Middle England di Jonathan Coe – Recensione.

Edito da Feltrinelli. 398 pagine, 19,00 Euro al momento del mio acquisto.

Metti un bravo scrittore, aggiungi un’idea interessante, sviluppala tramite personaggi ben rodati da precedenti successi. Può venire fuori un libro che, per finirlo, ti fa sentire un dislessico alle elementari? Non so se succeda spesso, ma è decisamente il caso di Middle England, il libro più tedioso ch’io abbia acquistato negli ultimi anni.

L’idea, come dicevo, aveva in se un potenziale non indifferente. L’intenzione dell’autore era infatti quella di descrivere l’effetto della Brexit sul popolo inglese, sondando due dimensioni: quella pubblica della politica e quella privata, appartenente ad alcuni abitanti del Middle England di varie generazioni e di varia estrazione sociale. Poi, però, il meccanismo s’incastra nella noia assoluta di coppie tristi, che passano la loro vita senza sapere se lasciarsi. Senza sussulti, senza destare nemmeno l’interesse di un adulterio portato a buon fine.

Benjamin Trotter è un intellettuale che vive da solo in un mulino. Sua sorella ha vissuto un’intera vita da separata in casa con un uomo che non ha mai amato e da cui ha avuto una figlia. Sophie, la figlia in questione, è un’accademica che si procura un matrimonio che soddisfa i suoi canoni estetici, ma non quelli intellettuali. Tutti loro, assieme a relativi coniugi e amici, vivranno l’avvento della Brexit come l’ineluttabile avvento di una prostatite, senza fare nulla (ma proprio nulla) che non sia constatare un dato di fatto.

L’unico personaggio interessante è Douglas, giornalista di sinistra con un confidente nello staff di David Cameron. Con il suo lavoro tiene agganciato il libro al suo tema principale, descrivendo i meccanismi che, tra Labour e Tories, hanno permesso il realizzarsi della Brexit. Solo che alla fine anche lui si perde nella sua noiosa dimensione personale, dove persino il conflitto generazionale con sua figlia, l’adolescente e radicale Coriander , si risolve nell’ignorarsi reciprocamente.

E’ veramente un peccato, perché, nelle poche pagine in cui il tema viene effettivamente trattato, questo libro riesce a comunicare il punto di vista della popolazione di un Inghilterra in profonda crisi economica e culturale e ci obbliga a fare il parallelo con un meccanismo fin troppo simile a quello italiano. La questione è che sono solo sprazzi e non riescono a rubare la scena ad un aplomb fatalista, che sarà pure tipico del mondo intellettuale inglese, ma… che palle!

Un’ultima nota per chi organizza la quarta di copertina dei libri Feltrinelli. La definizione “un quadro molto comico, ma ahinoi molto serio” da dove l’avete tirata fuori? Meno comico di questo libro c’è solo una cartella dell’Agenzia delle Entrate.

Lo sconsiglio.

@DadoCardone

Share