Sullo stupro.

Superfluo ribadire il motivo di queste poche righe, tutti, ormai anche all’estero, sanno cosa è successo a Rimini  Qualche giorno fa due turisti polacchi hanno subito violenza e stupro da un branco selvaggio, di notte, in spiaggia. Poco dopo anche una trans (una trans) ha subito la stessa sorte.

Fuor da ogni ipocrisia. Se fosse successo ad un mio caro ora sarei a caccia dei mostri, come chiunque. Se però ci si propone di analizzare il contesto in cui si è verificato il fatto aberrante è inevitabile trascendere dall’effetto finale e cercane le cause nel quadro generale. In altro modo non si aggiunge alcunché alla discussione che, ovviamente, si è aperta.

Lo stupro dell’altra sera si inserisce in un contesto di assurdo degrado che chi amministra Rimini fa finta di non vedere per una (molto) ipotetica salvaguardia del flusso turistico, salvo poi costituirsi parte civile quando il danno è ormai irreparabile. La nostra estate è colma di atti di violenza. Basta aprire sulla cronaca di una qualsiasi giornata per rimanere allibiti. Chi lavora in albergo e raccoglie i racconti dei suoi clienti ha l’esatta misura di quanto succede, ma è perennemente combattuto tra il minimizzare e il denunciare, perché di mezzo c’è la cattiva pubblicità di cui l’impianto turistico riminese ha il terrore. Minimizzare è un errore perché poi, quando succedono certe cose, di rimbalzo si ottiene la peggior pubblicità immaginabile, ma su questo concetto torneremo più avanti.

Un altro errore è addossare la responsabilità alla migrazione e concedersi di pensare che lo stupro sia caratteristica di un’etnia, di una cultura o di un colore della pelle. Sempre analizzando i fatti di cronaca (non le bufale che girano per facebook) si scopre che lo stupro è praticato indifferentemente in tutte le società patriarcali, Italia compresa, a dispetto della religione e della pelle; così come lo sono le discriminazioni e le violenze psicologiche su qualsiasi identità che non sia maschile ed eterosessuale. Certo che se si guarda ogni accadimento come evento singolo si fa fatica a comprendere questo dato di fatto.

Lo stupro riminese, non il primo quest’anno, anche se l’altro ha avuto luogo in situazione di ancor peggior degrado, colpisce per la sua connaturata mostruosità, ma anche perché perpetrato in un sistema che teoricamente dovrebbe garantire incolumità e divertimento. Il sistema però non garantisce nulla di tutto ciò, se non una tolleranza particolare verso l’abuso di alcol e stupefacenti. Rimini è un grasso grosso business per il malaffare e la forza lavoro di questo commercio si recluta tra gli ultimi, quelli che non hanno nulla da perdere. E’ inevitabile.

Che colpa ne ha Rimini? La nostra città in qualche modo garantisce questo sistema, restando indifferente al sottobosco che germina ai suoi piedi. Chiunque voglia venire a fare la “stagione criminale” dalle nostre parti trova organizzazioni  pronte ad accogliere ed incentivare, luoghi abbandonati dove nascondersi, un’industria del divertimento che si basa sull’afflusso di adolescenti che abusano di alcol e stupefacenti. Ottimi clienti e prede perfette.

E allora che si fa? Stato di Polizia? Inutile e controproducente. Le forze dell’ordine devono essere presenti, certo, ma per aiutare chi chiede soccorso, non per limitare le libertà di tutti, pur di tener sotto controllo alcuni. Rimini (e qui arriva la parte difficile) necessita di un cambio di paradigma. Dovrebbe usare i suoi luoghi abbandonati, non dimenticarli creando buchi neri in cui gli esseri umani vanno ad abbruttirsi e annichilirsi. Dovrebbe spendere risorse in servizi necessari e non milioni di euro in teatri dalla gestione insostenibile e autobus da un milione di euro al Km (TRC), che doppiano funzioni già esistenti. Riqualificando l’offerta si riqualifica anche la domanda turistica. Dovrebbe far in modo che certe organizzazioni trovino terra bruciata, non rappresentati della politica e dell’economia che minimizzano, adoperandosi atteggiamenti di facciata senza troppo impegno. Dovrebbe favorire l’integrazione e  lottare con tutte le sue forze per impedire il formarsi di ghetti etnico- culturali …che poi i ghetti culturali funzionano anche al contrario perché chi urla prima gli Italiani si rinchiude in una separazione che contribuisce al degrado.

Non intendo dire che lo stupro in questione sia colpa dell’amministrazione riminese, ma il quadro ambientale in cui è avvenuto ha la necessità impellente di una seria presa di coscienza. La missione  dovrebbe essere quella di riuscire a realizzare un luogo dove uno stupro del genere è un evento eccezionale, non un fatto che prima o poi ti aspetti.

So che queste parole e la negazione dell’equazione immigrato = stupratore mi procureranno un bel po’ di discussioni. Ritengo però che questo modo di pensare sia un comodo alibi  per evitare di affrontare il problema dello stupro nella sua vera dimensione, un’anomalia della cultura patriarcale che coinvolge tutti, italiani e stranieri. Che poi le persone che hanno violentato la ragazza e la trans debbano pentirsi per tutta la vita di quello che hanno fatto è un altro discorso ed è stato declinato in tutte le forme possibili nella totalità dei pulpiti social.

P.S.

Oggi, siccome sembra si possa confermare che gli stupratori sono nordafricani, lo sdegno ha raggiunto il livelli massimi. In altre occasioni ho sentito e letto chiedere: “Ma lei… com’era vestita?”

 

@DadoCardone

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