Giornalismo che fine hai fatto?

Giornalismo che fine hai fatto?

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Emilia Romagna: Giornalisti messi nel conto spese a loro insaputa. Analisi della debolezza costituzionale del fu Quarto Potere.

 

Un milione di anni fa (o forse due) facevo l’apprendista presso il Resto del Carlino di Pesaro. Sebbene il Giornalismo, universalmente inteso, non si è certo inventato adesso i suoi vizi e le sue virtù, quella volta v’era un certo prestigio nel praticarlo, anche solamente da apprendista. Ricordo ancora le calorose strette di mano e i cadeaux per la stampa collezionati in quel periodo, sebbene nessuno avesse la minima idea di chi fossi. Non per richieste di qualche tipo, intendiamoci… solo per un tributo dovuto al mestiere.

Una volta, ad una pallosissima conferenza, fui omaggiato di una cartellina di pelle con block notes e stilografica. Avevo fatto fatica a mettere insieme le lire di benzina necessarie per arrivarci a quell’evento e, nel parcheggio, ingranando una retromarcia mi rimase il cambio della 127 in mano.  Capite bene che il regalo, seppur una sciocchezza per le spese dedicate alle pubbliche relazioni a quei tempi, acquisiva un certo peso per uno prendeva saltuariamente 70 mila lire a servizio facendo il cameriere nei catering. Ne fui quasi imbarazzato. Scrissi malissimo della conferenza e, se non ricordo male, non fui nemmeno pubblicato.

Fino ad oggi provavo quasi tenerezza per la mia personale epica giornalistica, ma il fatto che nessuno mi abbia mai messo a mia insaputa come casuale di una fattura per giustificare un rimborso spese… beh, me l’ha fatta rivalutare.

Mi riferisco ovviamente all’articolo del Corriere di Bologna scritto da Anna Budini, quello in cui si descrive il tentativo di Fabio Grassi di coprire illegittimi rimborsi spese. La confessione del capo ufficio stampa, responsabile della comunicazione dell’Apt Servizi, e il conseguente tentativo di mettere tutto a tacere con un paio di bottiglie di vino, avviene come conseguenza di una semplice operazione portata avanti da Raffaella Sensoli in Regione: chiedere un controllo incrociato di spese e causali per gli Educational Tour. Mica i rimborsi Somali di Carmen La Sorella eh, solo soggiorni di lusso per far parlare bene i giornalisti della Riviera.

Una denuncia che, oltre a provocare la minaccia di provvedimenti disciplinari da parte dell’Ordine dei Giornalisti, ha messo in evidenza, come ammette lo stesso Grassi, “una zona grigia” perché “[…]in tutto il mondo funziona così perché le pierre le fai in questo modo. Se i giornalisti li inviti, li devi ospitare. O no?”. Certo.. tutti in hotel di lusso con famiglia a seguito.

Budini scrive l’articolo, Fabio Grassi viene fatto (auto) dimettere, l’Assessore Corsini giura che APT è trasparente e intransigente. E i giornalisti? A parte chi ha scritto l’articolo per ora non si legge di nessuno che condanni apertamente la pratica. Garantismo? Non svegliare il can che dorme? Non saprei. Dall’articolo non ho capito nemmeno se gli altri giornalisti, quelli seduti allo stesso tavolo di Budini e Grassi nel momento della richiesta, hanno accettato le bottiglie oppure no.

Mentre aspettiamo di capire chi, quando, cosa, come e perché, come si usava una volta nel giornalismo, a me, che poi giornalista vero non lo sono mai diventato, non resta che condividere una riflessione. Certamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma trovo che oggi vi siano un po’ troppi campioni di cattivo mestiere, tanti da minare i fondamentali del fu Quarto Potere. Dalle piccole redazioni locali in lotta per la sopravvivenza, ai leccaculo da massimo sistema (tipo l’Unità), passando per i giornalacci come Libero e il Giornale, che giocano a stimolare i peggiori istinti dei loro lettori con titoli vergognosi, finendo per quelli che si fanno pagare lo status raggiunto con soggiorni gratuiti con consorte e figli a seguito: perché un ragazzo oggi come oggi dovrebbe ambire a fare il mestiere del giornalista? Sicuramente professionisti come Travaglio, Gabanelli, Mercalli e Berlinguer risollevano la reputazione generale lottando contro la rimozione sistematica di qualsiasi tema non faccia piacere all’esecutivo, ma le loro esperienze sono riproducibili a livello amatoriale, con mezzi totalmente gratuiti, senza rischiare di essere inconsapevolmente piazzati nel rimborso spese di qualche carrozzone regionale. Chi oggi  parla con onestà di temi contingenti quali ambiente, immigrazione e lavoro? Blogger, dilettanti della notizia magari, ma tutta gente che si è dovuta inventare uno sfogo per fame di verità. Badate bene, non sto parlando di complotto, perché se il prezzo del silenzio sono delle bottiglie di vino va da sé che i disegni sono piuttosto semplici. Sto parlando di ignavia.

Alla politica come guida abbiamo rinunciato da tempo ed ora al giornalismo, che doveva essere il cane da guardia, hanno dato un guinzaglio corto e una ciotola con il Chappy. Il colpevole? Ce n’è più di uno. Da una parte noi, con il nostro voto (o non voto) e le nostre preferenze di lettura. Vorrei sottolineare che se Tassi del QS si è sentito tranquillo nel titolare “Cicciottelle Azzurre” un motivo c’è. L’altro colpevole è il giornalismo che bada a pubblicare solo cose che è sicuro di vendere, rinunciando ad una propria precisa funzione, il ruolo culturale guadagnato con la Storia e perso miseramente in  nome del “teniamo famiglia”. In sintesi: meglio il culo della Minetti che i risultati di Casa Madiba. Cherchez la femme.

‘Sto cane a forza di mordersi la coda è rimasto solo con le gengive.

P.S.

In Italia mancano giornalisti che facciano la seconda domanda. Cosa intendo? Semplice: il giornalista intervista un politico, fa la sua domanda, il politico risponde. A questo punto il giornalista dovrebbe fare la seconda domanda: “scusi, ma lo sa che questa è una stronzata pazzesca!?” Invece la seconda domanda non viene mai fatta, in questo modo i politici sono lasciati liberi di dire tutte le cazzate che vogliono.

(Daniele Luttazzi)

dado

 

@DadoCardone

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