Viaggio in Sud America – Due chiacchiere con Michele Casalboni.

Viaggio in Sud America – Due chiacchiere con Michele Casalboni.

Oggi una delle zone più calde del pianeta per i conflitti civili è il Sud America. Ogni giorno i mezzi di comunicazione ci parlano di Stati oppressi da crisi economiche devastanti e delle conseguenti ribellioni della popolazione. In questo articolo il nostro Alfre D’ intervista Michele Casalboni, che da tempo si occupa di organizzare e coordinare gli aiuti per le popolazioni colpite da emergenze umanitarie e che, attualmente, si trova in Colombia.

Spieghiamo a chi legge di cosa ti occupi e cosa ti ha spinto a cominciare a farlo.

Ciao Alfre, grazie per avermi invitato nel tuo spazio. Mi occupo di progettare, organizzare e coordinare aiuti per popolazioni colpite da emergenze umanitarie, siano conflitti, disastri naturali o crisi socio-economiche come nel caso venezuelano. Il primo vero istinto che ricordo fu guardando alla televisione le immagini dello tsunami che colpì il sud-est asiatico nel 2004. Facevo il liceo e ricordo che provai un forte desiderio di essere in prima linea durante questi eventi.

Il Sud America è una terra contraddittoria, tra narcotraffico e fanatismo religioso, ma è anche terra di indigeni e ribelli. Come vedi oggi la situazione politico – sociale?

E’ difficile inquadrare il sud-America dentro un’unica analisi, vista l’estensione e l’eterogeneità dei suoi luoghi, delle sue culture e paesi. E’ sempre stato un continente turbolento, oggi senza dubbio diversi paesi stanno rispondendo in maniera convulsa di fronte alle enormi contraddizioni di cui accennavi. Seppur con motivazioni diverse, c’è una classe contadina, operaia e una generazione di giovani trasversale a tutti i paesi stanca della fortissima disuguaglianza economica, delle promesse non mantenute, dell’incoerenza dei suoi governanti e delle continue violazioni dei diritti umani. Le economie e i mercati del lavoro di questi paesi inoltre, non sono all’altezza delle aspettative di queste generazioni. Bisognerebbe poi fare un discorso differente per ogni contesto: le proteste in Bolivia, Cile e Ecuador, la crisi umanitaria venezuelana, il conflitto armato in Colombia, l’economia argentina sul lastrico. E mancherebbe ancora il Brasile.

Uno dei tuoi ultimi viaggi è quello in Colombia, una bellissima foto a Medellin scatta uno squarcio in un playground. So che sei ancora lì, cosa state facendo? E quali sono le difficoltà che riscontrate?

La Colombia è un paese che ha firmato finalmente nel 2016 un accordo di pace tra il governo e le forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), la principale guerrilla colombiana. L’accordo fu visto come un grande risultato dopo più di 50 anni di conflitto armato. Il Presidente di allora, Santos, è stato anche insignito del Nobel per la pace. Oggi la situazione è più drammatica che mai, la violenza è tornata a crescere, i gruppi armati dissidenti prima vicini alle FARC e delusi dall’accordo di pace sono tornati più attivi che mai sullo scacchiere. Lo Stato non ha mantenuto le promesse dell’accordo di pace, le comunità indigene, afro-colombiane e contadine sono state abbandonate ancora una volta a loro stesse. Se lo stato è assente, il vuoto di potere viene riempito da questi gruppi armati irregolari, che a volte si conformano come guerrillas marxiste, a volte come bande criminali armate e a volte come paramilitari di destra filo-governativi. Le principali fonti di introito e a volte essenza stessa dei gruppi sono il controllo delle rotte del narco traffico e l’estrazione mineraria illegale. Per quanto mi riguarda, fino all’agosto scorso mi occupavo di organizzare gli aiuti per i migranti venezuelani alla frontiera tra Colombia e Venezuela. Oggi mi trovo sulla costa Pacifica, per un progetto di assistenza alle comunità colpite dal conflitto armato e sfollati interni Colombiani. La Colombiani è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati interni: sette milioni.

Una situazione interna disastrosa. Credi possa cambiare?

Al momento vedo tre problemi strutturali che rendono il processo complicato: il primo è la corruzione, ad ogni livello dello stato, dal governo centrale al parlamento fino ai municipi; il secondo è l’isolamento di queste comunità, lo stato continua a non arrivare nei posti più isolati del paese, mancano le infrastrutture. Immagina che ci sono territori che si possono raggiungere solo con viaggi di ore in barcaiole e sono collegati alla terra ferma! Il conseguente vuoto di potere, di governo, è colmato da gruppi armati, cartelli del narcotraffico e bande criminali. Il terzo e ultimo è il narco traffico. Il business della coca è troppo forte, è una materia prima che promette profitti esponenziali lungo tutta la filiera e che non ha eguali come margini di profitto sul mercato. Aggiungiamoci che questo mercato si compie in aree storicamente poverissime del paese.

Chiudo chiedendoti: il recente golpe in Bolivia e le rivolte in Cile che effetti hanno sul continente? O sono cose che la gente avverte come lontane?

Sono crisi al momento locali e confinate, ma in caso di radicalizzazione, per esempio una guerra civile, sicuramente più probabile in Bolivia e Venezuela, molto meno in Cile, è normale che l’instabilità possa espandersi ai paesi limitrofi. Inoltre, è possibile che le lotte intestine ad un paese come il Cile, considerato sempre l’avanguardia del mercato libero in Sud America e un paese stabile dall’economia forte, possano dare slancio e speranza ai movimenti sociali di tutta l’America Latina. Un altro esempio di “contaminazione” è il caso venezuelano. Sono quasi cinque milioni i venezuelani che hanno abbandonato il Paese, siamo a numeri da guerra in Siria o del genocidio Rohingya in Myanmar. Cinque milioni di persone che si riversano sulle zone di confine di paesi limitrofi, vedi Brasile e Colombia, possono sicuramente causare instabilità in zone dalle dinamiche già complesse e turbolente.

Un’intervista a cura di @Alfre D’

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