Fascio Pass – serve una riflessione meno superficiale.

Catalogare il disagio come semplice stupidità è un alibi pericoloso per chi governa la Società Civile.

I fatti di Roma li conoscete. Una manifestazione NoGreenPass ha provocato diversi disordini tra cui l’assalto ad un pronto soccorso  e a una sede CGIL, quest’ultimo guidato da Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Arrestati.

Le reazioni sono state immediate (giusto), ma non foriere di un ragionamento su quello che sta succedendo. Penso che i rappresentanti della cultura italiana, o perlomeno coloro che si definiscono intellettuali, dovrebbero fuggire la tentazione di mettersi nella squadra dei buoni e annullare qualsiasi tipo di riflessione.

Loro fascisti, i cattivi, noi i buoni, i partigiani, nel 2021 non risolve. Non perché Fiore & Company non siano fascisti, anzi. Fa strano che ci si accorga solo ora della loro esistenza. Ricordo ancora con fastidio quando questo ex latitante, condannato in contumacia per banda armata, si è messo a sfilare per il corso d’Augusto a Rimini assieme a una masnada dichiaratamente fascista.

Il fascismo non è un’opinione.

Tutti a dire “che male fanno”, come se il fascismo fosse un’opinione e non un crimine. Che male fanno lo abbiamo visto domenica. Loro certo loschi figuri che si prestano a questo revival da operetta, ma per manifestarsi il sentimento fascista non ha bisogno di indossare camice nere  e sventolare bandiere. Se è ridicolo pensare che il partito fascista possa essere ricreato, il sentimento è in mezzo a noi e non ci ha mai abbandonato, perché si nutre dell’esasperazione e della confusione delle persone.

Come cercava di spiegarci Pasolini, ormai quarant’anni fa, l’antifascismo di maniera è fuori tempo massimo, perché esiste una forma di fascismo più subdola e insidiosa intesa «come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società». E lo abbiamo visto domenica. Dietro ai fascisti c’erano persone normali, con tanta rabbia. E’ quello stato d’animo che si dovrebbe indagare e cercare di guarire.

Chi sono i NOGreenPass.

Ci sono i No Greenpass, che poi sono dei novax, ma cercano altre definizioni perché essere contro i vaccini nel 2021 è veramente dura per chiunque.  Manifestano la loro idea e a me non da fastidio. Un sondaggio è già stato fatto, l’80% degli italiani ha accettato due dosi, per cui nessun “No” può superare i “Sì” e la Democrazia ha già sentenziato. Se i NO vogliono perdere le domeniche, rinunciare ai luoghi pubblici al chiuso e mettersi addosso lo stigma del lavoratore con un problema, a me come individuo cambia decisamente poco.

Cambia molto però se la politica e la cultura li archiviano come semplici imbecilli. Parliamoci chiaro. Se vattelappesca litiga per il vaccino con un  NOqualsiasi su Facebook, non è niente di più che un litigio tra tifosi. Ma le persone con un peso, un rilievo e un ruolo nella nostra società non possono permettersi di avere un atteggiamento che non sia pedagogico. Se lo fanno, se si mettono anche loro a fare il tifo, ingrossano le fila dei confusi e degli scontenti.

L’origine del disagio.

Ed è proprio qui, se posso esprimere un’opinione, il problema. L’atteggiamento di sospetto verso “la versione ufficiale delle cose” è in campo da molto prima del Covid. Se nessuno se ne fosse accorto accorto, in America Trump ci è diventato Presidente. Di più è rimasto ultra competitivo anche per la seconda campagna elettorale per la Presidenza, che finì con l’invasione del Campidoglio ad opera di “cornuti” in stato d’agitazione, incoraggiati nella convinzione di essere stati defraudati. Non è abbastanza per capire quanto pericoloso sia non occuparsi delle cause di queste nuove dinamiche antropologiche?

Infodemia.

Ci sono cause che riguardano la modernità. L’infodemia è una di queste. Circola una quantità esagerata di informazioni per cui la persona “normale” culturalmente non ha strumenti di vaglio. E bisognerebbe darli fin dalla scuola i mezzi per distinguere le informazioni accreditate, altrimenti la gente finisce per credere che la terra sia piatta, recintata dal ghiaccio e sorvegliata da giganti per conto degli alieni.

La Politica.

C’è poi la sfiducia nella politica come strumento di rappresentanza e nei politici come assuntori di responsabilità. Il 50% delle persone che rimangono a casa per delle elezioni amministrative è un segno pesante di questa sfiducia. Anche il senso comune di “tifoseria” è stato stornato dalla mancanza di un reale senso dell’opportunità politica da parte di chi si candida a rappresentare i cittadini. Sul significato politico della bassa affluenza bisognerebbe aprire un’altra importante riflessione, ma chi ha vinto si sfrega le mani, chi ha perso racconta di essere stato scippato. Per il centro destra c’è stato accanimento della magistratura e Enrico Letta (per fare un autorevole esempio) ci viene a raccontare di aver recuperato “la sintonia” con il Paese.

C’è poi il vizietto della politica di usare la confusione. Non condanna, ammicca, si fa possibilista, non prende posizioni, proprio perché in competizioni elettorali in cui si vince con la metà più uno, della metà di quelli che hanno diritto al voto, anche una palazzina di famiglie può cambiare le sorti. E dunque perché inimicarsi novax o nogreenpass? Perché prendere posizioni ferme e decise contro il sentimento fascista che ci pervade? Perché non andare a stringere alleanze con stati che legiferano contro la libertà d’informazione e contro i diritti? La risposta è facile, quanto drammatica. Il motivo è semplicemente che anche quel sentimento fascista può essere usato elettoralmente, ma non solo dalla destra eh! Da entrambi i poli d’attrazione politica, perché se per la destra sono voti, per la sinistra c’è il nemico da combattere.

Gli intellettuali.

Per ultima, ma non per ultima come causa, metto l’incapacità della Cultura (nel senso più ampio del termine) e dei suoi depositari di saper leggere il presente e affrontarlo in un ottica che li spinga fuori dalla loro comfort-zone. La pratica pedagogica in questo Paese, ma non solo qui, risulta  annichilita da egomaniaci che sacrificano l’approfondimento teoretico, psicologico, didattico e antropologico, al vantaggio personale di qualche passaggio in tv. Il massimo ottenibile oggi.

Perché alla fine della storia se non sei capace di fornire i mezzi a chi ti ascolta per fruire del tuo sapere, tu stesso sarai valutato senza quei mezzi. E diventerai famoso non nel merito di quello che studi e/o insegni, ma perché scrivi libri e fai interventi nei quali prendi prendi in giro chi non ti capisce. A sua volta chi non ti capisce (ma anche chi fa finta di capirti per non sentirsi inadeguato) e ti percepisce asservito a certi interessi,  vede che ti sei guadagnato il tappeto rosso al festival del cinema di Venezia solo perché lo hai deriso. Cosa può generare tutto questo se non una rabbiosa distanza sociale?

Il dissenso.

In una Democrazia reale, applicata, il dissenso c’è sempre, anzi è addirittura vitale e infatti è stato organizzato nelle istituzioni stesse come sistema di contrappesi tramite l’opposizione. Il dissenso civile va compreso, analizzato seriamente. Nel disagio si nascondono necessità reali. Pensare che le persone siano solo stolidi consumatori, che ogni tanto diventano dei rivoltosi solo perché gli va, è un atteggiamento pericoloso per tutti. 

Mi auguro che chi si dichiara intellettuale prenda un po’ più a cuore la questione, perché a me pare che tutto sia trattato con l’estrema superficialità della sola scelta dell’ombra del campanile sotto cui stare. Che poi è anche quello che fanno i NoGreenPass alla fine dei conti, anche se la loro scelta è destinata ad essere minoritaria.

P.S.

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.
(Pier Paolo Pasolini)

@DadoCardone

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VIOLENZA VERBALE – Comunicato stampa del neo consigliere Marco Tonti.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Marco Tonti, nuovo consigliere di maggioranza eletto con la lista Rimini Coraggiosa.

VIOLENZA VERBALE DA PARTE DEL CONSIGLIERE USCENTE LUIGI CAMPORESI NEI CONFRONTI DI RAFFAELLA SENSOLI.

Leggendo le reazioni post elettorali sui social mi è capitato di leggere un commento intollerabile da parte del Consigliere uscente Luigi Camporesi.

Riferendosi alla debacle elettorale del Movimento 5 Stelle dice che ora dovranno trovarsi un lavoro e poi si riferisce all’ex consigliera regionale Raffaella Sensoli in questo modo (CITO TESTUALMENTE):

“Sensoli dimostra che il PD è in grado di trovarne*. Pare sia sufficiente qualche fellatio elettorale.”

L’asterisco richiama ad una meschina spiegazione secondo la quale la “fellatio” avrebbe un senso “figurato”.

A questo proposito mi sento di dire due cose. La prima è che una violenza anche se figurata è sempre una violenza. E poi che mi risulta incredibile che una persona come Camporesi, che ha avuto un ruolo di rappresentanza pubblica, si lasci andare ad una simile bassezza per esprimere il suo disappunto.

In questa campagna elettorale abbiamo speso molte parole contro la violenza di genere e per la dignità delle donne. A quanto pare è già venuto il momento di passare dalla teoria alla pratica e condannare pubblicamente un comportamento inaccettabile.

Raffaella Sensoli difenderà sé stessa nella maniera più adeguata, ma bisogna dire chiaramente che in nessun caso è accettabile usare il sessismo per fare battaglie politiche, in nessuna circostanza, neanche quando lo si ammanti meschinamente come una “battuta” o una “goliardata”.

Invito i nuovi eletti e le nuove elette a prendere posizione contro questi comportamenti indegni sia per l’oggi che per il futuro, a dichiarare fermamente che questa non è la Rimini che rappresenteranno, e che si impegnano a contrastare ovunque e in ogni circostanza queste forme becere di violenza verbale.

Marco Tonti

Rimini Coraggiosa

P.S. della Redazione

A settembre abbiamo assistito a molte iniziative in favore delle donne a cui la coalizione del nuovo sindaco, Jamil Sadegholvaad, ha giustamente dato spazio. Le azioni simboliche sono molto importanti, ma possono essere scambiate per “Pink washing” se poi non seguono i fatti. Siamo tutti molto curiosi di vedere in quanti si dissoceranno da questa brutto comportamento.

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Rimini Amministrative 2021 – Jamil Sindaco al primo turno. Risultati delle liste e seggi assegnati.

Come previsto nel precedente articolo la scarsa affluenza ha favorito il partito di sistema, piuttosto che le “novità”. Jamil Sadhegolvaad, al primo turno, è il nuovo sindaco di Rimini.

Con il 51,32% dei voti non ha bisogno di cimentarsi nel ballottaggio. L’analisi del dato è impietosa per i suoi avversari, non perchè si tratti di un risultato eclatante, ma perché al suo immediato inseguitore, Enzo Ceccarelli, bastavano circa 2000 voti per una seconda manche in cui le regole d’ingaggio sono decisamente diverse.

I voti c’erano, ma sono rimasti a casa. Con un’affluenza del 55, 59% hanno disertato le urne esattamente 53.433 aventi diritto. Persino il partito degli anti vaccinisti ha trovato un 4%, chi è mancato all’appuntamento?

Nella coalizione di centro destra Fratelli d’Italia (13,77%) super di poco la Lega (13,46%) e insieme sconfessano il dato nazionale dei sondaggi. Tra gli altri, lasciando perdere inutilità come il Popolo della Famiglie e Rinascimento Sgarbi, chi ha fatto un grosso buco nell’acqua è Lucio Paesani. Considerate le risorse messe in campo e l’impegno profuso, pare che siano mancati proprio lì i voti di accesso al ballottaggio.

Con 1.082 preferenze ha ottenuto meno di Erbetta, il consigliere che si faceva tagliare la siepe da Anthea e che in questi giorni girava per i seggi travestito da Craxi, con tanto di Garofano.

L’altra grande sconfitta è Gloria Lisi (8,93%), che ottiene un consigliere di consolazione.

Era lecito per lei sognare il ballottaggio? Le analisi politiche, più o meno autorevoli, scommettevano di no. Anche qui però qualcuno ha mancato l’appuntamento. Il Movimento a Rimini, con due parlamentari in campo e il King delle Milf Giuseppe Conte che scorrazza per il centro, vale 1509 voti (2,45%).

Appena poche ore fa Beppe Grillo esclamava in un post:

Più che il punto esclamativo doveva metterci una bella emoticon rassegnata. Il Movimento è un ormai un oggetto politicamente inerte. Gli unici che hanno tenuto duro sono gli eletti con responsabilità amministrative. Raggi a Roma saluta con un onorevole 20% e Gennari a Cattolica ottiene il ballottaggio. A Bologna, seppur in coalizione con il PD racimola un 3,37%.

Ma torniamo a Rimini. Tra le new entry c’è Rimini Coraggiosa.

Migliora, anche se di poco, il dato delle regionali e fa entrare Marco Tonti in Consiglio Comunale. Segnatevi la data. Rimini nell’ottobre del 2021 ha ottenuto il primo consigliere ufficialmente LGBT nella storia del Comune. E, per quanto ci riguarda, questa è l’unica novità degna di nota in questa brutta campagna elettorale dove i candidati hanno saputo discutere solo di parcheggi e telecamere.

Le sfide dell’imminente futuro sono molto difficili. Riempire il Consiglio Comunale di gente che fa fatica a capire il presente non è salutare. Bisognerà parlare di Diritti, di transizione ecologica e digitalizzazione. Per cui tenetevelo caro il Tonti, visto che sarà l’unico capace di mettere in fila un discorso che non sia tratto dal Manuale delle Giovani Marmotte.

@DadoCardone

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Rimini, amministrative 2021 – dati sull’affluenza – chi si deve spaventare? (Aggiornato)

Secondo i dati ufficiali del Ministero degli Interni, aggiornati alle 23:46 di domenica 3 ottobre, i cittadini riminesi al voto sono stati 50.687 su 120.330 aventi diritto

Una percentuale del 42,12%

Bassa? Per il momento sì, ma bisogna considerare che il voto è distribuito in due giorni e che non si può nemmeno operare un raffronto con le precedenti votazioni, che si tennero nella sola giornata del 5 giugno 2016.

In quel caso l’affluenza fu del 57,86% (circa il 10% in meno delle precedenti).

Quella volta vinse Andrea Gnassi al primo turno, con una percentuale doppia rispetto al suo primo competitor Marzio Pecci della Lega, candidato per il centro destra unito.

Un’elezione sui generis. Il Movimento, forte di un buon dato nazionale e di un ottimo lavoro sul territorio, venne suicidato da Beppe Grillo in persona che non voleva discutere con l’ex moglie, convinta che oltre al mantenimento le spettasse anche una lista 5 stelle a Rimini.

I voti del Movimento non pervenuto vennero raccolti in parte dall’ex (non di Grillo) Luigi Camporesi che ottenne un 9,53% condannando se stesso e Gnassi ad altri inutili 5 anni di bestemmie tra i denti.  

Dal ritiro del Movimento anche Pecci ottenne qualcosa, perché si sa che i 5 Stelle sono ecumenici. Non abbastanza però. Rimase infatti ben lontano dallo sfiorare il ballottaggio, forse per l’innata passione del centrodestra a candidare sindaci “forestieri” in una Rimini che non sopporta nemmeno i riminesi. Figuriamoci un riccionese o un bellariese.

Tornando alle elezioni odierne e all’attuale bassa affluenza. A chi fa bene e a chi fa male la diserzione delle urne? Gli elettori dei partiti più radicati e strutturati, pur nel calo generale, sono più motivati al voto. Questa potrebbe sembrare una considerazione ovvia, ma è senz’altro una chiave di lettura valida. Storicamente i partiti del cambiamento (vero o supposto che fosse) hanno sempre beneficiato di un’affluenza sopra la media.

Per cui il Partito Democratico, sebbene abbia dato il peggio di se (per il momento) con la solita “guerra tra bande”, è favorito dalla situazione, soprattutto perché radicato amministrativamente e presenta il valore della continuità. La gente, si sa, preferisce il male conosciuto, se le si presenta in alternativa qualcosa di incerto e sconosciuto. In fondo, nonostante il tifo, le promesse della politica rimangono quello che sono: opportunismo che poi si scontra con il vero impegno amministrativo.

Gli altri partiti (o liste, o movimenti, o gruppi di terapia che siano) dovrebbero temere la scarsa affluenza. Il centro destra è sostenuto da un eccellente dato nazionale, ma sembra giocare a perdere, candidando sindaci senza legami con il territorio. Chissà forse hanno visto il conto rimasto sul tavolo e pensano sia meglio pagare il prossimo giro.

Gloria Lisi ha composto un’alleanza funzionale alle elezioni, come un raggruppamento temporaneo d’imprese. Utile solo se si arriva al ballottaggio, ma inutile per fare l’ago della bilancia una volta esclusi dalla competizione. Le liste smarrite si comprano con le caramelle. Bene, tatticamente parlando, l’alleanza con il Movimento, ma lei più di chiunque altro, essendo la “novità”, soffrirà il protrarsi di una scarsa affluenza.

Rimane l’incognita di Rimini Coraggiosa, anche se comunque funzionale a Jamil Sadhegolvaaad. E’ l’unica lista, tra quelle che si candidano per la prima volta alle amministrative, ad avere una storia sul territorio.

Anche se i risultati delle ultime regionali su Rimini non sono stati certo incoraggianti ( 1.555 voti per il 2,25%% delle preferenze), in questa tornata possono vantare il valore aggiunto di Marco Tonti, il primo candidato ufficialmente appartenente alla comunità LGBT nelle amministrative riminesi. Sembra quasi di essere nel 2021, vero?

In ogni caso. Il prossimo aggiornamento sarà di oggi, lunedì 4 ottobre, alle ore 15.00 ed allora potremo meglio considerare il dato dell’affluenza.

AGGIORNAMENTO ORE 15.00

L’affluenza è un po’ risalita, ma il calo è confermato.

Il risultato è del 55,59% contro il 57,86% delle precedenti.

2,27% punti percentuali non sembrano un grande calo, ma confermano il trend in discesa della manifestazione elettorale che dovrebbe essere la più seguita in quanto connessa più direttamente agli interessi dei cittadini. Se poi il dato viene confrontato alle precedenti Regionali (con minaccia Covid più severa) è addirittura avvilente. A quella tornata elettorale avevano partecipato il 63,54% degli aventi diritto… e non era certo un risultato esaltante.

A più tardi con l’analisi del voto.

@DadoCardone.

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L’invenzione dei corpi – di Pierre Ducrozet – Recensione.

Fuga lirica dai propri corpi e da un futuro ineludibile. Il Cyberpunk del 21° secolo contro l’era dei social.

Fazi editore – 298 pagine – 17,00 € al momento del mio acquisto.

L’invenzione dei corpi è stata una bella scoperta (lasciamo stare la brutta copertina) . La chiave di lettura è proprio il titolo e ti serve. Te lo devi portare dietro, perché questo libro è tante cose. E’ una denuncia, un’avventura, una precognizione, in alcuni tratti è persino metafisico e tocca anche punte di lirismo durante la descrizione di un paio di fughe.

trama

Alvaro è un giovanissimo professore di informatica, coinvolto suo malgrado nel massacro di stato di Iguala nel 2014. Già prima il suo corpo mal sopportava i limiti della sua povera realtà. Dopo il massacro, a cui riesce a sfuggire per miracolo e non senza segni indelebili, il confine della sua terra diviene insopportabile e si unisce ai profughi che rischiano la vita cercando di raggiungere gli USA dal Messico.

Adele è una biologa, una specialista nel campo delle staminali. Lei i corpi preferisce vederli da dentro, attraverso un microscopio. Le piace pensare a infiniti universi di fronte ai quali rimanere incantati, invece che a corpi sottoposti al giudizio, e alla violenta banalità dei desideri.

Entrambi vengono coinvolti da un magnate dell’era digitale in una serie di esperimenti transmumanistici fuori da ogni etica e morale. Lui il suo corpo lo vuole rendere immortale ed ha già in mente come sostituirne e migliorarne ogni singolo pezzo.

Alvaro e Adele tentano la fuga prima e la rivalsa poi, unendosi a geni transgender della rete, che cercano di hackerare i loro stessi cervelli, e a Profeti New Age del World Wide che vogliono il mondo libero dai vari Zuckember & co.

lo consiglio?

E’ un bel libro, soprattutto per l’intenzione che dimostra nel voler recuperare il valore nativo della rete, l’unica invenzione nata da un’intuizione collettiva e partecipata nella realizzazione. Si perde un pochino nel finale, perchè autori e lettori fanno fatica a spezzare storie d’amore e preferiscono semplificare a costo della coerenza.A parte questo, da leggere sicuramente e da farne propri molti passaggi, a proposito di quello che siamo e di quello che diventeremo.

@DadoCardone

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Rimini 2021. Che paura questa campagna elettorale…

Ce lo vogliamo dire chiaro? Non si può fare una campagna elettorale di un mese. Anzi, lo dico meglio. Non si può permettere che una lista elettorale, messa assieme alla bell’e meglio,  si presenti ad un’elezione facendo finta per un mese di capire quello che dice.

E’ una presa in giro. Peggio, è una struttura piramidale studiata per vendere aspirapolvere. Vuoi diventare Consigliere Comunale? Passa per i parenti e portaci una decina di voti, che forse (ma forse) vedi il capolista sedere in Consiglio mentre cerca di far mente locale: “cosa sono venuto a fare qui?” . Di solito realizzano dopo un paio d’anni.

Da che parte stai? C’è una lista per ogni gusto. Noi siamo gli imprenditori (qualsiasi cosa voglia dire questa parola), noi siamo quelli che non vogliono il Green pass, noi siamo i baristi acrobatici. Avanti Azdore e Umarell c’è posto per tutti, per chi sa far bene la piadina e per chi sono 40 anni che guarda  i cantieri, avrà pur capito qualcosa dell’urbanistica, no?

Una lista civica, perchè rappresenti il territorio, ha bisogno di vivere la gente e i problemi, per anni.  E gliene deve pure fregare!!! Non si possono prendere esperienze singole, soggettive, e far finta che contino qualcosa. I problemi di una città sono complessi e le amministrazioni appesantiscono inevitabilmente questa complessità con leggi, burocrazia e vizi dello status quo. Arriva uno (o una) che si è fatto i fatti suoi per 50 anni e diventa l’uomo del cambiamento? E con lui altri 32 che si sono conosciuti una settimana prima? Eddai!

Ho visto cose in questa campagna che voi “scrutatori non votanti” non potreste capire. C’è Jamil che non può fare nemmeno il manifesto da solo. Alle spalle deve avere lupus in fabula, giusto per far capire che quest’uomo l’ha inventato lui e lo parcheggia dove vuole (probabilmente vicino alla sua moto in Comune).

C’è Ceccarelli che vuol preservare il patrimonio della Rimini Romana, ma riaprire il Ponte di Tiberio. Anche lui ha qualcuno alle spalle, però usa meno il fiato sul collo, perché è impegnato a litigare con chiunque, sia via social che fisicamente. 

C’è Gloria Lisi. Tra liste e collegati ha recuperato 144 candidati per fare la “Rivoluzione Gentile”, che, oltre ad essere un’appropriazione indebita del titolo del Docufilm su Franco Grillini e di un suo libro, sembra una rivoluzione senza impegno, soprattutto rappresentata da chi ha fatto per 10 anni in vicesindaco. Ma lei è il frutto tipico della politica gnassiana :”o mi adori o sei fuori”. Ne abbiamo visti un po’.

Oh, ma poi ci sono anche i contorni eh! C’è Erbetta (a proposito di contorni) l’intollerante verso il malaffare, ma solo verso quello. Perché quando prima, da consigliere comunale di maggioranza, si è fatto tagliare la siepe di casa da Anthea, di tolleranza ne aveva. Lui è quello che in 100 giorni ripulisce Rimini (ipse dixit),probabilmente lo farà ispirandosi al suo Lume, Bettino Craxi, ricordato dai più per le mani pulite… o era “Mani Pulite”. Vabbeh, non importa, la cosa più interessante è il suo slogan probabilmente  mutuato direttamente da una categoria di PornHub: La Terza Via.

Non dimentichiamo Sergio Valentini. Brav’uomo, di saldi principi di sinistra, ma inadatto all’epoca dei social. Penso che il profilo instagram della sua lista sia degno della pagina Intrashtenimento. Guardatelo se vi capita e seguitelo mi raccomando. E’ così brutto da essere persino bello.

Non mi dimentico neanche del Sindaco 3V (o è 5G?). Cioè, non è che lo dimentico, non ne voglio proprio parlare.

E questi sono solo i maggiorenti di questa campagna. Poi abbiamo una tale quantità di specchietti per le allodole che le allodole ormai soffrono tutte di gravi crisi isteriche. Per come la vedo io ci sono solo due persone veramente interessanti e degne di essere citate come novità. Mi permetto di sottolinearlo perché la mia opinione notoriamente non sposta nulla, dunque non c’è dolo.

Il primo è il mio amico Marco Tonti. Uno che la politica, quella vera, quella che ha a che fare con l’esistenziale, la fa da sempre. Presidente di Arcigay, una storia personale e di attivista che certifica il suo impegno per i Diritti. 

La seconda è Chiara Bellini, che vedrei più come Sindaca che come vice. Non la conosco di persona, ma l’ho incrociata qualche volta in pubbliche occasioni. Carriera Accademica, cultura, proprietà di linguaggio sono evidenti, potrei scommettere anche su una certa intelligenza e una capacità nel relazionarsi quasi instantanea. Sono tuttavia giudizi superficiali. Come dicevo in apertura, la campagna è troppo corta per capire il reale valore d’ognuno. Ci vorrebbe più tempo per comprendere qual é il motivo per cui una persona intelligente voglia avere a che fare con il PD. Certo, poi ci sono gli stereotipi, ma di quelli facciamo meno.

P.S.

“Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile.”

Andrea Camilleri

@DadoCardone

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Follia – di Patrick McGrath – Recensione

Edito da Adelphi – 296 pagine – 13,00€ al momento del mio acquisto.

Chiedo scusa alle 4 gentili persone stranamente interessate all’inutile rubrica, è un po’ che vi lascio senza un libro, ma in questo periodo ho un pochino da fare. Oggi vi propongo un romanzo particolare.

Follia è la storia di un adulterio. Come in ogni storia di sesso e amore che si rispetti il minimo sindacale dei protagonisti è due, solo che Stella ed Edgar non sono persone comuni. Edgar è un uxoricida paranoico, uno che ha decapitato la moglie, e Stella è la consorte dello psichiatra che lo ha in cura nel manicomio criminale in cui è rinchiuso.

Questa è la storia di una caduta senza rimedio in una passione fuori da ogni logica, ma proprio per questo fortissima, alimentata dai lati più oscuri della mente. Una passione che consuma e distrugge tutto, non solo i protagonisti, ma anche chi è al loro fianco… o cerca di restarci.

La particolarità di questo romanzo è che, pur raccontando fatti che sfuggono alla ragione, lo fa attraverso l’investigazione psichiatrica del medico che ha in cura entrambi i protagonisti, ma senza perdere una certa tensione di fondo, anche perché egli stesso sarà coinvolto personalmente.

Lo consiglio? Sì per la storia, sì per lo stile. Attenzione però, è una storia triste. Dall’inizio alla fine.

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E’ ora di parlarne con i giovani, dei giovani.

Riceviamo e pubblichiamo, come sempre volentieri, questa lettera del nostro amico Alfredo. Anche questa volta ci offre “l’altro” punto di vista.

Questa è un’umile lettera a chi ha la responsabilità di amministrarci. Parte con una sentenza , che può decretare solamente qualcuno che in questa storia generazionale vive i disagi del lavoro e della precarietà: se credete che un reddito di cittadinanza dissuada ragazzi dall’avere un lavoro o siete in malafede o siete totalmente distaccati dalla realtà. Il fatto che negli ultimi anni, grazie a Dio, si sia parlato molto di più’ delle criticità del lavoro stagionale dovrebbe essere un input per una classe dirigente diligente a cavalcare questo sentimento collettivo e finalmente mettere mano senza deresponsabilizzarsi al sistema, definibile schiavista, che è il lavoro stagionale in certe zone d’Italia. Io che coi miei coetanei ci parlo, conosco a menadito le preoccupazioni e i tantissimi che lamentano di non avere il cosiddetto lavoro sicuro, per poter prendere in affitto una casa, avere un mutuo , comprare una macchina a rate e, i piu’ romantici addirittura, senza troppo cinismo, per pensare di mettere su famiglia. 

La narrazione è altamente tossica e in campo non si mettono quasi mai soluzioni a favore della moltitudine, in questo caso di giovani precari come categoria, basterebbe aprire un po’ le orecchie e andare in giro per rendersene conto. Nelle lamentele dei proprietari di attività non si è sentito nessuno ammettere questi gap sistemici, ma anzi cavalcare questa menzogna , come se in Italia, si potesse vivere con 800 euro al mese, che se andiamo a vedere nel dettaglio, non vengono proprio regalati a chiunque li chieda, per cui escludono una fetta di persone che potrebbero averne bisogno ma non riescono ad accedervi. 

 La mia generazione ha fatto da termometro a questa crisi e ne conosce le temperature , molti non più’ disposti a prendere la supposta, ma reclamano diritti basilari di un lavoro che sia anche etico, invece oggi le pochissime aziende che offrono lavori a tempo indeterminato(fabbriche, GDO…) fanno proroghe infinite e chiedono tantissimo ai lavoratori, perché sanno che ormai quel tipo di contratto lì non viene quasi più’ fatto in altri settori. E’ difficile si faccia come si faceva anni fa , che trovata un’azienda ci andavi in pensione. Queste voci di corridoio che speriamo restino tali, che dicono che ad esempio se non accetti il lavoro dopo due volte ti viene tolto il sussidio e che c’è rischio sia così anche per lavori stagionali, come sempre dà troppo potere al datore di lavoro e poco al lavoratore e non valuta le criticità sopra citate, soprattutto l’idea che non ci dovrebbe essere una condizione di vita tale che ti “costringe” ad accettare un lavoro malpagato o sfruttato.

Non affrontando mai questo punto, non analizzando mai quelle catene invisibili si fa un grosso errore di cecità e si continua in modo palliativo a dare soluzioni che il tempo inevitabilmente muta. Ci vuole una grossa riforma del lavoro , del suo mercato , che parta dai diritti e dal concetto che non viviamo per lavorare, che è una banalità che sentiamo dire da quando c’erano gli schiavi (dichiaratamente tali), ma che ancora, come Società, è un nodo da sciogliere. Bisogna rivedere i ritmi del lavoro, i giorni di riposo, la fatica e con essi la produttività , il meccanismo forsennato che inchioda la nostra vita sul tapis roulant del capitale. 

@alfred

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Salvini nel covo della Troya

Salvini lancia la campagna del centro destra con una cena al Coconuts, locale in diverse occasioni apparentato con il Rimini Summer Pride. Cosa diranno i suoi elettori?

Come tutto diventa relativo quando si parla di elezioni.

Lo ammetto, scrivendo questo articolo mi sto un po’ trattenendo. Ho trattenuto le risate mentre correvo a scrivere ed ora mi trattengo un po’ da quello che vorrei scrivere veramente. Devo, assolutamente devo, mantenere un certo distacco mentre vi parlo delle strane occasioni che nascono dal relativismo morale della politica.

L’ispirazione mi arriva dal lancio del campagna del CentroDestra unito per le amministrative 2021 nel comune di Rimini. Lunedì sera, questa sera, al Coconuts farà gli onori di casa Matteo Salvini in persona.

Ora. Io sono sicuro che Salvini non ha nulla contro gli omosessuali e men che meno Lucio Paesani. Ah, di lui poi sono proprio più che sicuro, considerato che nel 2016 ha agghindato rainbow tutto il Coconuts e vicino al logo del locale ha apposto quello della Troya, l’istituzione ibizenca, la mamma delle delle feste LGBT friendly.

Ci metto la mano sul fuoco, come si dice. Quello su cui non metto la mano da nessuna parte, ma neanche se vedo un accendino in lontananza, è la tolleranza dell’elettorato di Salvini e del suo schieramento verso il mondo LGBTQIA (per i leghisti in lettura: i frufrù. Se no non ci capiamo).

Cosa ne penserà il (poco) variegato mondo del centro destra di questa commistione? Il popolo leghista sarà contento di “avercelo duro” proprio in quel luogo? I meloniani potranno inorgoglirsi per Dio, Patria e Famiglia, nel covo della Troya? E quelli che “quando c’era Lui i treni arrivano in orario”? Evocheranno il fondamentalismo cristiano?

Ora… prima che qualche coda di paglia cominci a scrivermi qua sotto che è di centro destra, ma ha tanti amici gay, ribadisco: a Salvini non frega niente, ne sono sicuro. La sua è la morale del citofono, ve la ricordate no? Lui può suonare chiedendo se ci sono degli spacciatori in casa, ma nessuno si deve azzardare ad invadere la privacy di chi si fa i fatti suoi, covid o non covid. Per cui non può permettersi categorie troppo rigide.

Se serve elettoralmente, Matteo può tranquillamente cenare in un luogo che ha promosso l’assembramento di persone in una relazione complicata con l’idea di conformità sessuale condivisa nel centro destra. Quello elettoralmente rilevante si intende.

Sono curioso però di sapere come farà a far digerire questo piccolo strappo, o se addirittura avrà bisogno di farlo, perché il suo relativismo (che qualcuno chiama incoerenza) è un fenomeno veramente curioso, è da studiare come il suo “popolo” lo accolga fiducioso.

Sono stato bravo? Di parte certo, ma io una parte la prendo sempre. Un’altro che ha le idee chiare  sulla parte con cui schierarsi e Marco Tonti. Presidente dell’Arcigay di Rimini, promotore del partecipassimo Rimini Summer Pride, nonché capolista candidato con Rimini Coraggiosa. A lui un’opinione l’ho dovuta chiedere per forza.

Marco: ieri Pride, oggi Salvini che lancia campagne del centro destra dallo stesso luogo, che ne pensi?

“Se non stessimo parlando di diritti umani sarebbe divertente al limite del surreale che la campagna elettorale della destra parta proprio dal Coconuts. Va bene che siamo a Rimini e con le vele tocca andare un po’ dove tira il vento, ma ricordo ancora durante il primo Summer Pride di Rimini l’insegna rainbow del Coconuts, il carro del Coconuts carico delle drag queen della Troya di Ibiza che ha fatto tutto il percorso con noi. Possiamo quindi pensare che Ceccarelli, qualora diventasse sindaco, salirebbe sul carro delle drag organizzato dal Coconuts? Sarà alla cena di lancio della campagna il Popolo della famiglia, in quel covo di perdizione? Perché le cose sono due, o il Coconuts si è pentito di aver partecipato a ben tre pride e ora si è convertito alla santità, o vedremo molto imbarazzo stasera.”

P.S.

Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
(Mark Twain)

@DadoCardone

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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Fontana Malata

Inaugurata la fontana in piazza Malatesta. Al posto del fossato originale si è scelto di sminuire il Castel Sismondo con una piscina per il pediluvio.

Come avrete notato, pochi ed affezionati lettori, è da un po’ che non scrivo sulla Città di Rimini. Non lo faccio semplicemente perché affrontare temi politici non porta altro che polemiche inutili, non si aprono vere riflessioni. Si favorisce tuttalpiù un gioco delle parti e si finisce per rimanere inscatolati sotto una bandiera che non ci appartiene.

Sullo scempio che è stato fatto in piazza Malatesta però qualcosa la devo dire. Non che la mia opinione possa essere messa su qualche bilancia, pesa poco, tuttavia una ferita del genere richiede l’unico contributo che sono in grado di dare, la mia testimonianza. Lo devo a me stesso.

Cominciamo da principio. Rimini ha la fortuna di essere colma di tesori storici, cose di cui la maggior parte del turismo che l’attraversa non sa, né si interessa. Tra queste ineguagliabili eredità c’è Castel Sismondo, un castello della metà del 1400. Pare che alla costruzione, voluta da Sigismondo Pandolfo Malatesta, abbia partecipato anche Filippo Brunelleschi.

Per molto tempo si è discusso di come comportarsi con l’edificio che, nella costruzione originale, era dotato di un fossato asciutto. Tra l’altro scoprire il fossato avrebbe rivelato di più del progetto originale, non un semplice fosso, ma “un vuoto definito da un’architettura” (come spiega con ampia letteratura il Prof. Rimondini da Rimini).

L’amministrazione di Rimini, seguendo logiche d’arredamento che hanno caratterizzato gli ultimi 10 anni, ha scelto però di rinunciare a questa unicità e di proporre una versione come dire… più facile da capire per tutti. Prima ha circondato il Castello con un praticello IKEA e poi gli ha inferto un colpo finale con una fontana aquafan. (Non che io abbia qualcosa contro Aquafan, ma li le piscine dove rinfrescarsi i calcagni svolgono una funzione coerente con il luogo.)

Ora. Come da sempre, in tutte le discussioni che riguardano Rimini e il mandato dell’Arredatore, abbiamo a che fare con l’unica superficiale constatazione: “ma è bella”. E qui mi prende lo sconforto…. Però cercherò lo stesso di spiegare un concetto che pare semplice, ma alla riprova dei fatti non lo è.

Avete presente il detto: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”? Ebbene, questo modo di dire non sta a significare che tutto ciò che ci piace, anche se vittime di lobotomia, è automaticamente giusto. Al contrario sta ad indicare quanto il valore della “bellezza” sia aleatorio.

Ciò che è bello oggi, non lo sarà tra dieci anni, figuriamoci tra cento. E’ per questo che esistono dei canoni di classicità che le soprintendenze dovrebbero difendere. A quanto pare per Rimini questa cosa non vale, come abbiamo già avuto modo di notare per la passerella che hanno aggrappato alle Mura Malatestiane, sfondandole con un centinaio di buchi.

Questa fontana poi, non so se inconsciamente o volontariamente, risponde al desiderio di consumo compulsivo della nostra società e guardate che questa non è una critica al sistema economico in quanto tale. E’ una critica allo svuotamento dei livelli di percezione della realtà. 

Un’opera d’arte, un patrimonio paesaggistico, un’eredità culturale, non sono solo buoni sfondi per i selfie. Sono cose da contemplare, su cui riflettere, in cui coltivare i nostri pensieri. Cose che addirittura provocano stati di confusione, come con la sindrome di Stendhal, ma non lo fanno perché sono semplicemente belle. Bello, di per sé, non vuol dire un cazzo (scusate il francese).

Se guardo il David del Caravaggio mi appassiono alla scena, mi turbo per la violenza, cado nel suo buio, ma non è che mi vien voglia di farci un buco per mettere la mia faccia al posto di quella di Golia e farmi un selfie (magari con il segno storto di vittoria come si usa) . E questo è esattamente quello che fa la “fontana malata” di piazza Malatesta. A chi importa veramente di essere di fronte ad un castello costruito 500 anni fa con il contributo di Brunelleschi ?

Lui sarebbe veramente contento, mi pare di sentirlo. “Ne è valsa la pena. Il mio genio coperto di prato Ikea e gente che inzuppa cani e pannolini mentre si ritrae con alle spalle il famosissimo Castello de Sticazzi. Ne è valsa proprio la pena.”

La gente, manco a dirlo, ha colto al volo l’invito a consumare la cartolina. E il Comune ripara con un regolamento che vieta quello per cui la fontana è stata costruita. Perchè a me non risultano altri motivi per fare una fontana con acqua alla caviglia e spruzzi. A Cattolica, da una vita, ci sono le fontane danzanti. La gente capisce qual è lo scopo. Ci si mette davanti e le guarda, non si butta dentro. Sul lungo mare invece ci sono quelle con gli spruzzi. La gente capisce lo scopo. Ci si mette sopra e si rinfresca le pudenda. A Rimini abbiamo fatto l’unica fontana per rinfrescarsi la uallera da guardare. Però bella eh!

P.S.

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.

(George Bernard Shaw)

@DadoCardone

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”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

Strade Blu Mondadori – 231 pagine – 18,00€ 

Conoscete uno scrittore più matto di Chuck Palahniuk? A proposito, lui stesso ha spiegato che il suo cognome si pronuncia Pòlanic. Giusto nel caso vi capitasse di dover dire “Sto leggendo l’ultimo libro di Coso, come si chiama?”

Comunque. Se pensate che i NoVax abbiano costruito nelle loro menti un complotto assurdo, il genio di Fight Club darà nuova prospettiva ai vostri punti di riferimento.

Gates Foster è un papà a cui, 17 anni prima, è stata rapita la figlia Lucinda e sta maturando l’idea di punire personalmente il traffico pedofilo di bambini, di cui si informa ossessivamente sul dark web. L’unica cose che ancora lo trattiene è un gruppo di sostegno formato da padri che, come lui, sono sopravvissuti ai propri figli.
Mitzi Ives è un tecnico del suono di Hollywood, un genio che può vendere le sue registrazioni di urla di morte a cifre sopra il milione. Il problema è che le urla registrate sono vere, non recitate. Mitzi registra gli ultimi tragici momenti di vita di persone sequestrate nel suo studio, anche se poi, con un mix di alcol e psicofarmaci, ne perde memoria.

Gates è veramente autonomo nella ricerca della verità su sua figlia? Mitzi è veramente una serial Killer senza la memoria a breve termine? L’incrocio apparentemente casuale delle due vite svelerà i contorni di un complotto “Deep State”, ma l’intero disegno non si rivelerà prima dell’ultima pagina.

Palahniuk scrive, ancora una volta, un romanzo sopra le righe. Molto sopra. L’essere così fuori dai canoni potrebbe farlo confondere con un horror grottesco, ma in realtà è una sapiente metafora sulla mercificazione della sofferenza umana.

Sinistro, geniale, macabro, per stomaci forti. Straconsigliato.

@DadoCardone

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“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

3° Volume della trilogia MaddAdam) – Ponte delle Grazie Editore – 544 pagine – 24,00 €

Il terzo volume di una trilogia è sempre pericoloso. Penso sia perché contiene in potenza la fine della fatica letteraria e, quando si vuol finire, a volte si banalizza. Non è il caso di questa trilogia.

Nel primo volume (Oryx e Crake) si dice cosa è successo, nel secondo (l’Anno del diluvio) si racconta come e in questo terzo si dovrebbe dire “semplicemente” cosa succede dopo, ma la Atwood non lascia indietro nemmeno uno dei suoi personaggi, portandoli fino alla fine e approfondendo le vicende personali. 

I sopravvissuti alla pandemia mondiale, voluta da Crake per dare il pianeta alla nuova specie da lui creata, si ritrovano e affrontano ciò che viene dopo la “civiltà”. Ci sono molte difficoltà e qualche criminale impazzito, ma la narrazione si sofferma in modo molto interessante non sulla nascita di una nuova civiltà, quanto sull’origine dei miti, delle leggende, della stessa Storia.

I Craker, infatti, sono muniti dei mezzi fisici per sopravvivere a qualsiasi cosa venga dopo, ma nessuno ha voluto far sapere loro la verità di quello che c’era prima. Così loro assorbono voracemente ogni spiegazione, per quanto diluita, allo scopo di farne tradizione orale sulle Origini. E’ molto divertente il frangente in cui “Oh Cazzo!” diventa l’invocazione di un essere mitico che tutti chiamano nel momento dell’estremo bisogno.

In conclusione una bella trilogia in cui ho trovato molti contatti con la realtà odierna, prospettive intelligenti, personaggi ben delineati, una trama stimolante che si svincola volentieri dalla scaletta del volume in lettura.

Non so se si possa parlare esattamente di futuro distopico, perché se non ci diamo una mossa… ma per gli amanti del genere la trilogia degli Adami Pazzi è decisamente consigliata.

@Dadocardone

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“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

edito da Ponte delle Grazie – 19,60€ se lo trovate.

Apro subito in polemica con l’Editore, così, all’americana. Come avrete notato (tutti e 4, cari lettori) ho dovuto mettere un altro romanzo in mezzo prima di poter continuare con la trilogia dell’Adamo Pazzo. Perché? Perché c’è questa usanza di ristampare solo il primo libro della trilogia, per vedere se va. Il secondo l’ho trovato originale del 2009, su Amazon. 

Ora… a parte la copertina, che sembra quella di un romanzo di Liala, a parte che ho perso un sacco di tempo, possiamo continuare.

Ci eravamo lasciati con Jimmy “uomo delle nevi”, avvolto nel suo lercio lenzuolo, convinto di essere l’unico umano rimasto sulla Terra. Lucido a fasi alterne, è anche il custode dei Craker, la nuova razza creata dal suo amico Crake, lo stesso che ha fatto fuori di proposito l’umanità con una pandemia. I nuovi esseri sono bellissimi, genericamente perfetti, vegetariani, immuni alle punture degli insetti e alle gelosie amorose.

Nel secondo volume, “l’anno del Diluvio”, veniamo a sapere che Jimmy non è l’unico sopravvissuto. Ripercorrendo gli ultimi 15 anni, scopriamo che, per motivi più o meno casuali, sono sopravvissute alcune persone della sua vita precedente. Queste ed altre ancora, erano state addestrate alla fine del mondo. Hanno infatti fatto parte dei Giardinieri di Dio, una religione ecologista ed ortodossa che in qualche modo aveva previsto che il mondo di sarebbe spinto troppo oltre, fino a provocare il Diluvio senz’acqua.

In questo secondo volume si nota come la Atwood avesse già seminato nel primo libro indizi di ulteriori sopravvissuti e, cosa che mi è piaciuta molto, riesce a far sì che i due volumi siano un’unica grande storia raccontata da due punti di vista diversi.

Spero che il terzo volume (l’ho già preso, tranquilli voi 4) proponga una fine all’altezza di quanto letto finora. I soli limiti della narrazione sono di natura tecnologica, più che perdonabile visto che sono stati scritti 17 anni fa. E poi… il resto è così tremendamente attuale che, per i temi trattati, potrebbe essere stato scritto ieri.

Fuori due, ne manca uno. L’Adamo Pazzo ve lo straconsiglio.

@DadoCardone

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Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Neri Pozza editore – 222 pagine – 17,00€ 

Con questo libro sono stato ingenuo. Leggendo la IV di copertina la sinossi pubblicitaria era affidata a citazioni de la Repubblica e dell’Espresso. Quello che avrebbe dovuto mettermi in allarme era che entrambe fossero riferite al libro scritto prima di questo dall’autore. Ecco… se incappate in questo meccanismo, non riappoggiate il libro. Tiratelo lontano.

Quello che mi sta più sulle scatole (siamo educati và) è che Sansal è bravo a scrivere, il problema è che questo romanzo, nonostante la potenziale trama ci sia tutta, non è un romanzo. Si tratta di una serie di abbozzi senza soluzione di continuità. In un libro di 222 pagine, prima di riuscire a capire dove vuole andare a parare l’autore, bisogna arrivare a pagina 160. E comunque non vuole andare da nessuna parte, lo chiarisce nelle successive 20 pagine.

Scrittura sperimentale? Sarà, ma a me è parso un lungo rimuginare. Colto, erudito, per carità, ma non so dirvi quante volte mi sia caduto il libro dalle mani colto da travate di sonno dietro la nuca. 

La trama, mai sviluppata, è questa (ma non necessariamente in quest’ordine): Dopo i fatti francesi del Bataclan del 2015, un’anziana insegnante in pensione viene aggredita da un ex alunno islamista e finisce in coma. Si sveglia con una personalità doppia. La nuova è quella di Ute von Ebert, della cui vita la prof si era appassionata in altri momenti. Con la personalità di Ute abbozza un romanzo, che in realtà sono lettere alla figlia, su un misterioso nemico alle porte del suo villaggio immaginario in Germania. Poco dopo muore e la figlia cercherà di capirne il senso.

Raga, no. Non lo consiglio. Per prendere sonno ci sono metodi meno violenti. Ringraziate che mi sono sacrificato io. 

@DadoCardone

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“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

Edito da Ponte delle Grazie – 370 pagine -18,00 

Avevo un grosso buco nelle mie letture, non il solo, ma uno importante. Non avevo mai letto della fantascienza scritta da una donna. Non ho idea del perchè. Nel Fantasy presempio una donna ha scritto uno dei miei libri preferiti in assoluto: Le Nebbie di Avalon – di Marion Zimmer Bradley (ve lo straconsiglio).

Ho voluto cominciare da un’autrice che, sebbene sia superaccreditata nel campo in questione, è forse più nominata per il suo attivismo femminista. Il suo libro più noto è “Il racconto dell’ancella”, ma la Atwood è una scrittrice estremamente prolifica sin dagli anni ’60.

Oryx e Crake è il primo volume della trilogia di MaddAddam, dalla quale sembra vogliano trarre una serie TV. Si tratta di un romanzo ambientato in quello che comunemente viene definito un futuro distopico, ma è la sola definizione in cui si può chiudere questo libro.

C’è un uomo molto sporco che vive su un albero, si copre solo con un lenzuolo ormai lercio. Il suo nome è Snowman. Ogni tanto delle persone bellissime e completamente nude gli portano un pesce da mangiare. Sono i Craker, una nuova razza di esseri umani, progettati in laboratorio. Il resto dell’umanità pare non esserci più. L’ultimo degli uomini ne è in parte responsabile e, in un viaggio alla ricerca di cibo, ripercorre le tappe che dalla sua infanzia l’hanno portato in quel futuro senza suoi simili, senza nemmeno Oryx e Crake, gli inventori della nuova specie.

Margaret Atwood in questo libro (a parte alcuni limiti tecnici dovuti alla data di nascita del romanzo) riesce ad immaginare in maniera molto credibile la degenerazione di una società spinta solo dal profitto, a descriverne le ossessioni e le estreme conseguenze di un pensiero laterale che rifiuta l’imperfezione.

Sicuramente proseguirò con la lettura della trilogia, per il momento questo primo volume lo consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Narratori Feltrinelli – 141 pagine – 14, 00 €

Devo cominciare questo numero dell’inutile rubrica con un’errata corrige. La scorsa volta avevo detto che i lettori di questa rubrica sono ben due. Mi sottostimavo, in realtà pare siano tre. 

Il libro di oggi è particolare. Non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio. Forse è una raccolta di storie. Storie vere? Storie inventate? Ci sono storie vere che contengono invenzioni e storie inventate che contengono verità. L’importante è che non le chiamiate “solo” storie.

Le Storie sono così importanti da riuscir a spegnere la lampadina della razionalità, che poi è quella che ci impedisce di vedere le stelle. E’ il caso del calamaro gigante. Prima di essere un eclatante caso scientifico, ha vissuto a lungo nelle storie dei marinai e di chi abitava le coste. La Scienza, quella che non racconta storie, ma tratta i fatti, ha spesso deriso chi provava a raccogliere quelle storie e ad elevarle a prova. Poi i calamari giganti hanno cominciato a spiaggiarsi, quasi stufi della rovina di chi provava a crederci.

Di Genovesi avevo letto “Esche vive” e devo dire che in quel libro, come in questo, ho trovato una forma di ironia rara. C’è la capacità di mescolare i fatti importanti, quelli esistenziali, con riflessioni tanto limpide da sembrare ingenue, ma colpiscono perché non lo sono proprio per niente. E la saggezza dei bambini, dei sognatori, e dei bugiardi… quelli che rendono più interessante il mondo, offuscato da stupide lampadine, raccontando “solo” storie.

Mi è piaciuto ed ho apprezzato la riflessione ecologica nel finale. Consigliato. 

@DadoCardone

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Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Neri Pozza Editore – 522 pagine – 19,00 € 

Allora… questo scrittore l’ho scoperto io! Scherzo, ovviamente. Mi era però molto piaciuto il suo esordio del 2019: Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Tanto mi era piaciuto quello, tanto mi ha lasciato perplesso questo. Mi spiego meglio.
“Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è una specie di giallo metafisico dove il protagonista passa di corpo in corpo, senza volerlo e con pochi ricordi, in un loop legato alla soluzione di un omicidio. Fra tutte le cose mi era piaciuta molto la resa psicologica di ogni personaggio “occupato”, la personalità presente anche senza la memoria. Una prospettiva raffinata e avvincente.
Poi mi trovo di fronte a questo nuovo libro che, in alcuni passaggi, è addirittura ingenuo in quella stessa resa psicologica. E allora mi sono fatto l’idea che fosse un libro scritto prima, tirato fuori all’indomani del best seller. E’ una mia sensazione eh! Non ho altre prove per sostenerlo. E’ un peccato perchè la trama c’è. 

Il Governatore di un ricco avamposto della Compagnia delle Indie arma una piccola flotta per tornare in Olanda e prendere il suo posto tra i 17 soci che comandano l’impresa. A bordo fa caricare un oggetto misterioso, la “Follia”, e un prigioniero scortato da un olandese gigante. Sammy Pips, il prigioniero, e Arent la sua scorta, sono due famosi investigatori che risolvono complicati enigmi in tutti i domini della Compagnia. Ci sarà molto bisogno di loro, perché a bordo c’è anche un demone che ha a che fare con il passato di ognuno degli imbarcati e che causerà morte e distruzione.

Tra le cose che non mi sono piaciute c’è la fine (brutto da dire di un libro). Non posso dire di cosa si tratta, per non rovinare il romanzo a nessuno, ma… secondo me per renderla plausibile avrebbe dovuto essere dilatata nel tempo, mentre, come scritta dall’autore, rappresenta un capovolgimento di fronte senza motivo.
Lo sconsiglio? No. E’ comunque un bel libro, un bel giallo e un bel romanzo di mare. Ma i due fruitori di questa rubrica inutile sono lettori sofisticati, per cui devo dire le cose come stanno.

@DadoCardone

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FIGLI DELLA FURIA – di Chris Kraus – Recensione

edito da SEM – 900 pagine – 22,00€ 

Pare che per questo libro l’autore abbia intrapreso anni di ricerca. Leggendolo si capisce quanto fosse necessario perché, certo, è un romanzo, ma si incrocia con la Storia dei disastri del XX secolo e di tutti i maggiori servizi segreti dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70. Quasi nessuno dei personaggi è inventato di sana pianta e, peraltro, i più assurdi sono tutti realmente esistiti.

Koja Solm, un pittore lettone sessantenne, è ricoverato in un ospedale tedesco con una pallottola nel cranio. Il suo compagno di stanza è un figlio dei fiori che gli ripete ogni giorno quanto senta in lui una persona meravigliosa. Solo che Koja non è propriamente uno stinco di santo, anzi, la sua vita è stata un costante confronto con il più classico dilemma morale, quello sempre legato alla morte.

Dopo molte insistenze comincia a raccontare. Lo trova terapeutico, perché di pesi sulla coscienza ne ha molti e continua. Continua anche quando lo “Swami” lo implora di smettere, non può sostenere il peso di quelle confessioni senza odiarlo. Koja racconta l’incredibile storia di come è entrato a far parte delle SS, del KGB, dei servizi segreti della Germania del dopoguerra, della CIA e del Mossad. Tutte cose che gli accadono, che non cerca e in cui prova a sopravvivere e far sopravvivere l’amore della sua vita, Ev, sua sorella adottiva, da cui ha una figlia, ma solo dopo che lei ha sposato l’altro fratello, Hub.

Stare pensando a Beautiful? Cancellate questo pensiero perché non c’entra proprio nulla con l’inconsistenza delle Soap. I protagonisti di questo libro sono tutti figli della furia del XX secolo, tutti alla ricerca di un Odio Illuminato che possa riscattare le loro vite in balia di eventi che stravolgono il mondo.

Mi è piaciuto? Con i ritmi, i personaggi e i colpi di scena delle sue pagine meriterebbe una serie, ma solo se diretta da Scorsese. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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“Romanzo con Cocaina” di M. Ageev – Recensione

220 pagine – GOG Edizioni

Ho scoperto un romanzo…. 90 anni dopo. Che poi pare essere il destino di questo romanzo, sempre molto apprezzato da chi lo ha letto, ma mai arrivato al successo editoriale e quindi ripubblicato a grande distanza nel tempo.

Romanzo con Cocaina non è un romanzo sulla cocaina, quella è solo l’ultima parte di una caduta mai interrotta. Vadim Maslennikov, il protagonista, è la peggior persona di cui potrete leggere. Figlio orrendo, pessimo amico, amante distruttivo, essere umano infelice, Vadim vive il personale contrasto con tutto ciò che è giusto consapevolmente. Fin dal Ginnasio sa cosa è onesto, morale, etico e quasi si commuove nel vederlo realizzato nella sua fantasia, ma nella realtà non può fare a meno di cadere nelle sue compulsioni. 

In questo contrasto distruttivo riesce ad essere metafora del suo tempo e della sua patria, che poi è la Russia poco prima della Rivoluzione del ’17. Periodo di cui lui nemmeno si accorge.

Se state cercando un romanzo edificante, magari uno di quelli con un eroe e un finale morale, lasciate perdere, Vadim , al massimo, riesce ad essere sinceramente meschino. Se invece siete alla ricerca di un personaggio attuale… beh in Vadim riconoscerete molti turbamenti del nostro tempo, anche se è stato consegnato alla stampa nel ’34. 

A me è piaciuto e raramente ho trovato un protagonista così abile a scavare nella comprensione della propria inadeguatezza.

@DadoCardone

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“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

Guido Lombardi, regista, sceneggiatore e scrittore, ha pensato a questo libro come soggetto per un film. Per questo all’inizio era un’idea condensata in trenta pagine. Nel corso di dieci anni è stato riempito e rifinito fino a diventare un libro vero e, poi, proprio un film diretto dallo stesso Lombardi.

Non guarderò il film. Non perché la storia non meriti di essere trasposta in pellicola, anzi. E’ solo che leggendolo ho ricreato la complessità di alcuni momenti e… insomma non vorrei fosse sovrascritta dalla recitazione di Scamarcio. 

La storia è quella del piccolo Salvo che, ancora molto piccolo, rimane senza padre, perché arrestato, e poco dopo anche senza madre, perché muore. Dopo sei anni, nei quali Salvo cresce con gli zii, il padre torna e lo porta con sé in un viaggio in Puglia. Un’avventura on the road a metà tra il recupero del rapporto e una vendetta a lungo meditata.

La particolarità di questo libro è che tutto viene raccontato in prima persona da Salvo, intelligente, segnato da dure esperienze, ma pur sempre un bambino. Scrivere di situazioni e stati d’animo complessi e contraddittori usando gli occhi di un bambino di 5^ elementare non dev’essere per nulla semplice, perlomeno riuscendo ad ottenere un risultato come quello de “Il ladro di giorni”, che non è caduto in nessuna incoerenza.

Facile affezionarsi al piccolo Salvo. Lo consiglio.

@DadoCardone

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M: L’uomo della Provvidenza – Recensione

M: l’Uomo della Provvidenza – di Antonio Scurati
Recensione del secondo libro di scurati su Mussolini

di Antonio Scurati – edito da Bombiani – 627 pagine.

Che sia bello e che che Scurati sia un grande scrittore lo devo mettere come premessa a tutto, altrimenti non si capisce la mia piccola critica.

Il primo M racconta dell’ascesa di Benito Mussolini e si ferma all’omicidio Matteotti. Questo secondo M arriva fino al ’32, il consolidamento del potere del Duce. 

Con il consueto metodo dei documenti ufficiali e delle lettere tra i protagonisti (quando non sono informative di polizia), Scurati ricostruisce nel romanzo la vita della Dittatura e del suo inventore.

Il Duce è descritto come un uomo a cui sembra nulla possa essere precluso, ma la cui intuizione marcisce tra le mani. E’ osannato, sacralizzato, il suo stesso corpo nutre le fantasie epiche del popolo. Di contro il suo Fascismo si regge in piedi su continue epurazioni che coinvolgono i nemici quanto gli amici. Tutti vogliono un riflesso di quel potere che lui non può e non vuole concedere. Il potere e la lontananza da chiunque diventano così direttamente proporzionali. 

Antonio Scurati “seziona” con esperta e cinica prospettiva. Ricostruisce la storia del fascismo come in un’autopsia, ma ne ricava tutt’altro che un cadavere. Ci sono lotte fratricide, passioni ormai esaurite che lasciano sofferenti strascichi lunghi quanto la Storia, ambizioni da realizzare a prezzo di molte vite umane e c’è la morte quasi banale della Democrazia.

Ci sono un sacco di cose in questo libro, ma…..Mi è piaciuto di più il primo, era più avvincente. So che sembra in contraddizione con quanto scritto finora, ma c’è un motivo. In qualche modo si avverte che questo (sebbene secondo me dovrebbe essere con l’altro nei programmi perlomeno dei licei italiani) è un libro di passaggio. 

Ovvio che debba uscire un terzo M. Mancano la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Fascismo, mica cazzate. 

Non sapendo quando ci sia di preparatorio nella trama di questo secondo volume, sospendo momentaneamente il giudizio e aspetto di leggere il terzo. (Scurati capirà )

@DadoCardone

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Le Stagioni di Alfredo

Riceviamo e pubblichiamo una lettera del nostro Alfre ‘D, che in questa occasione smette i panni del poeta musicista e parla, semplicemente come Alfredo, delle sue stagioni estive romagnole. Non quelle da turista.

LA TACITA SOSPENSIONE DEI DIRITTI DEI LAVORATORI STAGIONALI

Sono figlio di un migrante , perché questo è il termine giusto per chi dalla Sicilia migrava al Nord negli anni 80 , per lavoro o in cerca di nuove lune.

Approdai in Romagna che non ricordo , ero piccolo, uno dei due gemelli e mio papà lavorava per Raoul Casadei come autore. Ci aveva dato anche una casa. Mia madre per amore invece lasciò la sua Milano per costruire qui una famiglia.

All’età di 14 anni non avevamo sta gran voglia di andare a scuola o di studiare, passavamo le giornate a giocare al campetto , in oratorio , in giro in bicicletta o che ne so che altro.

Nel 2004 c’era ancora la possibilità per i minorenni, che fossero come noi dei “perdigiorno”, di poter lavorare qualche mese in spiaggia, come baristi o bagnini e te lo sentivi dire come qualcosa di assolutamente nobile e una ghiotta possibilità.

Persino mio padre che ne aveva subite di calunnie nella metropoli in quanto “terrone” e “marocchino” , tendeva, per paura che diventassi ciò che sono , a togliermi dalle mie distrazioni e incoraggiarmi nell’imparare a faticare e sacrificarmi.

Conobbi in quel frangente, proprio nella mia prima esperienza stagionale lavorativa , una delle cose che va a comporre questa socialmente accettata sospensione dei diritti, che vive in quella che ormai è la mia terra di fatto.

Era bello da piccolo vedere questi ragazzi, spesso bellocci e rimorchiatori seriali , lavorare e tra le tante cose che ho immaginato di essere nella mia vita anche “l’uomo col rastrello” poteva rientrarci. Poi il mare, anche se qui è spesso poco limpido per il fondale fangoso, ha comunque una sua magia in certi picchi della giornata.

La realtà è che in quella prima esperienza conobbi l’arroganza di chi si sente in qualsiasi caso impunito , il burbero datore di lavoro era un uomo piccolo e aveva assunto due part time: me e un altro ragazzo, con la quale dividevamo i turni. 

l primo giorno di lavoro era ovviamente rilassato, prendeva le misure , sorridente. 

Il terzo giorno di lavoro iniziò un vero e proprio mobbing: pretendeva che la sabbia fosse liscia e noi con il rastrello a ripassarla centomila volte, per pulirla e farla come voleva lui e se passava e non era come diceva, iniziavano insulti . Fatto sta che una volta, alzai il rastrello e gli urlai che glielo avrei tirato dietro se avesse continuato. Lasciai il lavoro la mattina dopo. Non fu facile tornare a casa e dirlo ai miei perché il lavoro in ‘sto paese pare sia un regalo, non un diritto. Noi, che dipendiamo dal fatto che ce lo diano, viviamo col senso di colpa di dover essere perennemente all’altezza di averlo, quando i nostri nonni il futuro lo avevano già preservato, nero su bianco. Nelle 10 stagioni lavorative che ho fatto in spiaggia  (non ho mai fatto giorni liberi in estate: turni da 10/12 ore al giorno esempio: 7/12, 14 /20:30) i più’ bravi ti davano il pranzo o se eri lì durante il pranzo ti facevano mangiare in 3 minuti, perché col bar aperto c’è sempre lo spiacevole vacanziero che vuole il caffè e tu ti devi alzare). 

C’è stato anche chi per due tre giorni mi ha riscaldato la stessa pasta , lo stesso che (pace all’anima sua ) voleva che corressi mentre portavo le persone agli ombrelloni e mi chiamava al microfono “Agonia” davanti a tutta la spiaggia. 

Non c’è vittimismo in me e in questo racconto, perché essere vittima è altro, mi sono sempre avvalso delle parole per fare cose positive : canzoni, poesie, scritti. Non  c’è la negazione di esser stato servilista, perché c’è consapevolezza della condizione: c’è chi nasce per servire e chi per essere servito e io faccio parte dei primi.

In questi turni eterni (da maggio a settembre) in una giornata dove lavoravi quella mole di ore non ti sedevi quasi mai e so per certo che ci sono stabilimenti balneari che non vogliono che i dipendenti si siedano o bevano acqua o si prendano 5 minuti d’aria.

E’ una situazione lavorativa da vivere davvero alienante e gli stipendi si aggirano sui 1200 / 1300 mensili , quindi anche in barba a chi dice “ ne vale la pena” , forse 30 anni fa.

La sospensione dei diritti dei lavoratori e il non rispetto dei contratti lavorativi nella nostra terra sono socialmente accettati : tutti lo sanno, dai cittadini, alle istituzioni, agli ospiti che vengono qui a fare le vacanze. 

Nessuno vuole ad oggi cambiare le cose perché l’economia intera e quello che produce è il motivo per cui si mangia, alcuni troppo e alcuni troppo poco ovviamente, difatti tantissimi vengono qui per fare la stagione estiva e poi tornano nelle loro città perché abitare qui è difficile : poche case, affitti alti rispetto agli stipendi e come fai a lavorare solo 4 mesi l’anno?

Chiunque vive qui ha, o ha avuto almeno una volta nella vita, del denaro “in nero” oltre la busta paga , perché per legge piu’ di tot ore settimanali non puoi fare. I piu’ sfortunati, che spesso sono solo i piu’ vulnerabili, magari sono stati anche fregati in quello. Un’ora di lavoro incessante viene pagata in media 4-5 euro , non è una follia ? 

Sono innumerevoli gli imprenditori che si sono arricchiti con questo modello e molti non se ne vergognano o si scusano “perché tanto è così da sempre” , perché tanto “come faccio a coprire il servizio?”.  Con la solita scusa che tutti fanno così, tutti qui , adottano questo vile metodo lavorativo.

Ho fatto una decina di stagioni poi per fortuna e audacia ho trovato un lavoro annuale e ho iniziato a capire cosa volesse dire avere ferie, giorni liberi, togliendo altre criticità, per lo meno più’ di tanto le grandi aziende non si rischiano di fare.  Qui invece va tutto al contrario. 

Una terra la cui economia si basa sui finti sorrisi e la finta accoglienza, che lascia morire a Rimini 20 senzatetto in un anno, che sfrutta i suoi figli e i figli di altri e che d’estate veste il suo abito migliore, il più’ ipocrita: la socialità consumistica delle notti rosa ad libitum narra proprio la contraddizione, in termini culturali.

Intanto dentro gli alberghi, i bagni succede di tutto e tutti si voltano dall’altra parte o tornano a fare il bagno. La cosa che trovo più’ triste di tutto questo è l’accettazione della popolazione e la normalizzazione di una pratica illegale sotto quasi tutti i suoi aspetti.

Sta per cominciare una nuova stagione lavorativa ma con gli stessi vecchi metodi di sempre e mi chiedo “Che fare?”.

Se dobbiamo aspettare che qualche politico finalmente riqualifichi le colonie abbandonate di Cesenatico o rinsavisca e capisca che la città va vissuta non va solo sfruttata durante il periodo estivo e che qui i residenti hanno bisogno di poter avere prospettive per costruirsi un futuro normale, se i tanti imprenditori non sentono il dovere morale, il dovere civico di “dare da lavorare” rispettando le leggi, probabilmente ci spetta un’altra migrazione.

Non avrei mai voluto essere figlio di un albergatore o di un proprietario di stabilimenti balneari. Sono il fiero figlio di un Siciliano , che andò con la valigia di cartone a Milano. Sono il figlio di questa terra che amo, che deve imparare a rispettare tutti i figli.

Alfredo

N.B.

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