Il Movimento ai tempi della Lega.

Premetto. Mi dispiace. Osservo molte persone, diversi attivisti del Movimento 5 Stelle, incastrati nello scellerato patto con la Lega. Non ho la pretesa di poter fornire un dato statistico a riguardo, ma suppongo che una buona parte degli elettori, quelli che non avevano intenzione di votare 5 Stelle per cadere nello sciovinismo, si stiano  torcendo le mani in silenzio per quella che sembra essere una vera iattura.

C’è chi ha capito prima come sarebbe andata a finire, non tanto per una questione di genio, quanto di evidenza, e s’incazza . Gli altri, magari con una responsabilità istituzionale o, semplicemente, con anni di trincea fra le linee della speranza, si trovano ora nella situazione di dover giustificare cose che mai avrebbero pensato. Altrimenti votavano Lega.

Salvini fa dichiarazioni su tutto, disturbando qualsiasi competenza assegnata. Migranti, Sanità, Diritti Civili, Finanza e interviene demolendo il percorso con cui il Movimento aveva guadagnato il 33% di consenso, il suo patrimonio di credibilità. Invade il mainstream con una dichiarazione al giorno e lo fa in stile Trump, non con il cambiamento di paradigma  teorizzato dalla dirigenza 5 Stelle, ma con una regressione senza precedenti ai peggiori istinti. Razzismo, Omofobia, Islamofobia, negazionismo e retorica Fascista. Il Leghismo è un compiaciuto rutto a bocca aperta che precipita nell’imbarazzo tutti i commensali, mentre qualcuno balbetta: “fa bene alla digestione”.

Questi estremismi rappresentano i veri sentimenti degli italiani? Secondo me no,  o perlomeno rappresentano solo per quel 17,37% che ha votato il partito della Ruspa. Matteo Salvini però vince lo stesso, per due motivi fondamentali. Il primo è che ha capito quanto fosse facile parassitare la mancanza di una vera identità del Movimento 5 Stelle.  Decidere di volta in volta se una cosa è buona, o cattiva, rende i tempi di reazione politica nettamente inferiori rispetto a chi gli stessi argomenti li ha introiettati tramite una cultura di partito. Che sia di destra, di sinistra, di centro, estrema, giusta o sbagliata. Il contratto del Movimento veniva considerato virtuoso per l’assenza di una specificità ideologica, era pronto anche per un PD seppur senza Renzi, compatibile come uno di quei multi adattatori per le prese elettriche di ogni Paese. Ha prevalso la fame di Salvini a dispetto dello sbocconcellare di popcorn del Partito Democratico ed ora ne subiamo le conseguenza.

Il secondo motivo per cui Salvini vince è che è un folle. Non lo sa nemmeno lui com’è riuscito a diventare Ministro degli Interni con un partito del 17%. Non perde tempo a studiare, si riempie la bocca di slogan facili da ripetere e gioca un’eterna partita al “doppio o niente”, senza nemmeno guardare le carte che ha in mano. Tanto fin lì non ci doveva nemmeno arrivare; ha già vinto e gioca con i resti.

Un atteggiamento così come si combatte? Bisognerebbe chiederlo a chi nel Movimento riteneva di poter controllare tutto con un contratto. L’imbarazzo, per chi aveva già ritirato dalla lavanderia l’abito buono da statista, è palpabile vedendo Matteo Salvini atteggiarsi a Premier in pectore. Sono sicuro che la linea generale, la parola d’ordine fra gli eletti di ogni grado e ordine, sia “lavoriamo e facciamo vedere i risultati”. Giusto, arrivati a questo punto è l’unica cosa da fare, ma questo progetto sottovaluta il fatto che, a lungo termine, Salvini rivendicherà comunque i meriti di un Governo a cui appartiene e, nel breve termine, beh… le parole di un Ministro sono azioni ed hanno conseguenze reali.

Per ora l’agibilità del Movimento è salvaguardata dalla peculiarità di non avere una struttura e di reggersi su una base di attivisti educati unicamente a ratificare decisioni già prese. Le stesse persone che votarono sul blog di Grillo per l’abolizione del reato di Clandestinità, si trovano oggi a dover giustificare il respingimento dai porti italiani con poco convinti :”finalmente l’Europa ci ha preso in considerazione”. (Ovviamente ci sono anche i tanto convinti, ma quella è una patologia calcistica difficilmente curabile).

Cosa ci aspetta per il futuro? Nessuno ne ha idea, sostanzialmente la contingenza è che non esistono alternative. Il Partito Democratico non riesce a liberarsi della sua dirigenza senza empatia, né senso della realtà, ma che abbonda di vanagloria. L’altra sinistra ha il complesso del personaggio e si mangia le sue potenzialità candidando gente come Pietro Grasso, Massimo D’Alema e Laura Boldrini. Berlusconi non è certo da augurarselo.

L’unica, remotissima, speranza sarebbe che qualcuno trovasse un metaforico secchio di acqua fredda per smorzare i calori di Salvini. Purtroppo però nessuno pare avere l’esperienza necessaria a disinnescare questo predicatore radicalizzato alla discriminazione. Per quelli di Milano poi, la vera testa del Movimento, le analisi si fanno sui mi piace e, visto che i like per i richiami all’ignoranza si sprecano, c’è caso pensino vada tutto bene.

Per adesso Salvini sembra aver aperto il Movimento come una scatoletta di tonno.

P.S.

“Un errore comune che le persone compiono quando cercano di progettare qualcosa completamente a prova di idiota è di sottovalutare l’ingegnosità dei veri idioti.” [Douglas Adams]

 

@DadoCardone

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Inopportunamente Errani.

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi abbraccia Vasco Errani,

Come riproporre con convinzione un modello fallimentare e poi dire che stiamo cambiando.

Su queste pagine si è disquisito diverse volte sull’oggettiva difficoltà dei membri del Partito Democratico di capire il concetto di opportunità politica. Esisteva un tempo la necessità di salvaguardare il proprio partito e chi lo vota assumendosi la responsabilità politica, ancor prima di quella legale, delle contingenze attraversate. Questo perché se un buon avvocato e “mezzi” che una persona fuor di politica si sogna ti possono togliere dall’imbarazzo di un’azione legale, nulla può invece toglierti di dosso le responsabilità che ci si assume assieme ad un ruolo istituzionale … al di là delle effettive colpevolezze. Da quest’onere, fatalmente, ti libera solo l’opinione di quel pubblico che dovresti amministrare.

Sembrava conoscere bene questo principio Vasco Errani quando, ai tempi del processo per la faccenda Terre Emerse, si era dimesso da Presidente della Regione, dopo una condanna in primo grado per falso ideologico. Condanna che cadrà revisionata in Cassazione con la formula “il fatto non costituisce reato”.

I fatti, per chi non li conoscesse, partono da un’indagine per truffa nei confronti di Giovanni Errani, fratello di Vasco. Nel 2006 la Cooperativa Terre Emerse ottenne un milione di euro dalla Regione per la costruzione di una Cantina vinicola a Imola. Per trattenere legittimamente quei finanziamenti i lavori dovevano terminare entro un termine temporale preciso, ma, secondo il Pubblico Ministero Antonella Scandellari, ciò non avvenne e la Cooperativa di Giovanni Errani certificò una falsa chiusura dei lavori, continuando in realtà la loro esecuzione.

Questa prima parte dell’accusa è caduta in prescrizione già in primo grado. V’è una seconda parte d’accusa, relativa allo svincolo nel 2008 da parte della Regione di una fidejussione lasciata in garanzia per ottenere il finanziamento. La Regione, sempre secondo l’accusa, svincolò il titolo tratta in inganno dalla falsa certificazione di cui sopra. Va da sé che se la prima parte del dolo cade in prescrizione per la legge tutto ciò che ne consegue non esiste e di conseguenza, secondo i giudici della terza sezione penale della corte d’appello di Bologna, “il fatto non sussiste”.

Cosa c’entrava Errani? Egli produsse spontaneamente una relazione sulla vicenda che presentò sia in Procura, sia in aula in Regione, in reazione ad un articolo apparso su “il Gionale. Secondo il giudice, il politico avrebbe spinto due funzionari a scrivere un dossier falso per depistare le indagini. Falso ideologico.

Come premesso, sono tutti innocenti. Una prescrizione in primo grado per Giovanni e una conseguente assoluzione in secondo grado per fatti correlati. Per Vasco invece ci pensa la Cassazione, nessuno è colpevole di fatti che rappresentino reato. Concedetemi però di pensare che se fosse successo a me ora sarei chino a sbucciare arance in una cella.

Opportunità politica s’invocava all’inizio dell’articolo. Nel caso appena raccontato si svolse tutto come da manuale. Il politico condannato, anche se non in via definitiva, rimette le sue dimissioni, il partito chiede di ripensarci, ma il politico si dichiara irremovibile. L’onorabilità delle persone e del Partito sono salve, non resta che fare il solito richiamo al garantismo (siamo tutti innocenti fino al terzo grado) e il Partito rimane al potere anche nelle successive elezioni.

Sì da il caso, però, che la gestione dell’opportunità politica non sia un singolo test da superare una tantum e decretare così una sorta di immunità. La prova è proprio la notizia di questi giorni secondo la quale Matteo Renzi avrebbe nominato commissario straordinario per la ricostruzione, dopo i terremoti di questi giorni, proprio lo stesso Vasco Errani. Cosa c’è che non va? Errani, nel 2012, fu commissario per la ricostruzione dopo il sisma Emiliano. Aveva anche un motto: “Teniamo botta”.

Nessuno può certo attribuire all’ex Presidente di Regione la responsabilità diretta di quello che successe dopo, ma dalla ricostruzione in Emilia venne fuori il più incredibile caso d’infiltrazione mafiosa che l’Italia settentrionale possa annoverare. In concreto un secondo terremoto che, nel 2015, portò all’arresto di 117 persone tra politici, giornalisti e imprenditori reggiani, accusati a vario titolo di aver avuto contatti o di aver preso parte alla cosca ’ndranghetistica che faceva riferimento al boss di Cutro Nicolino Grande Aracri. Un’indagine che solo con i riti abbreviati (seguendo i quali si ottiene un terzo di sconto della pena) ha totalizzato prime sentenze per 300 anni di carcere.

Errani, ripeto, non è colpevole di niente, ma può essere il modello Emiliano, nella sua evidente inidoneità alla prevenzione delle infiltrazioni, qualcosa da ripetere? Ecco un altro caso in cui Vasco, per non esporre il Partito all’inevitabile attacco, dovrebbe considerare l’opportunità politica di rifiutare.

In questi giorni, pieni di dolore, lacrime e tanta solidarietà umana, si sente ripetere in continuazione che questa dev’essere l’ultima volta, che dev’essere un’occasione per non soccombere più ai soliti vizi dell’Italianità, soprattutto in relazione a tutto ciò che succede dopo il dramma di un sisma così potente. Direi che si può cominciare a concretizzare questa intenzione con l’assegnazione di un ruolo, quello del Commissario Straordinario per la Ricostruzione, che sia per competenza e non per quello che sembra essere un calcolo politico.

P.S.

“Un congedo opportuno lascia dietro una porta sempre aperta.”

[Erri De Luca]

dado

 

@DadoCardone

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Dieci Piccoli Indiani

5b5c10f7fe06d31e77fe35c202238a79_XLBersani, Bindi e Cuperlo assaggiano un po’ della famosa democrazia del loro Partito. Così come pochi avevano deciso che la loro poltrona in Parlamento doveva essere garantita da un posto da Capolitsta, magari in Calabria, pochissimi decidono (anzi uno solo) che devono momentaneamente togliersi di torno.

Il loro torto? Fare parte dei Dieci Piccoli Indiani, dieci piccoli dissidenti che, improvvisamente, si sono accorti di non essere a  casa loro, all’indomani della cacciata dalla Commissione Affari Costituzionali . Faccio ovviamente riferimento al capolavoro di Agatha  Christie, il cui titolo originale veste ancora meglio la vicenda: …E poi non rimase nessuno.

V’è però una grande differenza con il citato classico del giallo. Nella storia originale i protagonisti cercano di capire chi li uccide uno alla volta, nella sua versione parlamentare l’assassino è noto dall’inizio e sono stati  già tutti fatti fuori da un pezzo. L’unico aspetto thriller è l’attesa di veder spuntare in loro un po’ di amor proprio, che al momento è evidentemente sostituito da altre considerazioni.

Ora la riflessione più appropriata non è capire cosa faranno i dieci piccoli indiani, vista la loro evidente ininfluenza politica. La cosa più importante da chiedersi è cosa dia tutto questo potere a Matteo da Firenze. Finita la luna di miele con i suoi compagni di partito (con gli altri non c’è mai stata) pare evidente a tutti, persino al piddino della strada, che il Premier rispecchia ne più ne meno il comportamento di qualsiasi altro suo predecessore:

  • Quelli prima di noi hanno fatto un casino.
  • Adesso in quattro e quattr’otto metto apposto io.
  • Siete solo capaci di criticare, ma non fate proposte.

Come da manuale. Tra l’altro la sua qualità più caratterizzante (fin dal liceo le sparava così grosse che lo chiamavano “il Bomba”) è stata applicata pari pari a tutta la legislatura, producendo effetti devastanti sull’elettorato di tutti.  Nessuno vota più…. Se non qualche anziano a causa di un riflesso compulsivo a votare qualcosa che almeno nominalmente si dichiari di sinistra. Pare che, data l’età media dei votanti,  per le prossime elezioni stiano organizzando l’Exit poll con il morto.

Cosa caspita lo mantiene dov’è con la convinzione di un Kamikaze che sta picchiando contro una portaerei e con la stessa voglia di trattare? E’ sicuramente vero che questo è un Parlamento di precari e che, mandati alle elezioni, molti farebbero fatica a passare la soglia di qualsiasi sistema elettorale (anche se lo chiamassero Unatantum),  non è che tutti si possono giocare il jolly come Casini.

Chi mai si prende la responsabilità di traghettare i ParlamentarPrecari fino al vitalizio? Civati è troppo indeciso, Cuperlo è troppo gentile, a Bersani sfugge la metafora e Bindi abbaia, ma non morde. D’Alema? A Massimo una cantata sotto il chiaror di luna Ischitana, tra un libro mediocre e una bottiglia di buon vino, ha fatto cambiar idea.

Il Bomba è praticamente senza rivali, ma una guida la deve avere… le mosse sono troppo perfette per essere frutto della mente di uno che vive di atteggiamenti. Prendete Mattarella ad esempio, un uomo che trova sconveniente esprimersi senza leggere e che non ha nulla da obbiettare sulla dipartita dei dieci piccoli indiani, sebbene costituzionalmente si sarebbero potuti rimuovere solo per rinuncia o per passaggio ad altro incarico. Tutto troppo facile.

Nelle ultime pagine di quest’ennesimo giallo della Politica Italiana non ci dovrebbe essere la fine annunciata dei dissidenti per inedia, ma l’identità del genio che si nasconde dietro Matteo da Firenze, questo sì che sarebbe da leggere.

P.S.

Come si fa a distinguere il caos da un piano molto ben congegnato? Nel  vero caos nulla si ripete,  tantomeno  nello stesso effetto. La distruzione del nostro Paese è un piano… e sta riuscendo perfettamente.

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@DadoCardone

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