La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano – Recensione.

La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano – Recensione.

Edito da Mondadori – 304 pagine – Genere: Noia

Con questa recensione, datata 2011, ero andato a toccare uno dei  mostri sacri degli ultimi anni. Premio Strega 2008 e, tra gli altri, premio Campiello Opera Prima.

Il fil rouge, che l’autore (laureato in fisica teorica) vuol farci intendere di seguire nel libro, è questa legge matematica secondo la quale esistono dei numeri primi speciali separati da un solo numero pari. Vicini, ma mai abbastanza per toccarsi. Secondo me invece l’impalcatura che regge la trama è il primo principio della dinamica:“Se un corpo è soggetto ad un sistema di forze a risultante zero, allora rimane in quiete o in moto rettilineo uniforme.”. Sì perché il libro si svolge nella più totale immobilità. A parte un evento traumatico iniziale per entrambi i protagonisti, che mi aveva fatto ben sperare, per tutto il resto del libro (300 cazzo di pagine) succede meno che in una mia settimana da influenzato.

Ma veniamo alla trama che (attenzione!) contiene spoiler. Alice da piccola, durante una lezione di sci, si allontana dal gruppo per defecare. Cade in un canalone e diventa zoppa. Mattia ha una gemella, Michela. Lui è super intelligente, lei ritardata. Mattia abbandona Michela in un parco di notte per non portarla ad un compleanno perché si vergogna di lei. Michela sparisce senza lasciare tracce. Mattia, quando scopre che la sorella non è più dove l’ha lasciata (alla faccia della super intelligenza), prende un vetro da terra e comincia a tagliarsi. Questo è tutto ciò di interessante che si può trovare nell’opera in quanto, nonostante l’incipit metta molta carne al fuoco, ti ritrovi ad accompagnare nella crescita un genio maniaco compulsivo autolesionista e una anoressica senza che succeda nulla. Adesso tu caro lettore ti chiederai: “mai dai! Con due personaggi così pieni di problemi, vuoi che..?”. Giudica tu, ecco il resto della trama.

adolescenza: si conoscono ad una festa. Lei cerca di baciarlo per fare bella figura con le sue amiche, lui rifiuta perché si trova a disagio con il contatto fisico.

Giovinezza: Lui confessa a lei di essersi perso la gemella e allora bacio a stampo. Poi lui si laurea con il massimo dei voti in matematica (essendo Rain Man non fa nemmeno troppa fatica) e lei si mette a fare la fotografa. Lui riceve un’offerta per una cattedra nell’estremo nord europa. Lei non ce la fa a dirgli di non andare. Lui parte e la madre di lei muore.

Maturità: Lui vive a nord da tempo E’ un disadattato (come da principio), è vicino ad una scoperta matematica, ancora deve trombare. Lei si è sposata con un uomo che non ama e che, pur essendo dottore, non si è ancora accorto di avere a che fare con una anoressica. Ha solo dei sospetti (sticazzi). All’improvviso tutti si accorgono che Alice è anoressica. Se ne accorge il dottore che vuole un figlio, ma lei ha il ciclo bloccato e se ne accorge il suo datore di lavoro. Gli altri hanno sempre saputo ma non gliene fregava un cazzo.

Gran finale: Alice pensa di aver visto all’ospedale la sorella scomparsa di Mattia. Gli manda un messaggio per farlo tornare. Lui torna. Lei non gli dice niente della sorella. Si baciano con la lingua (wow). Poi lui esce di casa e la sera stessa torna da dove era venuto. A lei sta bene così, ora sente che le sue scelte le può affrontare da sola. (come ha fatto in tutto il libro).

Ecco qui. Può sembrare che io l’abbia raccontata in maniera un po’ schematica, ma la trama è questa. In realtà in questo libro nessuno fa niente, non per la semplice impossibilità di un contatto. Non si prendono decisioni né motivate, né immotivate. I personaggi rimbalzano con tutti il loro tic dal nulla al niente senza lasciare segno.

Non sono immobili solo i protagonisti. Sono immobili anche i comprimari e immobile è la trama. Il finale? Beh il finale non è un finale perché i protagonisti si trovano nella medesima situazione in cui sono stati per tutta la vita. Non esteriorizzano, né precipitano ai loro mali. L’autore avrebbe potuto portarli fino alla vecchiaia ripetendo lo stesso gioco, ma, evidentemente, si è rotto le palle anche lui di raccontare il niente.

Non è un libro sull’anoressia, in quanto ne descrive solo marginalmente le dinamiche e non è un libro sull’autolesionismo per lo stesso motivo. E’ un libro con tanti spazi vuoti che, secondo me, può piacere solo a degli adolescenti depressi, proprio perché in quegli spazi ci possono infilare la loro depressione e riconoscersi.

Non so se sia stato scritto il sequel, tipo: Il Ritorno dei Numeri Primi.  Magari con un finale che faccia esclamare qualcosa di diverso da “E quindi?”. In ogni caso non lo leggerò.

@DadoCardone

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