E’ ora di parlarne con i giovani, dei giovani.

Riceviamo e pubblichiamo, come sempre volentieri, questa lettera del nostro amico Alfredo. Anche questa volta ci offre “l’altro” punto di vista.

Questa è un’umile lettera a chi ha la responsabilità di amministrarci. Parte con una sentenza , che può decretare solamente qualcuno che in questa storia generazionale vive i disagi del lavoro e della precarietà: se credete che un reddito di cittadinanza dissuada ragazzi dall’avere un lavoro o siete in malafede o siete totalmente distaccati dalla realtà. Il fatto che negli ultimi anni, grazie a Dio, si sia parlato molto di più’ delle criticità del lavoro stagionale dovrebbe essere un input per una classe dirigente diligente a cavalcare questo sentimento collettivo e finalmente mettere mano senza deresponsabilizzarsi al sistema, definibile schiavista, che è il lavoro stagionale in certe zone d’Italia. Io che coi miei coetanei ci parlo, conosco a menadito le preoccupazioni e i tantissimi che lamentano di non avere il cosiddetto lavoro sicuro, per poter prendere in affitto una casa, avere un mutuo , comprare una macchina a rate e, i piu’ romantici addirittura, senza troppo cinismo, per pensare di mettere su famiglia. 

La narrazione è altamente tossica e in campo non si mettono quasi mai soluzioni a favore della moltitudine, in questo caso di giovani precari come categoria, basterebbe aprire un po’ le orecchie e andare in giro per rendersene conto. Nelle lamentele dei proprietari di attività non si è sentito nessuno ammettere questi gap sistemici, ma anzi cavalcare questa menzogna , come se in Italia, si potesse vivere con 800 euro al mese, che se andiamo a vedere nel dettaglio, non vengono proprio regalati a chiunque li chieda, per cui escludono una fetta di persone che potrebbero averne bisogno ma non riescono ad accedervi. 

 La mia generazione ha fatto da termometro a questa crisi e ne conosce le temperature , molti non più’ disposti a prendere la supposta, ma reclamano diritti basilari di un lavoro che sia anche etico, invece oggi le pochissime aziende che offrono lavori a tempo indeterminato(fabbriche, GDO…) fanno proroghe infinite e chiedono tantissimo ai lavoratori, perché sanno che ormai quel tipo di contratto lì non viene quasi più’ fatto in altri settori. E’ difficile si faccia come si faceva anni fa , che trovata un’azienda ci andavi in pensione. Queste voci di corridoio che speriamo restino tali, che dicono che ad esempio se non accetti il lavoro dopo due volte ti viene tolto il sussidio e che c’è rischio sia così anche per lavori stagionali, come sempre dà troppo potere al datore di lavoro e poco al lavoratore e non valuta le criticità sopra citate, soprattutto l’idea che non ci dovrebbe essere una condizione di vita tale che ti “costringe” ad accettare un lavoro malpagato o sfruttato.

Non affrontando mai questo punto, non analizzando mai quelle catene invisibili si fa un grosso errore di cecità e si continua in modo palliativo a dare soluzioni che il tempo inevitabilmente muta. Ci vuole una grossa riforma del lavoro , del suo mercato , che parta dai diritti e dal concetto che non viviamo per lavorare, che è una banalità che sentiamo dire da quando c’erano gli schiavi (dichiaratamente tali), ma che ancora, come Società, è un nodo da sciogliere. Bisogna rivedere i ritmi del lavoro, i giorni di riposo, la fatica e con essi la produttività , il meccanismo forsennato che inchioda la nostra vita sul tapis roulant del capitale. 

@alfred

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Salvini nel covo della Troya

Salvini lancia la campagna del centro destra con una cena al Coconuts, locale in diverse occasioni apparentato con il Rimini Summer Pride. Cosa diranno i suoi elettori?

Come tutto diventa relativo quando si parla di elezioni.

Lo ammetto, scrivendo questo articolo mi sto un po’ trattenendo. Ho trattenuto le risate mentre correvo a scrivere ed ora mi trattengo un po’ da quello che vorrei scrivere veramente. Devo, assolutamente devo, mantenere un certo distacco mentre vi parlo delle strane occasioni che nascono dal relativismo morale della politica.

L’ispirazione mi arriva dal lancio del campagna del CentroDestra unito per le amministrative 2021 nel comune di Rimini. Lunedì sera, questa sera, al Coconuts farà gli onori di casa Matteo Salvini in persona.

Ora. Io sono sicuro che Salvini non ha nulla contro gli omosessuali e men che meno Lucio Paesani. Ah, di lui poi sono proprio più che sicuro, considerato che nel 2016 ha agghindato rainbow tutto il Coconuts e vicino al logo del locale ha apposto quello della Troya, l’istituzione ibizenca, la mamma delle delle feste LGBT friendly.

Ci metto la mano sul fuoco, come si dice. Quello su cui non metto la mano da nessuna parte, ma neanche se vedo un accendino in lontananza, è la tolleranza dell’elettorato di Salvini e del suo schieramento verso il mondo LGBTQIA (per i leghisti in lettura: i frufrù. Se no non ci capiamo).

Cosa ne penserà il (poco) variegato mondo del centro destra di questa commistione? Il popolo leghista sarà contento di “avercelo duro” proprio in quel luogo? I meloniani potranno inorgoglirsi per Dio, Patria e Famiglia, nel covo della Troya? E quelli che “quando c’era Lui i treni arrivano in orario”? Evocheranno il fondamentalismo cristiano?

Ora… prima che qualche coda di paglia cominci a scrivermi qua sotto che è di centro destra, ma ha tanti amici gay, ribadisco: a Salvini non frega niente, ne sono sicuro. La sua è la morale del citofono, ve la ricordate no? Lui può suonare chiedendo se ci sono degli spacciatori in casa, ma nessuno si deve azzardare ad invadere la privacy di chi si fa i fatti suoi, covid o non covid. Per cui non può permettersi categorie troppo rigide.

Se serve elettoralmente, Matteo può tranquillamente cenare in un luogo che ha promosso l’assembramento di persone in una relazione complicata con l’idea di conformità sessuale condivisa nel centro destra. Quello elettoralmente rilevante si intende.

Sono curioso però di sapere come farà a far digerire questo piccolo strappo, o se addirittura avrà bisogno di farlo, perché il suo relativismo (che qualcuno chiama incoerenza) è un fenomeno veramente curioso, è da studiare come il suo “popolo” lo accolga fiducioso.

Sono stato bravo? Di parte certo, ma io una parte la prendo sempre. Un’altro che ha le idee chiare  sulla parte con cui schierarsi e Marco Tonti. Presidente dell’Arcigay di Rimini, promotore del partecipassimo Rimini Summer Pride, nonché capolista candidato con Rimini Coraggiosa. A lui un’opinione l’ho dovuta chiedere per forza.

Marco: ieri Pride, oggi Salvini che lancia campagne del centro destra dallo stesso luogo, che ne pensi?

“Se non stessimo parlando di diritti umani sarebbe divertente al limite del surreale che la campagna elettorale della destra parta proprio dal Coconuts. Va bene che siamo a Rimini e con le vele tocca andare un po’ dove tira il vento, ma ricordo ancora durante il primo Summer Pride di Rimini l’insegna rainbow del Coconuts, il carro del Coconuts carico delle drag queen della Troya di Ibiza che ha fatto tutto il percorso con noi. Possiamo quindi pensare che Ceccarelli, qualora diventasse sindaco, salirebbe sul carro delle drag organizzato dal Coconuts? Sarà alla cena di lancio della campagna il Popolo della famiglia, in quel covo di perdizione? Perché le cose sono due, o il Coconuts si è pentito di aver partecipato a ben tre pride e ora si è convertito alla santità, o vedremo molto imbarazzo stasera.”

P.S.

Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
(Mark Twain)

@DadoCardone

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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Fontana Malata

Inaugurata la fontana in piazza Malatesta. Al posto del fossato originale si è scelto di sminuire il Castel Sismondo con una piscina per il pediluvio.

Come avrete notato, pochi ed affezionati lettori, è da un po’ che non scrivo sulla Città di Rimini. Non lo faccio semplicemente perché affrontare temi politici non porta altro che polemiche inutili, non si aprono vere riflessioni. Si favorisce tuttalpiù un gioco delle parti e si finisce per rimanere inscatolati sotto una bandiera che non ci appartiene.

Sullo scempio che è stato fatto in piazza Malatesta però qualcosa la devo dire. Non che la mia opinione possa essere messa su qualche bilancia, pesa poco, tuttavia una ferita del genere richiede l’unico contributo che sono in grado di dare, la mia testimonianza. Lo devo a me stesso.

Cominciamo da principio. Rimini ha la fortuna di essere colma di tesori storici, cose di cui la maggior parte del turismo che l’attraversa non sa, né si interessa. Tra queste ineguagliabili eredità c’è Castel Sismondo, un castello della metà del 1400. Pare che alla costruzione, voluta da Sigismondo Pandolfo Malatesta, abbia partecipato anche Filippo Brunelleschi.

Per molto tempo si è discusso di come comportarsi con l’edificio che, nella costruzione originale, era dotato di un fossato asciutto. Tra l’altro scoprire il fossato avrebbe rivelato di più del progetto originale, non un semplice fosso, ma “un vuoto definito da un’architettura” (come spiega con ampia letteratura il Prof. Rimondini da Rimini).

L’amministrazione di Rimini, seguendo logiche d’arredamento che hanno caratterizzato gli ultimi 10 anni, ha scelto però di rinunciare a questa unicità e di proporre una versione come dire… più facile da capire per tutti. Prima ha circondato il Castello con un praticello IKEA e poi gli ha inferto un colpo finale con una fontana aquafan. (Non che io abbia qualcosa contro Aquafan, ma li le piscine dove rinfrescarsi i calcagni svolgono una funzione coerente con il luogo.)

Ora. Come da sempre, in tutte le discussioni che riguardano Rimini e il mandato dell’Arredatore, abbiamo a che fare con l’unica superficiale constatazione: “ma è bella”. E qui mi prende lo sconforto…. Però cercherò lo stesso di spiegare un concetto che pare semplice, ma alla riprova dei fatti non lo è.

Avete presente il detto: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”? Ebbene, questo modo di dire non sta a significare che tutto ciò che ci piace, anche se vittime di lobotomia, è automaticamente giusto. Al contrario sta ad indicare quanto il valore della “bellezza” sia aleatorio.

Ciò che è bello oggi, non lo sarà tra dieci anni, figuriamoci tra cento. E’ per questo che esistono dei canoni di classicità che le soprintendenze dovrebbero difendere. A quanto pare per Rimini questa cosa non vale, come abbiamo già avuto modo di notare per la passerella che hanno aggrappato alle Mura Malatestiane, sfondandole con un centinaio di buchi.

Questa fontana poi, non so se inconsciamente o volontariamente, risponde al desiderio di consumo compulsivo della nostra società e guardate che questa non è una critica al sistema economico in quanto tale. E’ una critica allo svuotamento dei livelli di percezione della realtà. 

Un’opera d’arte, un patrimonio paesaggistico, un’eredità culturale, non sono solo buoni sfondi per i selfie. Sono cose da contemplare, su cui riflettere, in cui coltivare i nostri pensieri. Cose che addirittura provocano stati di confusione, come con la sindrome di Stendhal, ma non lo fanno perché sono semplicemente belle. Bello, di per sé, non vuol dire un cazzo (scusate il francese).

Se guardo il David del Caravaggio mi appassiono alla scena, mi turbo per la violenza, cado nel suo buio, ma non è che mi vien voglia di farci un buco per mettere la mia faccia al posto di quella di Golia e farmi un selfie (magari con il segno storto di vittoria come si usa) . E questo è esattamente quello che fa la “fontana malata” di piazza Malatesta. A chi importa veramente di essere di fronte ad un castello costruito 500 anni fa con il contributo di Brunelleschi ?

Lui sarebbe veramente contento, mi pare di sentirlo. “Ne è valsa la pena. Il mio genio coperto di prato Ikea e gente che inzuppa cani e pannolini mentre si ritrae con alle spalle il famosissimo Castello de Sticazzi. Ne è valsa proprio la pena.”

La gente, manco a dirlo, ha colto al volo l’invito a consumare la cartolina. E il Comune ripara con un regolamento che vieta quello per cui la fontana è stata costruita. Perchè a me non risultano altri motivi per fare una fontana con acqua alla caviglia e spruzzi. A Cattolica, da una vita, ci sono le fontane danzanti. La gente capisce qual è lo scopo. Ci si mette davanti e le guarda, non si butta dentro. Sul lungo mare invece ci sono quelle con gli spruzzi. La gente capisce lo scopo. Ci si mette sopra e si rinfresca le pudenda. A Rimini abbiamo fatto l’unica fontana per rinfrescarsi la uallera da guardare. Però bella eh!

P.S.

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.

(George Bernard Shaw)

@DadoCardone

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”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

Strade Blu Mondadori – 231 pagine – 18,00€ 

Conoscete uno scrittore più matto di Chuck Palahniuk? A proposito, lui stesso ha spiegato che il suo cognome si pronuncia Pòlanic. Giusto nel caso vi capitasse di dover dire “Sto leggendo l’ultimo libro di Coso, come si chiama?”

Comunque. Se pensate che i NoVax abbiano costruito nelle loro menti un complotto assurdo, il genio di Fight Club darà nuova prospettiva ai vostri punti di riferimento.

Gates Foster è un papà a cui, 17 anni prima, è stata rapita la figlia Lucinda e sta maturando l’idea di punire personalmente il traffico pedofilo di bambini, di cui si informa ossessivamente sul dark web. L’unica cose che ancora lo trattiene è un gruppo di sostegno formato da padri che, come lui, sono sopravvissuti ai propri figli.
Mitzi Ives è un tecnico del suono di Hollywood, un genio che può vendere le sue registrazioni di urla di morte a cifre sopra il milione. Il problema è che le urla registrate sono vere, non recitate. Mitzi registra gli ultimi tragici momenti di vita di persone sequestrate nel suo studio, anche se poi, con un mix di alcol e psicofarmaci, ne perde memoria.

Gates è veramente autonomo nella ricerca della verità su sua figlia? Mitzi è veramente una serial Killer senza la memoria a breve termine? L’incrocio apparentemente casuale delle due vite svelerà i contorni di un complotto “Deep State”, ma l’intero disegno non si rivelerà prima dell’ultima pagina.

Palahniuk scrive, ancora una volta, un romanzo sopra le righe. Molto sopra. L’essere così fuori dai canoni potrebbe farlo confondere con un horror grottesco, ma in realtà è una sapiente metafora sulla mercificazione della sofferenza umana.

Sinistro, geniale, macabro, per stomaci forti. Straconsigliato.

@DadoCardone

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“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

3° Volume della trilogia MaddAdam) – Ponte delle Grazie Editore – 544 pagine – 24,00 €

Il terzo volume di una trilogia è sempre pericoloso. Penso sia perché contiene in potenza la fine della fatica letteraria e, quando si vuol finire, a volte si banalizza. Non è il caso di questa trilogia.

Nel primo volume (Oryx e Crake) si dice cosa è successo, nel secondo (l’Anno del diluvio) si racconta come e in questo terzo si dovrebbe dire “semplicemente” cosa succede dopo, ma la Atwood non lascia indietro nemmeno uno dei suoi personaggi, portandoli fino alla fine e approfondendo le vicende personali. 

I sopravvissuti alla pandemia mondiale, voluta da Crake per dare il pianeta alla nuova specie da lui creata, si ritrovano e affrontano ciò che viene dopo la “civiltà”. Ci sono molte difficoltà e qualche criminale impazzito, ma la narrazione si sofferma in modo molto interessante non sulla nascita di una nuova civiltà, quanto sull’origine dei miti, delle leggende, della stessa Storia.

I Craker, infatti, sono muniti dei mezzi fisici per sopravvivere a qualsiasi cosa venga dopo, ma nessuno ha voluto far sapere loro la verità di quello che c’era prima. Così loro assorbono voracemente ogni spiegazione, per quanto diluita, allo scopo di farne tradizione orale sulle Origini. E’ molto divertente il frangente in cui “Oh Cazzo!” diventa l’invocazione di un essere mitico che tutti chiamano nel momento dell’estremo bisogno.

In conclusione una bella trilogia in cui ho trovato molti contatti con la realtà odierna, prospettive intelligenti, personaggi ben delineati, una trama stimolante che si svincola volentieri dalla scaletta del volume in lettura.

Non so se si possa parlare esattamente di futuro distopico, perché se non ci diamo una mossa… ma per gli amanti del genere la trilogia degli Adami Pazzi è decisamente consigliata.

@Dadocardone

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“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

edito da Ponte delle Grazie – 19,60€ se lo trovate.

Apro subito in polemica con l’Editore, così, all’americana. Come avrete notato (tutti e 4, cari lettori) ho dovuto mettere un altro romanzo in mezzo prima di poter continuare con la trilogia dell’Adamo Pazzo. Perché? Perché c’è questa usanza di ristampare solo il primo libro della trilogia, per vedere se va. Il secondo l’ho trovato originale del 2009, su Amazon. 

Ora… a parte la copertina, che sembra quella di un romanzo di Liala, a parte che ho perso un sacco di tempo, possiamo continuare.

Ci eravamo lasciati con Jimmy “uomo delle nevi”, avvolto nel suo lercio lenzuolo, convinto di essere l’unico umano rimasto sulla Terra. Lucido a fasi alterne, è anche il custode dei Craker, la nuova razza creata dal suo amico Crake, lo stesso che ha fatto fuori di proposito l’umanità con una pandemia. I nuovi esseri sono bellissimi, genericamente perfetti, vegetariani, immuni alle punture degli insetti e alle gelosie amorose.

Nel secondo volume, “l’anno del Diluvio”, veniamo a sapere che Jimmy non è l’unico sopravvissuto. Ripercorrendo gli ultimi 15 anni, scopriamo che, per motivi più o meno casuali, sono sopravvissute alcune persone della sua vita precedente. Queste ed altre ancora, erano state addestrate alla fine del mondo. Hanno infatti fatto parte dei Giardinieri di Dio, una religione ecologista ed ortodossa che in qualche modo aveva previsto che il mondo di sarebbe spinto troppo oltre, fino a provocare il Diluvio senz’acqua.

In questo secondo volume si nota come la Atwood avesse già seminato nel primo libro indizi di ulteriori sopravvissuti e, cosa che mi è piaciuta molto, riesce a far sì che i due volumi siano un’unica grande storia raccontata da due punti di vista diversi.

Spero che il terzo volume (l’ho già preso, tranquilli voi 4) proponga una fine all’altezza di quanto letto finora. I soli limiti della narrazione sono di natura tecnologica, più che perdonabile visto che sono stati scritti 17 anni fa. E poi… il resto è così tremendamente attuale che, per i temi trattati, potrebbe essere stato scritto ieri.

Fuori due, ne manca uno. L’Adamo Pazzo ve lo straconsiglio.

@DadoCardone

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Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Neri Pozza editore – 222 pagine – 17,00€ 

Con questo libro sono stato ingenuo. Leggendo la IV di copertina la sinossi pubblicitaria era affidata a citazioni de la Repubblica e dell’Espresso. Quello che avrebbe dovuto mettermi in allarme era che entrambe fossero riferite al libro scritto prima di questo dall’autore. Ecco… se incappate in questo meccanismo, non riappoggiate il libro. Tiratelo lontano.

Quello che mi sta più sulle scatole (siamo educati và) è che Sansal è bravo a scrivere, il problema è che questo romanzo, nonostante la potenziale trama ci sia tutta, non è un romanzo. Si tratta di una serie di abbozzi senza soluzione di continuità. In un libro di 222 pagine, prima di riuscire a capire dove vuole andare a parare l’autore, bisogna arrivare a pagina 160. E comunque non vuole andare da nessuna parte, lo chiarisce nelle successive 20 pagine.

Scrittura sperimentale? Sarà, ma a me è parso un lungo rimuginare. Colto, erudito, per carità, ma non so dirvi quante volte mi sia caduto il libro dalle mani colto da travate di sonno dietro la nuca. 

La trama, mai sviluppata, è questa (ma non necessariamente in quest’ordine): Dopo i fatti francesi del Bataclan del 2015, un’anziana insegnante in pensione viene aggredita da un ex alunno islamista e finisce in coma. Si sveglia con una personalità doppia. La nuova è quella di Ute von Ebert, della cui vita la prof si era appassionata in altri momenti. Con la personalità di Ute abbozza un romanzo, che in realtà sono lettere alla figlia, su un misterioso nemico alle porte del suo villaggio immaginario in Germania. Poco dopo muore e la figlia cercherà di capirne il senso.

Raga, no. Non lo consiglio. Per prendere sonno ci sono metodi meno violenti. Ringraziate che mi sono sacrificato io. 

@DadoCardone

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“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

Edito da Ponte delle Grazie – 370 pagine -18,00 

Avevo un grosso buco nelle mie letture, non il solo, ma uno importante. Non avevo mai letto della fantascienza scritta da una donna. Non ho idea del perchè. Nel Fantasy presempio una donna ha scritto uno dei miei libri preferiti in assoluto: Le Nebbie di Avalon – di Marion Zimmer Bradley (ve lo straconsiglio).

Ho voluto cominciare da un’autrice che, sebbene sia superaccreditata nel campo in questione, è forse più nominata per il suo attivismo femminista. Il suo libro più noto è “Il racconto dell’ancella”, ma la Atwood è una scrittrice estremamente prolifica sin dagli anni ’60.

Oryx e Crake è il primo volume della trilogia di MaddAddam, dalla quale sembra vogliano trarre una serie TV. Si tratta di un romanzo ambientato in quello che comunemente viene definito un futuro distopico, ma è la sola definizione in cui si può chiudere questo libro.

C’è un uomo molto sporco che vive su un albero, si copre solo con un lenzuolo ormai lercio. Il suo nome è Snowman. Ogni tanto delle persone bellissime e completamente nude gli portano un pesce da mangiare. Sono i Craker, una nuova razza di esseri umani, progettati in laboratorio. Il resto dell’umanità pare non esserci più. L’ultimo degli uomini ne è in parte responsabile e, in un viaggio alla ricerca di cibo, ripercorre le tappe che dalla sua infanzia l’hanno portato in quel futuro senza suoi simili, senza nemmeno Oryx e Crake, gli inventori della nuova specie.

Margaret Atwood in questo libro (a parte alcuni limiti tecnici dovuti alla data di nascita del romanzo) riesce ad immaginare in maniera molto credibile la degenerazione di una società spinta solo dal profitto, a descriverne le ossessioni e le estreme conseguenze di un pensiero laterale che rifiuta l’imperfezione.

Sicuramente proseguirò con la lettura della trilogia, per il momento questo primo volume lo consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Narratori Feltrinelli – 141 pagine – 14, 00 €

Devo cominciare questo numero dell’inutile rubrica con un’errata corrige. La scorsa volta avevo detto che i lettori di questa rubrica sono ben due. Mi sottostimavo, in realtà pare siano tre. 

Il libro di oggi è particolare. Non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio. Forse è una raccolta di storie. Storie vere? Storie inventate? Ci sono storie vere che contengono invenzioni e storie inventate che contengono verità. L’importante è che non le chiamiate “solo” storie.

Le Storie sono così importanti da riuscir a spegnere la lampadina della razionalità, che poi è quella che ci impedisce di vedere le stelle. E’ il caso del calamaro gigante. Prima di essere un eclatante caso scientifico, ha vissuto a lungo nelle storie dei marinai e di chi abitava le coste. La Scienza, quella che non racconta storie, ma tratta i fatti, ha spesso deriso chi provava a raccogliere quelle storie e ad elevarle a prova. Poi i calamari giganti hanno cominciato a spiaggiarsi, quasi stufi della rovina di chi provava a crederci.

Di Genovesi avevo letto “Esche vive” e devo dire che in quel libro, come in questo, ho trovato una forma di ironia rara. C’è la capacità di mescolare i fatti importanti, quelli esistenziali, con riflessioni tanto limpide da sembrare ingenue, ma colpiscono perché non lo sono proprio per niente. E la saggezza dei bambini, dei sognatori, e dei bugiardi… quelli che rendono più interessante il mondo, offuscato da stupide lampadine, raccontando “solo” storie.

Mi è piaciuto ed ho apprezzato la riflessione ecologica nel finale. Consigliato. 

@DadoCardone

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Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Neri Pozza Editore – 522 pagine – 19,00 € 

Allora… questo scrittore l’ho scoperto io! Scherzo, ovviamente. Mi era però molto piaciuto il suo esordio del 2019: Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Tanto mi era piaciuto quello, tanto mi ha lasciato perplesso questo. Mi spiego meglio.
“Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è una specie di giallo metafisico dove il protagonista passa di corpo in corpo, senza volerlo e con pochi ricordi, in un loop legato alla soluzione di un omicidio. Fra tutte le cose mi era piaciuta molto la resa psicologica di ogni personaggio “occupato”, la personalità presente anche senza la memoria. Una prospettiva raffinata e avvincente.
Poi mi trovo di fronte a questo nuovo libro che, in alcuni passaggi, è addirittura ingenuo in quella stessa resa psicologica. E allora mi sono fatto l’idea che fosse un libro scritto prima, tirato fuori all’indomani del best seller. E’ una mia sensazione eh! Non ho altre prove per sostenerlo. E’ un peccato perchè la trama c’è. 

Il Governatore di un ricco avamposto della Compagnia delle Indie arma una piccola flotta per tornare in Olanda e prendere il suo posto tra i 17 soci che comandano l’impresa. A bordo fa caricare un oggetto misterioso, la “Follia”, e un prigioniero scortato da un olandese gigante. Sammy Pips, il prigioniero, e Arent la sua scorta, sono due famosi investigatori che risolvono complicati enigmi in tutti i domini della Compagnia. Ci sarà molto bisogno di loro, perché a bordo c’è anche un demone che ha a che fare con il passato di ognuno degli imbarcati e che causerà morte e distruzione.

Tra le cose che non mi sono piaciute c’è la fine (brutto da dire di un libro). Non posso dire di cosa si tratta, per non rovinare il romanzo a nessuno, ma… secondo me per renderla plausibile avrebbe dovuto essere dilatata nel tempo, mentre, come scritta dall’autore, rappresenta un capovolgimento di fronte senza motivo.
Lo sconsiglio? No. E’ comunque un bel libro, un bel giallo e un bel romanzo di mare. Ma i due fruitori di questa rubrica inutile sono lettori sofisticati, per cui devo dire le cose come stanno.

@DadoCardone

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FIGLI DELLA FURIA – di Chris Kraus – Recensione

edito da SEM – 900 pagine – 22,00€ 

Pare che per questo libro l’autore abbia intrapreso anni di ricerca. Leggendolo si capisce quanto fosse necessario perché, certo, è un romanzo, ma si incrocia con la Storia dei disastri del XX secolo e di tutti i maggiori servizi segreti dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70. Quasi nessuno dei personaggi è inventato di sana pianta e, peraltro, i più assurdi sono tutti realmente esistiti.

Koja Solm, un pittore lettone sessantenne, è ricoverato in un ospedale tedesco con una pallottola nel cranio. Il suo compagno di stanza è un figlio dei fiori che gli ripete ogni giorno quanto senta in lui una persona meravigliosa. Solo che Koja non è propriamente uno stinco di santo, anzi, la sua vita è stata un costante confronto con il più classico dilemma morale, quello sempre legato alla morte.

Dopo molte insistenze comincia a raccontare. Lo trova terapeutico, perché di pesi sulla coscienza ne ha molti e continua. Continua anche quando lo “Swami” lo implora di smettere, non può sostenere il peso di quelle confessioni senza odiarlo. Koja racconta l’incredibile storia di come è entrato a far parte delle SS, del KGB, dei servizi segreti della Germania del dopoguerra, della CIA e del Mossad. Tutte cose che gli accadono, che non cerca e in cui prova a sopravvivere e far sopravvivere l’amore della sua vita, Ev, sua sorella adottiva, da cui ha una figlia, ma solo dopo che lei ha sposato l’altro fratello, Hub.

Stare pensando a Beautiful? Cancellate questo pensiero perché non c’entra proprio nulla con l’inconsistenza delle Soap. I protagonisti di questo libro sono tutti figli della furia del XX secolo, tutti alla ricerca di un Odio Illuminato che possa riscattare le loro vite in balia di eventi che stravolgono il mondo.

Mi è piaciuto? Con i ritmi, i personaggi e i colpi di scena delle sue pagine meriterebbe una serie, ma solo se diretta da Scorsese. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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“Romanzo con Cocaina” di M. Ageev – Recensione

220 pagine – GOG Edizioni

Ho scoperto un romanzo…. 90 anni dopo. Che poi pare essere il destino di questo romanzo, sempre molto apprezzato da chi lo ha letto, ma mai arrivato al successo editoriale e quindi ripubblicato a grande distanza nel tempo.

Romanzo con Cocaina non è un romanzo sulla cocaina, quella è solo l’ultima parte di una caduta mai interrotta. Vadim Maslennikov, il protagonista, è la peggior persona di cui potrete leggere. Figlio orrendo, pessimo amico, amante distruttivo, essere umano infelice, Vadim vive il personale contrasto con tutto ciò che è giusto consapevolmente. Fin dal Ginnasio sa cosa è onesto, morale, etico e quasi si commuove nel vederlo realizzato nella sua fantasia, ma nella realtà non può fare a meno di cadere nelle sue compulsioni. 

In questo contrasto distruttivo riesce ad essere metafora del suo tempo e della sua patria, che poi è la Russia poco prima della Rivoluzione del ’17. Periodo di cui lui nemmeno si accorge.

Se state cercando un romanzo edificante, magari uno di quelli con un eroe e un finale morale, lasciate perdere, Vadim , al massimo, riesce ad essere sinceramente meschino. Se invece siete alla ricerca di un personaggio attuale… beh in Vadim riconoscerete molti turbamenti del nostro tempo, anche se è stato consegnato alla stampa nel ’34. 

A me è piaciuto e raramente ho trovato un protagonista così abile a scavare nella comprensione della propria inadeguatezza.

@DadoCardone

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“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

Guido Lombardi, regista, sceneggiatore e scrittore, ha pensato a questo libro come soggetto per un film. Per questo all’inizio era un’idea condensata in trenta pagine. Nel corso di dieci anni è stato riempito e rifinito fino a diventare un libro vero e, poi, proprio un film diretto dallo stesso Lombardi.

Non guarderò il film. Non perché la storia non meriti di essere trasposta in pellicola, anzi. E’ solo che leggendolo ho ricreato la complessità di alcuni momenti e… insomma non vorrei fosse sovrascritta dalla recitazione di Scamarcio. 

La storia è quella del piccolo Salvo che, ancora molto piccolo, rimane senza padre, perché arrestato, e poco dopo anche senza madre, perché muore. Dopo sei anni, nei quali Salvo cresce con gli zii, il padre torna e lo porta con sé in un viaggio in Puglia. Un’avventura on the road a metà tra il recupero del rapporto e una vendetta a lungo meditata.

La particolarità di questo libro è che tutto viene raccontato in prima persona da Salvo, intelligente, segnato da dure esperienze, ma pur sempre un bambino. Scrivere di situazioni e stati d’animo complessi e contraddittori usando gli occhi di un bambino di 5^ elementare non dev’essere per nulla semplice, perlomeno riuscendo ad ottenere un risultato come quello de “Il ladro di giorni”, che non è caduto in nessuna incoerenza.

Facile affezionarsi al piccolo Salvo. Lo consiglio.

@DadoCardone

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M: L’uomo della Provvidenza – Recensione

M: l’Uomo della Provvidenza – di Antonio Scurati
Recensione del secondo libro di scurati su Mussolini

di Antonio Scurati – edito da Bombiani – 627 pagine.

Che sia bello e che che Scurati sia un grande scrittore lo devo mettere come premessa a tutto, altrimenti non si capisce la mia piccola critica.

Il primo M racconta dell’ascesa di Benito Mussolini e si ferma all’omicidio Matteotti. Questo secondo M arriva fino al ’32, il consolidamento del potere del Duce. 

Con il consueto metodo dei documenti ufficiali e delle lettere tra i protagonisti (quando non sono informative di polizia), Scurati ricostruisce nel romanzo la vita della Dittatura e del suo inventore.

Il Duce è descritto come un uomo a cui sembra nulla possa essere precluso, ma la cui intuizione marcisce tra le mani. E’ osannato, sacralizzato, il suo stesso corpo nutre le fantasie epiche del popolo. Di contro il suo Fascismo si regge in piedi su continue epurazioni che coinvolgono i nemici quanto gli amici. Tutti vogliono un riflesso di quel potere che lui non può e non vuole concedere. Il potere e la lontananza da chiunque diventano così direttamente proporzionali. 

Antonio Scurati “seziona” con esperta e cinica prospettiva. Ricostruisce la storia del fascismo come in un’autopsia, ma ne ricava tutt’altro che un cadavere. Ci sono lotte fratricide, passioni ormai esaurite che lasciano sofferenti strascichi lunghi quanto la Storia, ambizioni da realizzare a prezzo di molte vite umane e c’è la morte quasi banale della Democrazia.

Ci sono un sacco di cose in questo libro, ma…..Mi è piaciuto di più il primo, era più avvincente. So che sembra in contraddizione con quanto scritto finora, ma c’è un motivo. In qualche modo si avverte che questo (sebbene secondo me dovrebbe essere con l’altro nei programmi perlomeno dei licei italiani) è un libro di passaggio. 

Ovvio che debba uscire un terzo M. Mancano la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Fascismo, mica cazzate. 

Non sapendo quando ci sia di preparatorio nella trama di questo secondo volume, sospendo momentaneamente il giudizio e aspetto di leggere il terzo. (Scurati capirà )

@DadoCardone

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