Garantitemi un Garante.

Garantitemi un Garante.

Il Garante dei Diritti dei detenuti e un direttore permanente nel carcere dei Casetti, sarebbero un segno di civiltà nella seconda città italiana per reati commessi. Ma chi è il garante dei diritti dei detenuti? Qual è la sua funzione e perché se ne richiede la carica? Il Garante è un organo di garanzia che, in ambito penitenziario, ha funzione di tutela delle persone private o limitate della libertà personale.

Fu istituito in Svezia nel 1809 a tutela dell’applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali trasformandosi in seguito in organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni forma di abuso. Attualmente è presente in 23 paesi europei con denominazioni, funzioni e procedure di nomina differenti.

Scrivo di ciò perché grazie all’Associazione Papillion di Rimini, sono stato sensibilizzato sul problema italiano della custodia cautelare, persone trattenute in carcere in attesa di giudizio, grande dilemma del nostro sistema legislativo e penitenziario, degli internati e dei condannati, ma in generale di tutti coloro che quotidianamente vivono questo “ambiente speciale” .

Già nel ‘700 Cesare Beccaria, illustre intellettuale italiano, con grande sensibilità e umanità, nel suo “Dei delitti e delle pene”, individuava la necessità della prontezza e della vicinanza temporale della pena, come sanzione al delitto commesso, della sua proporzionalità rispetto al danno subito dalla collettività e della scelta politica rieducativa, come unica utilità per la società di trarre proficuo vantaggio nel recludere e privare della libertà personale un cittadino, seppur reo di aver commesso un delitto. Inoltre lo stesso, sottolineava come la pena deve essere intesa come estrema ratio, se si hanno strumenti efficaci di controllo sociale, dovrebbe essere evitata.

Nelle condizioni odierne, di sovraffollamento carcerario, di lunga attesa dei processi e di un sistema legislativo e di magistratura non certo impeccabile, la figura del “Garante” figura terza, indipendente e non soggetta alla Magistratura di sorveglianza(sotto organico) ed alla polizia penitenziaria, diventa un raggio di luce in un ambiente non sostenibile.

Un soggetto autorizzato, retribuito e indipendente è un ottima dimostrazione di buona volontà e di impegno delle istituzioni, che oltretutto ricevono il beneficio, di un moderatore, un arbitro imparziale per dirimere piccole o grandi questioni interne. Un interlocutore che solleva la pubblica amministrazione e la magistratura di sorveglianza dal controllo dell’applicazione della pena, un occhio vigile per evitare afflizioni e torture da entrambe le parti guardie e carcerati.

I Garanti possono effettuare colloqui con i detenuti, visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione, e confrontarsi con gli stessi operatori penitenziari offrendo una concreta possibilità al recupero, all’educazione ed al conforto (penso ai carcerati in attesa di giudizio) dei detenuti, esercitando ed applicando una “politica davvero ri-educativa”.

Il garante concorre ad assicurare la conformità delle norme e dei principi della costituzione, delle convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall’Italia (ma ahimè disattese, vedi sanzioni dell’alta corte Europea), dalle leggi dello stato e dai regolamenti.

Argomento a me più consono: il Garante verifica che le strutture edilizie pubbliche adibite alla restrizione od attenuazione della libertà delle persone siano idonee a salvaguardarne la dignità con riguardo al rispetto dei diritti fondamentali.

Come può essere ri-educativa la pena se eseguita in un luogo insostenibile?

Necessitiamo perciò con estrema urgenza l’adeguamento dello strutture detentive e l’introduzione della figura del Garante presente in Regione, ma non in Comune, come doveroso atto di solidarietà ed umanità verso chi in attesa di giudizio o già giudicato, usufruendo delle strutture e convivendo con gli operatori, venga messo in condizione di scontare la sua condanna o la sua attesa dignitosamente, e venga messo nelle condizioni di “crescere” moralmente cosa difficilmente raggiungibile, in ambienti inadeguati.

Come si può pensare di ridurre i reati se il luogo dove questi sono scontati non è all’altezza del suo compito?Viviamo un’epoca assai strana, dove con la stessa velocità con cui si sale si può anche scendere deve essere impegno comune quello di creare le condizioni per migliorare l’esistenza della comunità.

A tal proposito vorrei citare un passo di Italo Calvino, tratto da “Le città invisibili”

 “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Fausto Battistel Architetto

 

 

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