La passerella del Ponte e le categorie di giudizio.

Ebbene sì, Il fatto è compiuto. Ci hanno messo di fronte alla passerella e ci hanno chiesto di giudicarla con le categorie che, dopo i tre anni, si cerca di togliere anche dall’educazione dei nostri figli. E’ bella o brutta?

Sì, perché la riduzione ai minimi termini della kalokagathia è quasi più facile che stare dentro le righe quando colori: il bello è buono, il brutto è cattivo. Stop, tutto risolto. Purtroppo però la questione è un po’ più complicata di così e dunque, cari lettori di Citizen, vi chiedo di leggere il seguito lasciando perdere per un momento i parametri che altri hanno deciso per voi.

Alla banchina sotto la passerella, non tutti i riminesi lo sanno, manca il collaudo dagli anni ’70 a causa di un errore di quota, che provoca frequenti allagamenti. L’unico intervento coerente con una vera riqualificazione sarebbe stato rimettere a posto proprio quella banchina, guadagnando spazi cui la passerella nemmeno si avvicina.   Per meglio specificare: uno spazio largo più del doppio, che va dal ponte al porto, che poteva migliorare il servizio per piccoli natanti, come pensato in origine. Prova ne sono le colonnine di servizio abbandonate alla ruggine.

Si è scelto invece di fare una cosa diversa, probabilmente perché più facile, sicuramente perché più in linea con gli interventi “pret a manger” dell’epoca gnassiana. Il problema, quello vero, è che per fare questo le Mura Malatestiane, bene sotto tutela, sono state sfondate con cento finestre 50×50; inoltre la pavimentazione dell’adiacente bastione settentrionale, per il cui ripristino si erano spesi molti soldi da non molti anni, è stata completamente sostituita dall’asfalto.

Che questo sia un danno o meno, legalmente parlando, lo sta decidendo la Procura della Repubblica, facendo seguito a due esposti: uno del Comitato in Difesa del Ponte ed uno dell’Associazione Italia Nostra. Esiste però un altro livello in cui si decide se, quello che è stato fatto, sia giusto o meno ed è un piano esclusivamente culturale. Si sta diffondendo molto velocemente infatti, non solo a Rimini, un concetto di consumo del patrimonio pubblico, che poi è un altro dei corto circuiti culturali regalatici dal Partito Democratico.

Gli slogan con cui si sta massacrando il Patrimonio, non parlano ovviamente di consumo, ma di fruibilità. “Che senso ha un bene architettonico se poi la gente non ne può fruire?” Ci chiedono, ma è solo un artifizio retorico, basta guardare i risultati. Esiste (dovrebbe esistere) un equilibrio tra l’uso e la tutela di un bene, se tutto si sbilancia verso l’uso è pleonastico considerare che si parla di consumo e non di fruizione. Insomma, in nome di un non ben identificato vantaggio, pare che i selfie vengano benissimo da lì, si massacra un bene tutelato con interventi che, secondo il parere di molti, sono irreversibili.

Mattoni vecchi, li chiama qualcuno, senza capire che quei laterizi compongono, assieme al Ponte e all’altra riva, un profilo storico unico in Italia. Un ponte bi-millenario, che si appoggia a mura medioevali in una riva e ottocentesche dall’altra, chi ce l’ha? Ora il profilo ha perso di valore storico, perché imbastardito da una passerella che sembra il complemento di una nave da crociera.

Sì, ma ora si può usare! Il Ponte di Tiberio si può guardare meglio. Qualcuno dice sfrecciando con la bicicletta, dove potrebbe essere solo condotta a mano. Gli amanti di quel ponte, quelli sinceri, l’hanno sempre potuto fare… dalle banchine e dal parco.

Il Sindaco Andrea Gnassi ovviamente non tiene conto di queste cose. Non l’ha fatto prima, figuriamoci adesso. Dalla ringhiera metallica della sua passerella gonfia il petto e fa il bullo. Chi l’avversa lo fa solo per: a) livore personale o b) complotto politico. Lui è il Sindaco del “fare” e la prova, la sua sfida, sta lì sotto i suoi piedi.

La questione, quella che riunisce l’ambito legale a quello culturale, è che quest’azione, portata avanti con il beneplacito di una sovrintendenza completamente inutile, costituisce un pericoloso precedente. Una volta accettato che il patrimonio pubblico può perdere il diritto di essere tutelato, se affrontato con l’alibi dell’utilizzo, che poi diventa consumo, cosa può succedere? Asfaltiamo le piazze storiche? Mettiamo un’altalena sotto l’Arco D’augusto perché è più divertente? Sostituiamo una parete del Tempio Malatestiano con una lastra di vetro, perché così ci si può guardare dentro senza perdere tempo?

Questi sono i motivi per cui, secondo chi vi scrive, giudicare la passerella secondo le categorie #bello e #brutto è un’azione piuttosto miope. La passerella è una finta riqualificazione, per cui si sono spesi molti soldi e se ne sono buttati via altrettanti in lavori già realizzati. Ricordo, infatti, che per un precedente intervento sul bacino del ponte, che comprendeva il recupero e il consolidamento dei Bastioni Medievali (sì una volta il comune li considerava medioevali), nonché il ripristino dell’antica pavimentazione ottocentesca, oggi asfaltata, si sono spesi più di due milioni di euro del 2004.

Se poi vogliamo considerare il fine più utilitaristico di tutti, la circolazione, quella passerella non è una ciclabile e la momentanea deviazione del traffico in via Ducale aveva già liberato i bastioni al traffico di pedoni, carrozzine, cicli, malati di selfie, mooonwalkers, Skiroll (sci da strada) e carretti dei gelati.

P.S.

“Però è bella” il più delle volte vale solo, nemmeno tanto, come giustificazione per i cornuti e mazziati.

 

@DadoCardone

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