La Compassione al tempo dei Social [di Moreno Neri]

 

Tra il grigio delle pecore si celano lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti.

(Ernst Jünger, Trattato del ribelle)

 

Il più pratico politico riminese di lungo corso sciorina su Facebook i suoi stereotipi sentimentali, dopo aver visto nel suo salotto Fuocammare, dichiarando di avere infine conosciuto una realtà drammatica, raccontata in modo diverso dalle notizie di cronaca, e quindi lamentandosi di come, al contrario, in Europa si facciano e referendum per non accogliere chi sopravvive da questi drammi e si costruiscano muri. Con l’ostentazione del suo stato d’animo tragico e stupefatto dà ad intendere che conosce bene il problema e che sa come ci si deve rapportare con chi innalza steccati. In realtà ha solo il lusso di avere un’emozione senza doverla pagare, perché nell’animo di chi non ragiona e non sperimenta la realtà dei muri c’è sempre spazio per i grandi sentimenti.

Al palchetto approntato della banalità dei sentimenti in occasione del recente discorso del vescovo per la festa del civico patrono si saranno accomodati pure sindaco e vice-sindaco. Si impancano come pubblico esempio del welfare e ne sono la pietra tombale. Commuoversi o rappresentarsi con la propria apparenza illusoria, la propria superficie è molto facile: basta metterci la faccia e affidarsi alle moltiplicazioni di questa ostentazione che affollano i media, omettendone la reale essenza.

È incontestabile che il sentimentalismo, sotto tutte le sue forme, predisponga sempre ad una certa “ignavia” da un lato e dall’altro provveda ad ammantare l’oscena nudità del proprio tornaconto personale nella parodia della solidarietà, questione che richiede invece una speciale unificazione di mente e cuore.

Di fronte a gente così ambiziosa da fingere di essere buona, diventa una medaglia al valore fingere di essere cattivi. Al giorno d’oggi tutti nella nostra città – nella sinistra da poltrona, da terrazza o da istituzione e cooperativa sociale, in quella Rimini a volte così attiva e a volte così in comune – sono così buoni, tutti Cappuccetti Rossi, che quasi quasi si vorrebbe che ci fosse rimasto ancora qualche cattivo, dei lupi.

Quei lupi che sanno l’amore e la compassione non sono un sentimento o un’emozione, come di solito si ritiene, ma è un’intenzione, una capacità, un potere: quello di dare un pizzico di gioia e di provare a rendere felici gli altri.

Si pensa che esternare su Facebook le proprie coraggiose condivisioni buoniste (o cattiviste nell’eccezione che ne conferma la regola) o condividere, in un ritaglio di tempo, una protesta, una proposta, una indignazione, una discussione, un dialogo, una denuncia sia abbastanza per dire del proprio impegno sociale e finanche della propria rettitudine morale.

Nel tempo in cui si va globalizzando tutto, compresa la disperazione dei senza-tetto e degli immigrati che ci parlano attraverso la loro presenza, qui nella nostra stessa città la loro perturbante invadenza fisica, rappresentata da Casa Gallo e da Rimini People, tenta di rompere l’ottundimento da rumore di fondo che tanti avvolge (li scalda, li illude e li manipola con il loro carico di menzogne e sciocchezze) e che si chiama comunicazione di massa o informazione di regime, determinando negli stessi tanti il loro sostanziale silenzio passivo, la loro indifferenza, tra una sciatta e ottusa esistenza e tra un proclama nichilista dell’insensatezza di ogni gesto della vita.

È ben rappresentata nella nostra città la più o meno benestante moltitudine del pianeta – quella che in questo momento non sta morendo di fame, di sete, per un tifone o un terremoto, non sta per annegare su un barcone, non si sta scannando nella macelleria di una qualche sporca guerra santa. Quella maggioranza, che ogni giorno si fa erodere un pezzetto di libertà e di senso, non è capace di scendere in piazza e di ribellarsi. Dunque nulla facendo, non avrebbe assolutamente neanche nulla da dire, ma su Facebook e sui media questo nulla da dire riesce a dirlo almeno una decina di volte al giorno postando nella propria pagina e navigando ognuno per contro proprio o diramando comunicati dal loro irraggiungibile palazzo, insieme solo nella forma, ma separati nella sostanza. Ognuno, in Facebook, dentro un mondo lontanissimo, il proprio, dimentico del prossimo, se non degli “amici”, anch’essi immaginari, cui esprimere un’indignazione, una ricetta o un insulto o la foto di un tramonto o i risultati di un sondaggio o l’istantanea della figlia preadolescente obesa, ma così intelligente: indifferentemente.

Ma la virtualità, l’immaterialità che lo avvolge non è e non sarà senza conseguenze. Sono molto preoccupato per il politico di lungo corso, parecchio per quasi tutti i suoi sodali e più o meno complici, moltissimo per la maggioranza che sostiene – alcuni con le proprie opere e i più con le loro omissioni – questo sistema criminale e criminogeno, che non si sana discutendo della bontà di un sondaggio che forse nel nostro paese ci colloca al primo posto di questo sistema, ma forse al quarto. Sono molto preoccupato per questa cieca confraternita, cui non faccio alcun rimprovero ma un’esortazione: venite a vedere. Fate la conoscenza con la condizione umana, prima che il tappeto vi scivoli dai piedi: meglio vivere che dormire, sapere piuttosto che non sapere.

L’illusione li sta rendendo tutti beati babbei, sempre più fragili – più stupidi e specialmente più spaesati – come lo sono quei turisti da crociera o da villaggio turistico che credendo di viaggiare per il mondo e conoscerlo stanno fermi in un suo simulacro e ne conoscono solo una pallidissima parvenza addomesticata. Loro sì, coloro che hanno e spesso hanno troppo, sono i veri stranieri, estranei all’umanità, clandestini nella realtà, ma protetti dall’aria climatizzata o dal riscaldamento, cullati dal ronzio del pc, lavati e nutriti, difesi da ogni intrusione della vita reale.

Non dobbiamo farci incantare dall’osservazione dell’indifferenza che in questo esangue Occidente della quantità e del neoliberismo sembra caratterizzare la maggioranza. Non può continuare e non continuerà. Se nel mondo 62 persone hanno la stessa ricchezza di 3 miliardi e 600 milioni di poveri, se in Italia la nuova generazione è la più povera dai tempi grami della II guerra mondiale e ci sono 4 milioni di persone che versano nella povertà assoluta, prima o poi il mondo vero verrà addosso a questa presunta maggioranza. Toccherà a questa “maggioranza”, se ne sarà capace, affrontare con gli occhi di nuovo aperti questo mondo così reale che non sparisce con un clic o si annulla con un dislike. Non è la nostra, la solitudine: è la loro, per quanto social sia o per quanto sia incistita nei gangli del potere. È l’isolamento di un mondo vecchio destinato a finire e ad essere travolto, fatto di un potere sempre identico e autoritario che gira le spalle all’umanità in nome della legalità, del profitto e dell’egoismo, della comodità e dei pareggi di bilancio.

Casa Gallo si oppone a tutto questo. Rappresenta il mondo nuovo, quello di nuove istituzioni nate dalla gente per la gente che sta costruendo, passo dopo passo, tra enormi difficoltà e avversioni, tra mille sgambetti burocratici e politichesi, nuovo welfare e servizi per chi è escluso da tutto, servizi che producono sicurezza sociale e un sostegno concreto a chi non ha nulla. La sua forza è quella di essere il luogo, per noi riminesi a km 0, in cui brilla la libertà di chi sceglie di agire malgrado tutti i rischi che invoglierebbero ad agire altrimenti o, facilmente, a optare per quell’inerzia che, alleata della viltà, rappresenta uno degli opposti del coraggio.

Perché il coraggio della verità è l’essenza dell’impresa filosofica e del “dire di no” della critica politica: essere contro significa avere il coraggio dell’indocilità ragionata, della propria dissonanza rispetto all’esistente, avere la forza di rifiutare l’ingiustizia, l’iniquità e lo squallore, esercitare la possibilità di porre rimedio alla bruttezza, all’umiliazione e alla perdita di dignità. E infatti è anche la via per la bellezza e la sapienza: altro che i corsi di autostima, in grado di espandere il nostro ego, peraltro infinitesimale! Solo questo è il modo di essere, noi per primi, il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Spesso, oltre allo sconforto per sentirci isolati si accompagna la rabbia. Nasce dal fatto che la realtà non è bella, né buona, non è come vorremmo che idealmente fosse. Possiamo manifestare la nostra rabbia, lo facciamo, ma occorre incanalarne una buona parte nel realizzare l’ideale attraverso i mezzi che la stessa realtà ci offre. Se abbiamo un’Idea del Bello e del Buono in sé dobbiamo, senza farci troppo prendere da un’azione disordinata dallo sconforto e dalla rabbia, materializzarla nel piano del sensibile.

Cosa opporre allora a tutte queste regole e abitudini uniformanti? Prima le persone. Le persone sono quelle che ci impediscono di ridurre questa immensa tragedia a un mucchio di cose, concetti e numeri (un rapporto sulla povertà), fogli di carta (un certificato di residenza o un permesso di soggiorno o un rendiconto di progetto), le liberano dalla banalità e dall’imprecisione della loro reificazione, dall’annullamento del sentimentalismo a buon mercato. Dietro la loro misurabilità burocratica o finanziaria, dietro questa massa confusa di dati, c’è la singolarità ineludibile, l’unicità di ogni esperienza personale. Allora non sono più una massa confusa di poveri, di immigrati, di senzatetto, ma esseri umani, liberi, affamati di dignità, in cerca di felicità. Un po’ come tutti noi. Può sembrare incredibile, ma è in luoghi come Casa Gallo che oggi stiamo decidendo, concretamente e faticosamente, che cos’è un essere umano. La dignità e la libertà dei suoi ospiti misurano le nostre: più le neghiamo, più sprofondiamo in un abisso di vergogna e crudeltà, e più il benessere e la libertà che viviamo ogni giorno suona come un insulto, un insulto soprattutto a noi stessi, perché questo paradigma sociale prima o poi ci toccherà se non comprendiamo che viviamo in una casa comune e che ci accomuna il desiderio di restare umani. La possibilità per gli ospiti di Casa Gallo di avere un futuro, in breve, misura il nostro.

Mi dicono che tutto fa, comunque. Anche un sentimento espresso, seppur contraddetto dai fatti. E che qualcosa a lungo andare si sposta. Se davvero è così, per carità, meglio di niente. Però sarebbe bello ogni tanto vedere qualcuno deviare la rotta, pagare un prezzo per i suoi errori, correggere una direzione di marcia, scendere di uno scalino per la sua inadeguatezza, sarebbe bello che gli intrecci più o meno mafiosi sparissero, che un brutto progetto venisse arrestato, che un corrotto ammettesse la colpa e pagasse, che un incapace si facesse da parte e rifondesse i danni fatti. Mi accontenterei persino che qualcuno mettesse da parte i pregiudizi e i dissensi preventivi e si disponesse a cambiare idea, che fosse almeno disponibile a sostituire quei grumi basati sul sentito dire, sul preconcetto ideologico e sulla costruzione delirante di un nemico, che pensasse un po’ di più, che amasse un cincinino il rischio e la piantasse di frequentare idee che ha già, rifiutando idee che non vuole avere.

Ci piglia lo sconforto perché ci sembra di essere relegati a una marginalità estrema. Ma poi pensiamo che l’Occidente, paese della sera, dovrà prima o poi tornare all’aurora. Che ci sono persone e cose belle. Che sono, poeticamente, come i bucaneve, le primule e i primi fiori dei mandorli che, coscienti della loro debolezza, timidamente annunciano la fine di un tempo. E che è proprio quando tutto sembra perduto che tutto sarà salvato. Lenimento dello scoraggiamento potrebbe essere l’enigmatico e usatissimo avvertimento, ricordato anche da Heidegger, di Hölderlin, in Patmos, l’isola in cui fu scritta l’apocalisse: Vicino e difficile ad afferrare è il Dio. Ma dove è il pericolo, là cresce anche ciò che salva.

Moreno Neri

Share