Le Stagioni di Alfredo

Riceviamo e pubblichiamo una lettera del nostro Alfre ‘D, che in questa occasione smette i panni del poeta musicista e parla, semplicemente come Alfredo, delle sue stagioni estive romagnole. Non quelle da turista.

LA TACITA SOSPENSIONE DEI DIRITTI DEI LAVORATORI STAGIONALI

Sono figlio di un migrante , perché questo è il termine giusto per chi dalla Sicilia migrava al Nord negli anni 80 , per lavoro o in cerca di nuove lune.

Approdai in Romagna che non ricordo , ero piccolo, uno dei due gemelli e mio papà lavorava per Raoul Casadei come autore. Ci aveva dato anche una casa. Mia madre per amore invece lasciò la sua Milano per costruire qui una famiglia.

All’età di 14 anni non avevamo sta gran voglia di andare a scuola o di studiare, passavamo le giornate a giocare al campetto , in oratorio , in giro in bicicletta o che ne so che altro.

Nel 2004 c’era ancora la possibilità per i minorenni, che fossero come noi dei “perdigiorno”, di poter lavorare qualche mese in spiaggia, come baristi o bagnini e te lo sentivi dire come qualcosa di assolutamente nobile e una ghiotta possibilità.

Persino mio padre che ne aveva subite di calunnie nella metropoli in quanto “terrone” e “marocchino” , tendeva, per paura che diventassi ciò che sono , a togliermi dalle mie distrazioni e incoraggiarmi nell’imparare a faticare e sacrificarmi.

Conobbi in quel frangente, proprio nella mia prima esperienza stagionale lavorativa , una delle cose che va a comporre questa socialmente accettata sospensione dei diritti, che vive in quella che ormai è la mia terra di fatto.

Era bello da piccolo vedere questi ragazzi, spesso bellocci e rimorchiatori seriali , lavorare e tra le tante cose che ho immaginato di essere nella mia vita anche “l’uomo col rastrello” poteva rientrarci. Poi il mare, anche se qui è spesso poco limpido per il fondale fangoso, ha comunque una sua magia in certi picchi della giornata.

La realtà è che in quella prima esperienza conobbi l’arroganza di chi si sente in qualsiasi caso impunito , il burbero datore di lavoro era un uomo piccolo e aveva assunto due part time: me e un altro ragazzo, con la quale dividevamo i turni. 

l primo giorno di lavoro era ovviamente rilassato, prendeva le misure , sorridente. 

Il terzo giorno di lavoro iniziò un vero e proprio mobbing: pretendeva che la sabbia fosse liscia e noi con il rastrello a ripassarla centomila volte, per pulirla e farla come voleva lui e se passava e non era come diceva, iniziavano insulti . Fatto sta che una volta, alzai il rastrello e gli urlai che glielo avrei tirato dietro se avesse continuato. Lasciai il lavoro la mattina dopo. Non fu facile tornare a casa e dirlo ai miei perché il lavoro in ‘sto paese pare sia un regalo, non un diritto. Noi, che dipendiamo dal fatto che ce lo diano, viviamo col senso di colpa di dover essere perennemente all’altezza di averlo, quando i nostri nonni il futuro lo avevano già preservato, nero su bianco. Nelle 10 stagioni lavorative che ho fatto in spiaggia  (non ho mai fatto giorni liberi in estate: turni da 10/12 ore al giorno esempio: 7/12, 14 /20:30) i più’ bravi ti davano il pranzo o se eri lì durante il pranzo ti facevano mangiare in 3 minuti, perché col bar aperto c’è sempre lo spiacevole vacanziero che vuole il caffè e tu ti devi alzare). 

C’è stato anche chi per due tre giorni mi ha riscaldato la stessa pasta , lo stesso che (pace all’anima sua ) voleva che corressi mentre portavo le persone agli ombrelloni e mi chiamava al microfono “Agonia” davanti a tutta la spiaggia. 

Non c’è vittimismo in me e in questo racconto, perché essere vittima è altro, mi sono sempre avvalso delle parole per fare cose positive : canzoni, poesie, scritti. Non  c’è la negazione di esser stato servilista, perché c’è consapevolezza della condizione: c’è chi nasce per servire e chi per essere servito e io faccio parte dei primi.

In questi turni eterni (da maggio a settembre) in una giornata dove lavoravi quella mole di ore non ti sedevi quasi mai e so per certo che ci sono stabilimenti balneari che non vogliono che i dipendenti si siedano o bevano acqua o si prendano 5 minuti d’aria.

E’ una situazione lavorativa da vivere davvero alienante e gli stipendi si aggirano sui 1200 / 1300 mensili , quindi anche in barba a chi dice “ ne vale la pena” , forse 30 anni fa.

La sospensione dei diritti dei lavoratori e il non rispetto dei contratti lavorativi nella nostra terra sono socialmente accettati : tutti lo sanno, dai cittadini, alle istituzioni, agli ospiti che vengono qui a fare le vacanze. 

Nessuno vuole ad oggi cambiare le cose perché l’economia intera e quello che produce è il motivo per cui si mangia, alcuni troppo e alcuni troppo poco ovviamente, difatti tantissimi vengono qui per fare la stagione estiva e poi tornano nelle loro città perché abitare qui è difficile : poche case, affitti alti rispetto agli stipendi e come fai a lavorare solo 4 mesi l’anno?

Chiunque vive qui ha, o ha avuto almeno una volta nella vita, del denaro “in nero” oltre la busta paga , perché per legge piu’ di tot ore settimanali non puoi fare. I piu’ sfortunati, che spesso sono solo i piu’ vulnerabili, magari sono stati anche fregati in quello. Un’ora di lavoro incessante viene pagata in media 4-5 euro , non è una follia ? 

Sono innumerevoli gli imprenditori che si sono arricchiti con questo modello e molti non se ne vergognano o si scusano “perché tanto è così da sempre” , perché tanto “come faccio a coprire il servizio?”.  Con la solita scusa che tutti fanno così, tutti qui , adottano questo vile metodo lavorativo.

Ho fatto una decina di stagioni poi per fortuna e audacia ho trovato un lavoro annuale e ho iniziato a capire cosa volesse dire avere ferie, giorni liberi, togliendo altre criticità, per lo meno più’ di tanto le grandi aziende non si rischiano di fare.  Qui invece va tutto al contrario. 

Una terra la cui economia si basa sui finti sorrisi e la finta accoglienza, che lascia morire a Rimini 20 senzatetto in un anno, che sfrutta i suoi figli e i figli di altri e che d’estate veste il suo abito migliore, il più’ ipocrita: la socialità consumistica delle notti rosa ad libitum narra proprio la contraddizione, in termini culturali.

Intanto dentro gli alberghi, i bagni succede di tutto e tutti si voltano dall’altra parte o tornano a fare il bagno. La cosa che trovo più’ triste di tutto questo è l’accettazione della popolazione e la normalizzazione di una pratica illegale sotto quasi tutti i suoi aspetti.

Sta per cominciare una nuova stagione lavorativa ma con gli stessi vecchi metodi di sempre e mi chiedo “Che fare?”.

Se dobbiamo aspettare che qualche politico finalmente riqualifichi le colonie abbandonate di Cesenatico o rinsavisca e capisca che la città va vissuta non va solo sfruttata durante il periodo estivo e che qui i residenti hanno bisogno di poter avere prospettive per costruirsi un futuro normale, se i tanti imprenditori non sentono il dovere morale, il dovere civico di “dare da lavorare” rispettando le leggi, probabilmente ci spetta un’altra migrazione.

Non avrei mai voluto essere figlio di un albergatore o di un proprietario di stabilimenti balneari. Sono il fiero figlio di un Siciliano , che andò con la valigia di cartone a Milano. Sono il figlio di questa terra che amo, che deve imparare a rispettare tutti i figli.

Alfredo

N.B.

L'immagine scelta per l'articolo è da intendersi solo come rappresentativa del tema trattato. Se qualche attività dovesse riconoscersi nella foto ce lo faccia sapere e provvederemo immediatamente a sostituirla.
Share

Viaggio in Sud America – Due chiacchiere con Michele Casalboni.

Intervista di Alfredo D’Alessandro a Michele Casalboni, attivista nelle emergenze umanitarie, oggi in Sud America.

Oggi una delle zone più calde del pianeta per i conflitti civili è il Sud America. Ogni giorno i mezzi di comunicazione ci parlano di Stati oppressi da crisi economiche devastanti e delle conseguenti ribellioni della popolazione. In questo articolo il nostro Alfre D’ intervista Michele Casalboni, che da tempo si occupa di organizzare e coordinare gli aiuti per le popolazioni colpite da emergenze umanitarie e che, attualmente, si trova in Colombia.

Spieghiamo a chi legge di cosa ti occupi e cosa ti ha spinto a cominciare a farlo.

Ciao Alfre, grazie per avermi invitato nel tuo spazio. Mi occupo di progettare, organizzare e coordinare aiuti per popolazioni colpite da emergenze umanitarie, siano conflitti, disastri naturali o crisi socio-economiche come nel caso venezuelano. Il primo vero istinto che ricordo fu guardando alla televisione le immagini dello tsunami che colpì il sud-est asiatico nel 2004. Facevo il liceo e ricordo che provai un forte desiderio di essere in prima linea durante questi eventi.

Il Sud America è una terra contraddittoria, tra narcotraffico e fanatismo religioso, ma è anche terra di indigeni e ribelli. Come vedi oggi la situazione politico – sociale?

E’ difficile inquadrare il sud-America dentro un’unica analisi, vista l’estensione e l’eterogeneità dei suoi luoghi, delle sue culture e paesi. E’ sempre stato un continente turbolento, oggi senza dubbio diversi paesi stanno rispondendo in maniera convulsa di fronte alle enormi contraddizioni di cui accennavi. Seppur con motivazioni diverse, c’è una classe contadina, operaia e una generazione di giovani trasversale a tutti i paesi stanca della fortissima disuguaglianza economica, delle promesse non mantenute, dell’incoerenza dei suoi governanti e delle continue violazioni dei diritti umani. Le economie e i mercati del lavoro di questi paesi inoltre, non sono all’altezza delle aspettative di queste generazioni. Bisognerebbe poi fare un discorso differente per ogni contesto: le proteste in Bolivia, Cile e Ecuador, la crisi umanitaria venezuelana, il conflitto armato in Colombia, l’economia argentina sul lastrico. E mancherebbe ancora il Brasile.

Uno dei tuoi ultimi viaggi è quello in Colombia, una bellissima foto a Medellin scatta uno squarcio in un playground. So che sei ancora lì, cosa state facendo? E quali sono le difficoltà che riscontrate?

La Colombia è un paese che ha firmato finalmente nel 2016 un accordo di pace tra il governo e le forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), la principale guerrilla colombiana. L’accordo fu visto come un grande risultato dopo più di 50 anni di conflitto armato. Il Presidente di allora, Santos, è stato anche insignito del Nobel per la pace. Oggi la situazione è più drammatica che mai, la violenza è tornata a crescere, i gruppi armati dissidenti prima vicini alle FARC e delusi dall’accordo di pace sono tornati più attivi che mai sullo scacchiere. Lo Stato non ha mantenuto le promesse dell’accordo di pace, le comunità indigene, afro-colombiane e contadine sono state abbandonate ancora una volta a loro stesse. Se lo stato è assente, il vuoto di potere viene riempito da questi gruppi armati irregolari, che a volte si conformano come guerrillas marxiste, a volte come bande criminali armate e a volte come paramilitari di destra filo-governativi. Le principali fonti di introito e a volte essenza stessa dei gruppi sono il controllo delle rotte del narco traffico e l’estrazione mineraria illegale. Per quanto mi riguarda, fino all’agosto scorso mi occupavo di organizzare gli aiuti per i migranti venezuelani alla frontiera tra Colombia e Venezuela. Oggi mi trovo sulla costa Pacifica, per un progetto di assistenza alle comunità colpite dal conflitto armato e sfollati interni Colombiani. La Colombiani è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati interni: sette milioni.

Una situazione interna disastrosa. Credi possa cambiare?

Al momento vedo tre problemi strutturali che rendono il processo complicato: il primo è la corruzione, ad ogni livello dello stato, dal governo centrale al parlamento fino ai municipi; il secondo è l’isolamento di queste comunità, lo stato continua a non arrivare nei posti più isolati del paese, mancano le infrastrutture. Immagina che ci sono territori che si possono raggiungere solo con viaggi di ore in barcaiole e sono collegati alla terra ferma! Il conseguente vuoto di potere, di governo, è colmato da gruppi armati, cartelli del narcotraffico e bande criminali. Il terzo e ultimo è il narco traffico. Il business della coca è troppo forte, è una materia prima che promette profitti esponenziali lungo tutta la filiera e che non ha eguali come margini di profitto sul mercato. Aggiungiamoci che questo mercato si compie in aree storicamente poverissime del paese.

Chiudo chiedendoti: il recente golpe in Bolivia e le rivolte in Cile che effetti hanno sul continente? O sono cose che la gente avverte come lontane?

Sono crisi al momento locali e confinate, ma in caso di radicalizzazione, per esempio una guerra civile, sicuramente più probabile in Bolivia e Venezuela, molto meno in Cile, è normale che l’instabilità possa espandersi ai paesi limitrofi. Inoltre, è possibile che le lotte intestine ad un paese come il Cile, considerato sempre l’avanguardia del mercato libero in Sud America e un paese stabile dall’economia forte, possano dare slancio e speranza ai movimenti sociali di tutta l’America Latina. Un altro esempio di “contaminazione” è il caso venezuelano. Sono quasi cinque milioni i venezuelani che hanno abbandonato il Paese, siamo a numeri da guerra in Siria o del genocidio Rohingya in Myanmar. Cinque milioni di persone che si riversano sulle zone di confine di paesi limitrofi, vedi Brasile e Colombia, possono sicuramente causare instabilità in zone dalle dinamiche già complesse e turbolente.

Un’intervista a cura di @Alfre D’

Share

#controculture : i Rave in Italia , Intervista a Pablito el Drito.

Intervista a Pablito El Drito, Dj, storico, scrittore.

Pablito El Drito è un attivista e storico ma anche un dj e uno scrittore . Ha scritto due libri per Agenzia X : “Once were ravers “ e “Rave in Italy “, ricostruzioni e interviste cronologiche di una delle subculture musicali del nostro paese , quella appunto dei rave. Eventi che per molti , me compreso , sono se non altro “controversi “, ma dei quali vorrei capire di più’. Sono affascinato da ciò che si muove nel sottosuolo e da chi organizza eventi nelle città senza benestare di nessun tipo e, soprattutto, da chi oltre a esser parte attiva del fermento si fa narratore di ciò che lo circonda. Per questo motivo ho fatto due domande a Pablito , che il 7 novembre pubblicherà il suo terzo libro dal titolo “Diversamente Pusher “ , sempre per Agenzia X .

I rave, della quale hai raccontato tanto in due libri, per la moltitudine sono un ritrovo di drogati e basta. Raccontaci cosa sono per te.

Per me il rave è una bolla spazio-temporale. Un luogo di socialità diversa, basata sull’amore per la musica e la danza.

Ricostruire cronologicamente l’ambiente rave, oggi come oggi, a cosa pensi possa servire?

Beh, acquisendo distanza gli eventi diventano storia. È quindi – io sono uno storico – mi è sembrato naturale raccontarli. In “Rave in Italy” ho concentrato l’attenzione su quattro città intervistando persone che a vario titolo hanno contribuito a costruire queste scene. Credo che il libro servisse a me per fare il mio lavoro di storico, a chi c’era per mettere insieme alcuni pezzi mancanti, e a chi non c’era a capire perché migliaia di persone hanno costruito questa scena, peraltro ancora viva e florida.

Che differenza c’è tra i rave di oggi e i rave di ieri?

Non conosco bene i rave di oggi. Non li frequento quasi più perché ho già dato abbastanza! Credo però che la differenza sostanziale sia connessa all’evoluzione tecnologica intercorsa negli ultimi 20-25 anni.. Nel 1995 i cellulari costavano mezzo stipendio, il web non era diffuso, l’informazione era propagata tramite carta, e si suonava quasi solo coi dischi o qualcuno coi DAT (!). La polizia, quando arrivava, non capiva proprio cosa stava succedendo. Un altro mondo.

Cosa ti ha avvicinato a questa tipologia di musica /eventi?

L’amore per la musica e per il turntablism. A me piaceva guardare i dj che mixavano, questo loro modo innovativo di esibirsi, di fare musica. Mi piacevano le esibizioni dei dj hiphop ma quando ho capito cosa si poteva fare con i giradischi e la musica elettronica (dance e non) ho trovato la mia via. Avevo vent’anni e ho avuto la fortuna di incontrare un bravo dj che ha avuto la pazienza di insegnarmi la tecnica. A me, che manco ero mai stato in una discoteca! Il rave vero e proprio è venuto dopo, prima Pier ed io suonavamo in cantine, bar, ex ristoranti, feste varie e primi club.

Avere una label che si occupa di musica “di nicchia” cosa comporta? Come mai hai scelto di averne una?

Perché ho scelto gli amici sbagliati!
RXSTNZ, infatti, più che un’etichetta è un incrocio tra un collettivo di musicisti e un gruppo di amici. Era prevedibile fin dall’inizio della nostra avventura che saremmo andati a cercare vie non battute, se non altro per inseguire i nostri desideri e gusti personali, svariati/svarionati. Lavoriamo su un suono di frontiera, perché siamo in qualche modo borderline. Il nostro lavoro è intermittente: facciamo quando abbiamo voglia di fare, senza obblighi o scadenze.

Hai annunciato l’uscita del tuo nuovo libro, “Diversamente pusher”, il tema della droga come verrà trattato? E cosa vorresti far conoscere a chi lo leggerà?

“Diversamente pusher” uscirà il 7 novembre per Agenzia X edizioni. Sono dodici storie di spacciatori “eretici”, che rompono con le regole che normalmente vigono nel mercato delle sostanze. Un mercato monopolizzato da grandi organizzazioni criminali. I protagonisti del libro – uomini e donne che ho conosciuto e intervistato – agiscono con schemi diversi da quelli della grande criminalità, sfidando, in modo ciascuno diverso, il monopolio di queste corporation mafiose, spesso colluse con il potere politico ed economico. Sono storie di “battitori liberi”, una minoranza tesa tra contrabbando, idealismo, imprenditoria d.i.y., hacking della chimica e antiproibizionismo militante. Storie che, seppur minoritarie, meritano di essere raccontante, perché offrono una visione inedita sul tema sostanze. Credo che “Diversamente pusher” sia il primo libro che dà la parola ai dealer, senza mediazioni o censure.

Qualche link per chi vuol conoscere meglio Pablito e acquistare i suoi libri.

Facebook : https://www.facebook.com/pablitoeldritodj/

“Once Were Ravers “ : http://www.agenziax.it/once-were-ravers/

“Rave in Italy “: http://www.agenziax.it/rave-in-italy/

“Diversamente Pusher “ : http://www.agenziax.it/diversamente-pusher/

@Alfre D’

#controculture

Share

Tanto a cosa serve? La lezione dei ragazzi Cileni.

I Ragazzi del popolo Cileno, sebbene non abbiano vissuto l’era di Pinochet, ci insegnano a cosa serve scendere in piazza.

Le proteste avvenute in Cile , dal 18 ottobre , cessate ieri, hanno provocato la morte di 15 persone e disordini di vario tipo. Nascono da una cosa volendo “stupida”, ovvero l’aumento del biglietto della metropolitana. Biglietto già caro, se rapportato allo stipendio di un lavoratore medio.

Il 7 ottobre , masse di persone , entravano in metropolitana senza il biglietto per protesta , per lo più studenti universitari. Vari studiosi cileni sostengono infatti che le rivolte di questi giorni sono guidate da giovani, in maggioranza sotto i 30 anni di età , che non hanno conosciuto la dittatura di Pinochet e che, già disillusi, sentono di non avere niente da perdere. Qui mi viene da pensare che le reazioni sono diverse, ma tutto il mondo è paese.

Le violenze iniziano il 18 ottobre, quando le masse che entravano in metropolitana fanno da sfondo a saccheggi. Incendi , negozi derubati e un continuo scontro con la polizia, che sfodera lacrimogeni a gas e altro . Nel fine settimana precedente il Presidente Sebastian Pinera, per sedare l’insurrezione, aveva già sospeso la legge che prevedeva l’aumento, ma a poco è servito perché le proteste sono continuate.

Consideriamo che il Cile, per l’estero (ovvero noi ), era uno dei paesi con la situazione politica più stabile e un’economia prospera. Il Presidente conservatore, non sapendo più’ da che parte farsi, dichiara così lo stato di emergenza e assegna poteri speciali alla polizia per reprimere le rivolte che, come storia insegna, degenerano in violenze di ogni tipo, denunciate senza che mai se ne potesse venire a capo ( mancavano registri ufficiali ), e un coprifuoco nelle principali città del Cile. Ora voi direte: “Ma se Pinera aveva già sospeso la legge , a cosa è servito tutto sto casino?”.

Non ci vogliono sicuramente le mie parole per capire che forse la pentola era già in ebollizione, anche perché noi paghiamo accise ben più’ assurde e quando andiamo in piazza , raramente e esausti di lavoro , la domanda che ci sentiamo fare più’ spesso è: “Ma a cosa serve?” . E’ su questo punto che, credo, il popolo cileno, nel bene o nel male e aldilà delle opinioni, ha dato una lezione importantissima e collettiva su quanto valga un popolo : 1 milione di partecipanti per la marcia più’ grande del Cile e il Presidente è stato costretto a sciogliere il suo Governo. A quei ragazzi non gli si può chiedere “Ma tanto a cosa serve?” e nemmeno ai nostri lo chiederei , se non si ha la ferma volontà di ascoltarli .

@Afred D’

Share