenta un capovolgimento di fronte senza motivo.
Lo sconsiglio? No. E’ comunque un bel libro, un bel giallo e un bel romanzo di mare. Ma i due fruitori di questa rubrica inutile sono lettori sofisticati, per cui devo dire le cose come stanno.

@DadoCardone

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FIGLI DELLA FURIA – di Chris Kraus – Recensione

edito da SEM – 900 pagine – 22,00€ 

Pare che per questo libro l’autore abbia intrapreso anni di ricerca. Leggendolo si capisce quanto fosse necessario perché, certo, è un romanzo, ma si incrocia con la Storia dei disastri del XX secolo e di tutti i maggiori servizi segreti dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70. Quasi nessuno dei personaggi è inventato di sana pianta e, peraltro, i più assurdi sono tutti realmente esistiti.

Koja Solm, un pittore lettone sessantenne, è ricoverato in un ospedale tedesco con una pallottola nel cranio. Il suo compagno di stanza è un figlio dei fiori che gli ripete ogni giorno quanto senta in lui una persona meravigliosa. Solo che Koja non è propriamente uno stinco di santo, anzi, la sua vita è stata un costante confronto con il più classico dilemma morale, quello sempre legato alla morte.

Dopo molte insistenze comincia a raccontare. Lo trova terapeutico, perché di pesi sulla coscienza ne ha molti e continua. Continua anche quando lo “Swami” lo implora di smettere, non può sostenere il peso di quelle confessioni senza odiarlo. Koja racconta l’incredibile storia di come è entrato a far parte delle SS, del KGB, dei servizi segreti della Germania del dopoguerra, della CIA e del Mossad. Tutte cose che gli accadono, che non cerca e in cui prova a sopravvivere e far sopravvivere l’amore della sua vita, Ev, sua sorella adottiva, da cui ha una figlia, ma solo dopo che lei ha sposato l’altro fratello, Hub.

Stare pensando a Beautiful? Cancellate questo pensiero perché non c’entra proprio nulla con l’inconsistenza delle Soap. I protagonisti di questo libro sono tutti figli della furia del XX secolo, tutti alla ricerca di un Odio Illuminato che possa riscattare le loro vite in balia di eventi che stravolgono il mondo.

Mi è piaciuto? Con i ritmi, i personaggi e i colpi di scena delle sue pagine meriterebbe una serie, ma solo se diretta da Scorsese. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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“Romanzo con Cocaina” di M. Ageev – Recensione

220 pagine – GOG Edizioni

Ho scoperto un romanzo…. 90 anni dopo. Che poi pare essere il destino di questo romanzo, sempre molto apprezzato da chi lo ha letto, ma mai arrivato al successo editoriale e quindi ripubblicato a grande distanza nel tempo.

Romanzo con Cocaina non è un romanzo sulla cocaina, quella è solo l’ultima parte di una caduta mai interrotta. Vadim Maslennikov, il protagonista, è la peggior persona di cui potrete leggere. Figlio orrendo, pessimo amico, amante distruttivo, essere umano infelice, Vadim vive il personale contrasto con tutto ciò che è giusto consapevolmente. Fin dal Ginnasio sa cosa è onesto, morale, etico e quasi si commuove nel vederlo realizzato nella sua fantasia, ma nella realtà non può fare a meno di cadere nelle sue compulsioni. 

In questo contrasto distruttivo riesce ad essere metafora del suo tempo e della sua patria, che poi è la Russia poco prima della Rivoluzione del ’17. Periodo di cui lui nemmeno si accorge.

Se state cercando un romanzo edificante, magari uno di quelli con un eroe e un finale morale, lasciate perdere, Vadim , al massimo, riesce ad essere sinceramente meschino. Se invece siete alla ricerca di un personaggio attuale… beh in Vadim riconoscerete molti turbamenti del nostro tempo, anche se è stato consegnato alla stampa nel ’34. 

A me è piaciuto e raramente ho trovato un protagonista così abile a scavare nella comprensione della propria inadeguatezza.

@DadoCardone

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“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

Guido Lombardi, regista, sceneggiatore e scrittore, ha pensato a questo libro come soggetto per un film. Per questo all’inizio era un’idea condensata in trenta pagine. Nel corso di dieci anni è stato riempito e rifinito fino a diventare un libro vero e, poi, proprio un film diretto dallo stesso Lombardi.

Non guarderò il film. Non perché la storia non meriti di essere trasposta in pellicola, anzi. E’ solo che leggendolo ho ricreato la complessità di alcuni momenti e… insomma non vorrei fosse sovrascritta dalla recitazione di Scamarcio. 

La storia è quella del piccolo Salvo che, ancora molto piccolo, rimane senza padre, perché arrestato, e poco dopo anche senza madre, perché muore. Dopo sei anni, nei quali Salvo cresce con gli zii, il padre torna e lo porta con sé in un viaggio in Puglia. Un’avventura on the road a metà tra il recupero del rapporto e una vendetta a lungo meditata.

La particolarità di questo libro è che tutto viene raccontato in prima persona da Salvo, intelligente, segnato da dure esperienze, ma pur sempre un bambino. Scrivere di situazioni e stati d’animo complessi e contraddittori usando gli occhi di un bambino di 5^ elementare non dev’essere per nulla semplice, perlomeno riuscendo ad ottenere un risultato come quello de “Il ladro di giorni”, che non è caduto in nessuna incoerenza.

Facile affezionarsi al piccolo Salvo. Lo consiglio.

@DadoCardone

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M: L’uomo della Provvidenza – Recensione

M: l’Uomo della Provvidenza – di Antonio Scurati
Recensione del secondo libro di scurati su Mussolini

di Antonio Scurati – edito da Bombiani – 627 pagine.

Che sia bello e che che Scurati sia un grande scrittore lo devo mettere come premessa a tutto, altrimenti non si capisce la mia piccola critica.

Il primo M racconta dell’ascesa di Benito Mussolini e si ferma all’omicidio Matteotti. Questo secondo M arriva fino al ’32, il consolidamento del potere del Duce. 

Con il consueto metodo dei documenti ufficiali e delle lettere tra i protagonisti (quando non sono informative di polizia), Scurati ricostruisce nel romanzo la vita della Dittatura e del suo inventore.

Il Duce è descritto come un uomo a cui sembra nulla possa essere precluso, ma la cui intuizione marcisce tra le mani. E’ osannato, sacralizzato, il suo stesso corpo nutre le fantasie epiche del popolo. Di contro il suo Fascismo si regge in piedi su continue epurazioni che coinvolgono i nemici quanto gli amici. Tutti vogliono un riflesso di quel potere che lui non può e non vuole concedere. Il potere e la lontananza da chiunque diventano così direttamente proporzionali. 

Antonio Scurati “seziona” con esperta e cinica prospettiva. Ricostruisce la storia del fascismo come in un’autopsia, ma ne ricava tutt’altro che un cadavere. Ci sono lotte fratricide, passioni ormai esaurite che lasciano sofferenti strascichi lunghi quanto la Storia, ambizioni da realizzare a prezzo di molte vite umane e c’è la morte quasi banale della Democrazia.

Ci sono un sacco di cose in questo libro, ma…..Mi è piaciuto di più il primo, era più avvincente. So che sembra in contraddizione con quanto scritto finora, ma c’è un motivo. In qualche modo si avverte che questo (sebbene secondo me dovrebbe essere con l’altro nei programmi perlomeno dei licei italiani) è un libro di passaggio. 

Ovvio che debba uscire un terzo M. Mancano la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Fascismo, mica cazzate. 

Non sapendo quando ci sia di preparatorio nella trama di questo secondo volume, sospendo momentaneamente il giudizio e aspetto di leggere il terzo. (Scurati capirà )

@DadoCardone

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Stoner – di John Williams. Recensione.

Fazi Editore – 332 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Confesso. Ho volontariamente mantenuto questa rubrica sottotraccia, quasi nascosta. Volevo rimanesse, come nel suo intento iniziale, una rubrica di consigli per gli amici. Ci sono riuscito senza troppa fatica, un po’ perché il successo delle rubriche difficilmente è un caso, un po’ perché la passione per la lettura non è proprio la moda del momento.

Oggi vi parlo però di un consiglio che ho ricevuto io. Marco, un amico recente, mi ha consigliato di leggere Stoner di John Williams. Ero un po’ restio, perché ne avevo letto la trama e non mi aveva entusiasmato. Poi, leggendolo (l’amico è sicuramente da ascoltare nel campo in questione), ho scoperto che di questo romanzo è impossibile fare una sinossi senza sminuirlo. E’ bello in molti modi diversi, difficili da racchiudere in poche righe.

Questo libro, scritto nel ’65 e miracolosamente riapparso dopo il 2000 come caso letterario, parla dell’eccezionalità di una persona normale, un docente universitario, uno che non fa carriera, uno che sta lì piantato in mezzo al fiume della sua vita e lascia che tutto gli scorra addosso. Non lo fa per inedia, ma in virtù dell’unica cosa che vuole essere: un insegnante. La sua pervicace immobilità altro non è che il segno di una passione irriducibile, capace prevalere su tutto, l’amore, la serenità, la famiglia, la carriera. E tutto questo non perché Stoner sia incapace d’affetto, anzi, prima o dopo ne prova per qualsiasi figura attraversi la sua esistenza, anche per chi la rovina con premeditazione.

Non dico di più della trama, però una cosa la voglio spoilerare. Stoner amici vi fregherà tutti. Leggerete le prime pagine convinti di trovarvi di fronte ad un’esistenza piatta e incolore, destinata a rimanere tale. Senza che ve ne accorgiate però vi troverete di fronte ad una storia appassionante e ad una prosa che vi descriverà in modo limpido la profondità e la complessità dell’animo del protagonista.

Se vi piace leggere Stoner è bellissimo. Se vi piace scrivere è necessario. Grazie Marco.

@DadoCardone

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Esche Vive – di Fabio Genovesi. Recensione.

Edito da Oscar Mondadori – 385 pagine – 14.00€ al momento del mio acquisto.

Ultimamente mi sento una specie di rabdomante dei libri. Appoggio lo sguardo sui lunghi banconi espositivi, resisto alla tentazione di scegliere il primo romanzo a caso (per non rimaner soffocato dalla maledetta mascherina) e aspetto la vibrazione. A volte è una copertina, in altre occasioni è un titolo. Altre volte ancora sono tutte e due le cose assieme, più una frase che leggo nel mezzo.

Nel caso di Esche Vive la “vibrazione” è arrivata dal titolo del primo paragrafo: Galileo era uno scemo. Non che sia una mia convinzione, ma ho dovuto assolutamente capire dove andava a parare quella considerazione. E così ho scoperto un romanzo bellissimo, dove personaggi imperfetti mettono in atto strategie sbagliate, che naturalmente non funzionano, ma che tracciano comunque verità esistenziali inoppugnabili.

Fiorenzo è un diciannovenne privo della mano destra, orfano di madre, con un padre concentrato sul futuro campione del ciclismo italiano. A scuola va male, ma, mentre gestisce il negozio di pesca di famiglia, coltiva il sogno di diventare famoso con il suo gruppo Metal. Tiziana è una trentenne che, dopo un percorso di studio di successo, si lascia tentare da un’occasione nel suo paesino d’origine. Un ufficio “Informa Giovani”, tuttavia frequentato solo da anziani. Entrambi sono intrappolati a Muglione, un buco in toscana circondato da campi e fossi puzzolenti. Poi c’è Mirko, il campioncino del ciclismo, speranza di gloria per il paese, che non capisce l’importanza di vincere, perché non ha mai perso. E’ però pervaso da una specie d’istinto che lo porta sempre a comprendere la vera sostanza delle situazioni e delle persone. Fiorenzo e Tiziana, s’incontrano proprio a causa del campioncino. Vittime solidali della trappola di Muglione, fanno partire una storia d’amore impossibile che, comunque, li costringerà a mettersi in gioco veramente.

Le esche vive del titolo sono gli stessi protagonisti: se sull’amo non metti niente, nella vita non succede niente. I personaggi di Fabio Genovesi sono bravi a mettersi su quell’amo e ci si mettono per quello che sono, non da personaggi improbabili, ma da perfetti prototipi di persone reali, riservando a se stessi la prima e più grossa dose di sarcasmo. Fiorenzo non è un ragazzo più maturo della sua età, che affascina una donna più grande. E’ inesperto, eccessivo, instabile. Tiziana non ha intenzione di guidare un ragazzo più giovane alla scoperta di qualcosa, cerca solo stimoli nel “fosso” dove si è andata a incastrare.

Ironico, sarcastico, un romanzo dove i protagonisti sembrano guidati da pensieri semplici, quasi di sopravvivenza, ma che in realtà parlano di esistenza. Vi farà riflettere e sorridere molto spesso. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Prima di noi – di Giorgio Fontana. Recensione.

Sellerio Editore – 886 pagine – 22,00€ al momento del mio acquisto.

Mi permetto di dirlo perché, in fondo, queste recensioni sono solo consigli per gli amici. Prima di Noi, di Giorgio Fontana, ho fatto fatica a finirlo. Non perché fosse brutto o scritto male, ma perché non volevo separarmi dalla famiglia Sartori. Capita a volte di affezionarsi ai protagonisti di un libro, in questo caso mi sono ritrovato a centellinare i capitoli per non arrivare troppo in fretta alla fine delle sue quasi 900 pagine.

Questo è un grande romanzo. Storico, corale e veramente avvincente, anche se racconta di una famiglia come ce ne sono tante in Italia. La famiglia Sartori però ha un grosso debito con il suo passato. Il fante Maurizio Sartori, disertore dopo la Caporetto della Prima Guerra Mondiale, mette incinta Nadia, una giovane contadina Friulana, e poi scappa per ritornare al suo paese natio. Gabriele Sartori avrebbe potuto essere l’ennesimo figlio senza uno dei genitori, ma il padre di Nadia va di persona a riprendersi il fuggitivo e lo riporta a casa. Maurizio Sartori ha un peso che lo opprime, un nichilismo che gli fa desiderare l’annientamento di tutto, se stesso compreso. Nadia è posseduta dall’istinto contrario e lo costringe a trovare un modo per volersi bene.

Se pensate che stia spoilerando state tranquilli, queste sono solo le prime pagine. Le vicende della famiglia Sartori si dispiegano in un racconto che va dalla Prima Guerra Mondiale al 2012. Per capire questo libro è molto importante, tuttavia, comprendere l’irrequietezza dell’animo del capostipite, perché ognuno dei protagonisti ne sarà segnato quasi geneticamente, anche se in forme diverse. Nessuno di loro conosce il presupposto da cui ha origine la propria famiglia, ma tutti arriveranno a chiedersi quanto peso ha ciò che c’è stato prima di loro, nella spasmodica ricerca di una felicità che sembra non esistere. Una degli ultimi discendenti, Letizia, ipotizzerà un bilancio di sofferenza da pagare inevitabilmente. Alcune generazioni fisicamente, con una guerra, altre psicologicamente con afflizioni dell’animo e malattie debilitanti.

Non dico di più sulla trama, anche se avrei voglia di raccontarla capitolo per capitolo. Aggiungo solo che le gioie e i dolori della famiglia Sartori non sono diverse da quelle di ognuno di noi, ma che Giorgio Fontana ha un talento particolare nel descrivere gli stati d’animo, in una continua altalena tra la poesia della normalità e il crudo pragmatismo del nutrire i propri sentimenti, d’odio, d’amore, di paura, di libertà .

Il più bel libro letto quest’anno. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La mano di Fatima – di Ildefonso Falcones. Recensione

TEA Editore – 911 pagine – 13,00 €

Mi piace quando i libri si danno da fare con le coincidenze e ti costringono a riflettere sulle cose. Nella precedente recensione vi ho parlato de “l’ultima del Diavolo” di Pietrangelo Buttafuoco. Era un romanzo che, in estrema sintesi, raccontava una storia sul Diavolo, intenzionato a tenere separati Islam e Cristianità. Un testo che, stranamente, avevo dimenticato senza leggere nella mia modesta libreria. Giorni fa mia madre ha preso un romanzo, tra una pila che le avevano passato per superare la quarantena, e me l’ha dato assicurandomi che mi sarebbe piaciuto.

Il libro in questione era proprio La mano di Fatima e riprendeva l’argomento dei punti in comune tra mussulmani e cristiani. Non è finita qui però, perché ieri, quando l’ho finito, hanno liberato Silvia Romano, oggi Aisha, convertita all’Islam. Gli insulti che ha ricevuto a mezzo social, mi hanno riportato ancora una volta sul tema del contrasto tra due religioni che hanno lo stesso Dio e addirittura una buona parte di figure sacre. Un attrito dovuto in buona parte a posizioni d’ignoranza e intolleranza.

Ecco. Queste sono le coincidenze. Chiaro, non è che ho sognato tre numeri e poi mi sono usciti sulla ruota giusta, ma direi che sono stati un buono stimolo alla riflessione. Cos’altro si può chiedere ad un romanzo  oltre al piacevole intrattenimento?

Lasciando da parte i miei pretenziosi appuntamenti con il destino, questo libro di Ildefonso Falcones mi è piaciuto molto. E’ un racconto epico, storicamente molto accurato, con un ritmo coinvolgente e continui cambiamenti di fronte che ti fanno scivolare tra le mani le sue oltre 900 pagine.

Racconta la storia di Hernando e, tramite lui, le vicissitudini dei Moriscos, mussulmani spagnoli del 1500 costretti a diventare “nuovi” cristiani. Hernando, o ibn Hamid, come sceglierà di essere chiamato durante la sua vita, rimarrà sino alla fine delle vicende narrate un involontario perno umano tra le due culture. Figlio di una mussulmana violentata da un prete, viene disprezzato sia dai cristiani che dai mussulmani. Questi ultimi lo chiamano con disdegno “il Nazzareno” per sottolineare che non sarà mai uno di loro. Hernando, però, oltre ad essere un incrocio mal sopportato, è anche colui a cui vengono insegnate entrambe le religioni. Il parroco della sua comunità vuol alimentare la sua parte cristiana e Hamid il faiqh, autorità mussulmana, gli insegna le tradizioni del suo popolo come fosse un figlio.

Questa condizione regala una cultura superiore a Hernando che, al contrario della maggioranza dei suoi contemporanei, sa leggere e scrivere, addirittura nelle due lingue. La sua istruzione non basta però a toglierlo dalla scomoda posizione cui è destinato. Proverà per tutta la sua dolorosa vita a trovare una sintesi tra le due posizioni che non contempli la violenza e si troverà anche a dover scegliere tra due compagne di vita di opposte religioni.

Se siete appassionati di avventura e storia non potete assolutamente perdere questo romanzo. Oltre ad una tecnica narrativa perfetta per il genere di riferimento, Falcones propone un approfondimento storico e antropologico di notevole spessore.  Per il resto sono sicuro che anche voi come me, vi troverete a girare febbrilmente una pagina dopo l’altra per scoprire se è arrivata l’ora di un po’ di pace per Hernando.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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L’ultima del Diavolo. Di Pietrangelo Buttafuoco – Recensione.

Edito da Mondadori – 260 pagine – 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi devo dire una cosa che mi è successa. Non sono sicuro si faccia anche nelle recensioni serie, ma questa è una recensione per gli amici, dunque me ne prendo licenza. Non mi piace tanto leggere dal tablet, sarà l’età. Guidato dalla fame di libri di carta, ho scandagliato la mia modesta libreria in cerca di un testo che, perlomeno, non mi ricordassi tanto bene. Et voilà, è saltato fuori un libro che avevo appena iniziato e non finito. Mi verrebbe da dire “miracolo!”, non fosse che il romanzo s’intitola “L’ultima del Diavolo.”

Il Cardinal Taddeo Reda, consigliere diplomatico della Santa Sede, è un principe della Chiesa. Nick Mac Pharpharel invece è il Principe degli Inferi, il Diavolo in persona. I due s’incontrano quando Taddeo si sveglia con l’urgenza di una scimmia e una pistola, per organizzare una festa che gli è venuta in mente.

Il pensiero gliel’avrà messo in testa ‘o Riavulo (come lo chiama il napoletano Taddeo), ma il Cardinale è comunque un personaggio piuttosto fuori dalle righe. E’ un erudito, scaltro diplomatico, ma è anche uno che appena sveglio si tocca i testicoli prima di fare il segno della croce. E’ convinto che il Paradiso sia per i ricchi, perché solo loro sono in grado di sfuggire all’invidia e al “desiderio dell’altrui sfortuna”. Tra l’altro Dio gli sta antipatico perché l’ha condannato alla vita.

Il Diavolo ha la strada spianata per il suo piano e propone un patto a Taddeo. Bruciare i manoscritti di Bahira, un Santo cristiano, che è niente popò di meno che il Talent Scout di Maometto, in cambio di 12 milioni di dollari. Quegli scritti sono la prova che il credo Islamico è la naturale prosecuzione di quello che viene dopo Cristo nei piani del Signore. Una prova che, potenzialmente, potrebbe riunire i credo dell’umanità, cosa inammissibile. Il Cardinale accetta, ma non per i soldi.

Questo romanzo è molto particolare, sia per quello che racconta, che per il modo di farlo. L’autore, come i suoi personaggi, gioca con l’erudizione e non si risparmia nel portare alla luce i collegamenti (realmente esistenti) tra l‘Islam e la Cristianità. Con una scrittura che a volte sembra poesia, a volte stornello, sempre sfida d’erudizione, Pietrangelo Buttafuoco conduce il lettore nella scoperta di ciò che guida il Diavolo nei suoi piani e di come l’Adamo , a cui rifiutò di inchinarsi, lo contrasti.

Lo consiglio? Sì, ma non a tutti. Solo a chi ha veramente voglia di scoprire l’ultima del Diavolo.

@DadoCardone

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Come Dio Comanda di Niccolò Ammaniti – Recensione.

Premio Strega 2007 – Edizioni Oscar Mondadori – 478 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Avete voglia di leggere un libro intenso? Allora vi consiglio Come Dio Comanda, di Niccolò Ammaniti. Vi terrà incollati alle sue pagine permettendovi di respirare raramente.

Rino e Cristiano Zena sono padre e figlio. Una madre non c’è, li ha abbandonati. Rino è un rissoso disoccupato, alcolizzato, con tendenze naziste, che cerca di educare il figlio alla forza. Di sicurezze, tuttavia, lui non ne ha tante, se non quella che bisogna colpire per primi e quel figlio, che lo ama e lo teme. D’altronde Rino come fare il padre se lo è inventato da solo, la sua infanzia l’ha passata  in orfanotrofio e l’unica cosa che ha imparato è la legge del più forte.

Corrado, detto Quattro Formaggi, e Danilo sono gli unici amici che ha. Quattro Formaggi l’ha conosciuto proprio in orfanotrofio, dove già era un po’ strano, ma non come è destinato a diventare dopo un incidente con l’alta tensione capitato in età adulta. Anche Danilo ha una brutta storia da sopportare. E’ diventato alcolizzato dopo che la figlia gli è morta in macchina, soffocata. Rino, Corrado e Danilo, si mettono in testa di rapinare un bancomat. La notte programmata per il colpo avranno modo di scoprire che non avevano ancora raggiunto il fondo. Dovevano ancora scavare.

Come Dio comanda è un romanzo spietato, soprattutto verso il lettore. I suoi protagonisti sono esseri senza speranza, abituati alla sconfitta, dipendenti dall’alcol e da fantasie mortali. Per loro non è previsto lieto fine e ci si trova a leggere cercando di capire se finiranno male o peggio. Non fraintendete, non è che manchino i colpi di scena, anzi. Solo che i tre balordi cercano redenzione dove possono trovare solo disperazione e in tutto ciò, pur non volendo, trascinano il tredicenne Cristiano che li considera la sua famiglia.

Ruvida, ipnotica a tratti disturbante. Non la si può proprio perdere una storia così.

@DadoCardone

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Colui che gli Dei vogliono distruggere – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 334 pagine – 8,60€ al momento del mio acquisto.

Difficile parlare di questo romanzo senza spoilerare nulla, perché i nodi narrativi sono diversi e tutti fondanti. Comincio con il dire che il suo sviluppo per diverse ragioni potrebbe essere tranquillamente applicato a una grafic novel. Poi, ovviamente, in puro stile Gianluca Morozzi, c’è Bologna, il rock, ed eroi che, anche quando lo sono veramente, non possono fare a meno di mostrarci il loro lato un po’ patetico.

Dunque.. provo a spiegare. Ci sono due universi paralleli e due pianeta Terra. Su Terra L c’è un Supereroe che non ci sa fare con la sua vita normale e su Terra Prima c’è un Rocker che non ci sa fare con la sua vita da “star”. Entrambi soffrono pene d’amore. I due universi entrano in contatto nel presente, ma gli effetti si vedono nel passato di Terra L influenzandone il futuro. In che modo? Beh, non vi posso dire molto perché è uno dei nodi del libro. Provate a pensare, però, cosa succederebbe se privaste totalmente un genio della musica, tipo David Bowie, della possibilità di esprimersi in modo artistico… in questo mondo non è successo, ma magari in uno parallelo sì e, magari, David si è sfogato diventando un genio del male.Che roba eh!? Ma non è tutto qua. C’è Leviatan che ha tutti i poteri immaginabili, ma solo due alla volta e che cambiano due volte al giorno. C’è Ragnarock, la sua nemesi, come in ogni fumetto che si rispetti. Parallelamente, sull’altra terra, c’è Kabra un Rocker che si dibatte tra l’anaffettività, l’ispirazione perduta e il suo mondo composto interamente da chi ruota attorno alla sua band: I Despero. Però non fatevi pregiudizi del tipo che le cose strane succedono a Leviatan e non a Kabra.. anzi il grottesco sembra appartenere più all’universo “normale” che a Terra L. Qualsiasi sia la Terra su cui si svolge la narrazione, tutto sembra essere legato alla massima di Euripide: A colui che gli Dei vogliono distruggere, prima viene data in dono la pazzia.

Questo romanzo è un’esperienza divertente e la consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Dracula ed io – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 250 pagine – 7,99€ Ebook – 14,25€ di carta.

Ero in quarantena (mica solo io eh) e non avevo voglia di scegliere un libro aspettando una consegna materiale, così, visto che ho Kindle sul tablet, ho pensato di scaricare un romanzo al volo. Solo che su Amazon Libri, soprattutto in versione Ebook, c’è un piccolo problema. Non ti puoi fidare troppo delle recensioni e di quello che il sistema ti butta sotto il naso. Avete presente il meccanismo per cui 50 sfumature di sticazzi è il libro più venduto del ventennio? Ecco. Per gli Ebook è peggio. La casalinga arrapata spadroneggia e i più venduti di solito sono libri la cui copertina raffigura maschi a petto nudo. Il sistema si adegua alla domanda, ovviamente.

In questi casi il metodo è imporre le mani sulla propria libreria e farsi cogliere dall’ispirazione. Stavo appunto imponendo, quando mi vedo davanti agli occhi “Colui che gli Dei vogliono distruggere.” Cazzo, Morozzi. E niente semplicemente digitando il suo nome mi appare la copertina di “Dracula ed io”. Finito in un giorno. Bello.

Gianluca Morozzi è come quegli chef che buttano l’impossibile dentro il frullatore, pure il coccio delle uova, tanto alla fine ne viene fuori la vellutata a cui non avevi pensato. E c’è riuscito anche con questo romanzo. Ha preso Dracula il vampiro, Bologna e le sue leggende, un antieroe proprietario di una fumetteria, un gruppo d’amici tipo Friends (ma più rustici), un serial Killer, delle tette et voilà: un tragicomico thriller horror.

Come sta tutto insieme coerentemente? Ci vuole bravura, garantito, tuttavia la dinamicità con cui racconta le storie di tutti i protagonisti, quasi contemporaneamente, è la chiave di volta. Mentre le pagine scivolano veloci sotto il tuo indice, lui ti racconta della vera storia di Dracula e di cosa c’entra con Bologna, nonché delle avventure sentimentali di Lajos e dei suoi amici, l’Orrido, La Betty e Lobo. In mezzo a tutto questo, poi, ti tiene attento con un serial Killer che uccide donne incinte in giro per la città.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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1Q84 di MURAKAMI – Recensione.

Libro 1 e 2 – Einaudi Super ET – 718 pagine. Libro 3  – 408 pagine.

Volete un libro da quarantena? Vi consiglierei questo romanzo di Haruki Murakami che, tra tutti e tre i libri, ha il pregio si superare le mille pagine. Quindi non proprio un botta e via. Io il terzo l’ho dovuto scaricare in formato Ebook perché, finito il volume che conteneva i primi due, non ho voluto rompere il mio isolamento. Non tanto per la legge, quanto perché lo gradisco.

Prima di parlarvi di 1Q84, vi dico una cosa personale del mio rapporto con MURAKAMI. Mi sballa. Sarà perché entra ed esce di continuo dalla dimensione onirica, ma io, quando lo leggo, faccio dei sogni strani e particolarmente vividi. Non sto vendendo l’effetto per garantito, ma sicuramente il suo modo di scrivere tocca corde che gli scrittori occidentali lasciano intonse. Quello che posso garantire è che le sue storie sono tutte molto (molto) particolari, proprio come 1Q84. Una storia d’amore che viaggia tra diverse dimensioni della realtà.

Tengo e Aomane sono due bambini di dieci anni. Tengo è figlio di un esattore del Canone radio TV, la famiglia di Aomane è fedele ai precetti dei Testimoni. I bambini sono intelligenti e solitari ed entrambi sono costretti a rinunciare alla loro infanzia per seguire i genitori. L’uno nella riscossione del canone, l’altra nel fare proselitismo. Un giorno a scuola Tengo difende Aomane, che non gli manifesta subito la sua gratitudine, ma aspetta di trovarlo solo. Durante una ricreazione Aomane gli stringe la mano guardandolo negli occhi e quell’atto resterà impresso nell’anima di entrambi, pur perdendosi di vista per vent’anni.

Tengo trentenne è un professore di matematica, Ghostwriter, con l’ambizione di scrivere romanzi suoi. Aomane è una preparatrice atletica, ma è diventata anche un killer che per missione uccide mariti molestatori. Le loro vite continuano a essere quelle di persone solitarie e incomplete. Entrambi, però, un giorno, guardando il cielo si accorgono che ci sono due lune. E’ il segno che sono in una dimensione diversa. Una versione della realtà dove i Little People possono governare i destini delle persone. E’ una dimensione che li sottopone a dure prove, ma che, per la prima volta dopo vent’anni, regala loro la speranza di potersi incontrare di nuovo.

E’ un libro pieno di strani personaggi accuratamente descritti. Maschere ossessionate e malinconiche, che si muovono tra la percezione di una realtà diversa, sogni che sembrano profezie e libri che cambiano il corso della storia. Quello che colpisce di più è che tutto quello che succede è illogico e caotico, ma Murakami riesce a metterlo in scena coerentemente e a costruire un meccanismo dove anche l’irrisolto ha un senso. Su tutto la relatività del Bene e del Male, nelle intenzioni degli “Dei”.

Lo consiglio? Sicuramente sì, anche agli amici che amano libri più corti e meno introspettivi. A loro dico: resistete ragazzi, tra le pagine ci sono anche rapporti sessuali con ragazze magre dotate di grosse tette.

@DadoCardone

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Nella camera oscura – di Susan Faludi. Recensione.

Collana Oceani – Editore la Nave di Teseo – 520 pagine – 18,70€

Questa è la recensione di un libro verso il quale nutro sentimenti contrastanti. E’ un’opera che ha vinto molti premi e non l’ha fatto immeritatamente, perché racconta una storia fenomenale. Solo che lo fa con duecento pagine che sembrano prese da altri libri e messi dentro a forza. Mi spiego meglio.

Susan Faludi, l’autrice, è una giornalista americana Premio Pulitzer e ha al suo attivo diversi successi come scrittrice. La sua produzione letteraria rappresenta soprattutto una testimonianza d’impegno in ambito femminista. Non elenco queste cose solo a beneficio di registro, anzi, tenete bene a mente questo profilo.

Susan è figlia di un Ebreo Ungherese naturalizzato americano. Un uomo sfuggito alla persecuzione nazista, un professionista della fotografia e della post produzione, ma anche un individuo rigido e autoritario con la sua famiglia. E’ tanto dispotico che la madre di Susan lo lascia, attraversando un divorzio tormentato che comprende atti di violenza.

La giornalista perde i contatti con suo padre e li recupera molti anni più tardi, quando Steven Faludi le annuncia di aver cambiato sesso. A 70 anni passati è andato in Thailandia ed è tornato come Stephanie. Il libro, o perlomeno la sua parte appassionante, è una sorta d’indagine investigativa. Susan cerca di capire quali sono stati i prodromi di quel cambiamento. Si era sempre sentito/a donna? O aveva maturato dopo la sua identità, magari durante il matrimonio?

Ne viene fuori il profilo di un uomo eccezionale. Dalle avventure durante il dramma dell’Olocausto, all’invenzione del mestiere di fotografo documentarista dal nord Europa al Brasile, alla creazione di una professione come post-produttore per importanti riviste a New York, dove forma anche una famiglia. Sempre un po’ inventando, sempre un po’ imbrogliando il destino, con una spiccata e insolita capacità di cambiare e travestirsi. E’ anche, però, il ritratto di un uomo solo. Solo a causa di genitori anafettivi, solo a causa del suo continuo fingersi altro. L’operazione per diventare donna è l’ultima delle sue invenzioni per resettare quello che il mondo pensa di lui, togliendosi un’altra etichetta di dosso. Non è ebreo, non è ungherese, non è un uomo. O forse è tutto questo e molto di più.

Dov’è dunque la parte del libro che non mi è piaciuta? La storia di Steven Faludi è intensa e complessa, nel raccontarla Susan ha peccato di troppe spiegazioni, talvolta nemmeno concernenti ciò che stava descrivendo. La persecuzione degli Ebrei, il Femminismo, la storia dei diritti dei Transessuali, la Storia dell’Ungheria, sono tutte cose che c’entrano con la vita di suo padre, certo, ma non possono diventare tutte dei coprotagonisti. Il rischio è di perdere la forma di una storia appassionante, e commovente che, già da sola, fa perdere il conto delle implicazioni.

Lo consiglio? Se siete in grado di sezionare le vostre letture e non farvi turbare dai corpi estranei , sì. Per quanto mi riguarda, dopo la terza lezione di storia dell’Ungheria ho fatto molta fatica a non lasciarlo perdere.

@DadoCardone

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Il Braccio Destro – Di Walter Delogu e Davide Grassi.

Mursia Editore – 223 pagine – 17,00€ prezzo intero della copertina.

A volte lo faccio, ma questa recensione in particolare necessita di una piccola premessa. Uno degli autori del libro, Davide Grassi, è un mio caro amico e ho avuto modo di conoscere anche Walter, che ho trovato molto simpatico. Tra l’altro la copertina del libro è stata realizzata con un mio scatto. Per cui dare peso o meno alla recensione è una scelta che lascio totalmente nelle vostre considerazioni.

Il Braccio Destro, edito da Mursia, è un romanzo particolare. Potrebbe essere considerato, a tutti gli effetti, un prequel del libro scritto da Andrea Delogu, figlia di Walter. La Collina (di cui ho già fatto la recensione qui), si concentrava sulla libera interpretazione delle memorie di Andrea, degli anni passati a San Patrignano con i suoi genitori. Ne “Il braccio destro”, invece, la parola passa a Walter che, grazie al personaggio ideato con l’aiuto di Davide Grassi, ripercorre la genesi criminale che lo avrebbe poi portato più volte in comunità.

Lasciatemi dire che non è mai facile recensire le memorie di un uomo che hai conosciuto, anche se romanzate. E’ inevitabile leggere fra le righe e ricostruire la persona che conosci, seppur superficialmente. Ti sembra quasi di giudicare, ma questo lavoro lo devo fare, perché il libro è bello, sia per quello che racconta apertamente, sia per quello che, con un po’ di attenzione, ci si trova.

Angelo Melis è un ragazzino sedotto dalla Criminalità. A fargli scattare l’esigenza di percorrere quella strada è, tra le altre cose, un padre che lui considera troppo remissivo nei confronti di quello che la vita gli ha tolto. Suo padre non ha nulla che non vada. E’ un lavoratore onesto, con una seria preoccupazione riguardo al futuro del figlio, ma non sa prendere posizione come gli spietati criminali che Angelo ammira. Loro si appropriano di tutto senza chiedere il permesso e anche Angelo desidera questa possibilità.

La criminalità porta con sé anche un’assenza totale di normalità. Angelo vive Milano con altri ritmi, altre paure e altri parametri, rispetto alla popolazione produttiva. Sente forte anche il contrasto sociale con la “Milano bene” e questo porta sempre a un corto circuito quando ne incontra i figli. E’ giovane, troppo giovane per fare la vita da malavitoso e trova sostegno solo nella droga. Eroina, cocaina, a volte tutte e due insieme, e le pistole. Quelle gli piacciono e gli regalano la sicurezza in più che la droga non può offrire.

Angelo Melis scala le organizzazioni a cui si affilia e molto spesso cade in disgrazia a causa dei suoi vizi. Per questo non è mai lui il boss e l’unico ruolo che gli è consentito raggiungere è quello di braccio destro. A lui sta bene così. Ha tanta insofferenza dentro di sé e l’unica cosa che gliela fa dimenticare, oltre alla droga, è un ordine rischioso, da accettare senza discussioni, impartito da uno dei suoi “padri” criminali. E di quelli ne trova. Ne trova uno anche in quella Comunità che, in fin dei conti, lo salva da una vita da tossico. Lì c’è Sergio, un uomo che, senza alcuno scrupolo, vuol realizzare la sua visione e che non si fa pregare per usare le abilità da strada di Angelo.

Questo romanzo l’ho finito in un giorno. Per tutta la lettura sono rimasto sulle spine, cercando di capire se il capitolo successivo mi avrebbe proposto una caduta o una redenzione. Ho apprezzato lo stile da spaccone con cui il protagonista racconta quella che, in sostanza, è una lunga e interminabile caduta verso una vita normale e il desiderio di una famiglia. Angelo Melis, alla fine, è un uomo con un retaggio criminale che trova solo nell’ultima sconfitta il regalo della normalità.

Questo romanzo rappresenta un buon uso delle appassionanti memorie di Walter e un grande lavoro di Davide che, fortunatamente, da avvocato penalista, ha saputo organizzare in forma coerente la grande spinta di una tormentata memoria realmente criminale. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La Collina di Andrea Delogu e Andrea Cedrola – Recensione.

Edito da Fandango Libri – 343 pagine – preso in prestito.

A volte ti capita un bel libro tra le mani ed è proprio lui che trova te.  Ammetto che vedendolo in libreria non me ne sarei interessato, ma solo per un mio limite. Se non conosco l’autore, o non ho sentito parlare del romanzo, mi lascio guidare dalle copertine e il mio gusto in merito è molto noir.

E’ successo però che il mio amico Davide Grassi sia in dirittura d’arrivo per la pubblicazione di un romanzo, edito da Mursia, in collaborazione con Walter Delogu e liberamente ispirato alla sua vita. Per chi non lo sapesse Walter è stato autista e uomo di fiducia di Vincenzo Muccioli, il fondatore di San Patrignano. Ho collaborato anch’io in minima parte con la foto di copertina e alcuni book trailers. (Qui di seguito per chi fosse curioso).

https://youtu.be/zI4s59Grb4M
https://youtu.be/VZpsy1ULAeQ
https://youtu.be/feCF7NxyiM4

Avevo dunque necessità di capire la storia che veniva affrontata dal romanzo. Oltre ad essermi guadagnato un pranzo con Walter e le sue memorie da film, Davide mi ha anche prestato da leggere La Collina, scritto da Andrea Delogu, famosa attrice e presentatrice, nonché figlia di Walter, in collaborazione con Andrea Cedrola. Ecco, questa è la storia di come io e questo libro ci siamo incontrati.

La Collina è un romanzo liberamente ispirato alle memorie di Andrea Delogu che, assieme ai suoi genitori, ha passato tutta la sua infanzia, tranne un breve intervallo, nella comunità di San Patrignano. Valentina, l’alter ego romanzato di Andrea, ripercorre tutte le vicissitudini della sua famiglia in comunità che, inevitabilmente, s’intersecano con fatti di cronaca molto noti. Sono gli stessi avvenimenti che hanno portato Vincenzo Muccioli (nel libro Riccardo) a essere uno dei personaggi più controversi degli anni ’90.

Questo romanzo è stato una gratificante lettura sotto diversi aspetti. Prima di tutto l’intreccio narrativo è molto interessante. Sarà anche liberamente ispirato, ma la personalità del “probabile” Muccioli è delineata con una perfezione non solo stilistica. E’ inevitabile pensare che solo chi l’ha conosciuto de visu sappia descriverlo così bene e, di conseguenza, i fatti raccontanti acquistano un sapore estremamente reale.

Il secondo motivo per cui La Collina è un bel romanzo è il suo congegno stilistico. Nella nota biografica di Andrea Cedrola si legge che, usualmente, scrive per il cinema. Questo particolare s’intuisce anche da come il romanzo non venga mai lasciato riposare su se stesso. I passaggi di memoria da Valentia a suo padre Ivan, i dialoghi, le descrizioni piacevolmente contaminate dal mestiere di sceneggiatore, riempiono questo libro di pagine coinvolgenti, mai noiose, concentrate. Per tutto quanto descritto e per la curiosità di capire qualcosa in più della vecchia San Patrignano, consiglio questo libro agli amici che seguono la mia piccola rubrica.

@DadoCardone

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La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano – Recensione.

Edito da Mondadori – 304 pagine – Genere: Noia

Con questa recensione, datata 2011, ero andato a toccare uno dei  mostri sacri degli ultimi anni. Premio Strega 2008 e, tra gli altri, premio Campiello Opera Prima.

Il fil rouge, che l’autore (laureato in fisica teorica) vuol farci intendere di seguire nel libro, è questa legge matematica secondo la quale esistono dei numeri primi speciali separati da un solo numero pari. Vicini, ma mai abbastanza per toccarsi. Secondo me invece l’impalcatura che regge la trama è il primo principio della dinamica:“Se un corpo è soggetto ad un sistema di forze a risultante zero, allora rimane in quiete o in moto rettilineo uniforme.”. Sì perché il libro si svolge nella più totale immobilità. A parte un evento traumatico iniziale per entrambi i protagonisti, che mi aveva fatto ben sperare, per tutto il resto del libro (300 cazzo di pagine) succede meno che in una mia settimana da influenzato.

Ma veniamo alla trama che (attenzione!) contiene spoiler. Alice da piccola, durante una lezione di sci, si allontana dal gruppo per defecare. Cade in un canalone e diventa zoppa. Mattia ha una gemella, Michela. Lui è super intelligente, lei ritardata. Mattia abbandona Michela in un parco di notte per non portarla ad un compleanno perché si vergogna di lei. Michela sparisce senza lasciare tracce. Mattia, quando scopre che la sorella non è più dove l’ha lasciata (alla faccia della super intelligenza), prende un vetro da terra e comincia a tagliarsi. Questo è tutto ciò di interessante che si può trovare nell’opera in quanto, nonostante l’incipit metta molta carne al fuoco, ti ritrovi ad accompagnare nella crescita un genio maniaco compulsivo autolesionista e una anoressica senza che succeda nulla. Adesso tu caro lettore ti chiederai: “mai dai! Con due personaggi così pieni di problemi, vuoi che..?”. Giudica tu, ecco il resto della trama.

adolescenza: si conoscono ad una festa. Lei cerca di baciarlo per fare bella figura con le sue amiche, lui rifiuta perché si trova a disagio con il contatto fisico.

Giovinezza: Lui confessa a lei di essersi perso la gemella e allora bacio a stampo. Poi lui si laurea con il massimo dei voti in matematica (essendo Rain Man non fa nemmeno troppa fatica) e lei si mette a fare la fotografa. Lui riceve un’offerta per una cattedra nell’estremo nord europa. Lei non ce la fa a dirgli di non andare. Lui parte e la madre di lei muore.

Maturità: Lui vive a nord da tempo E’ un disadattato (come da principio), è vicino ad una scoperta matematica, ancora deve trombare. Lei si è sposata con un uomo che non ama e che, pur essendo dottore, non si è ancora accorto di avere a che fare con una anoressica. Ha solo dei sospetti (sticazzi). All’improvviso tutti si accorgono che Alice è anoressica. Se ne accorge il dottore che vuole un figlio, ma lei ha il ciclo bloccato e se ne accorge il suo datore di lavoro. Gli altri hanno sempre saputo ma non gliene fregava un cazzo.

Gran finale: Alice pensa di aver visto all’ospedale la sorella scomparsa di Mattia. Gli manda un messaggio per farlo tornare. Lui torna. Lei non gli dice niente della sorella. Si baciano con la lingua (wow). Poi lui esce di casa e la sera stessa torna da dove era venuto. A lei sta bene così, ora sente che le sue scelte le può affrontare da sola. (come ha fatto in tutto il libro).

Ecco qui. Può sembrare che io l’abbia raccontata in maniera un po’ schematica, ma la trama è questa. In realtà in questo libro nessuno fa niente, non per la semplice impossibilità di un contatto. Non si prendono decisioni né motivate, né immotivate. I personaggi rimbalzano con tutti il loro tic dal nulla al niente senza lasciare segno.

Non sono immobili solo i protagonisti. Sono immobili anche i comprimari e immobile è la trama. Il finale? Beh il finale non è un finale perché i protagonisti si trovano nella medesima situazione in cui sono stati per tutta la vita. Non esteriorizzano, né precipitano ai loro mali. L’autore avrebbe potuto portarli fino alla vecchiaia ripetendo lo stesso gioco, ma, evidentemente, si è rotto le palle anche lui di raccontare il niente.

Non è un libro sull’anoressia, in quanto ne descrive solo marginalmente le dinamiche e non è un libro sull’autolesionismo per lo stesso motivo. E’ un libro con tanti spazi vuoti che, secondo me, può piacere solo a degli adolescenti depressi, proprio perché in quegli spazi ci possono infilare la loro depressione e riconoscersi.

Non so se sia stato scritto il sequel, tipo: Il Ritorno dei Numeri Primi.  Magari con un finale che faccia esclamare qualcosa di diverso da “E quindi?”. In ogni caso non lo leggerò.

@DadoCardone

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Donne legate di Marta Colombo – Recensione.

Come promesso all’autrice sarò sincero in questa recensione, ma non userò certo la misura che adopererei per valutare uno di quei “pesi massimi” di cui noi, lettori smaliziati, conosciamo i sostegni. Chi ha il coraggio di scrivere il suo romanzo e promuoverlo senza l’aiuto di nessuno deve necessariamente partire da un Handicap diverso (per usare una metafora golfistica.)

Donne legate è una storia interessante. Racconta di fatti estremi, utilizzando tratti a volte molto crudi, senza uscire dei parametri di quanto generalmente ritenuto normale. E questo è il pregio principale del libro, nel senso che tutto assume l’aspetto di comune conseguenza.

Katia e Irene sono due amiche che, per carenza affettiva, rimangono legate a relazioni disturbate e disturbanti. Irene vive un matrimonio morto da tempo e si innamora di giovani palestrati che non ricambiano. Katia, con una vita segnata dall’assenza del padre, trova in Cesare un uomo forte e protettivo, però afflitto da disturbi del comportamento sessuale, probabilmente per un complesso di Edipo irrisolto. Irene finirà tra le braccia di costosi Escort, mentre Katia, per accontentare il suo compagno, in un giro di scambisti.

Mi sento, da lettore, di dare un unico consiglio all’autrice. Nell’evidente desiderio di caratterizzare i suoi personaggi, commette un piccolo peccato veniale. Mette in fila troppi fatti, perdendo così l’opportunità di approfondirne alcuni che restituirebbero più dimensioni e maggiore solidità al romanzo. Detto questo, penso che Marta Colombo debba continuare a scrivere e a sviluppare questa sua passione, perché si percepisce che ha ancora molto da raccontare.

@DadoCardone

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La fine del mondo e il paese delle meraviglie, di Murakami – Recensione

Einaudi super ET – 509 pagine – 15 euro al momento del mio acquisto.

Se siete affascinati dagli elementi di diversità che si possono trovare nella fantasia di un orientale, dovete assolutamente leggere Murakami. Come nella filmografia, percorsi culturali e tradizionali diversi producono storie a cui non siamo abituati e che, in alcuni casi, sono una vera boccata d’ossigeno in un mare di trame, che si ripetono sempre uguali a se stesse.

Superfluo dire che mi sono trovato ancora una volta di fronte a un romanzo molto particolare.

In un Giappone distopico, in cui il Governo è sostituito da organizzazioni che dominano le informazioni, il protagonista del libro viene sottoposto ad un intervento al cervello per poter trasportare dati criptati. Parallelamente un altro uomo accede a una strana e tetra cittadella dove deve rinunciare al cuore e all’ombra. I due intraprendono un percorso, l’uno riflesso dell’altro, per venire a capo del loro misterioso destino. Il cammino è anche e soprattutto introspettivo, per sconfiggere paure ataviche e riscoprire il vantaggio di avere un cuore.


Come negli altri libri di Murakami, l’allegoria fa da padrona, soprattutto nei luoghi dove i personaggi si muovono, posti che hanno bisogno di una traduzione razionale, come nella miglior tradizione Dantesca.
Consigliato.

@DadoCardone

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Ognuno potrebbe di Michele Serra – Recensione.

Universale Economica Feltrinelli – 152 pagine – 7,50€ al momento del mio acquisto.

Questa è una recensione negativa. Per cui desidero sottolineare che il giudizio è relativo al mio gusto personale. E non sono certo un critico letterario. Per cui chiedo scusa in anticipo all’autore, che non ha certo bisogno delle mie conferme.

Ognuno potrebbe, no.. non lo consiglio. Michele serra è un bravo scrittore, ma in questo libro si è abbandonato al pensiero ridondante del suo personaggio. È un libro fermo, non succede nulla, è come ascoltare lamentele di cui non ti importa. Potrebbe essere l’idea per un libro, ma è stato delineato solo il personaggio principale, manca la storia e un’evoluzione della stessa, di qualsiasi tipo. Rimane un buon esercizio di scrittura, ma per far piacere un libro dove non succede nulla bisogna essere molto più bravi di così.

@DadoCardone

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Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore – Recensione.

Elliot edizioni – 430 pagine – 20,00€ al momento del mio acquisto.

Cos’ha fatto Gesù nei trent’anni di cui il vangelo non parla? E se i “tagli” fossero più appassionanti della storia che ci hanno raccontato fin’ora? Il Vangelo secondo Biff è uno dei miei libri preferiti.

Racconta, per voce del redivivo Levi detto Biff, amico d’infanzia di Gesù, il percorso che il giovane Cristo deve fare per capire come si fa il Messia. Gesù ha un sacco di dubbi sulla natura della sua missione, ma Biff, armato di solo sarcasmo, di cui si dichiara inventore, saprà aiutarlo a restare uomo fino alla fine.


Libro divertente e incredibilmente fantasioso, tanto che riesce a trovare coerenza tra Gesù, lo Yeti e la meditazione. In che modo? Ve lo lascio scoprire. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Hakawati di Rabih Alameddine – Recensione.

Romanzo Bombiani – 751 pagine – 21,50€ al momento del mio acquisto.

Dopo un bel romanzo Giapponese, eccone uno altrettanto bello di uno scrittore libanese. In questa nostra quotidianità si sottolinea sempre più spesso il valore dello story-telling, ma forse non tutti sanno che i Libanesi sono talmente padroni di quest’arte da renderla parte integrante della propria cultura.
Hakawati, il titolo del libro, è proprio il sostantivo che indica il cantastorie tradizionale del Libano. Osama, protagonista e voce narrante, racconta le vicende di diverse generazioni della sua famiglia tramite i racconti del nonno, non sempre veritieri, e tramite storie in stile “Mille e una Notte”, che poi sono anche metafore usate per raccontare le verità inconfessabili della famiglia. Come l’omosessualità tenuta segreta dello zio più amato.
In questo libro potrete leggere dunque delle origini del nonno Hakawati, delle avventure di Fatima, delle imprese del principe Barybas, ma anche della prostrazione di una Beirut distrutta dal conflitto contro Isralele.

Rabih Alameddine è un vero cantastorie anche se, invece di seguire la tradizione orale, ha deciso di fermare i suoi protagonisti sulle pagine di un libro. Consigliato mille e una volta.

@DadoCardone.

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Kafka sulla spiaggia di Murakami – Recensione.

Edito da Einaudi Super Et -514 pagine – 15,00€ al momento del mio acquisto.

Kafka sulla spiaggia, di Murakami, non è un libro facile. È un racconto visionario, a tratti inquietante, sul complesso di Edipo, ma non solo. In questo libro le allegorie e metafore si trasformano in personaggi e luoghi, al fine di indirizzare la storia verso il proprio destino.


Nakata è un anziano con un ritardo mentale che lo mette nella condizione di capire solo il presente. Parla con i gatti, fa piovere pesci e la sua ombra ha un’intensità dimezzata rispetto alle persone normali. Tamura è un quindicenne, abbandonato dalla madre, con un padre pazzo, che decide di scappare di casa proprio prima che quest’ultimo venga brutalmente ucciso. Nakata e Tamura, senza incontrarsi mai, faranno lo stesso viaggio da Tokyo a Takamatsu e avranno un ruolo nello stesso destino della Signora Saeki, una donna che attende di essere raggiunta dalla morte per un’azione compiuta 35 anni prima.

Kafka sulla spiaggia è un libro diverso, crudo, segnante. Lo consiglio, soprattutto a chi ama l’immersione profonda nelle proprie letture.

@DadoCardone

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La Galassia dei Dementi di Ermanno Cavazzoni – Recensione.

Edito da La Nave di Teseo. 663 pagine. 24,00 € al momento del mio acquisto.

Avete mai pensato a come poteva essere “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Phillip Dick (da cui è stato tratto Blade Runner) se fosse stato scritto da un grande scrittore Italiano?
Beh… non dovrete fare molta fatica, perché in realtà è successo, ci ha pensato Ermanno Cavazzoni.

Come “chi è Cavazzoni?”!! Vi dice niente “Il poema dei Lunatici”? Lui e Fellini, da quel libro, hanno tratto la sceneggiatura de “La voce della luna”.

Il tema della “coscienza dell’io” negli androidi è stato certamente trattato in innumerevoli opere di fantascienza, ma bisogna onestamente riconoscere che il metodo Cavazzoni ottiene risultati senza pari. Togli drammaticità, aggiungi ironia, sarcasmo e poesia in parti uguali, otterrai il romanzo di fantascienza che nessuno aveva mai scritto.

Nell’anno 6000, dopo una rovinosa invasione aliena, che ha decimato la popolazione terrestre, l’umanità sopravvive nella Pianura Padana solo grazie agli automatismi della popolazione droide, che continua a provvedere a tutte le necessità.

Gli esseri umani sono perlopiù individui grassi e stolti che collezionano reperti di prima dell’invasione, tipo grucce appendiabito. Il grande cambiamento avviene in modo tale che nessuno si accorge di niente e tutto continua come prima. Essendo decaduto il sistema industriale, nessuno ripara ne sostituisce più i robot e le loro disfunzioni diventano tremendamente simili ai nostri sentimenti. Così piano piano, ma inesorabilmente, tutti i robot a servizio degli umani smettono di servirli per cercare il senso della loro vita.

Tra loro gli MM, gli androidi immortali, che pensano di essere investiti della missione di salvare il genere umano, con risultati disastrosi.

Storie di Androidi, dunque, ma anche di esseri umani che cercano di adattarsi, ovviamente nei modi più irrazionali che riescono a concepire. Ci sono molte cose che potrei ancora dire, ma non voglio togliere il piacere della lettura di questo libro. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La chiave di tutto di Gino Vignali – Recensione.

Editore Solferino – 238 pagine – 16,00 € nel momento del mio acquisto.

Non ho un modo preciso di scegliere i libri da leggere. Molte volte mi affido al caso e alla copertina. Di questo libro mi aveva attirato il nome dell’autore, perché si tratta di un elemento della coppia Gino & Michele. Avete presente no? Zelig, “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”… autori comici e, dunque, volevo capire come potesse essere l’esordio al giallo di un autore che in altro genere ha molto successo.

All’inizio della lettura ho avuto una piacevole sorpresa, infatti il romanzo è tutto ambientato a Rimini (la mia abituale scena del crimine 😉 )

A parte questo però il libro, seppur scritto bene, si incanala per certi canoni che lo rendono un po’ troppo commerciale e prevedibile. Un lettore assiduo di gialli indovina quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale piuttosto presto, mentre la trama in generale punta in una certa direzione e lì arriva, liscia, senza sobbalzi di sorta.

E’ vero che il confronto con i giallisti/noir italiani, da Camilleri a Carofiglio, è piuttosto impegnativo. Ci sono cose tuttavia che, chi scrive da così tanto tempo, dovrebbe saper evitare. I personaggi di Vignali non si “sporcano”, sono stereotipi che passano indenni attraverso sei omicidi brutali, rimanendo identici se stessi.

Costanza, il vicequestore di Rimini, è una nobile fotomodella milanese, con attitudine al comando e intelligenza fuori dal comune. Tanto è vero che il passaggio nel ruolo di vicequestore a Rimini è solo una formalità, prima di raggiungere la vetta e dato che ha proprio a Rimini ha una suite di proprietà al Grand Hotel…. La sua squadra è formata da un ispettore erudito, un vice sovrintendente patacca e l’agente scelto, esperta di informatica. Tutto comincia quando un senzatetto fissato con Fellini viene trovato carbonizzato dopo essere stato torturato.

La squadra nel corso dell’indagine si imbatterà in altri 5 omicidi e, seguendo la fila degli indizi (proprio perché sono provvidenzialmente in fila e pronti a farsi cogliere), giungerà a capire che la “chiave di tutto”.

Ora.. non voglio dire troppo perché ogni lettore ha le sue misure e a qualcuno potrebbe venir voglia di spendere 16 Euri per questo illustre tentativo. Un paio di cose, però, le vorrei sottolineare. Fabio Volo come riferimento culturale… anche no. Mi pare sia citato addirittura 3 volte, se non sbaglio. L’altra cosa è che Rimini è descritta molto fedelmente, rivelando una certa frequentazione dell’autore, anche se ogni tanto si abbandona al peccato veniale dei luoghi comuni e, oltre questo, c’è una grande imprecisione. Qui a Rimini il giovane sindaco di bell’aspetto, con un brillante futuro nella politica ed un passato nella FIGC, non è che sia propriamente un tombeur de femmes. Non per dar seguito a chiacchiere di paese, per carità, ma se lo avesse descritto innamorato del suo riflesso come Narciso, sarebbe stata una citazione più veritiera.

In conclusione: mi è sembrato che il tentativo di fare un giallo da parte di uno scrittore comico abbia in realtà smorzato entrambe le aspettative. Non definitivamente giallo, non abbastanza comico. Spero che il prossimo giallo si apra di più al tragicomico. Lì un po’ di spazio, senza confronti troppo importanti, è rimasto. Per ora non lo sconsiglio agli intenditori del genere.

@DadoCardone

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Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom – Recensione.

Neri Pozzi Editore – 440 pagine – 12,50€ nel momento del mio acquisto.

Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom, è in libro dall’architettura affascinante. I personaggi sono tutti realmente esistiti e i loro caratteri sono stati dedotti da biografie e corrispondenze. Gli avvenimenti del romanzo sono frutto della fantasia dell’autore, ma, nel caso fossero stati presentati come reali, sarebbe tutto perfettamente plausibile. Se, oltre a questo, aggiungiamo che il tema è praticamente la nascita della moderna Psicoanalisi, le implicazioni non sono di poco conto.
Lou Salomé è una giovane ed intraprendente russa che contatta il Dott. Josef Breuer, il più stimato e brillante dei medici viennesi, per curare il male che ha colpito Nietzsche. È una depressione con manie suicide che lei stessa ha provocato e si rivolge a Breuer in quanto, come pochi sanno, è pioniere in alcuni tentativi di cura psicodinamica. Il medico accetta e con il suo giovane protetto, un tale Sigmund Freud, mette a punto un piano per psicanalizzare Nietzsche senza che lui se ne renda conto. Le cose non vanno come progettato e Breuer. A causa della messianica personalità del Filosofo, si trasforma da medico in paziente, costretto a mettere in discussione tutta la propria esistenza.
È un libro pieno di significato e, mentre lo si legge, bisogna quasi domarlo per non essere rapiti da una riflessione ad ogni capoverso. Consigliatissimo per gli amici appassionanti di di filosofia e temi esistenziali.

@DadoCardone

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Reincarnation Blues di Michael Poore – Recensione.

Edizioni e/o – 432 pagine – 18,00€ al momento del mio acquisto.

Reincarnation Blues dev’essere il mio premio Karmico per quando, ogni tanto, mi accorgo di aver comprato uno di quei libri dove la promozione della casa editrice racconta una storia migliore di quella dell’autore.

E’ la storia di Milo, o meglio… l’insieme delle storie, perché Milo è l’anima più antica della terra ed ha vissuto 9995 volte. Teoricamente dovrebbe essere già passato alla Superanima, tutt’uno con il “Tutto”, ma non riesce a trovare l’atto di Perfezione con cui concludere almeno una delle sue esistenze terrene. Il problema è che a Milo piace troppo vivere ed ha una fidanzata che con la vita c’entra poco: Suzie. Lui la chiama così, ma in realtà è la Morte. Esseri soprannaturali, che si fanno chiamare e Nonna, lo avvertono però che gli rimangono solo 5 vite e, se non raggiungerà la Perfezione entro questo limite, verrà spedito nel Nulla. Reincarnation Blues è una storia di spiritualità, d’amore e di compassione nel senso più vasto di questi termini, nonostante ciò riesce ad essere una lettura leggera e divertente. Mica facile! 432 pagine e diecimila vite che ti spariscono dalle mani in un attimo. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La seconda porta di Raul Montanari – Recensione.

Edito da Baldini+Castoldi. 347 pagine. 18 Euro al momento del mio acquisto.

Il romanzo di questa recensione parla di un tema molto sentito, l’immigrazione. Non lo fa, però, affrontando l’intera questione, usa il rapporto tra due persone. L’espediente narrativo è il sentimento di chi, al di là delle ideologie, si trova ad aver a che fare materialmente con il prodotto di quella migrazione che tanto impegna le cronache. Persone.

Milo Molteni è un famoso pubblicitario italiano, il più conosciuto per quanto riguarda i temi sociali. Tra i suoi clienti ci sono anche associazioni d’accoglienza per gli immigrati. La sua, tuttavia, è un’adiacenza superficiale, belle campagne con poco guadagno, che servono al suo socio per attirare clienti grossi e danarosi.

Milo soffre di questa incongruenza, come soffre di una relazione finita da cui non riesce a staccarsi e di un’insonnia che combatte solo con alcol e benzodiazepine. Tutto cambia quando i suoi vicini di casa muoiono e il figlio della coppia gli propone di acquistarne l’appartamento, sopra casa sua. L’immobile ha una porta nascosta, quasi un passaggio segreto, che va dall’ultimo piano al cortile. Proprio da questa porta entrerà nella sua vita Adam, un immigrato egiziano minorenne che cerca di scappare da una brutta faccenda legata proprio all’immigrazione. Il giovane egiziano lo costringerà a fare i conti con la realtà che Milo pratica solo a parole.

A condimento del tutto, un nuovo amore, uno strano investigatore privato e Han, un’organizzazione segreta che processa e uccide gli scafisti.

La seconda porta è un bel libro, scritto bene (d’altronde Montanari è uno che insegna a scrivere). Forse alcune parti sono risolte con un po’ di “mestiere” grazie all’investigatore Velardi, personaggio ricorrente nei suoi libri, ma non è un fatto che disturba la lettura. Quello che mi è piaciuto di più è il fil rouge del romanzo, che poi è anche una citazione di Martin Amis in epigrafe al romanzo: “Cos’è un uomo, se gli togli le scuse?”

@DadoCardone

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“Il Selvaggio” di Gulliermo Arriaga – Recensione.

Romanzo Bompiani. 742 pagine. 22,00€ al momento del mio acquisto.

Gulliermo Arriaga è considerato il massimo scrittore Messicano, famoso anche per la sceneggiatura del pluripremiato “21 grammi” ed allora mi sono arrischiato a spendere sopra i 20 euro, sfidando la pazienza di Alessandra, che vorrebbe sapere perché non risparmio drogandomi come tutti gli altri😏

Mi è andata bene, il libro è bello e si è guadagnato il suo posto sul mio affaticato comodino.

E’ la storia di Gulliermo, abitante dell’enorme periferia messicana, che, ancor prima di compiere i 18 anni, è perseguitato dalla morte. Il suo gemello muore nell’utero materno. Il fratello maggiore, spacciatore, muore assassinato da una setta di fanatici cristiani e, a catena, muoiono la nonna paterna e poi i genitori in un incidente d’auto, che sa tanto di suicidio.
Gulliermo, adolescente spezzato negli affetti, vive una profonda crisi tra incubi e pianificazione di vendetta. Le uniche due presenze che lo tengono a galla sono Chelo, l’ex amante di suo fratello e Colmillo un lupo che il protagonista salva dall’abbattimento. E’ proprio usando Colmillo come cardine che Arriaga incrocia una seconda linea narrativa, che parla di un leggendario cacciatore Inuit e del Lupo padrone del suo destino.

Oltre ad avere una storia da raccontare bisogna sapere anche come farlo e lo stile “concentrico” di Arriaga è decisamente da grande romanziere. Il cuore del racconto è come un grosso sasso buttato nel centro di uno specchio d’acqua e la narrazione assume la forma di onde che si allontanano e poi ritornano.

Il Selvaggio, nonostante parta dalla morte, è un intenso libro sulla vita, sull’indomito dentro di noi, ma soprattutto sul perdono. Non il perdono del nemico, ma il perdono di chi è venuto a mancare.

@DadoCardone

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“M il figlio del secolo” di Antonio Scurati – Recensione

Edito da Bompiani. 839 pagine e 24,00 € al momento del mio acquisto.

Vorrei premettere che, secondo me, questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi didattici delle scuole italiane. I motivi sono diversi, ma il principale è il suo modo di rendere molto chiaro che popolo siamo e i rischi che corriamo, sì, anche oggi.


“M il figlio del secolo” è un romanzo (ripeto, romanzo) che parla di Benito Mussolini e di un periodo molto preciso, dall’immediato dopoguerra ai giorni seguenti l’omicidio Matteotti. “M” racconta di questo lasso di tempo usando parole e pensieri di personaggi dell’epoca, soprattutto di Mussolini. Attenzione però, sebbene di tratti di un romanzo, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Senza giudizio, senza usare criteri di arbitrarietà, questo romanzo dipinge un quadro feroce ed affascinante del periodo storico che ha segnato per sempre la nostra contemporaneità.
Nel 1918 l’Italia esce vittoriosa da una guerra mondiale. E’ una vittoria che sa di fango e la popolazione fatica a rientrare nella normalità. Gli interventisti, coloro che quella guerra l’avevano fortemente voluta, si ritrovano con un pugno di mosche e un’enormità di reduci, eroi di guerra, ma inutili psicopatici nella vita normale. Tra gli interventisti c’è il giovane Benito Mussolini, cacciato con infamia dal Partito Socialista, fondatore dei Fasci di Combattimento e direttore del Popolo d’Italia. E’ il figlio di un fabbro, prima maestro di scuola, poi personalità politica nel socialismo italiano. E’ scaltro, narcisista e sociopatico, ma ha un istinto particolare, quello di annusare nell’aria il cambiamento che porta il suo secolo.
In effetti, tutto sta cambiando. La rivoluzione russa da una spinta violenta al socialismo italiano che stravince nelle elezioni, ma poi, alla resa dei conti, tentenna a portare la rivoluzione del popolo che promette. Le uniche cose in cui riesce sono le continue divisioni e l’arbitrario esercizio del potere proletario, che decide produzione e salari, mettendo in difficoltà lo stesso proletariato. In particolare tra l’Emilia e il Polesine (veneto meridionale) si verifica una grossa crisi di rigetto che si appoggia sul nascente fascismo.
Benito Mussolini fino a quel momento possiede solo l’irrisorio peso che suscita il suo controverso personaggio. Sono altri gli eroi che scaldano i cuori nazionalisti, come D’Annunzio che con un colpo di mano conquista Fiume. A Bologna, Ferrara, Rovigo e limitrofi, però, l’azione fascista contro i socialisti è sponsorizzata dalla borghesia che vuole uscire dall’impasse in cui l’ha precipitata il nuovo corso politico. Poco importa se quest’azione è criminale e si nutre di bastonature, omicidi e roghi delle Case del Popolo. Mussolini s’intesta volentieri questa violenza, che da quelle terre s’irradia in tutta Italia, creando lo spauracchio dello squadrismo.
L’escalation vera e propria, tuttavia, è determinata dall’inesistente prospettiva della classe politica del tempo. Il Fascismo e il suo percorso politico di soprusi e malversazioni, si sarebbe potuto fermare in moltissime occasioni, ma, tra la Sinistra in perenne separazione e il resto delle formazioni in cerca dell’uomo forte, uno come Benito Mussolini, che prometteva tutto a tutti per alimentare lo stallo, ebbe gioco facile. Quando, per la prima volta Presidente del Consiglio, chiese pieni poteri al Parlamento Italiano aveva solo 35 deputati fascisti da opporre al resto del Parlamento, ma ottenne 306 voti favorevoli. Anche nell’ora più nera del Fascismo, dopo l’omicidio Matteotti, al futuro dittatore bastò affrontare a muso duro un Parlamento che, prima d’ogni altra cosa, teneva alle sue poltrone.
I fatti storici narrati in questo libro sono innumerevoli, affascinanti e rivelatori. Personalmente ho trovato molte corrispondenze con la contemporaneità e mi stupisco di come i maggiorenti dell’odierna sinistra siano i primi a sostenere che in Italia il Fascismo non esista e non si possa ripetere. Quasi come se per farlo avesse bisogno per forza di avere un leader con quel nome e cognome e la rifondazione tale e quale del PNF. In Italia il fascismo è un sentimento molto facile da stimolare e, anche se non si ripete uguale nella forma, può fare molti danni nella sostanza.
Questo libro fa capire proprio questo. E’ più pericoloso un uomo di Sinistra che nega il sentimento fascista che ci pervade, piuttosto che il poveraccio che scimmiotta un ideale nazionalista, terminale di cose che nemmeno capisce.
Leggetelo, parla di noi.

@DadoCardone

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Fate come se non ci fossi – di Marco Presta. Recensione.

Enaudi Editore – 179 pagine – 16,00 € al momento del mio acquisto.

Marco Presta è uno degli autori italiani che preferisco. Quando esce un suo libro, ormai, lo compro senza nemmeno guardare di cosa tratta. Per cui quando ho cominciato a leggere quest’ultima sua produzione, confesso, ci sono rimasto un po’ male.

Il fatto è che “Fate come se non ci fossi” non è un romanzo. Il libro è composto da una serie di riflessioni senza soluzione di continuità, raramente più lunghe di tre pagine. Sono quei pensieri che chi pratica il mestiere di scrivere compila nei momenti più disparati e annota su qualsiasi cosa per non perderli.

Sulla salvietta di un bar, in un file .txt senza nome, o scritte direttamente nella propria memoria. A volte sono l’inizio di un libro, altre volte ne fanno parte, altre volte ancora non trovano collocazione (o la troveranno prima o poi).

Questo libro (se non è) sembra una raccolta di quei momenti, pensieri che lo scrittore ferma e conserva come piccoli tesori. Nel volume di Presta sono riflessioni sull’essere padre, italiano in questa società, scrittore, conduttore radiofonico.

Forse dovevo dirlo prima, ma serviva per la suspance. Anche questo libro mi è piaciuto, soprattutto per il “vizio” di Marco Presta di travestire d’ironia riflessioni importanti.

Lo consiglio? Sì. Potrebbe essere un buon viatico anche per chi si stanca presto mentre legge. In due o tre pagine il lettore narcolettico troverà la completezza e la vivacità che serve per leggere quella riga in più, senza addormentarsi con l’angoscia di non ricordare dov’è arrivato.

@DadoCardone

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Tutto sarà perfetto di Lorenzo Marone – Recensione.

Narratori Feltrinelli – 297 pagine – 16,50 € al momento del mio acquisto.

Quando ho cominciato a leggere  questo libro, non mi piaceva, ma non capivo perché. Ho persino comprato un altro libro per metterlo in pausa, perché non riuscivo ad andare avanti, eppure l’autore (non sono certo io a concederglielo) scrive molto bene. Marone è un vero scrittore, fluido, padrone della metafora e costruisce una narrazione solida.

Dopo aver ripreso il libro in mano, forzandomi nel proseguire, ho anche capito cos’era che mi disturbava e non era certo colpa dell’autore. Il mio problema era che il romanzo basa la sua narrazione su un meccanismo psicologico tra i più classici, di cui io stesso ho subito l’influenza. Il rancore verso la figura del padre, che finisce per sovrapporsi al Super-Io giudicante, è superabile solo con il perdono. Cosa che riesce molto difficile quando riconosci la tua identità formatasi in quel diabolico miscuglio tra reazione, blocchi ipnotici e somiglianza.

Andrea Scotto è un insoddisfatto e irrisolto fotografo di moda quarantenne, costretto dagli impegni della sorella minore a tenere compagnia al padre malato terminale di cancro. Andrea non va d’accordo con il padre, perché lo ritiene colpevole di aver riempito la sua infanzia di severità e di aver trascurato la madre portandola al suicidio. Accetta controvoglia, pensando di dover passare il fine settimana a casa con la persona più indigesta che conosce e il suo bassotto un po’ carogna. Papà Scotto, ex comandante di navi, ha però piani differenti e convince il figlio nel farsi portare da Napoli alla nativa Procida. Andrea, riportato nei luoghi mai più rivisitati della sua infanzia, cade in un mondo di ricordi, rivelazioni e comprensioni che gli cambieranno la vita.

Lorenzo Marone è, dunque, uno scrittore così bravo da riuscire a farmi provare fastidio per il blocco nella vita del protagonista, semplicemente perché mi sembrava di rivivere un ostacolo già superato, non senza fatica. Quando l’ho capito le pagine sono volate tra le mie mani, mi sono goduto il percorso del protagonista e le “istantanee” di un’infanzia passata in una delle isole più caratteristiche del Tirreno.

Lo consiglio? Sicuramente agli amici che non sono rimasti incastrati con i loro padri nel passato.

@DadoCardone

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Una stanza piena di gente di Daniel Keyes – recensione.

Recensione del Libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes. La vera storia di Billy Milligan e le sue 24 personalità.

Editrice Nord. 541 pagine. 19,00€ al momento del mio acquisto.

Siete interessati ai misteri della psiche umana? Se sì, non potete perdere questo libro su Billy Milligan e le sue 24 personalità. William Stanley Milligan rappresenta uno dei casi giudiziari più controversi della storia degli Stati Uniti ed è anche il primo individuo affetto da personalità multipla ad essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini a causa dell’infermità mentale. Non è però solo questo. E’ anche un caso clinico che, ancor oggi, provoca discussioni e ispira film. Split, il film di M. Night Shyamalan, è solo l’ultimo di quelli liberamente tratti dalla sua storia.

Una stanza piena di gente è una cronaca che parte dalla prima infanzia di Billy Milligan e finisce con uno dei suoi innumerevoli ricoveri, molti dei quali in strutture di massima sicurezza. La cosa interessante, tuttavia, è che questo libro non avrebbe potuto essere scritto senza la partecipazione attiva dello stesso Milligan che, in un momento di “fusione” delle sue personalità, in colui ch’egli stesso chiama “il Maestro”, riesce ad avere memoria di tutto quello che gli è successo. Un evento eccezionale poiché una delle caratteristiche fondamentali dello stato dissociativo della personalità è proprio il fatto di non avere memoria di ciò che succede agli “altri”.

Non è la sola cosa eccezionale del disturbo di Milligan, che non si frammenta in due o tre, ma in 24 personalità diverse. Ognuna delle personalità, poi, possiede abilità e caratteristiche fuori dal comune. Billy, tramite i suoi “frammenti”, è un pittore, un inglese erudito, uno slavo criminale con una forza incredibile, un maestro dell’escapologia, un bambino, una bambina, una lesbica, un rapinatore newyorkese, un cacciatore australiano, uno scultore ebreo, un commediante, un fiorista, un sordo e molto altro.  Tutti hanno un ruolo nella difficile vita di Billy, tutti conferiscono un’abilità più o meno lecita. Nei momenti di tranquillità le due personalità preminenti, Arthur lo studioso inglese detentore del senso logico e Raghen lo slavo criminale guardiano della rabbia, riescono a distribuire i ruoli secondo la necessità, ma nella vita di Milligan sono frequenti i momenti di confusione e allora emergono le personalità che lui chiama indesiderabili, rovinandogli la vita, fino a farlo finire in carcere.

Il libro comincia con il periodo più nero e pericoloso della storia di Billy Milligan, quello in cui rapina e stupra delle donne, per poi essere arrestato e rinchiuso. I suoi legali d’ufficio si accorgono immediatamente che c’è qualcosa di strano. L’accusato ha vuoti di memoria, comportamenti incoerenti con una singola identità e la personalità centrale, il Billy che non è più al comando del suo corpo dall’infanzia, si sveglia in prigione cercando di suicidarsi. In seguito una psicologa riesce a capire la natura del problema e prende una serie d’iniziative perché sia curato.

Il personaggio di Billy Milligan, però, diviene fin da subito materia pubblica e controversa. Nessuno crede a quanto si dice di lui, terapeuti compresi. E questo libro, oltre ad una cronaca della sua vita, è anche la storia di come Milligan convince, un esperto dopo l’altro, che la sua non sia una recita.

E’ un libro avvincente sia per la strana vita raccontata, che per il mistero di quanto la mente umana riesca a fare, arrivando a produrre elettroencefalogrammi diversi per diverse personalità. Insieme a tutto questo le sue pagine evocano anche il terrore delle situazioni completamente fuori dal nostro controllo, come i casi di malasanità. Milligan, avviato versa la cura giusta, ad un certo punto del suo ricovero rimane vittima di comportamenti che non può controllare, non solo suoi. Stampa in cerca di clamore e politici a caccia di voti trasformano il suo caso in una crociata, che lo fa finire per quasi tre anni in strutture psichiatriche di massima sicurezza, dove viene imbottito di sostanze psicotrope e trattato per patologie che non gli appartengono. Questo sì che è un racconto dell’orrore.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Il costruttore di barche di Daniel Gumbiner.

 Landau Editore. 247 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Prendi un protagonista tossicodipendente. Fagli incontrare un costruttore di barche eclettico, pedagogo e un po’ filosofo. Ambienta il tutto in un paesino della costa del nord della California, dove la metà degli abitanti ha fatto parte di una setta e da dove si muove uno spacciatore internazionale che scorazza per il pacifico. Può, da tutto questo, nascere un libro noioso?
Sì, Daniel Gubiner l’ha scritto e c’è riuscito nonostante i suoi personaggi abbiano strenuamente resistito perché così non fosse.


Berg è un ventottenne irrisolto in fuga dalla città. Un trauma cranico l’ha fatto diventare un tossico che divora analgesici e psicofarmaci. Per procurarseli è disposto anche a violare domicilii altrui e rubare negli armadietti dei medicinali. Ruba anche a casa di Alejandro, il costruttore di barche che poi diventerà suo mentore.


E poi basta. Questo è ciò che c’è di interessante nella trama. Alejiandro cercherà di insegnargli a vivere il momento, mentre Berg entra ed esce dalla sua tossicodipendenza senza soluzione di continuità. In mezzo, descrizione di fatti e personaggi che sembra il bugiardino di un medicinale.
Non c’è ritmo, non c’è emozione, non c’è evoluzione, figurarsi poi se c’è un finale. Impossibile appassionarsi a nessuno dei personaggi. Nemmeno ad Alejiandro, che potenzialmente è un fenomenale maestro di vita, ma poi non rivela alcuna verità fatale, neanche offrendosi come esempio.
Questo libro non mi ha lasciato nulla, a parte una mandibola lussata a suon di sbadigli.
Non lo consiglio.

@DadoCardone

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Zucchero e Catrame di Giacomo Cardaci.

Fandango libri. 282 pagine. 17,50 € al momento del mio acquisto.

Ultimamente sono fortunato e, scegliendo quasi ad istinto, incappo in bei libri. Zucchero e Catrame, scritto da un 33enne, è un libro intenso, crudo, che non lascia un solo alibi al protagonista delle sue pagine.


Cesare è un ragazzo sbagliato. Lo sa dalla prima elementare. Da quando i suoi genitori, suo fratello, i suoi compagni di scuola, la suora insegnante del collegio, glielo fanno notare. Solo Giovanna, la vicina, comprende, accetta e incoraggia la sua natura, comprandogli Barbie, cucendo vestiti per loro e regalando accettazione al bambino. 


Giovanna però non basta e Cesare si porta dietro la sensazione di essere inadeguato fino all’adolescenza quando, trasferiti nella periferia degradata di Milano per volontà del padre criminale, conosce Gabbo. Il coetaneo è libero, prepotente, maschio come lui vorrebbe essere. Se ne innamora, ma tramite lui toccherà il fondo più buio della sua alienazione, cedendo a comportamenti che lo porteranno in carcere.


Cardaci ha un bel modo di scrivere e mettere in fila i pensieri. È diretto e, sebbene non risparmi al lettore particolari molto duri, non rimane mai in superficie, tratteggiando con precisione la psiche e le relazioni del suo personaggio.


Lo consiglio perché questo è un bellissimo romanzo su ciò che può fare giudizio degli altri e di come i nostri sensi di colpa completino l’opera.
CONSIGLIATISSIMO, anche per omofobi… Non si sa mai un lampo di comprensione li attraversi.

@DadoCardone

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Nella Notte – di Concita De Gregorio. Recensione.

Edito da Narratori Feltrinelli. 236 pagine. 16,50 euro al momento del mio acquisto.

Nella Notte, di Concita De Gregorio, è un romanzo dalle molteplici qualità. La lettura è densa e veloce. Il tema, l’uso che il Potere fa dell’Informazione, è trattato con competenza e, infine, non sono assenti richiami alla riflessione etica e deontologica.

Tutte le qualità di questo libro sono stretta conseguenza della storia personale dell’autrice, una giornalista con trent’anni di cronca politica all’attivo, che ha costatato sulla sua pelle il prezzo della corretta informazione.

La storia è quella di Nora che, nella sua tesi di dottorato, ricostruisce i fatti politici che portano alla mancata elezione di un Presidente della Repubblica Italiana. La sua tesi, da cui le viene imposto di togliere un decesso che solleva parecchi dubbi, attira l’attenzione di chi, a Roma, gestisce il flusso delle Notizie, a volte inquinandole, a volte usandole come leva per interessi personali. Un gioco in cui tutti sembrano essere, contemporaneamente, sia vittime che colpevoli e dal quale la protagonista cercherà di prendere le distanze con crescente convinzione.

Concita De Gregorio poggia questo suo libro su una straordinaria analisi dei metodi di chi influenza le notizie, servendosi anche della falsa libertà della Rete, ormai strumento nelle mani di chi ha meno scrupoli.

I personaggi sono gli stessi della nostra quotidianità informativa. E’ facile riconoscere Renzi, Berlusconi e i vari faccendieri che si adoperano alternatamente nelle fila del Partito dei Giusti (PD), o in quello delle Vestaglie (Polo delle Libertà). Non è nemmeno tanto difficile capire che il Presidente non eletto sia in realtà Romano Prodi. Nonostante tutto appaia in qualche modo familiare, l’impietoso quadro che Concita dipinge della politica italiana lascia talvolta esterefatti mentre, al contempo, non si riesce a negarne la plausibilità.

Ha anche un po’ il sapore di rivalsa questo libro, forse per il tempo che la De Gregorio ha dovuto passare senza occuparsi di politica, ma questo non intacca l’analisi puntuale di come l’opinione non qualificata sia stata elevata al rango di fatto oggettivo. Una confusione incoraggiata da chi, dietro le quinte, gestisce la “verità“.

Questo libro pare essere nelle sue conclusioni un appello e un monito. Una sollecitazione a chi fa il lavoro dell’Informazione, un invito a reagire per sfuggire a certe logiche. E’ anche un’avvertimento per chi, ingenuamente, identifica il visibile della notizia come qualcosa in divenire e non come il risultato di qualcosa già avvenuto. Magari deciso “Nella Notte”.

Lo consiglio con convinzione e mi sento di suggerire che, per molti, questa lettura potrebbe essere addirittura formativa.

@DadoCardone

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Le sette morti di Evelyne Hardcastle – di Stuart Turton.

Neri Pozza Editore. 523 pagine. 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi piacciono i gialli, dalle tinte noir, con una bella dose di mistero? Questo libro, che fra l’altro è un esordio, fa proprio per voi. In un’ambientazione alla Agatha Christie, Stuart Torton architetta una trama alla Black Mirror che rende onore alla sua laurea in filosofia.

L’espediente narrativo potrebbe sembrare il classico “mi risveglio nello stesso giorno fino a che non ho capito la lezione”, ma la linea è assolutamente più originale. Se dovessi usare una metafora direi che questa trama è come un vaso di cristallo lasciato infrangere a terra, che il protagonista deve rimettere insieme. Il problema è che mentre lo fa il vaso cambia forma.

Aiden Bishop si sveglia da un numero imprecisato di anni intrappolato nella coscienza di una persona in cui non si riconosce. Proseguendo capisce di essere a Blackheat, la tenuta degli Hardcastle. Il luogo è stato teatro di un oscuro omicidio e, 19 anni dopo, viene data una festa i cui invitati sono gli stessi presenti alle oscure vicende del passato.

Il protagonista avrà a disposizione 8 incarnazioni, da spendere nella stessa giornata, per scoprire il colpevole di un nuovo omicidio che avverrà la sera stessa. Non può decidere volontariamente in chi incarnarsi e il salto da un corpo all’altro avviene solo se muore o perde i sensi.

Così Aiden Bishop si trova a lottare non solo con due antagonisti e uno spietato assassino, ma anche con le debolezze e le oscurità delle sue incarnazioni, in cui rischia di perdersi continuamente.

Ho trovato sorprendente il modo in cui l’autore mantiene la coerenza in una trama che si può rompere da un paragrafo all’altro, data la complessità del meccanismo, ma questo non fa altro che rendere il tutto più avvincente.

L’ho divorato. Consigliatissimo.

@Dadocardone

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Hap & Leonard. Sangue e Limonata. Di Joe R. Lansdale.

Einaudi Stile Libero Big. 204 pagine. 17,00€ al momento del mio acquisto.

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Joe R. Lansdale, con oltre 20 romanzi al suo attivo e numerose collaborazioni con la Tv e il cinema, è sicuramente uno dei più prolifici autori del genere crime americano. Hap e Leonard sono i protagonisti di una fortunata produzione, diventata poi anche serie tv.

Sangue e Limonata, fa parte di questa serie di romanzi, ma se ne discosta radicalmente. I protagonisti sono sempre loro. Due uomini, uno bianco e uno di colore, che usualmente risolvono crimini nella cornice del texas orientale, ma che nel romanzo in questione sono ancora due adolescenti. Per cui, per trama e stile narrativo, è da considerarsi uno spin off.

Hap Collins è un ragazzo bianco, Leonard Pine è un adolescente afroamericano, gay, ma conservatore. Si conoscono negli anni ’60, nel cuore dell’America razzista e omofoba, quel Texas tanto caro ad entrambi, ma che proprio non riesce ad accettare la loro amicizia.

Il libro, in una serie di feedback senza soluzione di continuità, racconta proprio di questa amicizia e degli eventi, a volte anche molto traumatici, che hanno costruito il legame che li vede protagonisti sino all’età adulta. Vita povera, scoiattoli fritti, scazzottate, omicidi efferati, ogni ricordo contiene sia cicatrici che nostalgia.

Ma com’è il romanzo? Beh… è inevitabilmente molto Am(m)ericano. Violento, sbruffone, con dialoghi che nessuno concepirebbe mai in momenti di tensione e pericolo, ma proprio per questo appartiene ad un genere con molti estimatori. La scrittura è veloce come una sceneggiatura e la struttura a “mosaico” tiene bene il susseguirsi dei ricordi raccontati. I personaggi purtroppo rimangono molto in superficie, soprattutto quello di Leonard, di cui rimane solo un’interessante premessa. Poi però della genesi di un caso singolare come quello di un picchiatore, nero, gay , conservatore, degli anni ’60, si dice poco e niente.

In conclusione non saprei se consigliarlo. A me personalmente non piacciono i romanzi dove gli eroi sai già che vinceranno dalla prima pagina e nemmeno mi sembra interessante l’uso del testosterone a pioggia su tutto, persino su ciò che muove il protagonista omosessuale. Però se amate il genere Crime Americano, dove si risolvono le faccende con l’atto più feroce che salta in testa, senza che la polizia venga mai a sapere niente, può essere che questo libro faccia per voi. Se non altro è un buon tassello per capire se vi può interessare la serie Hap e Leonard.

@DadoCardone

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Tyll. Il re, il cuoco e il buffone – di Daniel Kehlmann.

Edito da Narratori Feltrinelli – 318 pagine – 18,00 € al momento del mio acquisto.

Vi incuriosisce la letteratura contemporanea tedesca? Daniel Kehlmann parrebbe un buon modo per cominciare, soprattutto per l’ironia con cui descrive il suo popolo e i rapporti con le altre nazioni.

Nell’occasione di questo libro si parla della Germania del Seicento. E’ il teatro della Guerra dei Trentanni, dove i sovrani europei, cattolici e protestanti, combattono al costo della devastazione totale, per allargare la loro influenza.

E’ un’Europa persa nel sonno della ragione, tra peste, superstizione ed eruditi che inventano la loro materia, perché nessuno in realtà sa proprio niente. Nella Germania di quel tempo, dove persino il tedesco è una lingua ancora da definire, nasce la Saga di Tyll Ulenspiegel, il giullare più famoso del suo tempo.

Tramite l’avventurosa e misteriosa vita di Tyll, noto come e quanto i personaggi più celebri della sua epoca, Khelmann scende in profondità nell’ipocrisia del tempo senza risparmiare nessuno, dal gesuita al Re, dal fattore all’ambasciatore. Il suo mezzo è il Buffone che parla da pari a pari con chiunque, ammaliando tutti con abilità che, a volte, hanno un che di sovrannaturale.

Il libro è bello, ben scritto, coinvolgente. Se però devo trovargli un difetto è la fine, che trova correttamente una conclusione al ciclo di ognuno dei personaggi, tranne che per lo stesso Tyll. E’ una scelta precisa dell’autore, che decide di far scappare il suo personaggio anche dalla fine del libro, come per tutto il racconto scampa alla sua morte. Solo che lascia tutto un po’ sospeso.

Comunque consigliato.

@DadoCardone

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Middle England di Jonathan Coe – Recensione.

Edito da Feltrinelli. 398 pagine, 19,00 Euro al momento del mio acquisto.

Metti un bravo scrittore, aggiungi un’idea interessante, sviluppala tramite personaggi ben rodati da precedenti successi. Può venire fuori un libro che, per finirlo, ti fa sentire un dislessico alle elementari? Non so se succeda spesso, ma è decisamente il caso di Middle England, il libro più tedioso ch’io abbia acquistato negli ultimi anni.

L’idea, come dicevo, aveva in se un potenziale non indifferente. L’intenzione dell’autore era infatti quella di descrivere l’effetto della Brexit sul popolo inglese, sondando due dimensioni: quella pubblica della politica e quella privata, appartenente ad alcuni abitanti del Middle England di varie generazioni e di varia estrazione sociale. Poi, però, il meccanismo s’incastra nella noia assoluta di coppie tristi, che passano la loro vita senza sapere se lasciarsi. Senza sussulti, senza destare nemmeno l’interesse di un adulterio portato a buon fine.

Benjamin Trotter è un intellettuale che vive da solo in un mulino. Sua sorella ha vissuto un’intera vita da separata in casa con un uomo che non ha mai amato e da cui ha avuto una figlia. Sophie, la figlia in questione, è un’accademica che si procura un matrimonio che soddisfa i suoi canoni estetici, ma non quelli intellettuali. Tutti loro, assieme a relativi coniugi e amici, vivranno l’avvento della Brexit come l’ineluttabile avvento di una prostatite, senza fare nulla (ma proprio nulla) che non sia constatare un dato di fatto.

L’unico personaggio interessante è Douglas, giornalista di sinistra con un confidente nello staff di David Cameron. Con il suo lavoro tiene agganciato il libro al suo tema principale, descrivendo i meccanismi che, tra Labour e Tories, hanno permesso il realizzarsi della Brexit. Solo che alla fine anche lui si perde nella sua noiosa dimensione personale, dove persino il conflitto generazionale con sua figlia, l’adolescente e radicale Coriander , si risolve nell’ignorarsi reciprocamente.

E’ veramente un peccato, perché, nelle poche pagine in cui il tema viene effettivamente trattato, questo libro riesce a comunicare il punto di vista della popolazione di un Inghilterra in profonda crisi economica e culturale e ci obbliga a fare il parallelo con un meccanismo fin troppo simile a quello italiano. La questione è che sono solo sprazzi e non riescono a rubare la scena ad un aplomb fatalista, che sarà pure tipico del mondo intellettuale inglese, ma… che palle!

Un’ultima nota per chi organizza la quarta di copertina dei libri Feltrinelli. La definizione “un quadro molto comico, ma ahinoi molto serio” da dove l’avete tirata fuori? Meno comico di questo libro c’è solo una cartella dell’Agenzia delle Entrate.

Lo sconsiglio.

@DadoCardone

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