LUI è tornato di Timur Vermes – recensione.

Editore Bompiani – 445 pagine – disponibile anche nell’offerta 2 libri per 9.90 €

Questo era un libro che volevo leggere da tempo, ma sapete come vanno queste cose. Lo vedi che ne hai appena comprato un’altro e con sta cosa dei libri spendi meno a drogarti. Ti dici “lo compro quando ho finito questo”, ma poi escono altri libri e, nel frattempo, ci hanno fatto un film in Germania e un remake in Italia  sostituendo Hitler con Mussolini.

Già, non ve l’ho detto. Questo libro parla di Adolf Hitler che si sveglia nel 2011 in un fazzoletto di terra incolto tra i palazzi di Berlino. Puzza del fumo del suo bunker in fiamme, gli fa male la testa, ma non ricorda di essersi suicidato. Non sa perché è lì, sa solo una cosa: lui è il Fuhrer e la sua missione è il primato del popolo tedesco.

Inizia così il libro di Vermes e, nonostante descriva fedelmente la personalità di Hitler nel confronto con il nostro caotico presente, bisogna stare veramente attenti a non farselo diventare simpatico. Adolf Hitler è un uomo senza esitazioni, con una determinazione incrollabile e con l’indubbio talento di saper parlare al lato debole delle persone.

Tutti credono che sia un bravissimo imitatore ferratissimo in storia e pensano che il suo personaggio, da cui (ovviamente) non esce neanche per un secondo, sia un espediente per mettere in luce le contraddizioni del Paese rispetto alla suo passato. La realtà però è che Hitler è sempre Hitler e capisce istintivamente che la televisione e internet sono il modo migliore per arrivare alla gente.

Il romanzo è molto ben scritto e la personalità di Hitler è stata ricostruita appoggiandosi al Mein Kampf, ai Monologhi dal Quatier Generale del Fuhrer (trascritti da Heinrich Heim) e alle Conversazioni a tavola (riportate da Henry Picker). Il risultato è un dittatore che non si preoccupa minimamente del perché sì è ritrovato nel futuro, perché, se la Provvidenza ha voluto questo, c’è senz’altro una ragione e lui di motivo ne conosce solo uno: il potere gli spetta di diritto.

Lo consiglio? E’ una piacevole lettura, ma la stimolante premessa di questo libro è anche il suo più grosso limite. Per Hitler potrà essere anche facilmente superabile il fatto di ritrovarsi 70 anni nel futuro, ma il lettore è dovuta una spiegazione o quantomeno una fine che chiuda coerentemente la storia. In questo romanzo sembra che l’autore a un certo punto si sia stufato di scrivere. Forse aveva in mente un sequel, non lo so.

“Lui è tornato” e stato (nonostante me) un fortunato caso editoriale, ma Timur… dopo che ti ho concesso la sospensione del dubbio, non puoi anche chiedermi che mi immagini un finale. Non lo consiglio.

@DadoCardone

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Le Mosche – di Emiliano Ereddia [recensione]

Edito da ilSaggiatore – 636 pagine – 18,00 €

Qualche volta lo faccio, altre volte no. Questa è una di quelle volte che il giudizio ve lo do subito. Le Mosche di Emiliano Eriddia è un libro fuori di testa.

La copertina è bianca, con una mosca sopra, ma il libro in realtà è nero. Nero, sì, nel senso di noir, ma anche nero senza speranza dalla prima pagina all’ultima. Un libro senza eroi, senza persone buone, tranne una, che però è nella condizione di non poter determinare alcunché nella sua esistenza, per cui è buono per forza.

Cammina una ridda di personaggi allucinanti tra le pagine di Le Mosche e, proprio come quegli insetti, sono attirate dal degrado di qualsiasi cosa e guidate da un istinto infallibile verso la morte. C’è Canè l’ispettore di polizia pluriomicida e cocainomane. Assenza, il killer infallibile che vive il senso della sua vita solo nelle “sentenze” che gli vengono affidate e per il resto della sue giornate è solo un alcolizzato invisibile. Mainenti il volto televisivo tormentato dal passato e dalla sua stessa superficialità. Agata eroinomane e sensitiva. Madame Elle, transessuale che guida un impero di droga e sesso estremo. Barone il vecchio mafioso senza onore e sopra tutti Sciarra, il Procuratore Capo che modifica la legge a suo piacimento.

Il romanzo parte con Julian Massa, pappone e tossico, che viene ritrovato sventrato. La sua compagna Amanda, figlia di un Ambasciatore USA, è scomparsa e con lei anche il figlio piccolo. Dalla procura non cercano un colpevole certo, ma solo plausibile e fanno l’errore di scegliere Assenza, il killer al comando di Barone. Canè, un violento individuo di due metri, viene incaricato delle indagini, ma presto scoprirà che i segreti sono troppi e difficilmente governabili, soprattutto per chi l’ha mandato ad indagare.

Oltre alla trama molto ben orchestrata, quello che rende questo libro molto particolare è lo stile di Ereddia che, in maniera a volte anche poco ortodossa, è capace di farci accelerare nella lettura come fossimo in cima ad un piano inclinato senza l’ausilio di freni di nessun genere. Usa questo “mezzo” per catapultarci nelle menti compulsive ed alterate dei molti personaggi che usano sostanze fra le sue pagine. Quando poi le sostanze sono associate al sesso estremo , risulta impossibile sottrarsi al modo con cui accede alla mente dei suoi personaggi. Morboso, ipnotico, psichedelico.

Lo consiglio? Mille volte sì, ma con un’eccezione. Se siete impressionabili lasciate perdere. In questo libro non è assente solo la speranza, ma anche il riguardo alla sensibilità di chi potrebbe leggerlo. Non l’avrei apprezzato così tanto se così non fosse, ma a volte io stesso ho sentito il bisogno di una pausa per fare scorta di energia mentali.Cattivi, per la semplice impossibilità di essere qualcosa di diverso, i personaggi di questo libro difficilmente non vi turberanno. Bomba.

@DadoCardone

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E riecco il MetroFantasia (anche detto TRC)

Il Trasporto Rapido Costiero, detto anche metro mare quant’è bello ispira tanto sentimento, è il più grande tema della mobilità riminese… e lo è per colpevole eliminazione di tutti gli altri.

Dalla Stazione alla Fiera, è veramente quello il problema?

Quali altri? Beh, per fare un esempio chiaro ed urgente, trovare un’alternativa sostenibile alla (giusta) chiusura del ponte di Tiberio. Ricordo che per il momento la soluzione applicata è trasformare via Ducale in una strada di Bogotà (intendo per il traffico). Servirebbe un’altro ponte, dice qualcuno. Fate un nodo al fazzoletto che ne riparliamo tra un minuto.

Per l’attuale giunta, che per argomento è in perfetta continuità con la precedente, è più facile spendere una barca di milioni e sfondare tutto ciò che si trova sulla strada del secondo stralcio del TRC, piuttosto che operare sul quadro generale. D’altronde stiamo parlando di quelli che hanno concepito i semafori davanti alle rotonde della statale. Non gli si può chiedere più di tanto.

Circa 16 milioni a km.

I milioni di euro sono 69.332.063,02. Sì lo so, nelle notizie di questi giorni avete letto 49 milioni, ma quelli sono denari del PNRR che il Governo ha stanziato nell’ambito dei programmi di trasporto di massa e che la Regione ha redistribuito. Non tirate un sospiro di sollievo, i soldi non nascono dal nulla, ma sempre dalle tasche di qualcuno, magari le vostre se pagate le tasse. E poi la differenza di 20 milioni non fa nemmeno troppi giri per uscire proprio dai vostri contributi.

Il secondo stralcio del TRC sarà lungo 4 km e 200 metri. Per cosa stiamo spendendo più di 16 milioni a chilometro (mezzi compresi)? Il secondo stralcio del trasporto rapido costiero (metro fiera?) ripeterà il perverso schema del primo, ovviamente.Doppierà un servizio già esistente aumentandone il prezzo, sia immediato che a lungo termine. Il TRC già in funzione chiede 2,10€ per 23 minuti di viaggio da un capolinea all’altro, laddove il normale treno ne chiede 1,50€ per fare lo stesso percorso in 9 minuti. Qualcuno potrebbe obbiettare che il TRC serve anche le 15 stazioni intermedie. La linea 11, tutt’ora in funzione, fa altrettanto. Tra l’altro ferrovie dello stato e linea 11 non presentano oltre 90 milioni di euro da ammortizzare.

Due ponti per il TRC.

Il nuovo stralcio del TRC farà lo stesso, perché il normalissimo e già ammortizzato treno impiega 3 minuti per il percorso in oggetto. A parte questo, avete visto il percorso che andrà ad impegnare il nuovo stralcio? Molto più complicato del primo, per il quale ci sono procedimenti ancora aperti. Ricordo che al signor Walter Moretti è stata tirata giù una parte di casa in virtù di un’occupazione provvisoria di cantiere. Per dire.Ci sono anche due corsi d’acqua da attraversare. Il porto canale, per il quale si procederà a rifunzionalizzare il ponte della Ferrovia e il deviatore del Marecchia per cui si dovrà abbattere e ricostruire il ponte già esistente. Vi ricordate il nodo al fazzoletto che vi ho fatto fare all’inizio? Queste “rifunzionalizzazioni” e queste ricostruzioni vengono fuori facilmente quando si tratta di intervenire sul traffico di quante…? Tre, quattro fiere importanti? 30 giorni all’anno?

Tutto per la Fiera, ma il traffico dal Forese?

L’impressione, magari sbagliata per carità, è che quando si tratta di certi poli di potere (tipo la fiera appunto) non ci siano limiti. Non è molto che abbiamo sentito riproporre per l’ennesima volta il terzo casello per agevolare sempre la Fiera.

Questa fretta di accondiscendere alle esigenze della Fiera continua ad avere l’effetto di far ignorare un problema molto più grande di viabilità generale. Queste opere continuano ad insistere su una sola tratta, che rappresenta solo una dimensione del traffico riminese. Il Forese, il solo territorio verso cui Rimini si può oggettivamente espandere, che porta traffico 365 giorni l’anno, continua ad essere mal servito e sottovalutato. Chi ad esempio abita sulla Montescudo ha visto il traffico automobilistico aumentare esponenzialmente negli ultimi 10 anni, anche in virtù del fatto che il mezzo pubblico è rado, scomodo, poco capillare.

I nuovi approcci per una mobilità sostenibile.

World business council for sustainable development, un’organizzazione in cui siedono i Ceo di oltre 200 aziende internazionali, impegnate sull’agenda della sostenibilità definisce così la mobilità sostenibile:

“significa dare alle persone la possibilità di spostarsi in libertà, comunicare e stabilire relazioni senza mai perdere di vista l’aspetto umano e quello ambientale, oggi come in futuro.”

Ammettendo che il TRC serva a risolvere il problema del traffico nella tratta Riccione – Fiera, quanto è sostenibile il fatto che assorba tutte le risorse disponibili alla mobilità? No perché a me, (con le mie misere capacità intellettive s’intende), pare che spendendo i 170 milioni delle due tratte TRC nella mobilità generale si sarebbero ottenuti più risultati che affidarsi a un “torpedone” e risolvere il resto con cartelli colorati “fila dritto”.

Poco ascolto alle vere necessità dei cittadini.

Rimini negli ultimi 10 anni è stata affetta di un grave problema di ridotto ascolto dei cittadini. Si è sostenuto apertamente che se ascolti tutti non fai più niente, il che è praticamente un dato di fatto se non hai meccanismi e funzioni per quell’ascolto. Gli indici di sostenibilità per le smart city del futuro sono già stati codificati già da tempo e le infrastrutture sono valutate secondo 4 punti principali:

Sostenibilità

Resilienza

Accessibilità

Inclusività

L’ultimo parametro per essere chiari stabilisce quanto siano validi i meccanismi di ascolto e i processi partecipati. Lo dico ancora meglio: quanto i cittadini siano stati coinvolti nelle principali scelte urbanistiche. Quanto vi siete sentiti coinvolti in scelte come quella del TRC?

@DadoCardone

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DDL ZAN – quando la Politica viene superata dalla società, a che serve?

Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana. Come ovvio, non è un documento facile da sintetizzare, si tratta di progettare un’alchimia tra interessi contrastanti, questioni che riguardano ogni aspetto della vita del futuro cittadino italiano.

Ci sono però principi fondamentali, che sono di tutti i partiti rappresentati nell’Assemblea Costituente e non sono ispirati da principi astratti. Sono forgiati anzi sulla disgrazia del ventennio fascista, concluso con la disastrosa entrata in guerra. Dittatura, quasi mezzo milione di morti, sangue, fame e disperazione.

I primi 12 articoli sono i principi fondamentali della nostra Costituzione e in tutti, nella consapevolezza del fatto che la Società non potesse rimanere cristallizzata in quel tempo, sono presenti Principi Supremi che riconoscono diritti naturali, preesistenti alla creazione di uno Stato. Sono i diritti inviolabili dell’uomo.

Chi vi scrive non è certo un costituzionalista, figuratevi. Per questo, quando si entra nell’argomento, mi riscopro ogni volta sorpreso dalla modernità intrinseca di fondamenta gettate oltre 70 anni fa. In particolare a me piace l’articolo 3:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Quanto è bello questo indirizzo. E quanto è disatteso nel nostro presente?

Ieri, 27 ottobre 2021, hanno affossato il DDL Zan. Era previsto che facesse questa fine e si sapeva anche che sarebbe caduto sotto i colpi del “fuoco amico”, una volta accordato il voto segreto. Non voglio però parlare delle cause per cui questo è accaduto. Molti sapranno analizzarle meglio di me. Preferisco guardare a quelle urla e a quegli applausi esaltati, scatenati in Senato davanti alla conta dei voti, per sottolineare una verità ancora più triste. Almeno per me.

Il DDL Zan, sicuramente perfettibile, aveva però un ruolo molto preciso. Il suo scopo, complementare a una legge contro l’omostransfobia, era quello di raccordare la politica con un’esigenza del suo tempo. In esso infatti comparivano concetti come identità di genere e orientamento sessuale, concetti alla base della discriminazione e della violenza omotransfobica, subita per quello che si è, non per quello che si fa.

Nel 2015 la sentenza 221 della Corte Costituzionale aveva già stabilito che l’identità di genere è un “elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona” e diverse raccomandazioni in questo senso sono arrivate anche dall’Europa.

Ma il parlamento Italiano è un altro luogo. Purtroppo e ormai. E’ un luogo fuori dal tempo, superato dalla società e dalla realtà. Perchè la Società certi concetti li ha già recepiti come dato di fatto, li processa nelle relazioni, nelle economie e in mille altri aspetti, tranne, a quanto pare, quello legislativo. Serviva solo una legge che facesse fare un passo avanti, che dicesse che la Politica, nonostante le evidenti difficoltà culturali, capisce il tempo che vorrebbe amministrare.

Non è così. La politica non c’è. E’ superata, con un colpevole preciso: l’ignavia. I voti ci dicono che sono stati 154 senatori. Che 131 hanno resistito e due, poverini, si sono astenuti, non se la sentivano di decidere chi essere. Ma è stato fatto di peggio. Quelle urla e quegli applausi hanno legittimato un odio, dando conferme a chi lo prova (forse neanche sapendo perché) ed hanno anche ulteriormente ferito persone che quotidianamente vengono aggredite per la loro identità.

Io quelle urla e quegli applausi me li voglio dimenticare. Non penso sia solo arroganza. Penso sia anche l’espressione del brutale egoismo di fondo di cui la nostra Società si dovrebbe liberare culturalmente per potersi realizzare come l’eredità di quel Paese nato nel 1948.

A prendersi le conseguenze di questo rifiuto, non certo il primo, né l’ultimo, ci sono persone, c’è carne e sangue e pensiero e sentimenti, non un’ideologia. Ma per capirlo bisognerebbe vivere in questo tempo. Ci saranno conseguenze anche per la politica a cui la gente sempre meno si affida, come dimostrano le ultime elezioni amministrative.

P.S.

“Noi uomini vissuti e destinati a morire in questa tragica stagione del dolore, dovremo serenamente creare nella Costituente lo strumento per aprire alla giustizia sociale le vie di un domani che noi potremo soltanto intravedere.”[Piero Calamandrei]

@DadoCardone

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Fascio Pass – serve una riflessione meno superficiale.

Catalogare il disagio come semplice stupidità è un alibi pericoloso per chi governa la Società Civile.

I fatti di Roma li conoscete. Una manifestazione NoGreenPass ha provocato diversi disordini tra cui l’assalto ad un pronto soccorso  e a una sede CGIL, quest’ultimo guidato da Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Arrestati.

Le reazioni sono state immediate (giusto), ma non foriere di un ragionamento su quello che sta succedendo. Penso che i rappresentanti della cultura italiana, o perlomeno coloro che si definiscono intellettuali, dovrebbero fuggire la tentazione di mettersi nella squadra dei buoni e annullare qualsiasi tipo di riflessione.

Loro fascisti, i cattivi, noi i buoni, i partigiani, nel 2021 non risolve. Non perché Fiore & Company non siano fascisti, anzi. Fa strano che ci si accorga solo ora della loro esistenza. Ricordo ancora con fastidio quando questo ex latitante, condannato in contumacia per banda armata, si è messo a sfilare per il corso d’Augusto a Rimini assieme a una masnada dichiaratamente fascista.

Il fascismo non è un’opinione.

Tutti a dire “che male fanno”, come se il fascismo fosse un’opinione e non un crimine. Che male fanno lo abbiamo visto domenica. Loro certo loschi figuri che si prestano a questo revival da operetta, ma per manifestarsi il sentimento fascista non ha bisogno di indossare camice nere  e sventolare bandiere. Se è ridicolo pensare che il partito fascista possa essere ricreato, il sentimento è in mezzo a noi e non ci ha mai abbandonato, perché si nutre dell’esasperazione e della confusione delle persone.

Come cercava di spiegarci Pasolini, ormai quarant’anni fa, l’antifascismo di maniera è fuori tempo massimo, perché esiste una forma di fascismo più subdola e insidiosa intesa «come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società». E lo abbiamo visto domenica. Dietro ai fascisti c’erano persone normali, con tanta rabbia. E’ quello stato d’animo che si dovrebbe indagare e cercare di guarire.

Chi sono i NOGreenPass.

Ci sono i No Greenpass, che poi sono dei novax, ma cercano altre definizioni perché essere contro i vaccini nel 2021 è veramente dura per chiunque.  Manifestano la loro idea e a me non da fastidio. Un sondaggio è già stato fatto, l’80% degli italiani ha accettato due dosi, per cui nessun “No” può superare i “Sì” e la Democrazia ha già sentenziato. Se i NO vogliono perdere le domeniche, rinunciare ai luoghi pubblici al chiuso e mettersi addosso lo stigma del lavoratore con un problema, a me come individuo cambia decisamente poco.

Cambia molto però se la politica e la cultura li archiviano come semplici imbecilli. Parliamoci chiaro. Se vattelappesca litiga per il vaccino con un  NOqualsiasi su Facebook, non è niente di più che un litigio tra tifosi. Ma le persone con un peso, un rilievo e un ruolo nella nostra società non possono permettersi di avere un atteggiamento che non sia pedagogico. Se lo fanno, se si mettono anche loro a fare il tifo, ingrossano le fila dei confusi e degli scontenti.

L’origine del disagio.

Ed è proprio qui, se posso esprimere un’opinione, il problema. L’atteggiamento di sospetto verso “la versione ufficiale delle cose” è in campo da molto prima del Covid. Se nessuno se ne fosse accorto accorto, in America Trump ci è diventato Presidente. Di più è rimasto ultra competitivo anche per la seconda campagna elettorale per la Presidenza, che finì con l’invasione del Campidoglio ad opera di “cornuti” in stato d’agitazione, incoraggiati nella convinzione di essere stati defraudati. Non è abbastanza per capire quanto pericoloso sia non occuparsi delle cause di queste nuove dinamiche antropologiche?

Infodemia.

Ci sono cause che riguardano la modernità. L’infodemia è una di queste. Circola una quantità esagerata di informazioni per cui la persona “normale” culturalmente non ha strumenti di vaglio. E bisognerebbe darli fin dalla scuola i mezzi per distinguere le informazioni accreditate, altrimenti la gente finisce per credere che la terra sia piatta, recintata dal ghiaccio e sorvegliata da giganti per conto degli alieni.

La Politica.

C’è poi la sfiducia nella politica come strumento di rappresentanza e nei politici come assuntori di responsabilità. Il 50% delle persone che rimangono a casa per delle elezioni amministrative è un segno pesante di questa sfiducia. Anche il senso comune di “tifoseria” è stato stornato dalla mancanza di un reale senso dell’opportunità politica da parte di chi si candida a rappresentare i cittadini. Sul significato politico della bassa affluenza bisognerebbe aprire un’altra importante riflessione, ma chi ha vinto si sfrega le mani, chi ha perso racconta di essere stato scippato. Per il centro destra c’è stato accanimento della magistratura e Enrico Letta (per fare un autorevole esempio) ci viene a raccontare di aver recuperato “la sintonia” con il Paese.

C’è poi il vizietto della politica di usare la confusione. Non condanna, ammicca, si fa possibilista, non prende posizioni, proprio perché in competizioni elettorali in cui si vince con la metà più uno, della metà di quelli che hanno diritto al voto, anche una palazzina di famiglie può cambiare le sorti. E dunque perché inimicarsi novax o nogreenpass? Perché prendere posizioni ferme e decise contro il sentimento fascista che ci pervade? Perché non andare a stringere alleanze con stati che legiferano contro la libertà d’informazione e contro i diritti? La risposta è facile, quanto drammatica. Il motivo è semplicemente che anche quel sentimento fascista può essere usato elettoralmente, ma non solo dalla destra eh! Da entrambi i poli d’attrazione politica, perché se per la destra sono voti, per la sinistra c’è il nemico da combattere.

Gli intellettuali.

Per ultima, ma non per ultima come causa, metto l’incapacità della Cultura (nel senso più ampio del termine) e dei suoi depositari di saper leggere il presente e affrontarlo in un ottica che li spinga fuori dalla loro comfort-zone. La pratica pedagogica in questo Paese, ma non solo qui, risulta  annichilita da egomaniaci che sacrificano l’approfondimento teoretico, psicologico, didattico e antropologico, al vantaggio personale di qualche passaggio in tv. Il massimo ottenibile oggi.

Perché alla fine della storia se non sei capace di fornire i mezzi a chi ti ascolta per fruire del tuo sapere, tu stesso sarai valutato senza quei mezzi. E diventerai famoso non nel merito di quello che studi e/o insegni, ma perché scrivi libri e fai interventi nei quali prendi prendi in giro chi non ti capisce. A sua volta chi non ti capisce (ma anche chi fa finta di capirti per non sentirsi inadeguato) e ti percepisce asservito a certi interessi,  vede che ti sei guadagnato il tappeto rosso al festival del cinema di Venezia solo perché lo hai deriso. Cosa può generare tutto questo se non una rabbiosa distanza sociale?

Il dissenso.

In una Democrazia reale, applicata, il dissenso c’è sempre, anzi è addirittura vitale e infatti è stato organizzato nelle istituzioni stesse come sistema di contrappesi tramite l’opposizione. Il dissenso civile va compreso, analizzato seriamente. Nel disagio si nascondono necessità reali. Pensare che le persone siano solo stolidi consumatori, che ogni tanto diventano dei rivoltosi solo perché gli va, è un atteggiamento pericoloso per tutti. 

Mi auguro che chi si dichiara intellettuale prenda un po’ più a cuore la questione, perché a me pare che tutto sia trattato con l’estrema superficialità della sola scelta dell’ombra del campanile sotto cui stare. Che poi è anche quello che fanno i NoGreenPass alla fine dei conti, anche se la loro scelta è destinata ad essere minoritaria.

P.S.

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.
(Pier Paolo Pasolini)

@DadoCardone

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VIOLENZA VERBALE – Comunicato stampa del neo consigliere Marco Tonti.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Marco Tonti, nuovo consigliere di maggioranza eletto con la lista Rimini Coraggiosa.

VIOLENZA VERBALE DA PARTE DEL CONSIGLIERE USCENTE LUIGI CAMPORESI NEI CONFRONTI DI RAFFAELLA SENSOLI.

Leggendo le reazioni post elettorali sui social mi è capitato di leggere un commento intollerabile da parte del Consigliere uscente Luigi Camporesi.

Riferendosi alla debacle elettorale del Movimento 5 Stelle dice che ora dovranno trovarsi un lavoro e poi si riferisce all’ex consigliera regionale Raffaella Sensoli in questo modo (CITO TESTUALMENTE):

“Sensoli dimostra che il PD è in grado di trovarne*. Pare sia sufficiente qualche fellatio elettorale.”

L’asterisco richiama ad una meschina spiegazione secondo la quale la “fellatio” avrebbe un senso “figurato”.

A questo proposito mi sento di dire due cose. La prima è che una violenza anche se figurata è sempre una violenza. E poi che mi risulta incredibile che una persona come Camporesi, che ha avuto un ruolo di rappresentanza pubblica, si lasci andare ad una simile bassezza per esprimere il suo disappunto.

In questa campagna elettorale abbiamo speso molte parole contro la violenza di genere e per la dignità delle donne. A quanto pare è già venuto il momento di passare dalla teoria alla pratica e condannare pubblicamente un comportamento inaccettabile.

Raffaella Sensoli difenderà sé stessa nella maniera più adeguata, ma bisogna dire chiaramente che in nessun caso è accettabile usare il sessismo per fare battaglie politiche, in nessuna circostanza, neanche quando lo si ammanti meschinamente come una “battuta” o una “goliardata”.

Invito i nuovi eletti e le nuove elette a prendere posizione contro questi comportamenti indegni sia per l’oggi che per il futuro, a dichiarare fermamente che questa non è la Rimini che rappresenteranno, e che si impegnano a contrastare ovunque e in ogni circostanza queste forme becere di violenza verbale.

Marco Tonti

Rimini Coraggiosa

P.S. della Redazione

A settembre abbiamo assistito a molte iniziative in favore delle donne a cui la coalizione del nuovo sindaco, Jamil Sadegholvaad, ha giustamente dato spazio. Le azioni simboliche sono molto importanti, ma possono essere scambiate per “Pink washing” se poi non seguono i fatti. Siamo tutti molto curiosi di vedere in quanti si dissoceranno da questa brutto comportamento.

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Rimini Amministrative 2021 – Jamil Sindaco al primo turno. Risultati delle liste e seggi assegnati.

Come previsto nel precedente articolo la scarsa affluenza ha favorito il partito di sistema, piuttosto che le “novità”. Jamil Sadhegolvaad, al primo turno, è il nuovo sindaco di Rimini.

Con il 51,32% dei voti non ha bisogno di cimentarsi nel ballottaggio. L’analisi del dato è impietosa per i suoi avversari, non perchè si tratti di un risultato eclatante, ma perché al suo immediato inseguitore, Enzo Ceccarelli, bastavano circa 2000 voti per una seconda manche in cui le regole d’ingaggio sono decisamente diverse.

I voti c’erano, ma sono rimasti a casa. Con un’affluenza del 55, 59% hanno disertato le urne esattamente 53.433 aventi diritto. Persino il partito degli anti vaccinisti ha trovato un 4%, chi è mancato all’appuntamento?

Nella coalizione di centro destra Fratelli d’Italia (13,77%) super di poco la Lega (13,46%) e insieme sconfessano il dato nazionale dei sondaggi. Tra gli altri, lasciando perdere inutilità come il Popolo della Famiglie e Rinascimento Sgarbi, chi ha fatto un grosso buco nell’acqua è Lucio Paesani. Considerate le risorse messe in campo e l’impegno profuso, pare che siano mancati proprio lì i voti di accesso al ballottaggio.

Con 1.082 preferenze ha ottenuto meno di Erbetta, il consigliere che si faceva tagliare la siepe da Anthea e che in questi giorni girava per i seggi travestito da Craxi, con tanto di Garofano.

L’altra grande sconfitta è Gloria Lisi (8,93%), che ottiene un consigliere di consolazione.

Era lecito per lei sognare il ballottaggio? Le analisi politiche, più o meno autorevoli, scommettevano di no. Anche qui però qualcuno ha mancato l’appuntamento. Il Movimento a Rimini, con due parlamentari in campo e il King delle Milf Giuseppe Conte che scorrazza per il centro, vale 1509 voti (2,45%).

Appena poche ore fa Beppe Grillo esclamava in un post:

Più che il punto esclamativo doveva metterci una bella emoticon rassegnata. Il Movimento è un ormai un oggetto politicamente inerte. Gli unici che hanno tenuto duro sono gli eletti con responsabilità amministrative. Raggi a Roma saluta con un onorevole 20% e Gennari a Cattolica ottiene il ballottaggio. A Bologna, seppur in coalizione con il PD racimola un 3,37%.

Ma torniamo a Rimini. Tra le new entry c’è Rimini Coraggiosa.

Migliora, anche se di poco, il dato delle regionali e fa entrare Marco Tonti in Consiglio Comunale. Segnatevi la data. Rimini nell’ottobre del 2021 ha ottenuto il primo consigliere ufficialmente LGBT nella storia del Comune. E, per quanto ci riguarda, questa è l’unica novità degna di nota in questa brutta campagna elettorale dove i candidati hanno saputo discutere solo di parcheggi e telecamere.

Le sfide dell’imminente futuro sono molto difficili. Riempire il Consiglio Comunale di gente che fa fatica a capire il presente non è salutare. Bisognerà parlare di Diritti, di transizione ecologica e digitalizzazione. Per cui tenetevelo caro il Tonti, visto che sarà l’unico capace di mettere in fila un discorso che non sia tratto dal Manuale delle Giovani Marmotte.

@DadoCardone

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Rimini, amministrative 2021 – dati sull’affluenza – chi si deve spaventare? (Aggiornato)

Secondo i dati ufficiali del Ministero degli Interni, aggiornati alle 23:46 di domenica 3 ottobre, i cittadini riminesi al voto sono stati 50.687 su 120.330 aventi diritto

Una percentuale del 42,12%

Bassa? Per il momento sì, ma bisogna considerare che il voto è distribuito in due giorni e che non si può nemmeno operare un raffronto con le precedenti votazioni, che si tennero nella sola giornata del 5 giugno 2016.

In quel caso l’affluenza fu del 57,86% (circa il 10% in meno delle precedenti).

Quella volta vinse Andrea Gnassi al primo turno, con una percentuale doppia rispetto al suo primo competitor Marzio Pecci della Lega, candidato per il centro destra unito.

Un’elezione sui generis. Il Movimento, forte di un buon dato nazionale e di un ottimo lavoro sul territorio, venne suicidato da Beppe Grillo in persona che non voleva discutere con l’ex moglie, convinta che oltre al mantenimento le spettasse anche una lista 5 stelle a Rimini.

I voti del Movimento non pervenuto vennero raccolti in parte dall’ex (non di Grillo) Luigi Camporesi che ottenne un 9,53% condannando se stesso e Gnassi ad altri inutili 5 anni di bestemmie tra i denti.  

Dal ritiro del Movimento anche Pecci ottenne qualcosa, perché si sa che i 5 Stelle sono ecumenici. Non abbastanza però. Rimase infatti ben lontano dallo sfiorare il ballottaggio, forse per l’innata passione del centrodestra a candidare sindaci “forestieri” in una Rimini che non sopporta nemmeno i riminesi. Figuriamoci un riccionese o un bellariese.

Tornando alle elezioni odierne e all’attuale bassa affluenza. A chi fa bene e a chi fa male la diserzione delle urne? Gli elettori dei partiti più radicati e strutturati, pur nel calo generale, sono più motivati al voto. Questa potrebbe sembrare una considerazione ovvia, ma è senz’altro una chiave di lettura valida. Storicamente i partiti del cambiamento (vero o supposto che fosse) hanno sempre beneficiato di un’affluenza sopra la media.

Per cui il Partito Democratico, sebbene abbia dato il peggio di se (per il momento) con la solita “guerra tra bande”, è favorito dalla situazione, soprattutto perché radicato amministrativamente e presenta il valore della continuità. La gente, si sa, preferisce il male conosciuto, se le si presenta in alternativa qualcosa di incerto e sconosciuto. In fondo, nonostante il tifo, le promesse della politica rimangono quello che sono: opportunismo che poi si scontra con il vero impegno amministrativo.

Gli altri partiti (o liste, o movimenti, o gruppi di terapia che siano) dovrebbero temere la scarsa affluenza. Il centro destra è sostenuto da un eccellente dato nazionale, ma sembra giocare a perdere, candidando sindaci senza legami con il territorio. Chissà forse hanno visto il conto rimasto sul tavolo e pensano sia meglio pagare il prossimo giro.

Gloria Lisi ha composto un’alleanza funzionale alle elezioni, come un raggruppamento temporaneo d’imprese. Utile solo se si arriva al ballottaggio, ma inutile per fare l’ago della bilancia una volta esclusi dalla competizione. Le liste smarrite si comprano con le caramelle. Bene, tatticamente parlando, l’alleanza con il Movimento, ma lei più di chiunque altro, essendo la “novità”, soffrirà il protrarsi di una scarsa affluenza.

Rimane l’incognita di Rimini Coraggiosa, anche se comunque funzionale a Jamil Sadhegolvaaad. E’ l’unica lista, tra quelle che si candidano per la prima volta alle amministrative, ad avere una storia sul territorio.

Anche se i risultati delle ultime regionali su Rimini non sono stati certo incoraggianti ( 1.555 voti per il 2,25%% delle preferenze), in questa tornata possono vantare il valore aggiunto di Marco Tonti, il primo candidato ufficialmente appartenente alla comunità LGBT nelle amministrative riminesi. Sembra quasi di essere nel 2021, vero?

In ogni caso. Il prossimo aggiornamento sarà di oggi, lunedì 4 ottobre, alle ore 15.00 ed allora potremo meglio considerare il dato dell’affluenza.

AGGIORNAMENTO ORE 15.00

L’affluenza è un po’ risalita, ma il calo è confermato.

Il risultato è del 55,59% contro il 57,86% delle precedenti.

2,27% punti percentuali non sembrano un grande calo, ma confermano il trend in discesa della manifestazione elettorale che dovrebbe essere la più seguita in quanto connessa più direttamente agli interessi dei cittadini. Se poi il dato viene confrontato alle precedenti Regionali (con minaccia Covid più severa) è addirittura avvilente. A quella tornata elettorale avevano partecipato il 63,54% degli aventi diritto… e non era certo un risultato esaltante.

A più tardi con l’analisi del voto.

@DadoCardone.

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L’invenzione dei corpi – di Pierre Ducrozet – Recensione.

Fuga lirica dai propri corpi e da un futuro ineludibile. Il Cyberpunk del 21° secolo contro l’era dei social.

Fazi editore – 298 pagine – 17,00 € al momento del mio acquisto.

L’invenzione dei corpi è stata una bella scoperta (lasciamo stare la brutta copertina) . La chiave di lettura è proprio il titolo e ti serve. Te lo devi portare dietro, perché questo libro è tante cose. E’ una denuncia, un’avventura, una precognizione, in alcuni tratti è persino metafisico e tocca anche punte di lirismo durante la descrizione di un paio di fughe.

trama

Alvaro è un giovanissimo professore di informatica, coinvolto suo malgrado nel massacro di stato di Iguala nel 2014. Già prima il suo corpo mal sopportava i limiti della sua povera realtà. Dopo il massacro, a cui riesce a sfuggire per miracolo e non senza segni indelebili, il confine della sua terra diviene insopportabile e si unisce ai profughi che rischiano la vita cercando di raggiungere gli USA dal Messico.

Adele è una biologa, una specialista nel campo delle staminali. Lei i corpi preferisce vederli da dentro, attraverso un microscopio. Le piace pensare a infiniti universi di fronte ai quali rimanere incantati, invece che a corpi sottoposti al giudizio, e alla violenta banalità dei desideri.

Entrambi vengono coinvolti da un magnate dell’era digitale in una serie di esperimenti transmumanistici fuori da ogni etica e morale. Lui il suo corpo lo vuole rendere immortale ed ha già in mente come sostituirne e migliorarne ogni singolo pezzo.

Alvaro e Adele tentano la fuga prima e la rivalsa poi, unendosi a geni transgender della rete, che cercano di hackerare i loro stessi cervelli, e a Profeti New Age del World Wide che vogliono il mondo libero dai vari Zuckember & co.

lo consiglio?

E’ un bel libro, soprattutto per l’intenzione che dimostra nel voler recuperare il valore nativo della rete, l’unica invenzione nata da un’intuizione collettiva e partecipata nella realizzazione. Si perde un pochino nel finale, perchè autori e lettori fanno fatica a spezzare storie d’amore e preferiscono semplificare a costo della coerenza.A parte questo, da leggere sicuramente e da farne propri molti passaggi, a proposito di quello che siamo e di quello che diventeremo.

@DadoCardone

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Rimini 2021. Che paura questa campagna elettorale…

Ce lo vogliamo dire chiaro? Non si può fare una campagna elettorale di un mese. Anzi, lo dico meglio. Non si può permettere che una lista elettorale, messa assieme alla bell’e meglio,  si presenti ad un’elezione facendo finta per un mese di capire quello che dice.

E’ una presa in giro. Peggio, è una struttura piramidale studiata per vendere aspirapolvere. Vuoi diventare Consigliere Comunale? Passa per i parenti e portaci una decina di voti, che forse (ma forse) vedi il capolista sedere in Consiglio mentre cerca di far mente locale: “cosa sono venuto a fare qui?” . Di solito realizzano dopo un paio d’anni.

Da che parte stai? C’è una lista per ogni gusto. Noi siamo gli imprenditori (qualsiasi cosa voglia dire questa parola), noi siamo quelli che non vogliono il Green pass, noi siamo i baristi acrobatici. Avanti Azdore e Umarell c’è posto per tutti, per chi sa far bene la piadina e per chi sono 40 anni che guarda  i cantieri, avrà pur capito qualcosa dell’urbanistica, no?

Una lista civica, perchè rappresenti il territorio, ha bisogno di vivere la gente e i problemi, per anni.  E gliene deve pure fregare!!! Non si possono prendere esperienze singole, soggettive, e far finta che contino qualcosa. I problemi di una città sono complessi e le amministrazioni appesantiscono inevitabilmente questa complessità con leggi, burocrazia e vizi dello status quo. Arriva uno (o una) che si è fatto i fatti suoi per 50 anni e diventa l’uomo del cambiamento? E con lui altri 32 che si sono conosciuti una settimana prima? Eddai!

Ho visto cose in questa campagna che voi “scrutatori non votanti” non potreste capire. C’è Jamil che non può fare nemmeno il manifesto da solo. Alle spalle deve avere lupus in fabula, giusto per far capire che quest’uomo l’ha inventato lui e lo parcheggia dove vuole (probabilmente vicino alla sua moto in Comune).

C’è Ceccarelli che vuol preservare il patrimonio della Rimini Romana, ma riaprire il Ponte di Tiberio. Anche lui ha qualcuno alle spalle, però usa meno il fiato sul collo, perché è impegnato a litigare con chiunque, sia via social che fisicamente. 

C’è Gloria Lisi. Tra liste e collegati ha recuperato 144 candidati per fare la “Rivoluzione Gentile”, che, oltre ad essere un’appropriazione indebita del titolo del Docufilm su Franco Grillini e di un suo libro, sembra una rivoluzione senza impegno, soprattutto rappresentata da chi ha fatto per 10 anni in vicesindaco. Ma lei è il frutto tipico della politica gnassiana :”o mi adori o sei fuori”. Ne abbiamo visti un po’.

Oh, ma poi ci sono anche i contorni eh! C’è Erbetta (a proposito di contorni) l’intollerante verso il malaffare, ma solo verso quello. Perché quando prima, da consigliere comunale di maggioranza, si è fatto tagliare la siepe di casa da Anthea, di tolleranza ne aveva. Lui è quello che in 100 giorni ripulisce Rimini (ipse dixit),probabilmente lo farà ispirandosi al suo Lume, Bettino Craxi, ricordato dai più per le mani pulite… o era “Mani Pulite”. Vabbeh, non importa, la cosa più interessante è il suo slogan probabilmente  mutuato direttamente da una categoria di PornHub: La Terza Via.

Non dimentichiamo Sergio Valentini. Brav’uomo, di saldi principi di sinistra, ma inadatto all’epoca dei social. Penso che il profilo instagram della sua lista sia degno della pagina Intrashtenimento. Guardatelo se vi capita e seguitelo mi raccomando. E’ così brutto da essere persino bello.

Non mi dimentico neanche del Sindaco 3V (o è 5G?). Cioè, non è che lo dimentico, non ne voglio proprio parlare.

E questi sono solo i maggiorenti di questa campagna. Poi abbiamo una tale quantità di specchietti per le allodole che le allodole ormai soffrono tutte di gravi crisi isteriche. Per come la vedo io ci sono solo due persone veramente interessanti e degne di essere citate come novità. Mi permetto di sottolinearlo perché la mia opinione notoriamente non sposta nulla, dunque non c’è dolo.

Il primo è il mio amico Marco Tonti. Uno che la politica, quella vera, quella che ha a che fare con l’esistenziale, la fa da sempre. Presidente di Arcigay, una storia personale e di attivista che certifica il suo impegno per i Diritti. 

La seconda è Chiara Bellini, che vedrei più come Sindaca che come vice. Non la conosco di persona, ma l’ho incrociata qualche volta in pubbliche occasioni. Carriera Accademica, cultura, proprietà di linguaggio sono evidenti, potrei scommettere anche su una certa intelligenza e una capacità nel relazionarsi quasi instantanea. Sono tuttavia giudizi superficiali. Come dicevo in apertura, la campagna è troppo corta per capire il reale valore d’ognuno. Ci vorrebbe più tempo per comprendere qual é il motivo per cui una persona intelligente voglia avere a che fare con il PD. Certo, poi ci sono gli stereotipi, ma di quelli facciamo meno.

P.S.

“Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile.”

Andrea Camilleri

@DadoCardone

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Follia – di Patrick McGrath – Recensione

Edito da Adelphi – 296 pagine – 13,00€ al momento del mio acquisto.

Chiedo scusa alle 4 gentili persone stranamente interessate all’inutile rubrica, è un po’ che vi lascio senza un libro, ma in questo periodo ho un pochino da fare. Oggi vi propongo un romanzo particolare.

Follia è la storia di un adulterio. Come in ogni storia di sesso e amore che si rispetti il minimo sindacale dei protagonisti è due, solo che Stella ed Edgar non sono persone comuni. Edgar è un uxoricida paranoico, uno che ha decapitato la moglie, e Stella è la consorte dello psichiatra che lo ha in cura nel manicomio criminale in cui è rinchiuso.

Questa è la storia di una caduta senza rimedio in una passione fuori da ogni logica, ma proprio per questo fortissima, alimentata dai lati più oscuri della mente. Una passione che consuma e distrugge tutto, non solo i protagonisti, ma anche chi è al loro fianco… o cerca di restarci.

La particolarità di questo romanzo è che, pur raccontando fatti che sfuggono alla ragione, lo fa attraverso l’investigazione psichiatrica del medico che ha in cura entrambi i protagonisti, ma senza perdere una certa tensione di fondo, anche perché egli stesso sarà coinvolto personalmente.

Lo consiglio? Sì per la storia, sì per lo stile. Attenzione però, è una storia triste. Dall’inizio alla fine.

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E’ ora di parlarne con i giovani, dei giovani.

Riceviamo e pubblichiamo, come sempre volentieri, questa lettera del nostro amico Alfredo. Anche questa volta ci offre “l’altro” punto di vista.

Questa è un’umile lettera a chi ha la responsabilità di amministrarci. Parte con una sentenza , che può decretare solamente qualcuno che in questa storia generazionale vive i disagi del lavoro e della precarietà: se credete che un reddito di cittadinanza dissuada ragazzi dall’avere un lavoro o siete in malafede o siete totalmente distaccati dalla realtà. Il fatto che negli ultimi anni, grazie a Dio, si sia parlato molto di più’ delle criticità del lavoro stagionale dovrebbe essere un input per una classe dirigente diligente a cavalcare questo sentimento collettivo e finalmente mettere mano senza deresponsabilizzarsi al sistema, definibile schiavista, che è il lavoro stagionale in certe zone d’Italia. Io che coi miei coetanei ci parlo, conosco a menadito le preoccupazioni e i tantissimi che lamentano di non avere il cosiddetto lavoro sicuro, per poter prendere in affitto una casa, avere un mutuo , comprare una macchina a rate e, i piu’ romantici addirittura, senza troppo cinismo, per pensare di mettere su famiglia. 

La narrazione è altamente tossica e in campo non si mettono quasi mai soluzioni a favore della moltitudine, in questo caso di giovani precari come categoria, basterebbe aprire un po’ le orecchie e andare in giro per rendersene conto. Nelle lamentele dei proprietari di attività non si è sentito nessuno ammettere questi gap sistemici, ma anzi cavalcare questa menzogna , come se in Italia, si potesse vivere con 800 euro al mese, che se andiamo a vedere nel dettaglio, non vengono proprio regalati a chiunque li chieda, per cui escludono una fetta di persone che potrebbero averne bisogno ma non riescono ad accedervi. 

 La mia generazione ha fatto da termometro a questa crisi e ne conosce le temperature , molti non più’ disposti a prendere la supposta, ma reclamano diritti basilari di un lavoro che sia anche etico, invece oggi le pochissime aziende che offrono lavori a tempo indeterminato(fabbriche, GDO…) fanno proroghe infinite e chiedono tantissimo ai lavoratori, perché sanno che ormai quel tipo di contratto lì non viene quasi più’ fatto in altri settori. E’ difficile si faccia come si faceva anni fa , che trovata un’azienda ci andavi in pensione. Queste voci di corridoio che speriamo restino tali, che dicono che ad esempio se non accetti il lavoro dopo due volte ti viene tolto il sussidio e che c’è rischio sia così anche per lavori stagionali, come sempre dà troppo potere al datore di lavoro e poco al lavoratore e non valuta le criticità sopra citate, soprattutto l’idea che non ci dovrebbe essere una condizione di vita tale che ti “costringe” ad accettare un lavoro malpagato o sfruttato.

Non affrontando mai questo punto, non analizzando mai quelle catene invisibili si fa un grosso errore di cecità e si continua in modo palliativo a dare soluzioni che il tempo inevitabilmente muta. Ci vuole una grossa riforma del lavoro , del suo mercato , che parta dai diritti e dal concetto che non viviamo per lavorare, che è una banalità che sentiamo dire da quando c’erano gli schiavi (dichiaratamente tali), ma che ancora, come Società, è un nodo da sciogliere. Bisogna rivedere i ritmi del lavoro, i giorni di riposo, la fatica e con essi la produttività , il meccanismo forsennato che inchioda la nostra vita sul tapis roulant del capitale. 

@alfred

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Salvini nel covo della Troya

Salvini lancia la campagna del centro destra con una cena al Coconuts, locale in diverse occasioni apparentato con il Rimini Summer Pride. Cosa diranno i suoi elettori?

Come tutto diventa relativo quando si parla di elezioni.

Lo ammetto, scrivendo questo articolo mi sto un po’ trattenendo. Ho trattenuto le risate mentre correvo a scrivere ed ora mi trattengo un po’ da quello che vorrei scrivere veramente. Devo, assolutamente devo, mantenere un certo distacco mentre vi parlo delle strane occasioni che nascono dal relativismo morale della politica.

L’ispirazione mi arriva dal lancio del campagna del CentroDestra unito per le amministrative 2021 nel comune di Rimini. Lunedì sera, questa sera, al Coconuts farà gli onori di casa Matteo Salvini in persona.

Ora. Io sono sicuro che Salvini non ha nulla contro gli omosessuali e men che meno Lucio Paesani. Ah, di lui poi sono proprio più che sicuro, considerato che nel 2016 ha agghindato rainbow tutto il Coconuts e vicino al logo del locale ha apposto quello della Troya, l’istituzione ibizenca, la mamma delle delle feste LGBT friendly.

Ci metto la mano sul fuoco, come si dice. Quello su cui non metto la mano da nessuna parte, ma neanche se vedo un accendino in lontananza, è la tolleranza dell’elettorato di Salvini e del suo schieramento verso il mondo LGBTQIA (per i leghisti in lettura: i frufrù. Se no non ci capiamo).

Cosa ne penserà il (poco) variegato mondo del centro destra di questa commistione? Il popolo leghista sarà contento di “avercelo duro” proprio in quel luogo? I meloniani potranno inorgoglirsi per Dio, Patria e Famiglia, nel covo della Troya? E quelli che “quando c’era Lui i treni arrivano in orario”? Evocheranno il fondamentalismo cristiano?

Ora… prima che qualche coda di paglia cominci a scrivermi qua sotto che è di centro destra, ma ha tanti amici gay, ribadisco: a Salvini non frega niente, ne sono sicuro. La sua è la morale del citofono, ve la ricordate no? Lui può suonare chiedendo se ci sono degli spacciatori in casa, ma nessuno si deve azzardare ad invadere la privacy di chi si fa i fatti suoi, covid o non covid. Per cui non può permettersi categorie troppo rigide.

Se serve elettoralmente, Matteo può tranquillamente cenare in un luogo che ha promosso l’assembramento di persone in una relazione complicata con l’idea di conformità sessuale condivisa nel centro destra. Quello elettoralmente rilevante si intende.

Sono curioso però di sapere come farà a far digerire questo piccolo strappo, o se addirittura avrà bisogno di farlo, perché il suo relativismo (che qualcuno chiama incoerenza) è un fenomeno veramente curioso, è da studiare come il suo “popolo” lo accolga fiducioso.

Sono stato bravo? Di parte certo, ma io una parte la prendo sempre. Un’altro che ha le idee chiare  sulla parte con cui schierarsi e Marco Tonti. Presidente dell’Arcigay di Rimini, promotore del partecipassimo Rimini Summer Pride, nonché capolista candidato con Rimini Coraggiosa. A lui un’opinione l’ho dovuta chiedere per forza.

Marco: ieri Pride, oggi Salvini che lancia campagne del centro destra dallo stesso luogo, che ne pensi?

“Se non stessimo parlando di diritti umani sarebbe divertente al limite del surreale che la campagna elettorale della destra parta proprio dal Coconuts. Va bene che siamo a Rimini e con le vele tocca andare un po’ dove tira il vento, ma ricordo ancora durante il primo Summer Pride di Rimini l’insegna rainbow del Coconuts, il carro del Coconuts carico delle drag queen della Troya di Ibiza che ha fatto tutto il percorso con noi. Possiamo quindi pensare che Ceccarelli, qualora diventasse sindaco, salirebbe sul carro delle drag organizzato dal Coconuts? Sarà alla cena di lancio della campagna il Popolo della famiglia, in quel covo di perdizione? Perché le cose sono due, o il Coconuts si è pentito di aver partecipato a ben tre pride e ora si è convertito alla santità, o vedremo molto imbarazzo stasera.”

P.S.

Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
(Mark Twain)

@DadoCardone

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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Fontana Malata

Inaugurata la fontana in piazza Malatesta. Al posto del fossato originale si è scelto di sminuire il Castel Sismondo con una piscina per il pediluvio.

Come avrete notato, pochi ed affezionati lettori, è da un po’ che non scrivo sulla Città di Rimini. Non lo faccio semplicemente perché affrontare temi politici non porta altro che polemiche inutili, non si aprono vere riflessioni. Si favorisce tuttalpiù un gioco delle parti e si finisce per rimanere inscatolati sotto una bandiera che non ci appartiene.

Sullo scempio che è stato fatto in piazza Malatesta però qualcosa la devo dire. Non che la mia opinione possa essere messa su qualche bilancia, pesa poco, tuttavia una ferita del genere richiede l’unico contributo che sono in grado di dare, la mia testimonianza. Lo devo a me stesso.

Cominciamo da principio. Rimini ha la fortuna di essere colma di tesori storici, cose di cui la maggior parte del turismo che l’attraversa non sa, né si interessa. Tra queste ineguagliabili eredità c’è Castel Sismondo, un castello della metà del 1400. Pare che alla costruzione, voluta da Sigismondo Pandolfo Malatesta, abbia partecipato anche Filippo Brunelleschi.

Per molto tempo si è discusso di come comportarsi con l’edificio che, nella costruzione originale, era dotato di un fossato asciutto. Tra l’altro scoprire il fossato avrebbe rivelato di più del progetto originale, non un semplice fosso, ma “un vuoto definito da un’architettura” (come spiega con ampia letteratura il Prof. Rimondini da Rimini).

L’amministrazione di Rimini, seguendo logiche d’arredamento che hanno caratterizzato gli ultimi 10 anni, ha scelto però di rinunciare a questa unicità e di proporre una versione come dire… più facile da capire per tutti. Prima ha circondato il Castello con un praticello IKEA e poi gli ha inferto un colpo finale con una fontana aquafan. (Non che io abbia qualcosa contro Aquafan, ma li le piscine dove rinfrescarsi i calcagni svolgono una funzione coerente con il luogo.)

Ora. Come da sempre, in tutte le discussioni che riguardano Rimini e il mandato dell’Arredatore, abbiamo a che fare con l’unica superficiale constatazione: “ma è bella”. E qui mi prende lo sconforto…. Però cercherò lo stesso di spiegare un concetto che pare semplice, ma alla riprova dei fatti non lo è.

Avete presente il detto: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”? Ebbene, questo modo di dire non sta a significare che tutto ciò che ci piace, anche se vittime di lobotomia, è automaticamente giusto. Al contrario sta ad indicare quanto il valore della “bellezza” sia aleatorio.

Ciò che è bello oggi, non lo sarà tra dieci anni, figuriamoci tra cento. E’ per questo che esistono dei canoni di classicità che le soprintendenze dovrebbero difendere. A quanto pare per Rimini questa cosa non vale, come abbiamo già avuto modo di notare per la passerella che hanno aggrappato alle Mura Malatestiane, sfondandole con un centinaio di buchi.

Questa fontana poi, non so se inconsciamente o volontariamente, risponde al desiderio di consumo compulsivo della nostra società e guardate che questa non è una critica al sistema economico in quanto tale. E’ una critica allo svuotamento dei livelli di percezione della realtà. 

Un’opera d’arte, un patrimonio paesaggistico, un’eredità culturale, non sono solo buoni sfondi per i selfie. Sono cose da contemplare, su cui riflettere, in cui coltivare i nostri pensieri. Cose che addirittura provocano stati di confusione, come con la sindrome di Stendhal, ma non lo fanno perché sono semplicemente belle. Bello, di per sé, non vuol dire un cazzo (scusate il francese).

Se guardo il David del Caravaggio mi appassiono alla scena, mi turbo per la violenza, cado nel suo buio, ma non è che mi vien voglia di farci un buco per mettere la mia faccia al posto di quella di Golia e farmi un selfie (magari con il segno storto di vittoria come si usa) . E questo è esattamente quello che fa la “fontana malata” di piazza Malatesta. A chi importa veramente di essere di fronte ad un castello costruito 500 anni fa con il contributo di Brunelleschi ?

Lui sarebbe veramente contento, mi pare di sentirlo. “Ne è valsa la pena. Il mio genio coperto di prato Ikea e gente che inzuppa cani e pannolini mentre si ritrae con alle spalle il famosissimo Castello de Sticazzi. Ne è valsa proprio la pena.”

La gente, manco a dirlo, ha colto al volo l’invito a consumare la cartolina. E il Comune ripara con un regolamento che vieta quello per cui la fontana è stata costruita. Perchè a me non risultano altri motivi per fare una fontana con acqua alla caviglia e spruzzi. A Cattolica, da una vita, ci sono le fontane danzanti. La gente capisce qual è lo scopo. Ci si mette davanti e le guarda, non si butta dentro. Sul lungo mare invece ci sono quelle con gli spruzzi. La gente capisce lo scopo. Ci si mette sopra e si rinfresca le pudenda. A Rimini abbiamo fatto l’unica fontana per rinfrescarsi la uallera da guardare. Però bella eh!

P.S.

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.

(George Bernard Shaw)

@DadoCardone

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”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

Strade Blu Mondadori – 231 pagine – 18,00€ 

Conoscete uno scrittore più matto di Chuck Palahniuk? A proposito, lui stesso ha spiegato che il suo cognome si pronuncia Pòlanic. Giusto nel caso vi capitasse di dover dire “Sto leggendo l’ultimo libro di Coso, come si chiama?”

Comunque. Se pensate che i NoVax abbiano costruito nelle loro menti un complotto assurdo, il genio di Fight Club darà nuova prospettiva ai vostri punti di riferimento.

Gates Foster è un papà a cui, 17 anni prima, è stata rapita la figlia Lucinda e sta maturando l’idea di punire personalmente il traffico pedofilo di bambini, di cui si informa ossessivamente sul dark web. L’unica cose che ancora lo trattiene è un gruppo di sostegno formato da padri che, come lui, sono sopravvissuti ai propri figli.
Mitzi Ives è un tecnico del suono di Hollywood, un genio che può vendere le sue registrazioni di urla di morte a cifre sopra il milione. Il problema è che le urla registrate sono vere, non recitate. Mitzi registra gli ultimi tragici momenti di vita di persone sequestrate nel suo studio, anche se poi, con un mix di alcol e psicofarmaci, ne perde memoria.

Gates è veramente autonomo nella ricerca della verità su sua figlia? Mitzi è veramente una serial Killer senza la memoria a breve termine? L’incrocio apparentemente casuale delle due vite svelerà i contorni di un complotto “Deep State”, ma l’intero disegno non si rivelerà prima dell’ultima pagina.

Palahniuk scrive, ancora una volta, un romanzo sopra le righe. Molto sopra. L’essere così fuori dai canoni potrebbe farlo confondere con un horror grottesco, ma in realtà è una sapiente metafora sulla mercificazione della sofferenza umana.

Sinistro, geniale, macabro, per stomaci forti. Straconsigliato.

@DadoCardone

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“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

3° Volume della trilogia MaddAdam) – Ponte delle Grazie Editore – 544 pagine – 24,00 €

Il terzo volume di una trilogia è sempre pericoloso. Penso sia perché contiene in potenza la fine della fatica letteraria e, quando si vuol finire, a volte si banalizza. Non è il caso di questa trilogia.

Nel primo volume (Oryx e Crake) si dice cosa è successo, nel secondo (l’Anno del diluvio) si racconta come e in questo terzo si dovrebbe dire “semplicemente” cosa succede dopo, ma la Atwood non lascia indietro nemmeno uno dei suoi personaggi, portandoli fino alla fine e approfondendo le vicende personali. 

I sopravvissuti alla pandemia mondiale, voluta da Crake per dare il pianeta alla nuova specie da lui creata, si ritrovano e affrontano ciò che viene dopo la “civiltà”. Ci sono molte difficoltà e qualche criminale impazzito, ma la narrazione si sofferma in modo molto interessante non sulla nascita di una nuova civiltà, quanto sull’origine dei miti, delle leggende, della stessa Storia.

I Craker, infatti, sono muniti dei mezzi fisici per sopravvivere a qualsiasi cosa venga dopo, ma nessuno ha voluto far sapere loro la verità di quello che c’era prima. Così loro assorbono voracemente ogni spiegazione, per quanto diluita, allo scopo di farne tradizione orale sulle Origini. E’ molto divertente il frangente in cui “Oh Cazzo!” diventa l’invocazione di un essere mitico che tutti chiamano nel momento dell’estremo bisogno.

In conclusione una bella trilogia in cui ho trovato molti contatti con la realtà odierna, prospettive intelligenti, personaggi ben delineati, una trama stimolante che si svincola volentieri dalla scaletta del volume in lettura.

Non so se si possa parlare esattamente di futuro distopico, perché se non ci diamo una mossa… ma per gli amanti del genere la trilogia degli Adami Pazzi è decisamente consigliata.

@Dadocardone

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“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

edito da Ponte delle Grazie – 19,60€ se lo trovate.

Apro subito in polemica con l’Editore, così, all’americana. Come avrete notato (tutti e 4, cari lettori) ho dovuto mettere un altro romanzo in mezzo prima di poter continuare con la trilogia dell’Adamo Pazzo. Perché? Perché c’è questa usanza di ristampare solo il primo libro della trilogia, per vedere se va. Il secondo l’ho trovato originale del 2009, su Amazon. 

Ora… a parte la copertina, che sembra quella di un romanzo di Liala, a parte che ho perso un sacco di tempo, possiamo continuare.

Ci eravamo lasciati con Jimmy “uomo delle nevi”, avvolto nel suo lercio lenzuolo, convinto di essere l’unico umano rimasto sulla Terra. Lucido a fasi alterne, è anche il custode dei Craker, la nuova razza creata dal suo amico Crake, lo stesso che ha fatto fuori di proposito l’umanità con una pandemia. I nuovi esseri sono bellissimi, genericamente perfetti, vegetariani, immuni alle punture degli insetti e alle gelosie amorose.

Nel secondo volume, “l’anno del Diluvio”, veniamo a sapere che Jimmy non è l’unico sopravvissuto. Ripercorrendo gli ultimi 15 anni, scopriamo che, per motivi più o meno casuali, sono sopravvissute alcune persone della sua vita precedente. Queste ed altre ancora, erano state addestrate alla fine del mondo. Hanno infatti fatto parte dei Giardinieri di Dio, una religione ecologista ed ortodossa che in qualche modo aveva previsto che il mondo di sarebbe spinto troppo oltre, fino a provocare il Diluvio senz’acqua.

In questo secondo volume si nota come la Atwood avesse già seminato nel primo libro indizi di ulteriori sopravvissuti e, cosa che mi è piaciuta molto, riesce a far sì che i due volumi siano un’unica grande storia raccontata da due punti di vista diversi.

Spero che il terzo volume (l’ho già preso, tranquilli voi 4) proponga una fine all’altezza di quanto letto finora. I soli limiti della narrazione sono di natura tecnologica, più che perdonabile visto che sono stati scritti 17 anni fa. E poi… il resto è così tremendamente attuale che, per i temi trattati, potrebbe essere stato scritto ieri.

Fuori due, ne manca uno. L’Adamo Pazzo ve lo straconsiglio.

@DadoCardone

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Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Neri Pozza editore – 222 pagine – 17,00€ 

Con questo libro sono stato ingenuo. Leggendo la IV di copertina la sinossi pubblicitaria era affidata a citazioni de la Repubblica e dell’Espresso. Quello che avrebbe dovuto mettermi in allarme era che entrambe fossero riferite al libro scritto prima di questo dall’autore. Ecco… se incappate in questo meccanismo, non riappoggiate il libro. Tiratelo lontano.

Quello che mi sta più sulle scatole (siamo educati và) è che Sansal è bravo a scrivere, il problema è che questo romanzo, nonostante la potenziale trama ci sia tutta, non è un romanzo. Si tratta di una serie di abbozzi senza soluzione di continuità. In un libro di 222 pagine, prima di riuscire a capire dove vuole andare a parare l’autore, bisogna arrivare a pagina 160. E comunque non vuole andare da nessuna parte, lo chiarisce nelle successive 20 pagine.

Scrittura sperimentale? Sarà, ma a me è parso un lungo rimuginare. Colto, erudito, per carità, ma non so dirvi quante volte mi sia caduto il libro dalle mani colto da travate di sonno dietro la nuca. 

La trama, mai sviluppata, è questa (ma non necessariamente in quest’ordine): Dopo i fatti francesi del Bataclan del 2015, un’anziana insegnante in pensione viene aggredita da un ex alunno islamista e finisce in coma. Si sveglia con una personalità doppia. La nuova è quella di Ute von Ebert, della cui vita la prof si era appassionata in altri momenti. Con la personalità di Ute abbozza un romanzo, che in realtà sono lettere alla figlia, su un misterioso nemico alle porte del suo villaggio immaginario in Germania. Poco dopo muore e la figlia cercherà di capirne il senso.

Raga, no. Non lo consiglio. Per prendere sonno ci sono metodi meno violenti. Ringraziate che mi sono sacrificato io. 

@DadoCardone

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“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

Edito da Ponte delle Grazie – 370 pagine -18,00 

Avevo un grosso buco nelle mie letture, non il solo, ma uno importante. Non avevo mai letto della fantascienza scritta da una donna. Non ho idea del perchè. Nel Fantasy presempio una donna ha scritto uno dei miei libri preferiti in assoluto: Le Nebbie di Avalon – di Marion Zimmer Bradley (ve lo straconsiglio).

Ho voluto cominciare da un’autrice che, sebbene sia superaccreditata nel campo in questione, è forse più nominata per il suo attivismo femminista. Il suo libro più noto è “Il racconto dell’ancella”, ma la Atwood è una scrittrice estremamente prolifica sin dagli anni ’60.

Oryx e Crake è il primo volume della trilogia di MaddAddam, dalla quale sembra vogliano trarre una serie TV. Si tratta di un romanzo ambientato in quello che comunemente viene definito un futuro distopico, ma è la sola definizione in cui si può chiudere questo libro.

C’è un uomo molto sporco che vive su un albero, si copre solo con un lenzuolo ormai lercio. Il suo nome è Snowman. Ogni tanto delle persone bellissime e completamente nude gli portano un pesce da mangiare. Sono i Craker, una nuova razza di esseri umani, progettati in laboratorio. Il resto dell’umanità pare non esserci più. L’ultimo degli uomini ne è in parte responsabile e, in un viaggio alla ricerca di cibo, ripercorre le tappe che dalla sua infanzia l’hanno portato in quel futuro senza suoi simili, senza nemmeno Oryx e Crake, gli inventori della nuova specie.

Margaret Atwood in questo libro (a parte alcuni limiti tecnici dovuti alla data di nascita del romanzo) riesce ad immaginare in maniera molto credibile la degenerazione di una società spinta solo dal profitto, a descriverne le ossessioni e le estreme conseguenze di un pensiero laterale che rifiuta l’imperfezione.

Sicuramente proseguirò con la lettura della trilogia, per il momento questo primo volume lo consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Narratori Feltrinelli – 141 pagine – 14, 00 €

Devo cominciare questo numero dell’inutile rubrica con un’errata corrige. La scorsa volta avevo detto che i lettori di questa rubrica sono ben due. Mi sottostimavo, in realtà pare siano tre. 

Il libro di oggi è particolare. Non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio. Forse è una raccolta di storie. Storie vere? Storie inventate? Ci sono storie vere che contengono invenzioni e storie inventate che contengono verità. L’importante è che non le chiamiate “solo” storie.

Le Storie sono così importanti da riuscir a spegnere la lampadina della razionalità, che poi è quella che ci impedisce di vedere le stelle. E’ il caso del calamaro gigante. Prima di essere un eclatante caso scientifico, ha vissuto a lungo nelle storie dei marinai e di chi abitava le coste. La Scienza, quella che non racconta storie, ma tratta i fatti, ha spesso deriso chi provava a raccogliere quelle storie e ad elevarle a prova. Poi i calamari giganti hanno cominciato a spiaggiarsi, quasi stufi della rovina di chi provava a crederci.

Di Genovesi avevo letto “Esche vive” e devo dire che in quel libro, come in questo, ho trovato una forma di ironia rara. C’è la capacità di mescolare i fatti importanti, quelli esistenziali, con riflessioni tanto limpide da sembrare ingenue, ma colpiscono perché non lo sono proprio per niente. E la saggezza dei bambini, dei sognatori, e dei bugiardi… quelli che rendono più interessante il mondo, offuscato da stupide lampadine, raccontando “solo” storie.

Mi è piaciuto ed ho apprezzato la riflessione ecologica nel finale. Consigliato. 

@DadoCardone

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Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Neri Pozza Editore – 522 pagine – 19,00 € 

Allora… questo scrittore l’ho scoperto io! Scherzo, ovviamente. Mi era però molto piaciuto il suo esordio del 2019: Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Tanto mi era piaciuto quello, tanto mi ha lasciato perplesso questo. Mi spiego meglio.
“Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è una specie di giallo metafisico dove il protagonista passa di corpo in corpo, senza volerlo e con pochi ricordi, in un loop legato alla soluzione di un omicidio. Fra tutte le cose mi era piaciuta molto la resa psicologica di ogni personaggio “occupato”, la personalità presente anche senza la memoria. Una prospettiva raffinata e avvincente.
Poi mi trovo di fronte a questo nuovo libro che, in alcuni passaggi, è addirittura ingenuo in quella stessa resa psicologica. E allora mi sono fatto l’idea che fosse un libro scritto prima, tirato fuori all’indomani del best seller. E’ una mia sensazione eh! Non ho altre prove per sostenerlo. E’ un peccato perchè la trama c’è. 

Il Governatore di un ricco avamposto della Compagnia delle Indie arma una piccola flotta per tornare in Olanda e prendere il suo posto tra i 17 soci che comandano l’impresa. A bordo fa caricare un oggetto misterioso, la “Follia”, e un prigioniero scortato da un olandese gigante. Sammy Pips, il prigioniero, e Arent la sua scorta, sono due famosi investigatori che risolvono complicati enigmi in tutti i domini della Compagnia. Ci sarà molto bisogno di loro, perché a bordo c’è anche un demone che ha a che fare con il passato di ognuno degli imbarcati e che causerà morte e distruzione.

Tra le cose che non mi sono piaciute c’è la fine (brutto da dire di un libro). Non posso dire di cosa si tratta, per non rovinare il romanzo a nessuno, ma… secondo me per renderla plausibile avrebbe dovuto essere dilatata nel tempo, mentre, come scritta dall’autore, rappresenta un capovolgimento di fronte senza motivo.
Lo sconsiglio? No. E’ comunque un bel libro, un bel giallo e un bel romanzo di mare. Ma i due fruitori di questa rubrica inutile sono lettori sofisticati, per cui devo dire le cose come stanno.

@DadoCardone

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FIGLI DELLA FURIA – di Chris Kraus – Recensione

edito da SEM – 900 pagine – 22,00€ 

Pare che per questo libro l’autore abbia intrapreso anni di ricerca. Leggendolo si capisce quanto fosse necessario perché, certo, è un romanzo, ma si incrocia con la Storia dei disastri del XX secolo e di tutti i maggiori servizi segreti dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70. Quasi nessuno dei personaggi è inventato di sana pianta e, peraltro, i più assurdi sono tutti realmente esistiti.

Koja Solm, un pittore lettone sessantenne, è ricoverato in un ospedale tedesco con una pallottola nel cranio. Il suo compagno di stanza è un figlio dei fiori che gli ripete ogni giorno quanto senta in lui una persona meravigliosa. Solo che Koja non è propriamente uno stinco di santo, anzi, la sua vita è stata un costante confronto con il più classico dilemma morale, quello sempre legato alla morte.

Dopo molte insistenze comincia a raccontare. Lo trova terapeutico, perché di pesi sulla coscienza ne ha molti e continua. Continua anche quando lo “Swami” lo implora di smettere, non può sostenere il peso di quelle confessioni senza odiarlo. Koja racconta l’incredibile storia di come è entrato a far parte delle SS, del KGB, dei servizi segreti della Germania del dopoguerra, della CIA e del Mossad. Tutte cose che gli accadono, che non cerca e in cui prova a sopravvivere e far sopravvivere l’amore della sua vita, Ev, sua sorella adottiva, da cui ha una figlia, ma solo dopo che lei ha sposato l’altro fratello, Hub.

Stare pensando a Beautiful? Cancellate questo pensiero perché non c’entra proprio nulla con l’inconsistenza delle Soap. I protagonisti di questo libro sono tutti figli della furia del XX secolo, tutti alla ricerca di un Odio Illuminato che possa riscattare le loro vite in balia di eventi che stravolgono il mondo.

Mi è piaciuto? Con i ritmi, i personaggi e i colpi di scena delle sue pagine meriterebbe una serie, ma solo se diretta da Scorsese. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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“Romanzo con Cocaina” di M. Ageev – Recensione

220 pagine – GOG Edizioni

Ho scoperto un romanzo…. 90 anni dopo. Che poi pare essere il destino di questo romanzo, sempre molto apprezzato da chi lo ha letto, ma mai arrivato al successo editoriale e quindi ripubblicato a grande distanza nel tempo.

Romanzo con Cocaina non è un romanzo sulla cocaina, quella è solo l’ultima parte di una caduta mai interrotta. Vadim Maslennikov, il protagonista, è la peggior persona di cui potrete leggere. Figlio orrendo, pessimo amico, amante distruttivo, essere umano infelice, Vadim vive il personale contrasto con tutto ciò che è giusto consapevolmente. Fin dal Ginnasio sa cosa è onesto, morale, etico e quasi si commuove nel vederlo realizzato nella sua fantasia, ma nella realtà non può fare a meno di cadere nelle sue compulsioni. 

In questo contrasto distruttivo riesce ad essere metafora del suo tempo e della sua patria, che poi è la Russia poco prima della Rivoluzione del ’17. Periodo di cui lui nemmeno si accorge.

Se state cercando un romanzo edificante, magari uno di quelli con un eroe e un finale morale, lasciate perdere, Vadim , al massimo, riesce ad essere sinceramente meschino. Se invece siete alla ricerca di un personaggio attuale… beh in Vadim riconoscerete molti turbamenti del nostro tempo, anche se è stato consegnato alla stampa nel ’34. 

A me è piaciuto e raramente ho trovato un protagonista così abile a scavare nella comprensione della propria inadeguatezza.

@DadoCardone

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“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

Guido Lombardi, regista, sceneggiatore e scrittore, ha pensato a questo libro come soggetto per un film. Per questo all’inizio era un’idea condensata in trenta pagine. Nel corso di dieci anni è stato riempito e rifinito fino a diventare un libro vero e, poi, proprio un film diretto dallo stesso Lombardi.

Non guarderò il film. Non perché la storia non meriti di essere trasposta in pellicola, anzi. E’ solo che leggendolo ho ricreato la complessità di alcuni momenti e… insomma non vorrei fosse sovrascritta dalla recitazione di Scamarcio. 

La storia è quella del piccolo Salvo che, ancora molto piccolo, rimane senza padre, perché arrestato, e poco dopo anche senza madre, perché muore. Dopo sei anni, nei quali Salvo cresce con gli zii, il padre torna e lo porta con sé in un viaggio in Puglia. Un’avventura on the road a metà tra il recupero del rapporto e una vendetta a lungo meditata.

La particolarità di questo libro è che tutto viene raccontato in prima persona da Salvo, intelligente, segnato da dure esperienze, ma pur sempre un bambino. Scrivere di situazioni e stati d’animo complessi e contraddittori usando gli occhi di un bambino di 5^ elementare non dev’essere per nulla semplice, perlomeno riuscendo ad ottenere un risultato come quello de “Il ladro di giorni”, che non è caduto in nessuna incoerenza.

Facile affezionarsi al piccolo Salvo. Lo consiglio.

@DadoCardone

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M: L’uomo della Provvidenza – Recensione

M: l’Uomo della Provvidenza – di Antonio Scurati
Recensione del secondo libro di scurati su Mussolini

di Antonio Scurati – edito da Bombiani – 627 pagine.

Che sia bello e che che Scurati sia un grande scrittore lo devo mettere come premessa a tutto, altrimenti non si capisce la mia piccola critica.

Il primo M racconta dell’ascesa di Benito Mussolini e si ferma all’omicidio Matteotti. Questo secondo M arriva fino al ’32, il consolidamento del potere del Duce. 

Con il consueto metodo dei documenti ufficiali e delle lettere tra i protagonisti (quando non sono informative di polizia), Scurati ricostruisce nel romanzo la vita della Dittatura e del suo inventore.

Il Duce è descritto come un uomo a cui sembra nulla possa essere precluso, ma la cui intuizione marcisce tra le mani. E’ osannato, sacralizzato, il suo stesso corpo nutre le fantasie epiche del popolo. Di contro il suo Fascismo si regge in piedi su continue epurazioni che coinvolgono i nemici quanto gli amici. Tutti vogliono un riflesso di quel potere che lui non può e non vuole concedere. Il potere e la lontananza da chiunque diventano così direttamente proporzionali. 

Antonio Scurati “seziona” con esperta e cinica prospettiva. Ricostruisce la storia del fascismo come in un’autopsia, ma ne ricava tutt’altro che un cadavere. Ci sono lotte fratricide, passioni ormai esaurite che lasciano sofferenti strascichi lunghi quanto la Storia, ambizioni da realizzare a prezzo di molte vite umane e c’è la morte quasi banale della Democrazia.

Ci sono un sacco di cose in questo libro, ma…..Mi è piaciuto di più il primo, era più avvincente. So che sembra in contraddizione con quanto scritto finora, ma c’è un motivo. In qualche modo si avverte che questo (sebbene secondo me dovrebbe essere con l’altro nei programmi perlomeno dei licei italiani) è un libro di passaggio. 

Ovvio che debba uscire un terzo M. Mancano la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Fascismo, mica cazzate. 

Non sapendo quando ci sia di preparatorio nella trama di questo secondo volume, sospendo momentaneamente il giudizio e aspetto di leggere il terzo. (Scurati capirà )

@DadoCardone

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Stoner – di John Williams. Recensione.

Fazi Editore – 332 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Confesso. Ho volontariamente mantenuto questa rubrica sottotraccia, quasi nascosta. Volevo rimanesse, come nel suo intento iniziale, una rubrica di consigli per gli amici. Ci sono riuscito senza troppa fatica, un po’ perché il successo delle rubriche difficilmente è un caso, un po’ perché la passione per la lettura non è proprio la moda del momento.

Oggi vi parlo però di un consiglio che ho ricevuto io. Marco, un amico recente, mi ha consigliato di leggere Stoner di John Williams. Ero un po’ restio, perché ne avevo letto la trama e non mi aveva entusiasmato. Poi, leggendolo (l’amico è sicuramente da ascoltare nel campo in questione), ho scoperto che di questo romanzo è impossibile fare una sinossi senza sminuirlo. E’ bello in molti modi diversi, difficili da racchiudere in poche righe.

Questo libro, scritto nel ’65 e miracolosamente riapparso dopo il 2000 come caso letterario, parla dell’eccezionalità di una persona normale, un docente universitario, uno che non fa carriera, uno che sta lì piantato in mezzo al fiume della sua vita e lascia che tutto gli scorra addosso. Non lo fa per inedia, ma in virtù dell’unica cosa che vuole essere: un insegnante. La sua pervicace immobilità altro non è che il segno di una passione irriducibile, capace prevalere su tutto, l’amore, la serenità, la famiglia, la carriera. E tutto questo non perché Stoner sia incapace d’affetto, anzi, prima o dopo ne prova per qualsiasi figura attraversi la sua esistenza, anche per chi la rovina con premeditazione.

Non dico di più della trama, però una cosa la voglio spoilerare. Stoner amici vi fregherà tutti. Leggerete le prime pagine convinti di trovarvi di fronte ad un’esistenza piatta e incolore, destinata a rimanere tale. Senza che ve ne accorgiate però vi troverete di fronte ad una storia appassionante e ad una prosa che vi descriverà in modo limpido la profondità e la complessità dell’animo del protagonista.

Se vi piace leggere Stoner è bellissimo. Se vi piace scrivere è necessario. Grazie Marco.

@DadoCardone

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Esce “Tutti sotto il palco” (ed è una bomba!)

Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri il comunicato stampa di Colpo di Stato Poetico, che ci avvisa di una nuova uscita e, come al solito, è proprio degna di nota. Lady Skull ci investe con grinta, rime affilate e voce che sorprende. Guardate il video e sentite che vibrazioni.

La Redazione

Esce oggi “Tutti sotto al palco”, primo singolo di Lady Skull, giovane rapper siciliana adottata dalla Romagna.
In una scena come quella hip hop underground dove vige un’egemonia maschile Asia (Lady Skull) ha saputo ritagliarsi meritatamente i suoi spazi grazie al suo carattere, al rap aggressivo, al flow trascinante e alle rime taglienti che le hanno permesso di mettersi in luce in diverse battle.
Questa canzone parla del palco come unico momento di riscatto nella vita, dove si può veramente credere in se stessi e mettersi a nudo di fronte agli altri.
Di sicuro si candida per essere una delle rivelazioni del female rap in Italia. Farà parlare di se!

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Febbre – di Jonathan Bazzi. Recensione.

Fandango Editore – 326 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Recensione difficile. Febbre di Jonathan Bazzi è finalista del Premio Strega 2020 e pare che dal romanzo sia partita anche la produzione di un film. Questo libro viene generalmente descritto come un esordio letterario potente e impressionante.

In effetti gli elementi ci sarebbero tutti. Bazzi scrive bene, molto bene. Tiene una specie di ritmo sincopato, che quasi ti costringe a rimanere sul filo dei suoi pensieri e lì, nel mezzo di un flusso quasi caotico, cesella periodi originali, efficaci, che torni indietro a leggere di nuovo.

Anche la trama ha la potenzialità di un grande romanzo. L’autore mette in gioco tutto se stesso in questo romanzo che parla della sua vita. Racconta della scoperta di essere sieropositivo e, parallelamente, di com’è cresciuto omosessuale e balbuziente nella spietata periferia milanese di Rozzano.

Un bravo scrittore, con qualcosa di profondamente esistenziale da raccontare, una trama che non può deragliare dalla coerenza perché è vita, è successa, può scrivere un romanzo mediocre? Febbre, da circa metà delle sue pagine, lo diventa. Non te ne accorgi subito. L’effetto è tipo quando perdi il segno e ti metti a rileggere le pagine per cui sei già passato, aspettando di trovare qualcosa di nuovo e ricominciare.

Febbre ad un certo punto si avvita su se stesso e si perde nel rimuginare. I pensieri sono ripresi in continuazione, riavvolti, srotolati in altre direzioni, ma possono solo restituire quanto hanno già comunicato. Dopo poco ti sembra di essere il bersaglio della depressione di una persona che non conosci e di cui non t’importa. Buona parte del libro è dedicata a descrivere uno stato d’ansia che interrompe la trama, anche quella parallela di Jonathan che cresce a Rozzano.

Poi succede anche un’altra cosa. Quando l’inerzia impressa della prima parte del libro si esaurisce, ti accorgi anche di come l’intero romanzo sembra sia minato da un disturbo narcisistico della personalità. Non so (non ho capito) se l’autore volesse esprimere questa cosa o meno, ma il Jonathan raccontato si circonda di comprimari solo per riuscire a vedere se stesso, non c’è empatia. Questa peculiarità è efficace nel momento in cui si desideri parlare di un bisogno patologico d’ammirazione, ma riduce il romanzo a una sola dimensione.

Concludendo. Come in altre occasioni devo per forza ribadire che non sono un critico letterario e che questa mia rubrichetta, peraltro poco seguita, è sostanzialmente un consiglio per gli amici. Quello che esprimo è un giudizio da semplice lettore, non qualificato ad altro. Da lettore, questo libro non mi è piaciuto e non perché abbia considerato o meno se sia da Premio Strega. Ci sono romanzi meno celebrati sullo stesso argomento, tipo Zucchero e Catrame, che mi hanno coinvolto molto di più. La mia misura banalmente è quella. Se un libro mi dispiace sia finito è bello, se non vedevo l’ora è brutto. Poi ci sono le cose in mezzo. Febbre è un’occasione sprecata, poteva essere molto bello e invece mi ha fatto arrivare sfinito all’ultima pagina.

@DadoCardone

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Smart working, realtà solo emergenziale?

Ospitiamo sulle pagine di Citizen una riflessione di Raffaella Sensoli, ex Consigliere Regionale, oggi dipendente in regime a metà tra lo Smart Working e la presenza.

In questi giorni si legge sui giornali la diatriba, inevitabile, sullo smart-working.
Una parte di classe politica si dice piuttosto contraria a mantenere questa modalità di lavoro nella pubblica amministrazione, mentre un’altra sta cercando soluzioni per conciliare e rendere strutturale le novità a cui ci ha costretto il Covid-19.

Personalmente credo che chi si scaglia contro lo smart-working, chi lo definisce un riposo retribuito, chi pensa vada bene per il settore privato ma non per il pubblico (francamente queste distinzioni tra le 2 categorie le ho sempre comprese poco), oggi sia la manifestazione di quella parte di Italia refrattaria alle novità, restia al cambiamento, comodamente rassicurata da ciò che resta immutato, anche quando inattuale, per non dire stantio e non più adatto alle esigenze del Paese, dei cittadini e dei lavoratori.

Sono una forte sostenitrice dello smart-working e apprezzo chi sta cercando, assieme ai sindacati, di trovare le giuste modalità per rendere ordinario il lavoro agile.

Ci sono da fare comunque alcune precisazioni, perché nei mesi precedenti lo smart-working è giocoforza coinciso con l’home-working, cioè il lavoro da casa.

Dietro la parola “smart” invece c’è molto di più: non significa solo lavorare da casa, ma avere la possibilità di organizzare il proprio lavoro, non solo nella sede, ma anche negli orari, coordinandosi con i propri responsabili e con i colleghi.
Significa assumersi delle responsabilità tangibili e non essere più legato alle timbrature di cartellino che non possono misurare la produttività di un lavoratore e allo stesso tempo però, in passato, hanno dato dimostrazione di essere il paravento di furbetti e scansafatiche.

Naturalmente la presenza fisica è necessaria, il contatto diretto con l’ambiente di lavoro e con i colleghi non è eliminabile perché nessuna video-call può sostituire la presenza reale e lo spirito di squadra che può creare un rapporto in presenza.
Ma le due modalità sono perfettamente integrabili tra loro e lascerebbero quel margine di libertà al dipendente per poter meglio conciliare le esigenze di vita e di lavoro, specialmente a noi donne ancora troppo spesso messe davanti alla scelta tra carriera e famiglia.

Come scrivevo inizialmente non si tratta solo di home-working e per una donna non deve diventare un impegno ancor più gravoso (molte di noi in questo periodo hanno provato cosa significhi lavorare con un bimbo piccolo che gira per casa), ma un nuovo approccio lavorativo, unito ai fondamentali servizi all’infanzia, potrebbe valorizzare capacità e competenze, e consentirebbe anche una gestione familiare più serena.

Naturalmente ogni ente e ogni azienda declinerà lo smart-working a seconda delle proprie esigenze, fermo restando che alcuni principi devono essere validi per tutti, come ad esempio il diritto alla disconnessione, dato che uno dei risvolti negativi è risultato essere quello di sentirsi al lavoro h24, 7 giorni su 7. Esattamente il contrario di ciò che sostengono coloro che ritengono lo smart-working il paradiso dei fannulloni!

Mi auguro che a stretto giro le interlocuzioni tra le rappresentanze del mondo del lavoro e la politica, diano una ventata di modernità al mondo del lavoro in Italia e nella nostra Regione!

Raffaella Sensoli

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Rimini in svendita – camere a pochi Euro.

Leggendo la cronaca locale di questi giorni si scopre che alcuni alberghi del riminese, e paraggi, praticano prezzi assurdi. Il caso più eclatante e quello della doppia a nove euro a Igea Marina, ma vi sono casi in zone “pregiate” di Rimini che non portano grande differenza in termini di sostenibilità.

Vi saranno sicuramente tutta una serie di motivazioni personali ed economiche che spingono un albergatore ad aprire la sua struttura praticando prezzi imbarazzanti. Quello che però bisognerebbe chiedersi è se questo avrà comunque delle conseguenza, tipo una guerra dei prezzi in una stagione che già parte con un grosso handicap.

Rimini è sottoposta da tempo ad un innegabile fenomeno di impoverimento del suo turismo. Una chiamata al ribasso, cominciata con le varie crisi epocali e proseguita nella cieca adozione di un sistema “del prezzo”. Dieci km e più di costa sono certamente difficili da riempire con turisti a lunga permanenza, intenzionati a lasciare una cospicua rata del proprio risparmio nello svago offerto. Del turista ideale insomma. Chiaro però che se esiste una tendenza da combattere è quella al ribasso.

La promozione del territorio riminese, però, è poco efficace in questo senso. Prima di tutto per una tendenza amministrativa ad auto celebrarsi in una narrazione poco attinente alla realtà. Si incoraggiano eventi da weekend che generano numeri di pernottamento inferiori a quelli dei caselli, concentrati nel periodo in cui la gente (in condizioni normali) ci sarebbe comunque. Riempire Rimini dal 15 di luglio al 15 d’agosto, non è certo un’operazione da illuminati del Turismo. Nello stesso momento si indebita la città con milioni di euro tra teatri, castelli, memorie felliniane e manifesti di Cattelan, raccontando che sono iniziative che faranno crescere e migliorare il nostro turismo.

La questione è che lo farebbero, sì, se poi tutta la promozione turistica, quella che muove i grossi numeri, non fosse nelle mani delle grandi agenzie che, anche in condizioni normali, fanno proposte di prezzo avvilenti. Può essere che i grandi hotel di Marina Centro non ne soffrano, ma Rimini è ben più estesa. Ci sono alberghi che, prima dell’inizio della stagione, sanno già quanto guadagneranno, perché il prezzo sarà anche basso, ma la vendita dei letti “vuoto per pieno” è garantita. Neanche a dirlo poi si lima sui servizi e sulla qualità.

Tutto questo senza considerare nuovi leader del settore come i vari Booking.com che, invece di promuovere le strutture come farebbe un’agenzia classica, spaccano il mercato con il favoloso “prezzo minimo garantito”, creando concorrenza tra le strutture servite nella stessa zona e concorrendo essa stessa per intercettare la ricerca online della struttura.

Tutti questi fenomeni spingono prepotentemente verso il basso il prezzo e agiscono, a catena, sulla qualità dei servizi e sul tipo di turismo catalizzato. Innegabile. In una stagione turistica “normale” la debole promozione turistica in veste amministrativa potrà anche recuperare qualcosa, ma oggi, con la crisi economica post Covid che si agita nervosa sottotraccia, per scoppiare violenta in autunno, praticare prezzi “imbarazzanti” che conseguenze può avere?

Rilanciamo la domanda agli analisti esperti del settore. A noi, da profani, pare che camere a costi così bassi, prezzi che non sostengono la normale spesa corrente (e regolare) di un albergo, avranno il primo effetto di danneggiare chi l’albergo lo vuol tenere aperto offrendo servizi coerenti con la propria categoria. Nelle guerre al ribasso è normale che vinca chi è più bravo a speculare.

@DadoCardone

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Esche Vive – di Fabio Genovesi. Recensione.

Edito da Oscar Mondadori – 385 pagine – 14.00€ al momento del mio acquisto.

Ultimamente mi sento una specie di rabdomante dei libri. Appoggio lo sguardo sui lunghi banconi espositivi, resisto alla tentazione di scegliere il primo romanzo a caso (per non rimaner soffocato dalla maledetta mascherina) e aspetto la vibrazione. A volte è una copertina, in altre occasioni è un titolo. Altre volte ancora sono tutte e due le cose assieme, più una frase che leggo nel mezzo.

Nel caso di Esche Vive la “vibrazione” è arrivata dal titolo del primo paragrafo: Galileo era uno scemo. Non che sia una mia convinzione, ma ho dovuto assolutamente capire dove andava a parare quella considerazione. E così ho scoperto un romanzo bellissimo, dove personaggi imperfetti mettono in atto strategie sbagliate, che naturalmente non funzionano, ma che tracciano comunque verità esistenziali inoppugnabili.

Fiorenzo è un diciannovenne privo della mano destra, orfano di madre, con un padre concentrato sul futuro campione del ciclismo italiano. A scuola va male, ma, mentre gestisce il negozio di pesca di famiglia, coltiva il sogno di diventare famoso con il suo gruppo Metal. Tiziana è una trentenne che, dopo un percorso di studio di successo, si lascia tentare da un’occasione nel suo paesino d’origine. Un ufficio “Informa Giovani”, tuttavia frequentato solo da anziani. Entrambi sono intrappolati a Muglione, un buco in toscana circondato da campi e fossi puzzolenti. Poi c’è Mirko, il campioncino del ciclismo, speranza di gloria per il paese, che non capisce l’importanza di vincere, perché non ha mai perso. E’ però pervaso da una specie d’istinto che lo porta sempre a comprendere la vera sostanza delle situazioni e delle persone. Fiorenzo e Tiziana, s’incontrano proprio a causa del campioncino. Vittime solidali della trappola di Muglione, fanno partire una storia d’amore impossibile che, comunque, li costringerà a mettersi in gioco veramente.

Le esche vive del titolo sono gli stessi protagonisti: se sull’amo non metti niente, nella vita non succede niente. I personaggi di Fabio Genovesi sono bravi a mettersi su quell’amo e ci si mettono per quello che sono, non da personaggi improbabili, ma da perfetti prototipi di persone reali, riservando a se stessi la prima e più grossa dose di sarcasmo. Fiorenzo non è un ragazzo più maturo della sua età, che affascina una donna più grande. E’ inesperto, eccessivo, instabile. Tiziana non ha intenzione di guidare un ragazzo più giovane alla scoperta di qualcosa, cerca solo stimoli nel “fosso” dove si è andata a incastrare.

Ironico, sarcastico, un romanzo dove i protagonisti sembrano guidati da pensieri semplici, quasi di sopravvivenza, ma che in realtà parlano di esistenza. Vi farà riflettere e sorridere molto spesso. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Covid 19 – Quando la scienza fa cilecca.

Era gennaio la prima volta che sentimmo parlare del Corona virus. Presto abbiamo imparato a chiamarlo Covid 19, il suo nome vero, ma da Gennaio ad oggi è l’unica cosa di cui siamo certi. Neanche i tempi di incubazione sono definiti, per dire.

La scienza ha fallito? La Scienza no. E’ uno strumento, un metodo di indagine, è osservare e comprendere senza pregiudizio. Però la Scienza è praticata dagli uomini e gli uomini non posseggono la stessa onestà del metodo scientifico, soprattutto per quanto riguarda i loro errori.

Ecco perché a metà giugno del 2020, mentre stiamo per entrare nel settimo mese dall’apparizione del Covid, il metodo per combatterlo è lo stesso che usavano i contemporanei di Giovanni Boccaccio alla metà del 1300. State a casa, state lontani, lavatevi le mani, mettetevi qualcosa davanti alla bocca.

La Scienza, nell’applicazione del suo metodo, è virtualmente inattaccabile. Un campo dove anche le geniali intuizioni devono essere sottoposte alla rigorosa analisi logico razionale, per ottenere verità oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Allora viene però da dire che tutti quelli che abbiamo sentito parlare fin’ora, quelli a cui sembra affidata la verità ultima di cosa dobbiamo fare, non sono scienziati, o lo sono stati solo fino al momento in cui è apparso questo Covid. O, meno ingenuamente, fino a che il Covid non è entrato in conflitto con i loro interessi.

Tutti, ma proprio tutti, anche quelli che adesso sono i più rigorosi sostenitori della distanza e delle mascherine, ci dicevano che in Italia il virus non sarebbe circolato. Ricciardi, Capua, Gismondo, Burioni. Lo stesso il Professor Massimo Galli, Primario di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, che ogni volta che gli si fa una domanda risponde nel modo più pessimista che trova (anche un po’ schifato per il quesito), diceva: “la malattia da noi difficilmente potrà diffondersi”.

Il problema qual è stato allora? Perché non hanno pensato di applicare quel caspita di metodo scientifico, che ci rinfacciano ad ogni piè sospinto, prima di parlare? Perché uno scienziato non è mai solo uno scienziato e non ha mai solo a che fare con la scienza. E’ anche un uomo, con delle ambizioni , una carriera e un metodo politico (più che scientifico) per farla prosperare. Così loro e così tutti quelli sotto di loro.

E’ anche a questo che bisognerebbe pensare quando si riflette sulle difformità abnormi della situazione italiana. E’ stata affrontata da uomini, non solo da scienziati. Uomini che presuppongono di sapere cose che non sanno, uomini che devono coprire i loro errori, uomini che quando parla un Governatore di Regione riempiono RSA di convalescenti contagiosi. Uomini che mandano infermieri ad ammalarsi, invece di proteggerli come si deve con presidi che costano un’inezia. Ma su questo, pare, che la magistratura sia stata chiamata a dire la sua.

Tutto ciò ha anche un costo aggiuntivo, oltre alle vittime e ai danni economici. Si deve aggiungere una perniciosa confusione indotta, tale da spingere “l’uomo della strada” nella direzione opposta a quella auspicabile. Perché i “complottisti” aumentano in questi periodi? Le persone, anche se non conoscono la materia, avvertono la confusione, l’incertezza, l’incoerenza, le balle. Per capire queste cose non c’è bisogno di un titolo accademico. E’ come una puzza e, come tale, con un po’ d’esperienza di vita la si avverte alzando il naso al vento. E allora si cercano altre risposte, soluzioni non canoniche, visto che quelle ufficiali “puzzano”.

I complottisti non nascono tali, o almeno non tutti. Parecchi rappresentano un effetto collaterale, una reazione a chi ha raggiunto suo malgrado un posto in cui non dovrebbe stare. Come spiega il famoso Principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza». E di incompetenti ne abbiamo visti tanti durante il Covid, aggrappati con le unghie e con i denti alle loro poltroncine TV, nascosti tra le fila di altisonanti task force, a fare gli interessi di un’economia poco interessata ai morti. Forse un giorno ci sarà qualcuno che si prenderà la briga di mettere in fila oggettivamente tutti gli errori che sono stati fatti e da chi. A noi, poco scientificamente, non resta che sperare che nessuno dei somari visti in questa vicenda diventi anche parlamentare (oltre a quelli che lo sono già ovviamente). Sarebbe il colmo doverli pagare, per sentirci dire che dobbiamo tacere, perchè non siamo scienziati e non capiamo un cazzo.

Nel frattempo rimane un grosso dubbio. Le persone, ormai dal 4 di maggio, sono praticamente libere di andare dove vogliono e di incontrare chi gli pare (con la mascherina al gomito). Da quello che si vede in giro dovremmo essere già tutti morti. Il Covid, in Italia, è lo stesso di prima? Il dubbio è che ci abbiano messo così tanto a partorire una burocrazia da virus e che abbiano destinato così tanti soldi alle contromisure per l’evento (con l’ansia di averlo inizialmente sottovalutato), che ora, anche se fosse diventato un pericolo molto più blando, si guarderebbero bene dal rivelarlo e sarebbero capaci di trasformare le scuole in pollai di plexiglas(s).

P.S.

Quanto detto è da intendersi senza nessuna pretesa di analisi scientifica e con il massimo rispetto per chi il Covid l’ha subito nelle estreme conseguenze. Chi scrive non pratica la scienza, ma ha ben presente quanta poca verità produca la politica quando praticata nel mantenimento dello status.

@DadoCardone

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Prima di noi – di Giorgio Fontana. Recensione.

Sellerio Editore – 886 pagine – 22,00€ al momento del mio acquisto.

Mi permetto di dirlo perché, in fondo, queste recensioni sono solo consigli per gli amici. Prima di Noi, di Giorgio Fontana, ho fatto fatica a finirlo. Non perché fosse brutto o scritto male, ma perché non volevo separarmi dalla famiglia Sartori. Capita a volte di affezionarsi ai protagonisti di un libro, in questo caso mi sono ritrovato a centellinare i capitoli per non arrivare troppo in fretta alla fine delle sue quasi 900 pagine.

Questo è un grande romanzo. Storico, corale e veramente avvincente, anche se racconta di una famiglia come ce ne sono tante in Italia. La famiglia Sartori però ha un grosso debito con il suo passato. Il fante Maurizio Sartori, disertore dopo la Caporetto della Prima Guerra Mondiale, mette incinta Nadia, una giovane contadina Friulana, e poi scappa per ritornare al suo paese natio. Gabriele Sartori avrebbe potuto essere l’ennesimo figlio senza uno dei genitori, ma il padre di Nadia va di persona a riprendersi il fuggitivo e lo riporta a casa. Maurizio Sartori ha un peso che lo opprime, un nichilismo che gli fa desiderare l’annientamento di tutto, se stesso compreso. Nadia è posseduta dall’istinto contrario e lo costringe a trovare un modo per volersi bene.

Se pensate che stia spoilerando state tranquilli, queste sono solo le prime pagine. Le vicende della famiglia Sartori si dispiegano in un racconto che va dalla Prima Guerra Mondiale al 2012. Per capire questo libro è molto importante, tuttavia, comprendere l’irrequietezza dell’animo del capostipite, perché ognuno dei protagonisti ne sarà segnato quasi geneticamente, anche se in forme diverse. Nessuno di loro conosce il presupposto da cui ha origine la propria famiglia, ma tutti arriveranno a chiedersi quanto peso ha ciò che c’è stato prima di loro, nella spasmodica ricerca di una felicità che sembra non esistere. Una degli ultimi discendenti, Letizia, ipotizzerà un bilancio di sofferenza da pagare inevitabilmente. Alcune generazioni fisicamente, con una guerra, altre psicologicamente con afflizioni dell’animo e malattie debilitanti.

Non dico di più sulla trama, anche se avrei voglia di raccontarla capitolo per capitolo. Aggiungo solo che le gioie e i dolori della famiglia Sartori non sono diverse da quelle di ognuno di noi, ma che Giorgio Fontana ha un talento particolare nel descrivere gli stati d’animo, in una continua altalena tra la poesia della normalità e il crudo pragmatismo del nutrire i propri sentimenti, d’odio, d’amore, di paura, di libertà .

Il più bel libro letto quest’anno. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Quest’anno niente Rimini Summer Pride, ma…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera aperta di Marco Tonti, Presidente dell’Arcigay “Alan Turing” di Rimini, firmata anche dalle ragazze e i ragazzi del Rimini Summer Pride.


Il Summer Pride è ormai da anni un appuntamento tradizionale per la città di Rimini. La città viene invasa da festanti e manifestanti. Strade, spiagge, alberghi e ristoranti si riempiono di persone gioiose con negli occhi la luce di chi sta vivendo un momento di felicità tra persone amiche. Nei loro occhi sono i colori dell’arcobaleno.

Quest’anno, per ovvie ragioni, la quasi totalità dei pride è stata annullata o rinviata a data da destinarsi. Il Rimini Summer Pride non fa eccezione e non solo per rispetto delle prescrizioni ma come autentica responsabilizzazione riguardo la salute generale. Proprio in questo momento in cui le migliaia e migliaia di persone del pride avrebbero aiutato la città a rialzarsi, questo non potrà avvenire. Ma certamente non appena le condizioni lo permetteranno cercheremo, con le nostre iniziative, di fare la nostra parte per attirare persone e aiutare Rimini a rimettersi in piedi.

Il Summer Pride non si farà con le modalità consuete, questo è certo, ma ci auguriamo di poter organizzare comunque un atto simbolico nel rispetto delle norme e della sicurezza. Sarebbe importante per tutte le persone che già sentono la mancanza del nostro appuntamento straordinario ed emozionante, e per quelle che ancora vivono la mancanza di diritti. Proprio in luglio infatti comincerà la discussione della legge contro l’omo-transfobia e il supporto delle centinaia di migliaia di persone che partecipano ai pride avrebbe certamente contribuito.

Da qualche giorno Stefano Mazzotti, gestore del bagno 27, ha fatto un gesto semplice e straordinario, ha dipinto con i colori della bandiera rainbow la passerella che attraversa la spiaggia, da lui stesso ribattezzata “Pride Walk”. Il suo gesto ha avuto una enorme risonanza persino nei Tg nazionali, un plauso universale e l’approvazione commossa sui social di migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo. Molte di queste persone appena possibile faranno centinaia di km per venire non solo a “vedere” la Pride Walk, ma perché sapranno di andare in un posto dove sentirsi a casa e tra amici e amiche, dove ottenere rispetto e tutela della propria identità, un posto dove ogni diversità viene accolta e rispettata, un posto dove sentirsi in famiglia. E per stare in famiglia si è disposti a tutto, e ben lo sappiamo a Rimini dove abbiamo prosperato proprio nel modello del turismo ad accoglienza famigliare. Ora le famiglie e le persone sono cambiate, e perciò dobbiamo aggiornare anche il nostro modello di accoglienza turistica se non vogliamo rimanere indietro.

Io sono certo che Stefano Mazzotti sarebbe felice se altri stabilimenti, alberghi, negozi, locali seguissero il suo esempio e creassero una rete di punti di riferimento espliciti per una comunità di persone che, da tutto il mondo e da tutta Italia, ha bisogno di essere voluta, cercata, accolta e riconosciuta senza mezze misure, in luoghi dove non ci sia posto per le discriminazioni – non solo come petizione di principio ma come impegno costante di ogni privato oltre che del pubblico. Arcigay Rimini certamente da anni vuole entrare in contatto con le realtà imprenditoriali del territorio e creare una rete di questo tipo soprattutto in vista del Summer Pride 2021, che dovrà valere almeno per due! Il momento e l’occasione sono arrivati per trasmettere informazioni, competenze, consapevolezze non solo per il turismo ma anche per il rispetto di residenti e lavoratori/trici LGBT, quindi mettetevi in contatto con noi.

Il turismo LGBT è molto esigente ed è disposto a percorrere molta strada per andare in un posto accogliente e informato delle sue necessità. Crediamo che ci sia un grande potenziale da sviluppare e ci auguriamo, soprattutto in questo momento di difficoltà, di fragilità e di trasformazione sociale, che tutte le forze pubbliche e private del territorio possano collaborare in questa direzione.

Marco Tonti e le ragazze e i ragazzi del Rimini Summer Pride

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Rimini Covid Crush – occhio alla mascherina.

Una premessa. Con questo video non desideriamo esprimere nessun giudizio sul grado di contagiosità del Covid 19. Una cosa però risulta evidente: se il contagio non aumenta di nuovo, non è certo per il comportamento diligente dei “passeggiatori” riminesi. ATTENZIONE: questo video è stato girato domenica 10 maggio, a Fase 2 appena partita. Il fine settimana dopo i riminesi erano parecchio meno timidi.

La Redazione

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La mano di Fatima – di Ildefonso Falcones. Recensione

TEA Editore – 911 pagine – 13,00 €

Mi piace quando i libri si danno da fare con le coincidenze e ti costringono a riflettere sulle cose. Nella precedente recensione vi ho parlato de “l’ultima del Diavolo” di Pietrangelo Buttafuoco. Era un romanzo che, in estrema sintesi, raccontava una storia sul Diavolo, intenzionato a tenere separati Islam e Cristianità. Un testo che, stranamente, avevo dimenticato senza leggere nella mia modesta libreria. Giorni fa mia madre ha preso un romanzo, tra una pila che le avevano passato per superare la quarantena, e me l’ha dato assicurandomi che mi sarebbe piaciuto.

Il libro in questione era proprio La mano di Fatima e riprendeva l’argomento dei punti in comune tra mussulmani e cristiani. Non è finita qui però, perché ieri, quando l’ho finito, hanno liberato Silvia Romano, oggi Aisha, convertita all’Islam. Gli insulti che ha ricevuto a mezzo social, mi hanno riportato ancora una volta sul tema del contrasto tra due religioni che hanno lo stesso Dio e addirittura una buona parte di figure sacre. Un attrito dovuto in buona parte a posizioni d’ignoranza e intolleranza.

Ecco. Queste sono le coincidenze. Chiaro, non è che ho sognato tre numeri e poi mi sono usciti sulla ruota giusta, ma direi che sono stati un buono stimolo alla riflessione. Cos’altro si può chiedere ad un romanzo  oltre al piacevole intrattenimento?

Lasciando da parte i miei pretenziosi appuntamenti con il destino, questo libro di Ildefonso Falcones mi è piaciuto molto. E’ un racconto epico, storicamente molto accurato, con un ritmo coinvolgente e continui cambiamenti di fronte che ti fanno scivolare tra le mani le sue oltre 900 pagine.

Racconta la storia di Hernando e, tramite lui, le vicissitudini dei Moriscos, mussulmani spagnoli del 1500 costretti a diventare “nuovi” cristiani. Hernando, o ibn Hamid, come sceglierà di essere chiamato durante la sua vita, rimarrà sino alla fine delle vicende narrate un involontario perno umano tra le due culture. Figlio di una mussulmana violentata da un prete, viene disprezzato sia dai cristiani che dai mussulmani. Questi ultimi lo chiamano con disdegno “il Nazzareno” per sottolineare che non sarà mai uno di loro. Hernando, però, oltre ad essere un incrocio mal sopportato, è anche colui a cui vengono insegnate entrambe le religioni. Il parroco della sua comunità vuol alimentare la sua parte cristiana e Hamid il faiqh, autorità mussulmana, gli insegna le tradizioni del suo popolo come fosse un figlio.

Questa condizione regala una cultura superiore a Hernando che, al contrario della maggioranza dei suoi contemporanei, sa leggere e scrivere, addirittura nelle due lingue. La sua istruzione non basta però a toglierlo dalla scomoda posizione cui è destinato. Proverà per tutta la sua dolorosa vita a trovare una sintesi tra le due posizioni che non contempli la violenza e si troverà anche a dover scegliere tra due compagne di vita di opposte religioni.

Se siete appassionati di avventura e storia non potete assolutamente perdere questo romanzo. Oltre ad una tecnica narrativa perfetta per il genere di riferimento, Falcones propone un approfondimento storico e antropologico di notevole spessore.  Per il resto sono sicuro che anche voi come me, vi troverete a girare febbrilmente una pagina dopo l’altra per scoprire se è arrivata l’ora di un po’ di pace per Hernando.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Alcune riflessioni sul Futuro – di Raffaella Sensoli.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune riflessioni sul futuro dell’ex Consigliere Regionale Raffaella Sensoli. Il suo pensiero è declinato non solo alla luce della rappresentanza politica, da poco giunta al termine, ma anche nella sua veste di donna, madre, lavoratrice.

La Redazione.

Qualche nostro nonno ultracentenario ancora forse si ricorda l’ultima pandemia, quella di Influenza Spagnola che fece milioni morti. All’epoca non c’erano ancora a disposizione gli strumenti di cura e ricerca che oggi abbiamo la fortuna di avere e che hanno salvato migliaia di vite in questi 3 mesi.

Ma ci sono fattori che accomunano questa pandemia a quella di cent’anni fa. Si combatte un nemico sconosciuto, che stiamo scoprendo un po’ alla volta ma che non sappiamo ancora fino in fondo come sconfiggere, se non con il distanziamento sociale. Ma l’uomo è un animale sociale per definizione e, anche se in piena emergenza non si poteva fare altro, è anche vero che non si può tenere chiuse in casa le persone troppo a lungo, dovendo scegliere tra la difesa della salute fisica o di quella mentale.

Senza dimenticare la tragedia umana, sociale ed economica che questa pandemia porta con sé, vista l’ineluttabilità della situazione, dovremmo tutti approfittare di questa pausa (ed in molti lo hanno già fatto), di questo shock che ci ha fatti passare dalla frenesia, dalla routine, dallo stress continuo all’ozio totale.

Approfittarne utilizzando questo ozio, certo come abbiamo fatto in tanti, per dedicarci di più alla casa, alla famiglia, alla cucina e all’attività fisica, ma anche approfittare di questo stop per riflettere approfonditamente di ciò che questa società ha sviluppato in maniera errata, di cosa potremmo cambiare o abbiamo già cambiato forzatamente e che potremmo mantenere perché virtuoso, perché socialmente utile, perché ecologicamente valido: troppo spesso sento parlare della “natura” come se fosse altro da noi; dovremmo ricordarci che noi siamo parte della natura e prima di pensare a colonizzare altri pianeti, dovremmo pensare a come mantenere in salute il nostro.

Abbiamo sempre delegato ad altri questo compito: alla politica, alle organizzazioni, alle grandi imprese. Ma se ognuno di noi fa qualcosa nella stessa direzione, quel suo piccolo contributo sarà importante tanto quanto quello dei giocatori istituzionali di questa partita.

Sono mamma e mi viene in mente la scena di “Alla ricerca di Nemo”, dove il pesciolino incita i pesci rimasti catturati nella rete dei pescatori a nuotare in giù: sembra un’impresa impossibile, ma quando tutti iniziano a nuotare nella stessa direzione, l’argano cede ed i pesci tornano liberi!

Noi siamo un po’ come quei pesci nella rete, da anni sappiamo cosa dobbiamo fare, ma, intrappolati dal nostro quotidiano, non abbiamo mai trovato la forza di cambiare direzione. Ora ci è arrivata l’occasione.

Come diceva Einstein “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.”

Cosa possiamo fare noi per il nostro quartiere, la nostra città, per la nostra Regione?

Possiamo innanzitutto non dimenticare quanto l’aria pulita, il silenzio e gli uccellini che nuovamente si sentivano cantare durante il giorno fossero belli; quanto aver più tempo da dedicare a noi stessi e alle nostre famiglie ci riempisse il cuore e allo stesso tempo ci facesse desiderare di tornare al lavoro con un nuovo slancio.Con questo spirito la politica e la società, collaborando, devono ripensare il lavoro, i trasporti,l’economia, il turismo. Andiamo con ordine.

Il lavoro: Si parla tanto di smart work. Questa modalità era attuabile fin dal 2012 ma solo oggi ne apprezziamo i vantaggi. Oltre alla responsabilizzazione dei lavoratori (non vengo valutato in base alle ore che faccio, ma per gli obiettivi che raggiungo e per i compiti che svolgo nelle scadenze prefissate), esistono enormi vantaggi in termini di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, soprattutto per le donne che ancora oggi sono svantaggiate nel mercato del lavoro e che troppo spesso sono costrette a scegliere tra maternità, famiglia e carriera.

Lo smart work non deve essere inteso solo come lavoro da casa, ma come possibilità di organizzare orari e lavoro conciliando le esigenze professionali con quelle familiari, per cui, ad esempio, se si è in ufficio (o a casa) e si deve fare una commissione, andare a prendere il bambino a scuola o portarlo in piscina, o accompagnare un familiare ad una visita medica, non si dovrà chiedere permessi (che possono anche essere negati) o affidarsi a baby-sitter che magari non ci si può permettere di pagare o ai nonni, ma lo si potrà fare, portando comunque avanti il lavoro nel rispetto delle scadenze e dei compiti affidati, passando così da un rapporto meramente subordinato ad uno di collaborazione con i titolari o dirigenti e quindi aumentando il senso di appartenenza all’azienda per cui si lavora. Questa modalità consente anche alle aziende di attuare maggiori controlli sulla produttività del personale, e alle P.A. di eliminare o ridurre notevolmente di avere furbetti del cartellino.

I risparmi che sia pubblico che privato otterranno, potranno essere investiti in progetti utili alla comunità e allo sviluppo delle imprese.

I trasporti: dobbiamo scongiurare la possibilità che le persone abbandonino il trasporto pubblico in favore dell’auto a causa del timore del contagio per mantenere i livelli di inquinamento più bassi possibile. Per chi non può usufruire dello smart working, e comunque nel tempo libero, l’uso di bici e micromobilità elettrica (bici, monopattini e scooter elettrici) dovranno diventare la normalità. In questo modo alleggeriremmo il traffico, avremo meno problemi di parcheggi, e libereremmo posti nel trasporto pubblico a categorie che ne necessitano maggiormente, come anziani, disabili, famiglie con bambini piccoli o abitanti della provincia che lavorano in città. Un ripensamento del piano urbanistico della città con una maggior diffusione dei servizi essenziali, non solo ridurrebbe il traffico, ma riporterebbe Rimini maggiormente a misura d’uomo e recupererebbe il commercio di vicinato fortemente penalizzato negli ultimi anni.

L’economia cambierà: si ritornerà ad una visione di maggior autosufficienza e le politiche del chilometro zero e del rapporto umano nel commercio, nell’artigianato e nei servizi potrebbe ridare quel valore aggiunto che negli ultimi decenni si è perso. Studi recenti hanno visto come le persone, in questo lock-down, abbiano riscoperto, assieme al gusto di cucinare, anche il piacere di cibi semplici, poco lavorati e abbiano consumato meno junk food, recandosi ad acquistare prodotti di prima necessità nelle botteghe sotto casa, piuttosto che nei grandi supermercati. Questo ritorno ad una spesa intelligente va preservato, dato che il consumismo sfrenato ha dimostrato tutti i suoi limiti. Certo non vanno abbandonate le grandi imprese che rendono grande il nostro territorio e con le quali bisogna lavorare, ma credo che oggi le tante piccolissime aziende che compongono il tessuto della nostra società possano diventare la linfa di una nuova economia “glocal”.

Turismo: è il grande ferito e la grande sfida del nostro territorio. Va ripensato tutto il comparto ed intavolati lavori con il settore che puntino alla qualità dei servizi offerti. Se possiamo attrarre meno persone, va aumentata la qualità dell’offerta turistica, così da realizzare quella riqualificazione che già a piccoli passi si stava avviando. Naturalmente il nostro non sarà mai un turismo simile a quello della Versilia o Porto Cervo, ma possiamo trasformare il turismo “di massa”, oggi non più remunerativo ad un turismo “popolare” ed esperienziale, dove non contano tanto gli arrivi e le presenze, ma la ricchezza e la capacità di spesa che porta ogni turista, o meglio, ogni ospite sul nostro territorio. A beneficiarne a quel punto non saranno solo hotel e stabilimenti balneari, ma anche il commercio e la filiera di prodotti tipici locali della nostra provincia. E magari si potrà invogliare il turista balneare a tornare in altri momenti dell’anno per visitare la Rimini storico/culturale o le bellezze della nostra provincia.

I temi sarebbero ancora tanti ed il discorso molto lungo, ma credo ci sarà modo ed occasione per approfondire ogni tema.

Raffaella Sensoli

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Il Sindaco di Rimini sta con il Professor Giulio Tarro?

E’ passata solo una settimana dallo sciocco divieto regionale di poter accedere all’arenile, restrizione che non vale per il lungomare. Alcune voci illustri  si erano solertemente alzate in appoggio al divieto. Tra queste quella del Dott. Nardi, Primario di Rianimazione a Rimini che, tra le altre cose, invitava a non andare al mare:

“non dovete ancora uscire, dovete mantenere le disposizioni che vi sono state date, tutti abbiamo voglia di uscire, di andare a correre, di andare al mare, non si può ancora fare.”

Altrettanto preoccupato, anche se con meno contezza scientifica, il comunicato delle associazioni riminesi dei Bagnini (tutte). Un voce all’unisono, che ha fatto storcere il naso quando, immediatamente dopo, si è saputo di un probabile contributo regionale a fondo perduto di 5 milioni di euro per i balneari. Ma vabbeh, coincidenze.

Fatto sta che quell’irrimediabile e ingiustificabile differenza, tra una camminata sul lungomare e una sulla sabbia, è rimasta tale senza che a nessuno degli amministratori riminesi venisse in mente che poteva essere un messaggio negativo verso il prodotto principale della costa: la sabbia.

Non l’ha capito nessuno qui a Rimini, almeno per cinque giorni, ma oggi il Primo Cittadino Andrea Gnassi si è scongelato ed ha parlato. Anzi, con il solito stile sobrio che lo contraddistingue, ha sbottato, perché di troppa prudenza si muore:

“Per andare in spiaggia quest’anno dovremo avere un termometro sotto l’ascella, termoscanner ad ogni angolo, arrivare con un box doccia ambulante e poi infilarci in una cabina di plexiglas? Ci sono banalizzazioni e irresponsabilità che non accettiamo più per un settore con milioni di lavoratori e imprese”.

E dopo aver sostenuto di essere quasi pronti con protocolli di sicurezza e sanificazione, dice anche:

“E’ stato ribadito da medici e scienziati che la spiaggia, con l’acqua di mare salata, la sabbia, il sole, è tra i luoghi naturalmente più sicuri dal punto di vista igienico e, in assoluto, uno dei luoghi dove stare e vivere momenti sereni e con servizi nuovi.”

Premesso che per una volta siamo d’accordo con la “Vision”, nel senso che o i protocolli indicati funzionano per tutto o non funzionano per niente, una particolarità salta agli occhi. L’affermazione che il mare, il sole, la sabbia e la salsedine, diminuiscano l’incidenza del virus è una teoria sostenuta con forza dal Professor Giulio Tarro e, di conseguenza, avversata dal celebre Roberto Burioni.

Considerato che Gnassi sbotta, ma Burioni ha la pervicacia di un gatto attaccato ai maroni: cosa succederà ora? Scontro al vertice del narcisismo mediatico? Ci dobbiamo aspettare bordate dalle seggiole di “Che tempo che fa” contro il Sindaco seguace di Tarro? E tra le trincee di facebook? Ci sarà uno scontro tra i Gnassi Boys e i Ringhios di Burioni? E quelli che sono sia Gnassi Boys che Ringhios che faranno?  Cadranno nel limbo di Tic Toc?

Non prendetela alla leggera perché la battaglia a chi la sa più lunga sul COVID 19 è un conflitto epocale da cui molti usciranno a pezzi. E’ uno scontro di potere non solo tra destre e sinistre, ma anche tra politica e vita reale. In questa battaglia Burioni, dicono grande virologo, ma sicuramente pessimo epidemiologo, è un alfiere mediatico di grande importanza per il Partito Democratico.

Cosa ne penserà poi dell’uscita di Gnassi l’altro personaggio di punta del PD, Kim Jung Bonaccin, il Nemico del Sabbione? Non ci illudiamo, tra piddini si sistema sempre tutto, a meno di non poter dare una definitiva pugnalata alla schiena. Evenienza improbabile per la sciocchezzuola in questione.

Per quanto poco conti l’opinione di CitizenRimini, vogliamo lo stesso dare appoggio alla presa di posizione di Gnassi in difesa del buon nome della Spiaggia, anche se ritardataria. Va considerato che 5 giorni fa c’era il rischio di sembrare in accordo con il Sindaco Tosi di Riccione. Non sia mai.

@DadoCardone

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Bonaccini ha deciso. Nein! Niente spiaggia per gli Emiliano Romagnoli.

C’è una domanda che da stamane percorre veloce il web e i balconi del confinato popolo della costa emiliano romagnola. “Perché i parchi sì e le spiagge no?”

La domanda sorge spontanea dall’ultima limitazione voluta dal Governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che, estroflettendo il mento volitivo, ha replicato all’ultimo DPCM : No! In spiaggia non si può! Tra l’altro, quando il Sindaco Renata Tosi di Riccione ha chiesto spiegazioni, ci ha tenuto a precisare che lui si deve preoccupare di ben altro e “non ha tempo da perdere”.

Dispiace molto che la Democrazia faccia perdere tutto questo tempo allo Zar delle Romagne, nonché delle Emilie. In ogni caso, quando un Amministratore chiede la logica di una decisione, perché evidentemente la deve in qualche modo giustificare con il territorio di sua competenza, un pochino si dovrebbe sforzare. Ha già tanto da fare, è un periodo brutto, ma non sta certo portando “la croce” da solo. Con i mezzi messi a disposizione dalla Regione può anche trovare qualcuno che risponda a quegli insolenti amministratori al posto suo.

Ad oggi, comunque, la logica non si è proprio capita. Plasmare realtà molto diverse con singoli colpi d’accetta è una cosa che sicuramente funziona in Cina, ma la Democrazia ha un costo. Si traduce nel dover governare la Libertà delle persone, non la loro cieca sottomissione. Ci sono degli inconvenienti, ovviamente. Gente che non è d’accordo, gente che non capisce, addirittura  gente che disubbidisce, ma ognuna di queste persone si assume una responsabilità personale rispetto a come reagisce alle norme. E’ la Democrazia baby.

E poi… e poi c’è il buonsenso. Prendete Rimini per esempio. Rimini ha parchi e spiagge. Dopo quasi sessanta giorni di confinamento (li festeggiamo il 12 maggio) non si può considerare un capriccio passeggiare al parco o in spiaggia e molti lo faranno. Ci andranno, anche se per tutta la vita non gli è mai fregato nulla, semplicemente perché gli è stato impedito per troppo tempo. Allora una cosa è farli andare tutti solo in un parco, un’altra è dividerli tra verde e sabbia. E’ una possibilità che porta vantaggio nell’ottica del distanziamento sociale, non svantaggio. Ci sono posti che non possono permetterselo per la conformazione del territorio? Che lo decidano i loro sindaci, oppure sono tutti degli idioti e l’unico che sa come si fa è Bonaccini?

Attenti a non giudicarla una quisquilia questa spiaggia negata. E’ anzi una questione dirimente, perché la vera domanda è: i dispositivi di protezione e il distanziamento, funzionano oppure no? Perché o funzionano e allora si può andare in spiaggia dove c’è tanto spazio, o non funzionano, e gli stessi problemi che si verificherebbero sull’arenile avranno luogo a maggior ragione nei parchi, negli autobus, nei posti di lavoro, nella visita al congiunto e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto mi riguarda, io seguirò le norme come ho (quasi) sempre fatto, ma non potrò far  a meno di guardare con occhio ancora più critico le decisioni di questo Governatore di Regione, eletto la prima volta con un flop storico d’affluenza e la seconda “perché altrimenti va su Salvini”. Il potere ottenuto con risibile rappresentanza reale, chissà come mai,  genera molto spesso decisioni poco condivise.

P.S.

E Andrea Gnassi che fa? Non difende il senso di responsabilità dei suoi concittadini? Non rivendica il diritto di popolare (responsabilmente) il “luoghi dell’anima” (come li chiama lui)? In questo caso non sembra voler battere pugni sul tavolo… non si sa mai che qualcuno smetta di assecondarlo in solido nelle sue “Vision”.

@DadoCardone

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L’ultima del Diavolo. Di Pietrangelo Buttafuoco – Recensione.

Edito da Mondadori – 260 pagine – 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi devo dire una cosa che mi è successa. Non sono sicuro si faccia anche nelle recensioni serie, ma questa è una recensione per gli amici, dunque me ne prendo licenza. Non mi piace tanto leggere dal tablet, sarà l’età. Guidato dalla fame di libri di carta, ho scandagliato la mia modesta libreria in cerca di un testo che, perlomeno, non mi ricordassi tanto bene. Et voilà, è saltato fuori un libro che avevo appena iniziato e non finito. Mi verrebbe da dire “miracolo!”, non fosse che il romanzo s’intitola “L’ultima del Diavolo.”

Il Cardinal Taddeo Reda, consigliere diplomatico della Santa Sede, è un principe della Chiesa. Nick Mac Pharpharel invece è il Principe degli Inferi, il Diavolo in persona. I due s’incontrano quando Taddeo si sveglia con l’urgenza di una scimmia e una pistola, per organizzare una festa che gli è venuta in mente.

Il pensiero gliel’avrà messo in testa ‘o Riavulo (come lo chiama il napoletano Taddeo), ma il Cardinale è comunque un personaggio piuttosto fuori dalle righe. E’ un erudito, scaltro diplomatico, ma è anche uno che appena sveglio si tocca i testicoli prima di fare il segno della croce. E’ convinto che il Paradiso sia per i ricchi, perché solo loro sono in grado di sfuggire all’invidia e al “desiderio dell’altrui sfortuna”. Tra l’altro Dio gli sta antipatico perché l’ha condannato alla vita.

Il Diavolo ha la strada spianata per il suo piano e propone un patto a Taddeo. Bruciare i manoscritti di Bahira, un Santo cristiano, che è niente popò di meno che il Talent Scout di Maometto, in cambio di 12 milioni di dollari. Quegli scritti sono la prova che il credo Islamico è la naturale prosecuzione di quello che viene dopo Cristo nei piani del Signore. Una prova che, potenzialmente, potrebbe riunire i credo dell’umanità, cosa inammissibile. Il Cardinale accetta, ma non per i soldi.

Questo romanzo è molto particolare, sia per quello che racconta, che per il modo di farlo. L’autore, come i suoi personaggi, gioca con l’erudizione e non si risparmia nel portare alla luce i collegamenti (realmente esistenti) tra l‘Islam e la Cristianità. Con una scrittura che a volte sembra poesia, a volte stornello, sempre sfida d’erudizione, Pietrangelo Buttafuoco conduce il lettore nella scoperta di ciò che guida il Diavolo nei suoi piani e di come l’Adamo , a cui rifiutò di inchinarsi, lo contrasti.

Lo consiglio? Sì, ma non a tutti. Solo a chi ha veramente voglia di scoprire l’ultima del Diavolo.

@DadoCardone

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Io sto con Tarro.

Io sto con Giulio Tarro e vi spiego perché. Se qualcuno si aspetta una spiegazione scientifica, o pseudoscientifica, può tranquillamente abbandonare questo post. Non sono uno scienziato, né di quelli accreditati, né di quelli “fai da te”. L’unica cosa su cui mi applico è la scrittura, madre generosa, ma inflessibile su alcune cose, che esige quotidianamente la pratica dell’osservazione. Di cosa? Di tutto. Dei gesti, degli atteggiamenti, dei significati, di come le frasi vengono messe in fila, di quel qualcosa che rivela le parole non dette, tra le altre cose. Se non vi basta sono anche portiere di notte, a Marebello di Rimini. Non aggiungo altro.

Detto questo per me Tarro può essere anche matto come Caligola e andare in giro con le mutande sopra i pantaloni. Non m’interessa, perché non è lui che osservo, ma come reagiscono gli altri alla sua persona e alle sue dichiarazioni. Per cui non mi venite a contestare i Nobel, la papaya e la memoria dell’acqua, siete fuori tema.

In questi giorni Tarro è diventato il nemico numero due della Salute del Paese, secondo solo al Covid 19. Perché? C’è questo matto che si è comprato crediti per dare più volume al suo lavoro e che si è attribuito un’inesistente candidatura al premio Nobel. Come mai il medico copertina, il Dottor Roberto Burioni, gli si è accanito contro e, oggi, addirittura la Società degli Immunologi Italiani ha provveduto a ri – esiliarlo (visto che dicono di averlo già fatto in passato)? Tra l’altro ci hanno tenuto a dissociarsi con un comunicato che, ad occhi smaliziati, sembrerebbe essere prodotto da chi fa comunicazione per lavoro ad un certo livello.

Perché si mette in campo tutto questo per rispondere a un cazzaro? Perché si tiene tanto a mettere in chiaro che Tarro sarebbe una specie di Mago Otelma, quando per un Otelma qualsiasi non si perderebbe tempo a elaborare smentite? Ma soprattutto, e questa è la domanda decisiva che ognuno di noi si dovrebbe fare, perché non gli si contesta il merito di quello che dice, ma si cerca di screditarlo attaccando la sua professionalità e il suo passato?

Il Professor Tarro, Primario Emerito o pazzo scatenato che sia, è stato il primo a dire che il fenomeno si sarebbe attenuato durante i mesi estivi. Cosa di cui ancora non abbiamo prova, ma che hanno cominciato a ripetere anche altri, tra cui lo stesso Burioni. Poi, sempre il folle, ha sostenuto che in uno studio Olandese del 2008 si era dimostrata la teoria di un’epidemia da pneumococco e da meningococco attivata dal virus dell’influenza e dal virus respiratorio sinciziale. Suggerendo poi di indagare se un simile meccanismo sia occorso a Bergamo, visto che nel periodo sospetto c’è stata una richiesta di ben 185.000 dosi di vaccino antinfluenzale e, in concomitanza, si è verificata un’endemia da meningococco per cui sono state richieste 34.000 dosi.

E’ giusto? E’ sbagliato? Che cazzo ne so io? Mica sono uno scienziato. So solo che, se lo fossi, verificherei la solidità della teoria olandese, o controllerei l’effettiva richiesta di quei vaccini e le possibili correlazioni. E’ una teoria, si contesta con dati, rilevazioni, misurazioni, statistiche, mica dicendo al tale che “Se lui è stato candidato al Nobel, io sono stato a Miss Italia”.

L’idea che mi sono fatto io, osservando le reazioni scomposte all’indirizzo del Dott. Tarro, è che non sia stato contestato tanto per quello che ha detto, quando perché ha osato rompere la versione ufficiale di ciò che è successo con il Covid fin qui. E il fatto che se ne incarichi Burioni, la velina del Partito DemoKratico, non fa altro che confortare la tesi. Si è annusata nell’aria una certa incompetenza (certo non solo dell’Italia) riguardo al modo di confrontarsi con il Covid e per sostenerlo non c’è bisogno di nozioni scientifiche. Il ritardo del lockdown in marzo, quando da gennaio si sapeva della circolazione del Corona, I morti nelle RSA, la gente abbandonata  a se stessa a casa, la cura e i tamponi solo dei casi conclamati, il fatto che ancor oggi non riusciamo a distinguere tra decessi per Corona Virus e decessi con Corona Virus, i medici morti perché sprovvisti dei mezzi necessari, ci dicono molto.

E’ chiaro che se un “matto” comincia a piantare il seme del dubbio con dichiarazioni sommariamente verificabili che non siano “è tutto nuovo, non ce lo aspettavamo.”, l’Establishment se la prende a male. Oh ragazzi, poi questa è una mia personalissima opinione eh! L’opinione di un altro matto, uno che ritiene che le energie dello Status quo siano impegnate prevalentemente a difendere se stesso, soprattutto in caso di madornali cappelle, e che ogni tanto sia utile ribaltarlo, altrimenti saremmo ancora allo Ius primae noctis.

Quindi, se devo scegliere tra un accreditato Burioni e un folle Tarro, scelgo il secondo tutta la vita. Non per quello che dice, per come i legulei gli reagiscono.

P.S.

“In Italia il rischio è Zero. Il virus non circola. Questo non avviene per caso: avviene perché si stanno prendendo delle precauzioni” [Eminentissimo Dott. Roberto Burioni – 2 febbraio 2020 a Che tempo che fa su Rai due.]

@DadoCardone

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Come Dio Comanda di Niccolò Ammaniti – Recensione.

Premio Strega 2007 – Edizioni Oscar Mondadori – 478 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Avete voglia di leggere un libro intenso? Allora vi consiglio Come Dio Comanda, di Niccolò Ammaniti. Vi terrà incollati alle sue pagine permettendovi di respirare raramente.

Rino e Cristiano Zena sono padre e figlio. Una madre non c’è, li ha abbandonati. Rino è un rissoso disoccupato, alcolizzato, con tendenze naziste, che cerca di educare il figlio alla forza. Di sicurezze, tuttavia, lui non ne ha tante, se non quella che bisogna colpire per primi e quel figlio, che lo ama e lo teme. D’altronde Rino come fare il padre se lo è inventato da solo, la sua infanzia l’ha passata  in orfanotrofio e l’unica cosa che ha imparato è la legge del più forte.

Corrado, detto Quattro Formaggi, e Danilo sono gli unici amici che ha. Quattro Formaggi l’ha conosciuto proprio in orfanotrofio, dove già era un po’ strano, ma non come è destinato a diventare dopo un incidente con l’alta tensione capitato in età adulta. Anche Danilo ha una brutta storia da sopportare. E’ diventato alcolizzato dopo che la figlia gli è morta in macchina, soffocata. Rino, Corrado e Danilo, si mettono in testa di rapinare un bancomat. La notte programmata per il colpo avranno modo di scoprire che non avevano ancora raggiunto il fondo. Dovevano ancora scavare.

Come Dio comanda è un romanzo spietato, soprattutto verso il lettore. I suoi protagonisti sono esseri senza speranza, abituati alla sconfitta, dipendenti dall’alcol e da fantasie mortali. Per loro non è previsto lieto fine e ci si trova a leggere cercando di capire se finiranno male o peggio. Non fraintendete, non è che manchino i colpi di scena, anzi. Solo che i tre balordi cercano redenzione dove possono trovare solo disperazione e in tutto ciò, pur non volendo, trascinano il tredicenne Cristiano che li considera la sua famiglia.

Ruvida, ipnotica a tratti disturbante. Non la si può proprio perdere una storia così.

@DadoCardone

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E Bonaccini ti aggiusta la campagna. TAAAAC!

Allora. Io sono di sinistra. Lo premetto, altrimenti non si capisce la critica.

Una cosa che non bisognerebbe mai fare, ma proprio mai, è unire Sinistra e imprenditoria. Non capitemi male. Non che non ci possano essere imprenditori di sinistra e nemmeno che un amministratore di sinistra non possa pensare di fornire strumenti adeguati, quando gli sono richiesti e si manifesta l’esigenza.

Il problema sorge quando l’amministratore di Sinistra si mette in testa di poter esibire una mentalità imprenditoriale. Il motivo è semplice. L’amministratore “progressista” dovrebbe, nei limiti del praticabile, pensare contemporaneamente alle esigenze dell’imprenditore e a quelle del lavoratore. E’ un equilibrio delicato e ci vogliono pensieri coltivati per mantenerlo, una cultura che preveda decisioni che non si riducano a semplice utilitarismo o, molto peggio, a incoerenza.

Faccio un esempio pratico. Bonaccini, governatore della Regione Emilia Romagna, in questi giorni afferma: La situazione sotto corona virus ha tolto gli immigrati alle campagne. Ci vada a lavorare chi percepisce il Reddito di Cittadinanza.

In questa sola affermazione si affastellano diversi strati d’ignoranza politica, culturale e imprenditoriale. Questa dichiarazione, che (chissà come mai) è piaciuta molto di più a Destra, fa chiaramente intendere che il pregiato Governatore non ha proprio presente il tema a cui si vuole applicare.

Come noto le campagne sono il fronte più esposto al lavoro nero. Ciò succede perché il circuito delle grandi distribuzioni impone prezzi di vendita che nessun agricoltore potrebbe sostenere con della manodopera in regola. Per questo si riscontrano gravi fenomeni di caporalato, persino qui in Romagna. Pochi giorni fa abbiamo letto la notizia di un giro di lavoratori pakistani sfruttati come schiavi a un euro l’ora. Sarà stato un caso estremo, ma non l’unico, come la stessa Regione (evidentemente a insaputa del suo Governatore) ha denunciato.

Ora Bonaccini dovrebbe fare chiarezza. Quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza, in che modo dovrebbero essere inquadrati per questo lavoro? In nero come i Pakistani? O dovrebbero accontentarsi dello stesso reddito (con un massimo di 750€) che già percepiscono? No perché, diversamente, con gente retribuita secondo legge a fare i raccolti, il contadino se le da in faccia le zucchine (per non essere volgari). A venderle farà molta fatica.

A parte tutto questo mi preme sottolineare una cosa che si legge neanche troppo fra le righe. “Chi prende il Reddito di cittadinanza può cominciare ad andare a raccogliere la frutta e la verdura nei campi così restituisce un po’ quello che prende”. E’ palese che questo sedicente uomo di Sinistra considera il Reddito di Cittadinanza, una cifra che basta appena per un affitto, quantomeno un’indebita appropriazione.

Certo lavorare perché nella sua Regione in pochi abbiano effettivamente bisogno del reddito di Cittadinanza è un obiettivo un po’ troppo ambizioso. Per cui suggeriamo di cominciare dalle basi. Tipo farsi spiegare che essere poveri non è una colpa, che una persona difficilmente sarà assunta a fare i raccolti con uno stipendio regolare, che lui non è un imprenditore, ma un amministratore e le soluzioni che gli competono non dovrebbero passare per il fondoschiena dei poracci.

Se glielo chiedevi qualche mese fa, quando per essere rieletto aveva bisogno dei voti delle Sardine, dei Grillini  e della Elly Schlein, l’avrebbe dato anche al caporale dei Pakistani il Reddito di Cittadinanza.

P.S.

Qualcuno dia una zappa a quell’uomo.

@DadoCardone

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Colui che gli Dei vogliono distruggere – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 334 pagine – 8,60€ al momento del mio acquisto.

Difficile parlare di questo romanzo senza spoilerare nulla, perché i nodi narrativi sono diversi e tutti fondanti. Comincio con il dire che il suo sviluppo per diverse ragioni potrebbe essere tranquillamente applicato a una grafic novel. Poi, ovviamente, in puro stile Gianluca Morozzi, c’è Bologna, il rock, ed eroi che, anche quando lo sono veramente, non possono fare a meno di mostrarci il loro lato un po’ patetico.

Dunque.. provo a spiegare. Ci sono due universi paralleli e due pianeta Terra. Su Terra L c’è un Supereroe che non ci sa fare con la sua vita normale e su Terra Prima c’è un Rocker che non ci sa fare con la sua vita da “star”. Entrambi soffrono pene d’amore. I due universi entrano in contatto nel presente, ma gli effetti si vedono nel passato di Terra L influenzandone il futuro. In che modo? Beh, non vi posso dire molto perché è uno dei nodi del libro. Provate a pensare, però, cosa succederebbe se privaste totalmente un genio della musica, tipo David Bowie, della possibilità di esprimersi in modo artistico… in questo mondo non è successo, ma magari in uno parallelo sì e, magari, David si è sfogato diventando un genio del male.Che roba eh!? Ma non è tutto qua. C’è Leviatan che ha tutti i poteri immaginabili, ma solo due alla volta e che cambiano due volte al giorno. C’è Ragnarock, la sua nemesi, come in ogni fumetto che si rispetti. Parallelamente, sull’altra terra, c’è Kabra un Rocker che si dibatte tra l’anaffettività, l’ispirazione perduta e il suo mondo composto interamente da chi ruota attorno alla sua band: I Despero. Però non fatevi pregiudizi del tipo che le cose strane succedono a Leviatan e non a Kabra.. anzi il grottesco sembra appartenere più all’universo “normale” che a Terra L. Qualsiasi sia la Terra su cui si svolge la narrazione, tutto sembra essere legato alla massima di Euripide: A colui che gli Dei vogliono distruggere, prima viene data in dono la pazzia.

Questo romanzo è un’esperienza divertente e la consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Comune di Rimini gioca la carta Barbara D’Urso per impressionarci.

36 giorni confinati e questi ci danno la caccia con i droni.

In tutto il periodo del confinamento a causa del Covid mi sono astenuto da qualsiasi critica verso l’Amministrazione di Rimini. Ho scelto di farlo perché tutti, anche loro, stanno affrontando qualcosa che non è mai successa prima e, allora, i peccati veniali si lasciano correre. Si lascia perdere l’annuncio un po’ troppo roboante, i meriti che qualcuno si attribuisce, ma che dovrebbe dividere, il sindaco che fa le comunicazioni alla cittadinanza con le foto dei bombardamenti e sciocchezze varie.

Poi, però, gli amministratori sono quelli che sono sempre stati e pretendere che una pandemia li possa rendere migliori è pur sempre solo un’ipotesi da dimostrare. Me ne sono accorto oggi con il doppio post del Comune. Uno su Facebook e uno su Youtube, dove, con grande sfoggio di documentazione video, ci fanno vedere quanto sono bravi ed organizzati a inseguire poveri cristi solitari, che cercano ristoro dal confinamento Covid in spiagge e parchi dove per kilometri non si vede nessuno.

Siamo tutti a casa da 12 Marzo, tranne quelli che ovviamente continuano a lavorare con grande sacrificio. Oggi siamo il 17 di aprile. Sono 36 giorni (trentasei) che stiamo  subendo un evento assurdo… e questi cosa fanno se trovano una persona in giro da sola dove non c’è nessuno? Non è che gli si avvicinano discreti e gli dicono :”guarda amico. Lo so che è dura, ma non puoi stare qua. Vai a casa perfavore, altrimenti ti devo multare.”

NO.

Danno la caccia alle persone con i droni e poi fanno entrare in azione le squadre con tanto di ripresa video. Non paghi, ce lo fanno vedere!!. Si vantano. Ci mostrano quanto sono fighi. Lo mostrano a noi che stiamo a casa, in tensione per un futuro quanto mai incerto. E questa incertezza è determinata in gran parte anche sulla poca fiducia che abbiamo nei confronti di questi amministratori che, anche in una situazione del genere, non rinunciano a raccontarci storie, anziché fare i fatti.

Allora sapete che c’è? Stavolta la critica la faccio, perché serve. A qualcuno aiuta a crescere, ad altri da una dimensione, un limite. Perché pubblicizzare con orgoglio la caccia alla gente con i droni, persone che non fanno assolutamente niente di male (di sicuro una persona in 10 km di spiaggia non è un pericolo), non mi fa sentire più sicuro, anzi, mi fa venire in mente una parola. E’ una parola che non posso dire perché verrei denunciato, ma sento forte l’esigenza di ricordare a me stesso che vivo in una Democrazia.

Invece di giocare con i droni la nostra Amministrazione, responsabile per qualunque delle sue parti si sia messa in testa di far vedere quanto è brava a dar la caccia a poveracci, si ricordi che noi siamo a casa da 36 giorni, con i nervi a pezzi e l’angoscia per la marea di problemi che stanno per affacciarsi sul nostro immediato futuro. Sarebbe meglio che, invece di farci innervosire (a leggere i commenti sotto quello stupido post non sono il solo che non poteva crederci), trovassero qualcosa di rassicurante da dirci, tipo come stanno programmando seriamente cosa fare nel “dopo” e che non stanno cercando un’altra storiella da raccontarci.

Quell’uomo steso in spiaggia potrei essere benissimo io. Ancora ce la faccio a non esserlo, ma non so per quanto.

P.S.

Colonnello Krueger: “Badate colonnello, io ho carta bianca.”

Colonnello di Maggio: “E ci si pulisca il culo!”

[Da “I due colonnelli”.]

@DadoCardone

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Il finanziamento Covid 19 con garanzia dello Stato? Non è proprio come ce lo raccontano.

C’è grande fermento attorno alla notizia che, finalmente, si possono avviare le pratiche per richiedere il finanziamento COVID 19 dedicato alle imprese. I mezzi d’informazione riportano le linee guida dettate dal Governo. Un prestito veloce, con poca burocrazia, tassi irrisori, che può arrivare fino a 25 mila euro di finanziamento con garanzia dello Stato.

Detta così, in un periodo come questo, sarebbe la proverbiale manna dal cielo. Pare però che quanto auspicato dal Governo non si allinei perfettamente con le direttive che i gruppi bancari stanno dettando ai propri direttori. Noi abbiamo sentito un campione di partite iva, che naturalmente non ha la pretesa statistica di essere rappresentativa della totalità. Per questo se qualcuno avesse informazioni precise e puntuali da condividere, può farlo nei commenti, rendendo così quest’articolo ancora più preciso.

La burocrazia.

In questi giorni si è voluto dar la sensazione che bastasse compilare un modulo per avere il finanziamento. Che sia stato o meno un modo un po’ furbo di raccontarla, è normale che la procedura non possa essere questa. Anche con la garanzia dello Stato ci sono soggetti e società che, per la loro storia bancaria, non possono essere finanziati. Il modulo stesso (Scaricabile qui) chiede alcuni dati da recuperare dal commercialista, come codice classificazione ATECO 2007, i ricavi dell’ultimo esercizio contabile (da dichiarazione fiscale o bilancio depositato), gli ULA (unità lavorative annue) e altre cose che non elenchiamo per non annoiare.

Attenzione però, alcune banche dicono esplicitamente che a loro del modulo scaricabile interessa poco. Anzi qualcuno manda un modulo proprio ai clienti, un documento da compilare che corrisponde a una normale istruttoria bancaria per la quale bisogna presentare: bilanci del 2017 del 2018, bilanci provvisori del 2019 e primo trimestre del 2020, le ultime due dichiarazioni dei redditi complete di ricevuta di presentazione. Per cominciare. Poi, oltre alle altre varie ed eventuali, lo Stato sarà anche veloce nel concedere la propria garanzia, ma gli istituti eroganti avvertono: ci saranno anche i loro tempi d’istruttoria.

Le spese.

Avevate sentito parlare di tasso zero? Ecco, toglietevelo dalla testa. Che il prestito non fosse esente dall’influenza del costo del denaro era prevedibile, tuttavia, oltre a questo, le banche proporranno certo tassi più bassi di mercato, ma scordatevi fantomatici zero virgola %. La questione dei tassi non è ancora chiara, ma sembra che i più illuminati si muoveranno attorno ad un tasso che supera l’1%. Ci farebbe piacere avere qualche delucidazione direttamente dalle banche su questo punto, aspettiamo fiduciosi.

Ci saranno comunque le spese d’Istruttoria.

Le rate.

Chiaro che avere lo Stato come Garante permetterà ad un discreto numero di Partite Iva di ottenere prestiti che normalmente non avrebbero avuto, ma come avverrà la restituzione del debito (perché di debito si tratta)?  72 rate, di cui i primi due anni (pare) saranno dedicati solo alla restituzione dell’interesse.

Una misura valida?

Che tutto ciò basti a dare ossigeno alle aziende con l’attività azzerata dal Covid è totalmente subordinato alla ripresa della normalità. Un ritorno a regime che per molte aziende è tutt’altro che scontato, perché molte non potranno applicare a priori un distanziamento sociale, almeno senza incidere irrimediabilmente sul proprio fatturato.

C’è anche un altro fattore da considerare. Se qualcuno non se ne fosse accorto, la situazione economica in Italia anche prima del Covid non era delle più rosee. Tra pressione fiscale e il tentativo di mantenersi competitive, moltissime aziende (considerate sane) avevano già a che fare con il tentativo di gestire in maniera fisiologica i debiti. La valutazione dei debiti pregressi avrà indubitabilmente peso per la decisione delle banche di concedere un nuovo prestito. Perché la garanzia sarà anche dello Stato, ma la concessione rimane sempre in capo agli istituti, o  agli intermediari finanziari.

Non così veloce, non così facile, non così economico. Si poteva usare un altro strumento? Non siamo in grado di suggerirne uno più efficace, ma non ci tiriamo indietro dalla più ovvia considerazione. Fino a che non verrà reso inerme il Covid, il nostro sistema economico continuerà ad accumulare fattori di crisi molto peggiori di quelli che stiamo vivendo.

P.S.

Il denaro che si ha è lo strumento della libertà. Quello che s’insegue è lo strumento della schiavitù.

[Jean Jacques Rousseau]

@DadoCardone

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Dracula ed io – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 250 pagine – 7,99€ Ebook – 14,25€ di carta.

Ero in quarantena (mica solo io eh) e non avevo voglia di scegliere un libro aspettando una consegna materiale, così, visto che ho Kindle sul tablet, ho pensato di scaricare un romanzo al volo. Solo che su Amazon Libri, soprattutto in versione Ebook, c’è un piccolo problema. Non ti puoi fidare troppo delle recensioni e di quello che il sistema ti butta sotto il naso. Avete presente il meccanismo per cui 50 sfumature di sticazzi è il libro più venduto del ventennio? Ecco. Per gli Ebook è peggio. La casalinga arrapata spadroneggia e i più venduti di solito sono libri la cui copertina raffigura maschi a petto nudo. Il sistema si adegua alla domanda, ovviamente.

In questi casi il metodo è imporre le mani sulla propria libreria e farsi cogliere dall’ispirazione. Stavo appunto imponendo, quando mi vedo davanti agli occhi “Colui che gli Dei vogliono distruggere.” Cazzo, Morozzi. E niente semplicemente digitando il suo nome mi appare la copertina di “Dracula ed io”. Finito in un giorno. Bello.

Gianluca Morozzi è come quegli chef che buttano l’impossibile dentro il frullatore, pure il coccio delle uova, tanto alla fine ne viene fuori la vellutata a cui non avevi pensato. E c’è riuscito anche con questo romanzo. Ha preso Dracula il vampiro, Bologna e le sue leggende, un antieroe proprietario di una fumetteria, un gruppo d’amici tipo Friends (ma più rustici), un serial Killer, delle tette et voilà: un tragicomico thriller horror.

Come sta tutto insieme coerentemente? Ci vuole bravura, garantito, tuttavia la dinamicità con cui racconta le storie di tutti i protagonisti, quasi contemporaneamente, è la chiave di volta. Mentre le pagine scivolano veloci sotto il tuo indice, lui ti racconta della vera storia di Dracula e di cosa c’entra con Bologna, nonché delle avventure sentimentali di Lajos e dei suoi amici, l’Orrido, La Betty e Lobo. In mezzo a tutto questo, poi, ti tiene attento con un serial Killer che uccide donne incinte in giro per la città.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Quando anche a Conte scende la catena.

Durante la più grande crisi mondiale dal Dopoguerra ad oggi, è permessa una sculacciata a reti unificate?

Noi italiani siamo un popolo straordinario. Sì, abbiamo l’arte, il cibo, il paesaggio, eccetera, ma tutto questo è nulla confronto alla nostra capacità di recitare per la nostra personalissima causa. E’ una riflessione inevitabile leggendo questa mattina le reazioni alle dichiarazioni di Giuseppe Conte. Avete presente, no? Parafrasando: Matteo Salvini e Giorgia Meloni sul MES mentono e lo fanno a discapito del loro Paese.

Ebbene a questa dichiarazione, che tra parentesi risponde al vero, reagisce l’alzata di scudi di una certa parte che, badate bene, non è propriamente identificabile solo con una fazione politica. Un numero discreto d’intervenuti, tra politici, opinionisti, influencer (wanna be), giornalisti, direttori di redazioni e postatori compulsivi, controbattono stigmatizzando l’uso personale che Conte ha fatto delle reti unificate.

Dell’uso personale parlo tra qualche riga. Prima vorrei sottolineare quanto mi stupisce l’innata capacità interpretativa di alcuni, che ritengono appropriato l’uso propagandistico della chiusura dei porti di un Ministro dell’Interno in carica, ma insostenibile l’avvertimento diretto di un Presidente del Consiglio, che sta affrontando la più grande crisi dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Poco istituzionale, dicono, quando lui stesso aveva richiamato al rispetto di quel valore. Vero. Però poi c’è un limite che certo non ha deciso lui si sorpassasse. Mi riferisco allo stillicidio di dichiarazioni contro la gestione Conte. L’azione sistematica secondo cui da una parte si richiama alla responsabilità di un’azione congiunta tra maggioranza e opposizione, dall’altra si tirano palate di letame ad ogni piè sospinto.

Il motivo è più che ovvio, saremmo ingenui a non considerarlo. I soliti sondaggi riportano il gradimento verso l’azione di Conte e l’affossamento delle speranze governative del Centro Destra che, fino ad un giorno prima del Paziente Uno, stava già pensando a che tipo di acqua minerale servire durante il suo imminente primo Consiglio dei Ministri.

E’ il gioco delle parti, si sa. Però esistono momenti in cui questo gioco non si fa. Il momento in cui la capacità di sopravvivenza di un Paese non può e non deve essere affidata agli interessi di parte, perché in ballo c’è troppo. E qui riprendo il concetto dell’uso pro domo sua che Conte avrebbe fatto nella comunicazione di ieri. Non era un uso personale, perché in quella comunicazione rappresentava anche me. Siamo solo in due a pensare che Salvini e Meloni stiano giocando a fare le capriole in una vetreria? Non penso.

A parte le prese di distanza di politici, tifosi, direttori di House Organ travestiti da libera informazione e del solito Matteo Renzi (per carità lui la polemica non la può sentire nemmeno nominare!), non ho capito la dichiarazione di Enrico Mentana. Il direttore del TG la 7, che peraltro stimo, dice :”Se avessimo saputo quello che stava per dire Conte non avremmo mandato in onda quella parte di conferenza.”. E perché? Chicco! E il mio diritto di essere informato? Conte ha detto che Salvini e Meloni mentono. E’ una notizia e io la voglio conoscere. M’interessa molto più questo di Salvini col rosario in mano e quello me lo hai fatto vedere senza troppe remore.

La dichiarazione di Conte di ieri la trovo perfettamente lecita considerando il peso della responsabilità che sta accumulando su di sé e, di contro, il gioco sporco e irresponsabile praticato dagli oppositori. Il Presidente del Consiglio, alla fine di tutto questo, non avrà a disposizione l’Handicap come un giocatore di golf inesperto. A lui saranno addossati morti e perdite economiche, anzi già adesso stiamo qui a dire “In Germania sono più bravi”. A fronte di una responsabilità che nessuno ha mai avuto, penso si possa concedere uno strappo all’etichetta, soprattutto se funzionale ad un chiarimento. Anche perché le cose se non le dici ad alta voce stentano a essere registrate. E poi… scarso rispetto per il ruolo istituzionale. Fossi stato io al suo posto avreste sentito il primo Presidente del Consiglio bestemmiare a reti unificate.

P.S.

Ma ci pensate in una crisi come questa avere Salvini al posto di Conte? Mentre scrivevo questa frase sono svenuto due volte.

@DadoCardone

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1Q84 di MURAKAMI – Recensione.

Libro 1 e 2 – Einaudi Super ET – 718 pagine. Libro 3  – 408 pagine.

Volete un libro da quarantena? Vi consiglierei questo romanzo di Haruki Murakami che, tra tutti e tre i libri, ha il pregio si superare le mille pagine. Quindi non proprio un botta e via. Io il terzo l’ho dovuto scaricare in formato Ebook perché, finito il volume che conteneva i primi due, non ho voluto rompere il mio isolamento. Non tanto per la legge, quanto perché lo gradisco.

Prima di parlarvi di 1Q84, vi dico una cosa personale del mio rapporto con MURAKAMI. Mi sballa. Sarà perché entra ed esce di continuo dalla dimensione onirica, ma io, quando lo leggo, faccio dei sogni strani e particolarmente vividi. Non sto vendendo l’effetto per garantito, ma sicuramente il suo modo di scrivere tocca corde che gli scrittori occidentali lasciano intonse. Quello che posso garantire è che le sue storie sono tutte molto (molto) particolari, proprio come 1Q84. Una storia d’amore che viaggia tra diverse dimensioni della realtà.

Tengo e Aomane sono due bambini di dieci anni. Tengo è figlio di un esattore del Canone radio TV, la famiglia di Aomane è fedele ai precetti dei Testimoni. I bambini sono intelligenti e solitari ed entrambi sono costretti a rinunciare alla loro infanzia per seguire i genitori. L’uno nella riscossione del canone, l’altra nel fare proselitismo. Un giorno a scuola Tengo difende Aomane, che non gli manifesta subito la sua gratitudine, ma aspetta di trovarlo solo. Durante una ricreazione Aomane gli stringe la mano guardandolo negli occhi e quell’atto resterà impresso nell’anima di entrambi, pur perdendosi di vista per vent’anni.

Tengo trentenne è un professore di matematica, Ghostwriter, con l’ambizione di scrivere romanzi suoi. Aomane è una preparatrice atletica, ma è diventata anche un killer che per missione uccide mariti molestatori. Le loro vite continuano a essere quelle di persone solitarie e incomplete. Entrambi, però, un giorno, guardando il cielo si accorgono che ci sono due lune. E’ il segno che sono in una dimensione diversa. Una versione della realtà dove i Little People possono governare i destini delle persone. E’ una dimensione che li sottopone a dure prove, ma che, per la prima volta dopo vent’anni, regala loro la speranza di potersi incontrare di nuovo.

E’ un libro pieno di strani personaggi accuratamente descritti. Maschere ossessionate e malinconiche, che si muovono tra la percezione di una realtà diversa, sogni che sembrano profezie e libri che cambiano il corso della storia. Quello che colpisce di più è che tutto quello che succede è illogico e caotico, ma Murakami riesce a metterlo in scena coerentemente e a costruire un meccanismo dove anche l’irrisolto ha un senso. Su tutto la relatività del Bene e del Male, nelle intenzioni degli “Dei”.

Lo consiglio? Sicuramente sì, anche agli amici che amano libri più corti e meno introspettivi. A loro dico: resistete ragazzi, tra le pagine ci sono anche rapporti sessuali con ragazze magre dotate di grosse tette.

@DadoCardone

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