Smart working, realtà solo emergenziale?

Smart working, realtà solo emergenziale?

Ospitiamo sulle pagine di Citizen una riflessione di Raffaella Sensoli, ex Consigliere Regionale, oggi dipendente in regime a metà tra lo Smart Working e la presenza.

In questi giorni si legge sui giornali la diatriba, inevitabile, sullo smart-working.
Una parte di classe politica si dice piuttosto contraria a mantenere questa modalità di lavoro nella pubblica amministrazione, mentre un’altra sta cercando soluzioni per conciliare e rendere strutturale le novità a cui ci ha costretto il Covid-19.

Personalmente credo che chi si scaglia contro lo smart-working, chi lo definisce un riposo retribuito, chi pensa vada bene per il settore privato ma non per il pubblico (francamente queste distinzioni tra le 2 categorie le ho sempre comprese poco), oggi sia la manifestazione di quella parte di Italia refrattaria alle novità, restia al cambiamento, comodamente rassicurata da ciò che resta immutato, anche quando inattuale, per non dire stantio e non più adatto alle esigenze del Paese, dei cittadini e dei lavoratori.

Sono una forte sostenitrice dello smart-working e apprezzo chi sta cercando, assieme ai sindacati, di trovare le giuste modalità per rendere ordinario il lavoro agile.

Ci sono da fare comunque alcune precisazioni, perché nei mesi precedenti lo smart-working è giocoforza coinciso con l’home-working, cioè il lavoro da casa.

Dietro la parola “smart” invece c’è molto di più: non significa solo lavorare da casa, ma avere la possibilità di organizzare il proprio lavoro, non solo nella sede, ma anche negli orari, coordinandosi con i propri responsabili e con i colleghi.
Significa assumersi delle responsabilità tangibili e non essere più legato alle timbrature di cartellino che non possono misurare la produttività di un lavoratore e allo stesso tempo però, in passato, hanno dato dimostrazione di essere il paravento di furbetti e scansafatiche.

Naturalmente la presenza fisica è necessaria, il contatto diretto con l’ambiente di lavoro e con i colleghi non è eliminabile perché nessuna video-call può sostituire la presenza reale e lo spirito di squadra che può creare un rapporto in presenza.
Ma le due modalità sono perfettamente integrabili tra loro e lascerebbero quel margine di libertà al dipendente per poter meglio conciliare le esigenze di vita e di lavoro, specialmente a noi donne ancora troppo spesso messe davanti alla scelta tra carriera e famiglia.

Come scrivevo inizialmente non si tratta solo di home-working e per una donna non deve diventare un impegno ancor più gravoso (molte di noi in questo periodo hanno provato cosa significhi lavorare con un bimbo piccolo che gira per casa), ma un nuovo approccio lavorativo, unito ai fondamentali servizi all’infanzia, potrebbe valorizzare capacità e competenze, e consentirebbe anche una gestione familiare più serena.

Naturalmente ogni ente e ogni azienda declinerà lo smart-working a seconda delle proprie esigenze, fermo restando che alcuni principi devono essere validi per tutti, come ad esempio il diritto alla disconnessione, dato che uno dei risvolti negativi è risultato essere quello di sentirsi al lavoro h24, 7 giorni su 7. Esattamente il contrario di ciò che sostengono coloro che ritengono lo smart-working il paradiso dei fannulloni!

Mi auguro che a stretto giro le interlocuzioni tra le rappresentanze del mondo del lavoro e la politica, diano una ventata di modernità al mondo del lavoro in Italia e nella nostra Regione!

Raffaella Sensoli

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