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DDL ZAN – quando la Politica viene superata dalla società, a che serve?

Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana. Come ovvio, non è un documento facile da sintetizzare, si tratta di progettare un’alchimia tra interessi contrastanti, questioni che riguardano ogni aspetto della vita del futuro cittadino italiano.

Ci sono però principi fondamentali, che sono di tutti i partiti rappresentati nell’Assemblea Costituente e non sono ispirati da principi astratti. Sono forgiati anzi sulla disgrazia del ventennio fascista, concluso con la disastrosa entrata in guerra. Dittatura, quasi mezzo milione di morti, sangue, fame e disperazione.

I primi 12 articoli sono i principi fondamentali della nostra Costituzione e in tutti, nella consapevolezza del fatto che la Società non potesse rimanere cristallizzata in quel tempo, sono presenti Principi Supremi che riconoscono diritti naturali, preesistenti alla creazione di uno Stato. Sono i diritti inviolabili dell’uomo.

Chi vi scrive non è certo un costituzionalista, figuratevi. Per questo, quando si entra nell’argomento, mi riscopro ogni volta sorpreso dalla modernità intrinseca di fondamenta gettate oltre 70 anni fa. In particolare a me piace l’articolo 3:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Quanto è bello questo indirizzo. E quanto è disatteso nel nostro presente?

Ieri, 27 ottobre 2021, hanno affossato il DDL Zan. Era previsto che facesse questa fine e si sapeva anche che sarebbe caduto sotto i colpi del “fuoco amico”, una volta accordato il voto segreto. Non voglio però parlare delle cause per cui questo è accaduto. Molti sapranno analizzarle meglio di me. Preferisco guardare a quelle urla e a quegli applausi esaltati, scatenati in Senato davanti alla conta dei voti, per sottolineare una verità ancora più triste. Almeno per me.

Il DDL Zan, sicuramente perfettibile, aveva però un ruolo molto preciso. Il suo scopo, complementare a una legge contro l’omostransfobia, era quello di raccordare la politica con un’esigenza del suo tempo. In esso infatti comparivano concetti come identità di genere e orientamento sessuale, concetti alla base della discriminazione e della violenza omotransfobica, subita per quello che si è, non per quello che si fa.

Nel 2015 la sentenza 221 della Corte Costituzionale aveva già stabilito che l’identità di genere è un “elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona” e diverse raccomandazioni in questo senso sono arrivate anche dall’Europa.

Ma il parlamento Italiano è un altro luogo. Purtroppo e ormai. E’ un luogo fuori dal tempo, superato dalla società e dalla realtà. Perchè la Società certi concetti li ha già recepiti come dato di fatto, li processa nelle relazioni, nelle economie e in mille altri aspetti, tranne, a quanto pare, quello legislativo. Serviva solo una legge che facesse fare un passo avanti, che dicesse che la Politica, nonostante le evidenti difficoltà culturali, capisce il tempo che vorrebbe amministrare.

Non è così. La politica non c’è. E’ superata, con un colpevole preciso: l’ignavia. I voti ci dicono che sono stati 154 senatori. Che 131 hanno resistito e due, poverini, si sono astenuti, non se la sentivano di decidere chi essere. Ma è stato fatto di peggio. Quelle urla e quegli applausi hanno legittimato un odio, dando conferme a chi lo prova (forse neanche sapendo perché) ed hanno anche ulteriormente ferito persone che quotidianamente vengono aggredite per la loro identità.

Io quelle urla e quegli applausi me li voglio dimenticare. Non penso sia solo arroganza. Penso sia anche l’espressione del brutale egoismo di fondo di cui la nostra Società si dovrebbe liberare culturalmente per potersi realizzare come l’eredità di quel Paese nato nel 1948.

A prendersi le conseguenze di questo rifiuto, non certo il primo, né l’ultimo, ci sono persone, c’è carne e sangue e pensiero e sentimenti, non un’ideologia. Ma per capirlo bisognerebbe vivere in questo tempo. Ci saranno conseguenze anche per la politica a cui la gente sempre meno si affida, come dimostrano le ultime elezioni amministrative.

P.S.

“Noi uomini vissuti e destinati a morire in questa tragica stagione del dolore, dovremo serenamente creare nella Costituente lo strumento per aprire alla giustizia sociale le vie di un domani che noi potremo soltanto intravedere.”[Piero Calamandrei]

@DadoCardone

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Fascio Pass – serve una riflessione meno superficiale.

Catalogare il disagio come semplice stupidità è un alibi pericoloso per chi governa la Società Civile.

I fatti di Roma li conoscete. Una manifestazione NoGreenPass ha provocato diversi disordini tra cui l’assalto ad un pronto soccorso  e a una sede CGIL, quest’ultimo guidato da Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Arrestati.

Le reazioni sono state immediate (giusto), ma non foriere di un ragionamento su quello che sta succedendo. Penso che i rappresentanti della cultura italiana, o perlomeno coloro che si definiscono intellettuali, dovrebbero fuggire la tentazione di mettersi nella squadra dei buoni e annullare qualsiasi tipo di riflessione.

Loro fascisti, i cattivi, noi i buoni, i partigiani, nel 2021 non risolve. Non perché Fiore & Company non siano fascisti, anzi. Fa strano che ci si accorga solo ora della loro esistenza. Ricordo ancora con fastidio quando questo ex latitante, condannato in contumacia per banda armata, si è messo a sfilare per il corso d’Augusto a Rimini assieme a una masnada dichiaratamente fascista.

Il fascismo non è un’opinione.

Tutti a dire “che male fanno”, come se il fascismo fosse un’opinione e non un crimine. Che male fanno lo abbiamo visto domenica. Loro certo loschi figuri che si prestano a questo revival da operetta, ma per manifestarsi il sentimento fascista non ha bisogno di indossare camice nere  e sventolare bandiere. Se è ridicolo pensare che il partito fascista possa essere ricreato, il sentimento è in mezzo a noi e non ci ha mai abbandonato, perché si nutre dell’esasperazione e della confusione delle persone.

Come cercava di spiegarci Pasolini, ormai quarant’anni fa, l’antifascismo di maniera è fuori tempo massimo, perché esiste una forma di fascismo più subdola e insidiosa intesa «come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società». E lo abbiamo visto domenica. Dietro ai fascisti c’erano persone normali, con tanta rabbia. E’ quello stato d’animo che si dovrebbe indagare e cercare di guarire.

Chi sono i NOGreenPass.

Ci sono i No Greenpass, che poi sono dei novax, ma cercano altre definizioni perché essere contro i vaccini nel 2021 è veramente dura per chiunque.  Manifestano la loro idea e a me non da fastidio. Un sondaggio è già stato fatto, l’80% degli italiani ha accettato due dosi, per cui nessun “No” può superare i “Sì” e la Democrazia ha già sentenziato. Se i NO vogliono perdere le domeniche, rinunciare ai luoghi pubblici al chiuso e mettersi addosso lo stigma del lavoratore con un problema, a me come individuo cambia decisamente poco.

Cambia molto però se la politica e la cultura li archiviano come semplici imbecilli. Parliamoci chiaro. Se vattelappesca litiga per il vaccino con un  NOqualsiasi su Facebook, non è niente di più che un litigio tra tifosi. Ma le persone con un peso, un rilievo e un ruolo nella nostra società non possono permettersi di avere un atteggiamento che non sia pedagogico. Se lo fanno, se si mettono anche loro a fare il tifo, ingrossano le fila dei confusi e degli scontenti.

L’origine del disagio.

Ed è proprio qui, se posso esprimere un’opinione, il problema. L’atteggiamento di sospetto verso “la versione ufficiale delle cose” è in campo da molto prima del Covid. Se nessuno se ne fosse accorto accorto, in America Trump ci è diventato Presidente. Di più è rimasto ultra competitivo anche per la seconda campagna elettorale per la Presidenza, che finì con l’invasione del Campidoglio ad opera di “cornuti” in stato d’agitazione, incoraggiati nella convinzione di essere stati defraudati. Non è abbastanza per capire quanto pericoloso sia non occuparsi delle cause di queste nuove dinamiche antropologiche?

Infodemia.

Ci sono cause che riguardano la modernità. L’infodemia è una di queste. Circola una quantità esagerata di informazioni per cui la persona “normale” culturalmente non ha strumenti di vaglio. E bisognerebbe darli fin dalla scuola i mezzi per distinguere le informazioni accreditate, altrimenti la gente finisce per credere che la terra sia piatta, recintata dal ghiaccio e sorvegliata da giganti per conto degli alieni.

La Politica.

C’è poi la sfiducia nella politica come strumento di rappresentanza e nei politici come assuntori di responsabilità. Il 50% delle persone che rimangono a casa per delle elezioni amministrative è un segno pesante di questa sfiducia. Anche il senso comune di “tifoseria” è stato stornato dalla mancanza di un reale senso dell’opportunità politica da parte di chi si candida a rappresentare i cittadini. Sul significato politico della bassa affluenza bisognerebbe aprire un’altra importante riflessione, ma chi ha vinto si sfrega le mani, chi ha perso racconta di essere stato scippato. Per il centro destra c’è stato accanimento della magistratura e Enrico Letta (per fare un autorevole esempio) ci viene a raccontare di aver recuperato “la sintonia” con il Paese.

C’è poi il vizietto della politica di usare la confusione. Non condanna, ammicca, si fa possibilista, non prende posizioni, proprio perché in competizioni elettorali in cui si vince con la metà più uno, della metà di quelli che hanno diritto al voto, anche una palazzina di famiglie può cambiare le sorti. E dunque perché inimicarsi novax o nogreenpass? Perché prendere posizioni ferme e decise contro il sentimento fascista che ci pervade? Perché non andare a stringere alleanze con stati che legiferano contro la libertà d’informazione e contro i diritti? La risposta è facile, quanto drammatica. Il motivo è semplicemente che anche quel sentimento fascista può essere usato elettoralmente, ma non solo dalla destra eh! Da entrambi i poli d’attrazione politica, perché se per la destra sono voti, per la sinistra c’è il nemico da combattere.

Gli intellettuali.

Per ultima, ma non per ultima come causa, metto l’incapacità della Cultura (nel senso più ampio del termine) e dei suoi depositari di saper leggere il presente e affrontarlo in un ottica che li spinga fuori dalla loro comfort-zone. La pratica pedagogica in questo Paese, ma non solo qui, risulta  annichilita da egomaniaci che sacrificano l’approfondimento teoretico, psicologico, didattico e antropologico, al vantaggio personale di qualche passaggio in tv. Il massimo ottenibile oggi.

Perché alla fine della storia se non sei capace di fornire i mezzi a chi ti ascolta per fruire del tuo sapere, tu stesso sarai valutato senza quei mezzi. E diventerai famoso non nel merito di quello che studi e/o insegni, ma perché scrivi libri e fai interventi nei quali prendi prendi in giro chi non ti capisce. A sua volta chi non ti capisce (ma anche chi fa finta di capirti per non sentirsi inadeguato) e ti percepisce asservito a certi interessi,  vede che ti sei guadagnato il tappeto rosso al festival del cinema di Venezia solo perché lo hai deriso. Cosa può generare tutto questo se non una rabbiosa distanza sociale?

Il dissenso.

In una Democrazia reale, applicata, il dissenso c’è sempre, anzi è addirittura vitale e infatti è stato organizzato nelle istituzioni stesse come sistema di contrappesi tramite l’opposizione. Il dissenso civile va compreso, analizzato seriamente. Nel disagio si nascondono necessità reali. Pensare che le persone siano solo stolidi consumatori, che ogni tanto diventano dei rivoltosi solo perché gli va, è un atteggiamento pericoloso per tutti. 

Mi auguro che chi si dichiara intellettuale prenda un po’ più a cuore la questione, perché a me pare che tutto sia trattato con l’estrema superficialità della sola scelta dell’ombra del campanile sotto cui stare. Che poi è anche quello che fanno i NoGreenPass alla fine dei conti, anche se la loro scelta è destinata ad essere minoritaria.

P.S.

Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la ‘cultura’ con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.
(Pier Paolo Pasolini)

@DadoCardone

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VIOLENZA VERBALE – Comunicato stampa del neo consigliere Marco Tonti.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Marco Tonti, nuovo consigliere di maggioranza eletto con la lista Rimini Coraggiosa.

VIOLENZA VERBALE DA PARTE DEL CONSIGLIERE USCENTE LUIGI CAMPORESI NEI CONFRONTI DI RAFFAELLA SENSOLI.

Leggendo le reazioni post elettorali sui social mi è capitato di leggere un commento intollerabile da parte del Consigliere uscente Luigi Camporesi.

Riferendosi alla debacle elettorale del Movimento 5 Stelle dice che ora dovranno trovarsi un lavoro e poi si riferisce all’ex consigliera regionale Raffaella Sensoli in questo modo (CITO TESTUALMENTE):

“Sensoli dimostra che il PD è in grado di trovarne*. Pare sia sufficiente qualche fellatio elettorale.”

L’asterisco richiama ad una meschina spiegazione secondo la quale la “fellatio” avrebbe un senso “figurato”.

A questo proposito mi sento di dire due cose. La prima è che una violenza anche se figurata è sempre una violenza. E poi che mi risulta incredibile che una persona come Camporesi, che ha avuto un ruolo di rappresentanza pubblica, si lasci andare ad una simile bassezza per esprimere il suo disappunto.

In questa campagna elettorale abbiamo speso molte parole contro la violenza di genere e per la dignità delle donne. A quanto pare è già venuto il momento di passare dalla teoria alla pratica e condannare pubblicamente un comportamento inaccettabile.

Raffaella Sensoli difenderà sé stessa nella maniera più adeguata, ma bisogna dire chiaramente che in nessun caso è accettabile usare il sessismo per fare battaglie politiche, in nessuna circostanza, neanche quando lo si ammanti meschinamente come una “battuta” o una “goliardata”.

Invito i nuovi eletti e le nuove elette a prendere posizione contro questi comportamenti indegni sia per l’oggi che per il futuro, a dichiarare fermamente che questa non è la Rimini che rappresenteranno, e che si impegnano a contrastare ovunque e in ogni circostanza queste forme becere di violenza verbale.

Marco Tonti

Rimini Coraggiosa

P.S. della Redazione

A settembre abbiamo assistito a molte iniziative in favore delle donne a cui la coalizione del nuovo sindaco, Jamil Sadegholvaad, ha giustamente dato spazio. Le azioni simboliche sono molto importanti, ma possono essere scambiate per “Pink washing” se poi non seguono i fatti. Siamo tutti molto curiosi di vedere in quanti si dissoceranno da questa brutto comportamento.

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Rimini Amministrative 2021 – Jamil Sindaco al primo turno. Risultati delle liste e seggi assegnati.

Come previsto nel precedente articolo la scarsa affluenza ha favorito il partito di sistema, piuttosto che le “novità”. Jamil Sadhegolvaad, al primo turno, è il nuovo sindaco di Rimini.

Con il 51,32% dei voti non ha bisogno di cimentarsi nel ballottaggio. L’analisi del dato è impietosa per i suoi avversari, non perchè si tratti di un risultato eclatante, ma perché al suo immediato inseguitore, Enzo Ceccarelli, bastavano circa 2000 voti per una seconda manche in cui le regole d’ingaggio sono decisamente diverse.

I voti c’erano, ma sono rimasti a casa. Con un’affluenza del 55, 59% hanno disertato le urne esattamente 53.433 aventi diritto. Persino il partito degli anti vaccinisti ha trovato un 4%, chi è mancato all’appuntamento?

Nella coalizione di centro destra Fratelli d’Italia (13,77%) super di poco la Lega (13,46%) e insieme sconfessano il dato nazionale dei sondaggi. Tra gli altri, lasciando perdere inutilità come il Popolo della Famiglie e Rinascimento Sgarbi, chi ha fatto un grosso buco nell’acqua è Lucio Paesani. Considerate le risorse messe in campo e l’impegno profuso, pare che siano mancati proprio lì i voti di accesso al ballottaggio.

Con 1.082 preferenze ha ottenuto meno di Erbetta, il consigliere che si faceva tagliare la siepe da Anthea e che in questi giorni girava per i seggi travestito da Craxi, con tanto di Garofano.

L’altra grande sconfitta è Gloria Lisi (8,93%), che ottiene un consigliere di consolazione.

Era lecito per lei sognare il ballottaggio? Le analisi politiche, più o meno autorevoli, scommettevano di no. Anche qui però qualcuno ha mancato l’appuntamento. Il Movimento a Rimini, con due parlamentari in campo e il King delle Milf Giuseppe Conte che scorrazza per il centro, vale 1509 voti (2,45%).

Appena poche ore fa Beppe Grillo esclamava in un post:

Più che il punto esclamativo doveva metterci una bella emoticon rassegnata. Il Movimento è un ormai un oggetto politicamente inerte. Gli unici che hanno tenuto duro sono gli eletti con responsabilità amministrative. Raggi a Roma saluta con un onorevole 20% e Gennari a Cattolica ottiene il ballottaggio. A Bologna, seppur in coalizione con il PD racimola un 3,37%.

Ma torniamo a Rimini. Tra le new entry c’è Rimini Coraggiosa.

Migliora, anche se di poco, il dato delle regionali e fa entrare Marco Tonti in Consiglio Comunale. Segnatevi la data. Rimini nell’ottobre del 2021 ha ottenuto il primo consigliere ufficialmente LGBT nella storia del Comune. E, per quanto ci riguarda, questa è l’unica novità degna di nota in questa brutta campagna elettorale dove i candidati hanno saputo discutere solo di parcheggi e telecamere.

Le sfide dell’imminente futuro sono molto difficili. Riempire il Consiglio Comunale di gente che fa fatica a capire il presente non è salutare. Bisognerà parlare di Diritti, di transizione ecologica e digitalizzazione. Per cui tenetevelo caro il Tonti, visto che sarà l’unico capace di mettere in fila un discorso che non sia tratto dal Manuale delle Giovani Marmotte.

@DadoCardone

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Rimini, amministrative 2021 – dati sull’affluenza – chi si deve spaventare? (Aggiornato)

Secondo i dati ufficiali del Ministero degli Interni, aggiornati alle 23:46 di domenica 3 ottobre, i cittadini riminesi al voto sono stati 50.687 su 120.330 aventi diritto

Una percentuale del 42,12%

Bassa? Per il momento sì, ma bisogna considerare che il voto è distribuito in due giorni e che non si può nemmeno operare un raffronto con le precedenti votazioni, che si tennero nella sola giornata del 5 giugno 2016.

In quel caso l’affluenza fu del 57,86% (circa il 10% in meno delle precedenti).

Quella volta vinse Andrea Gnassi al primo turno, con una percentuale doppia rispetto al suo primo competitor Marzio Pecci della Lega, candidato per il centro destra unito.

Un’elezione sui generis. Il Movimento, forte di un buon dato nazionale e di un ottimo lavoro sul territorio, venne suicidato da Beppe Grillo in persona che non voleva discutere con l’ex moglie, convinta che oltre al mantenimento le spettasse anche una lista 5 stelle a Rimini.

I voti del Movimento non pervenuto vennero raccolti in parte dall’ex (non di Grillo) Luigi Camporesi che ottenne un 9,53% condannando se stesso e Gnassi ad altri inutili 5 anni di bestemmie tra i denti.  

Dal ritiro del Movimento anche Pecci ottenne qualcosa, perché si sa che i 5 Stelle sono ecumenici. Non abbastanza però. Rimase infatti ben lontano dallo sfiorare il ballottaggio, forse per l’innata passione del centrodestra a candidare sindaci “forestieri” in una Rimini che non sopporta nemmeno i riminesi. Figuriamoci un riccionese o un bellariese.

Tornando alle elezioni odierne e all’attuale bassa affluenza. A chi fa bene e a chi fa male la diserzione delle urne? Gli elettori dei partiti più radicati e strutturati, pur nel calo generale, sono più motivati al voto. Questa potrebbe sembrare una considerazione ovvia, ma è senz’altro una chiave di lettura valida. Storicamente i partiti del cambiamento (vero o supposto che fosse) hanno sempre beneficiato di un’affluenza sopra la media.

Per cui il Partito Democratico, sebbene abbia dato il peggio di se (per il momento) con la solita “guerra tra bande”, è favorito dalla situazione, soprattutto perché radicato amministrativamente e presenta il valore della continuità. La gente, si sa, preferisce il male conosciuto, se le si presenta in alternativa qualcosa di incerto e sconosciuto. In fondo, nonostante il tifo, le promesse della politica rimangono quello che sono: opportunismo che poi si scontra con il vero impegno amministrativo.

Gli altri partiti (o liste, o movimenti, o gruppi di terapia che siano) dovrebbero temere la scarsa affluenza. Il centro destra è sostenuto da un eccellente dato nazionale, ma sembra giocare a perdere, candidando sindaci senza legami con il territorio. Chissà forse hanno visto il conto rimasto sul tavolo e pensano sia meglio pagare il prossimo giro.

Gloria Lisi ha composto un’alleanza funzionale alle elezioni, come un raggruppamento temporaneo d’imprese. Utile solo se si arriva al ballottaggio, ma inutile per fare l’ago della bilancia una volta esclusi dalla competizione. Le liste smarrite si comprano con le caramelle. Bene, tatticamente parlando, l’alleanza con il Movimento, ma lei più di chiunque altro, essendo la “novità”, soffrirà il protrarsi di una scarsa affluenza.

Rimane l’incognita di Rimini Coraggiosa, anche se comunque funzionale a Jamil Sadhegolvaaad. E’ l’unica lista, tra quelle che si candidano per la prima volta alle amministrative, ad avere una storia sul territorio.

Anche se i risultati delle ultime regionali su Rimini non sono stati certo incoraggianti ( 1.555 voti per il 2,25%% delle preferenze), in questa tornata possono vantare il valore aggiunto di Marco Tonti, il primo candidato ufficialmente appartenente alla comunità LGBT nelle amministrative riminesi. Sembra quasi di essere nel 2021, vero?

In ogni caso. Il prossimo aggiornamento sarà di oggi, lunedì 4 ottobre, alle ore 15.00 ed allora potremo meglio considerare il dato dell’affluenza.

AGGIORNAMENTO ORE 15.00

L’affluenza è un po’ risalita, ma il calo è confermato.

Il risultato è del 55,59% contro il 57,86% delle precedenti.

2,27% punti percentuali non sembrano un grande calo, ma confermano il trend in discesa della manifestazione elettorale che dovrebbe essere la più seguita in quanto connessa più direttamente agli interessi dei cittadini. Se poi il dato viene confrontato alle precedenti Regionali (con minaccia Covid più severa) è addirittura avvilente. A quella tornata elettorale avevano partecipato il 63,54% degli aventi diritto… e non era certo un risultato esaltante.

A più tardi con l’analisi del voto.

@DadoCardone.

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L’invenzione dei corpi – di Pierre Ducrozet – Recensione.

Fuga lirica dai propri corpi e da un futuro ineludibile. Il Cyberpunk del 21° secolo contro l’era dei social.

Fazi editore – 298 pagine – 17,00 € al momento del mio acquisto.

L’invenzione dei corpi è stata una bella scoperta (lasciamo stare la brutta copertina) . La chiave di lettura è proprio il titolo e ti serve. Te lo devi portare dietro, perché questo libro è tante cose. E’ una denuncia, un’avventura, una precognizione, in alcuni tratti è persino metafisico e tocca anche punte di lirismo durante la descrizione di un paio di fughe.

trama

Alvaro è un giovanissimo professore di informatica, coinvolto suo malgrado nel massacro di stato di Iguala nel 2014. Già prima il suo corpo mal sopportava i limiti della sua povera realtà. Dopo il massacro, a cui riesce a sfuggire per miracolo e non senza segni indelebili, il confine della sua terra diviene insopportabile e si unisce ai profughi che rischiano la vita cercando di raggiungere gli USA dal Messico.

Adele è una biologa, una specialista nel campo delle staminali. Lei i corpi preferisce vederli da dentro, attraverso un microscopio. Le piace pensare a infiniti universi di fronte ai quali rimanere incantati, invece che a corpi sottoposti al giudizio, e alla violenta banalità dei desideri.

Entrambi vengono coinvolti da un magnate dell’era digitale in una serie di esperimenti transmumanistici fuori da ogni etica e morale. Lui il suo corpo lo vuole rendere immortale ed ha già in mente come sostituirne e migliorarne ogni singolo pezzo.

Alvaro e Adele tentano la fuga prima e la rivalsa poi, unendosi a geni transgender della rete, che cercano di hackerare i loro stessi cervelli, e a Profeti New Age del World Wide che vogliono il mondo libero dai vari Zuckember & co.

lo consiglio?

E’ un bel libro, soprattutto per l’intenzione che dimostra nel voler recuperare il valore nativo della rete, l’unica invenzione nata da un’intuizione collettiva e partecipata nella realizzazione. Si perde un pochino nel finale, perchè autori e lettori fanno fatica a spezzare storie d’amore e preferiscono semplificare a costo della coerenza.A parte questo, da leggere sicuramente e da farne propri molti passaggi, a proposito di quello che siamo e di quello che diventeremo.

@DadoCardone

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Rimini 2021. Che paura questa campagna elettorale…

Ce lo vogliamo dire chiaro? Non si può fare una campagna elettorale di un mese. Anzi, lo dico meglio. Non si può permettere che una lista elettorale, messa assieme alla bell’e meglio,  si presenti ad un’elezione facendo finta per un mese di capire quello che dice.

E’ una presa in giro. Peggio, è una struttura piramidale studiata per vendere aspirapolvere. Vuoi diventare Consigliere Comunale? Passa per i parenti e portaci una decina di voti, che forse (ma forse) vedi il capolista sedere in Consiglio mentre cerca di far mente locale: “cosa sono venuto a fare qui?” . Di solito realizzano dopo un paio d’anni.

Da che parte stai? C’è una lista per ogni gusto. Noi siamo gli imprenditori (qualsiasi cosa voglia dire questa parola), noi siamo quelli che non vogliono il Green pass, noi siamo i baristi acrobatici. Avanti Azdore e Umarell c’è posto per tutti, per chi sa far bene la piadina e per chi sono 40 anni che guarda  i cantieri, avrà pur capito qualcosa dell’urbanistica, no?

Una lista civica, perchè rappresenti il territorio, ha bisogno di vivere la gente e i problemi, per anni.  E gliene deve pure fregare!!! Non si possono prendere esperienze singole, soggettive, e far finta che contino qualcosa. I problemi di una città sono complessi e le amministrazioni appesantiscono inevitabilmente questa complessità con leggi, burocrazia e vizi dello status quo. Arriva uno (o una) che si è fatto i fatti suoi per 50 anni e diventa l’uomo del cambiamento? E con lui altri 32 che si sono conosciuti una settimana prima? Eddai!

Ho visto cose in questa campagna che voi “scrutatori non votanti” non potreste capire. C’è Jamil che non può fare nemmeno il manifesto da solo. Alle spalle deve avere lupus in fabula, giusto per far capire che quest’uomo l’ha inventato lui e lo parcheggia dove vuole (probabilmente vicino alla sua moto in Comune).

C’è Ceccarelli che vuol preservare il patrimonio della Rimini Romana, ma riaprire il Ponte di Tiberio. Anche lui ha qualcuno alle spalle, però usa meno il fiato sul collo, perché è impegnato a litigare con chiunque, sia via social che fisicamente. 

C’è Gloria Lisi. Tra liste e collegati ha recuperato 144 candidati per fare la “Rivoluzione Gentile”, che, oltre ad essere un’appropriazione indebita del titolo del Docufilm su Franco Grillini e di un suo libro, sembra una rivoluzione senza impegno, soprattutto rappresentata da chi ha fatto per 10 anni in vicesindaco. Ma lei è il frutto tipico della politica gnassiana :”o mi adori o sei fuori”. Ne abbiamo visti un po’.

Oh, ma poi ci sono anche i contorni eh! C’è Erbetta (a proposito di contorni) l’intollerante verso il malaffare, ma solo verso quello. Perché quando prima, da consigliere comunale di maggioranza, si è fatto tagliare la siepe di casa da Anthea, di tolleranza ne aveva. Lui è quello che in 100 giorni ripulisce Rimini (ipse dixit),probabilmente lo farà ispirandosi al suo Lume, Bettino Craxi, ricordato dai più per le mani pulite… o era “Mani Pulite”. Vabbeh, non importa, la cosa più interessante è il suo slogan probabilmente  mutuato direttamente da una categoria di PornHub: La Terza Via.

Non dimentichiamo Sergio Valentini. Brav’uomo, di saldi principi di sinistra, ma inadatto all’epoca dei social. Penso che il profilo instagram della sua lista sia degno della pagina Intrashtenimento. Guardatelo se vi capita e seguitelo mi raccomando. E’ così brutto da essere persino bello.

Non mi dimentico neanche del Sindaco 3V (o è 5G?). Cioè, non è che lo dimentico, non ne voglio proprio parlare.

E questi sono solo i maggiorenti di questa campagna. Poi abbiamo una tale quantità di specchietti per le allodole che le allodole ormai soffrono tutte di gravi crisi isteriche. Per come la vedo io ci sono solo due persone veramente interessanti e degne di essere citate come novità. Mi permetto di sottolinearlo perché la mia opinione notoriamente non sposta nulla, dunque non c’è dolo.

Il primo è il mio amico Marco Tonti. Uno che la politica, quella vera, quella che ha a che fare con l’esistenziale, la fa da sempre. Presidente di Arcigay, una storia personale e di attivista che certifica il suo impegno per i Diritti. 

La seconda è Chiara Bellini, che vedrei più come Sindaca che come vice. Non la conosco di persona, ma l’ho incrociata qualche volta in pubbliche occasioni. Carriera Accademica, cultura, proprietà di linguaggio sono evidenti, potrei scommettere anche su una certa intelligenza e una capacità nel relazionarsi quasi instantanea. Sono tuttavia giudizi superficiali. Come dicevo in apertura, la campagna è troppo corta per capire il reale valore d’ognuno. Ci vorrebbe più tempo per comprendere qual é il motivo per cui una persona intelligente voglia avere a che fare con il PD. Certo, poi ci sono gli stereotipi, ma di quelli facciamo meno.

P.S.

“Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile.”

Andrea Camilleri

@DadoCardone

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Follia – di Patrick McGrath – Recensione

Edito da Adelphi – 296 pagine – 13,00€ al momento del mio acquisto.

Chiedo scusa alle 4 gentili persone stranamente interessate all’inutile rubrica, è un po’ che vi lascio senza un libro, ma in questo periodo ho un pochino da fare. Oggi vi propongo un romanzo particolare.

Follia è la storia di un adulterio. Come in ogni storia di sesso e amore che si rispetti il minimo sindacale dei protagonisti è due, solo che Stella ed Edgar non sono persone comuni. Edgar è un uxoricida paranoico, uno che ha decapitato la moglie, e Stella è la consorte dello psichiatra che lo ha in cura nel manicomio criminale in cui è rinchiuso.

Questa è la storia di una caduta senza rimedio in una passione fuori da ogni logica, ma proprio per questo fortissima, alimentata dai lati più oscuri della mente. Una passione che consuma e distrugge tutto, non solo i protagonisti, ma anche chi è al loro fianco… o cerca di restarci.

La particolarità di questo romanzo è che, pur raccontando fatti che sfuggono alla ragione, lo fa attraverso l’investigazione psichiatrica del medico che ha in cura entrambi i protagonisti, ma senza perdere una certa tensione di fondo, anche perché egli stesso sarà coinvolto personalmente.

Lo consiglio? Sì per la storia, sì per lo stile. Attenzione però, è una storia triste. Dall’inizio alla fine.

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E’ ora di parlarne con i giovani, dei giovani.

Riceviamo e pubblichiamo, come sempre volentieri, questa lettera del nostro amico Alfredo. Anche questa volta ci offre “l’altro” punto di vista.

Questa è un’umile lettera a chi ha la responsabilità di amministrarci. Parte con una sentenza , che può decretare solamente qualcuno che in questa storia generazionale vive i disagi del lavoro e della precarietà: se credete che un reddito di cittadinanza dissuada ragazzi dall’avere un lavoro o siete in malafede o siete totalmente distaccati dalla realtà. Il fatto che negli ultimi anni, grazie a Dio, si sia parlato molto di più’ delle criticità del lavoro stagionale dovrebbe essere un input per una classe dirigente diligente a cavalcare questo sentimento collettivo e finalmente mettere mano senza deresponsabilizzarsi al sistema, definibile schiavista, che è il lavoro stagionale in certe zone d’Italia. Io che coi miei coetanei ci parlo, conosco a menadito le preoccupazioni e i tantissimi che lamentano di non avere il cosiddetto lavoro sicuro, per poter prendere in affitto una casa, avere un mutuo , comprare una macchina a rate e, i piu’ romantici addirittura, senza troppo cinismo, per pensare di mettere su famiglia. 

La narrazione è altamente tossica e in campo non si mettono quasi mai soluzioni a favore della moltitudine, in questo caso di giovani precari come categoria, basterebbe aprire un po’ le orecchie e andare in giro per rendersene conto. Nelle lamentele dei proprietari di attività non si è sentito nessuno ammettere questi gap sistemici, ma anzi cavalcare questa menzogna , come se in Italia, si potesse vivere con 800 euro al mese, che se andiamo a vedere nel dettaglio, non vengono proprio regalati a chiunque li chieda, per cui escludono una fetta di persone che potrebbero averne bisogno ma non riescono ad accedervi. 

 La mia generazione ha fatto da termometro a questa crisi e ne conosce le temperature , molti non più’ disposti a prendere la supposta, ma reclamano diritti basilari di un lavoro che sia anche etico, invece oggi le pochissime aziende che offrono lavori a tempo indeterminato(fabbriche, GDO…) fanno proroghe infinite e chiedono tantissimo ai lavoratori, perché sanno che ormai quel tipo di contratto lì non viene quasi più’ fatto in altri settori. E’ difficile si faccia come si faceva anni fa , che trovata un’azienda ci andavi in pensione. Queste voci di corridoio che speriamo restino tali, che dicono che ad esempio se non accetti il lavoro dopo due volte ti viene tolto il sussidio e che c’è rischio sia così anche per lavori stagionali, come sempre dà troppo potere al datore di lavoro e poco al lavoratore e non valuta le criticità sopra citate, soprattutto l’idea che non ci dovrebbe essere una condizione di vita tale che ti “costringe” ad accettare un lavoro malpagato o sfruttato.

Non affrontando mai questo punto, non analizzando mai quelle catene invisibili si fa un grosso errore di cecità e si continua in modo palliativo a dare soluzioni che il tempo inevitabilmente muta. Ci vuole una grossa riforma del lavoro , del suo mercato , che parta dai diritti e dal concetto che non viviamo per lavorare, che è una banalità che sentiamo dire da quando c’erano gli schiavi (dichiaratamente tali), ma che ancora, come Società, è un nodo da sciogliere. Bisogna rivedere i ritmi del lavoro, i giorni di riposo, la fatica e con essi la produttività , il meccanismo forsennato che inchioda la nostra vita sul tapis roulant del capitale. 

@alfred

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Salvini nel covo della Troya

Salvini lancia la campagna del centro destra con una cena al Coconuts, locale in diverse occasioni apparentato con il Rimini Summer Pride. Cosa diranno i suoi elettori?

Come tutto diventa relativo quando si parla di elezioni.

Lo ammetto, scrivendo questo articolo mi sto un po’ trattenendo. Ho trattenuto le risate mentre correvo a scrivere ed ora mi trattengo un po’ da quello che vorrei scrivere veramente. Devo, assolutamente devo, mantenere un certo distacco mentre vi parlo delle strane occasioni che nascono dal relativismo morale della politica.

L’ispirazione mi arriva dal lancio del campagna del CentroDestra unito per le amministrative 2021 nel comune di Rimini. Lunedì sera, questa sera, al Coconuts farà gli onori di casa Matteo Salvini in persona.

Ora. Io sono sicuro che Salvini non ha nulla contro gli omosessuali e men che meno Lucio Paesani. Ah, di lui poi sono proprio più che sicuro, considerato che nel 2016 ha agghindato rainbow tutto il Coconuts e vicino al logo del locale ha apposto quello della Troya, l’istituzione ibizenca, la mamma delle delle feste LGBT friendly.

Ci metto la mano sul fuoco, come si dice. Quello su cui non metto la mano da nessuna parte, ma neanche se vedo un accendino in lontananza, è la tolleranza dell’elettorato di Salvini e del suo schieramento verso il mondo LGBTQIA (per i leghisti in lettura: i frufrù. Se no non ci capiamo).

Cosa ne penserà il (poco) variegato mondo del centro destra di questa commistione? Il popolo leghista sarà contento di “avercelo duro” proprio in quel luogo? I meloniani potranno inorgoglirsi per Dio, Patria e Famiglia, nel covo della Troya? E quelli che “quando c’era Lui i treni arrivano in orario”? Evocheranno il fondamentalismo cristiano?

Ora… prima che qualche coda di paglia cominci a scrivermi qua sotto che è di centro destra, ma ha tanti amici gay, ribadisco: a Salvini non frega niente, ne sono sicuro. La sua è la morale del citofono, ve la ricordate no? Lui può suonare chiedendo se ci sono degli spacciatori in casa, ma nessuno si deve azzardare ad invadere la privacy di chi si fa i fatti suoi, covid o non covid. Per cui non può permettersi categorie troppo rigide.

Se serve elettoralmente, Matteo può tranquillamente cenare in un luogo che ha promosso l’assembramento di persone in una relazione complicata con l’idea di conformità sessuale condivisa nel centro destra. Quello elettoralmente rilevante si intende.

Sono curioso però di sapere come farà a far digerire questo piccolo strappo, o se addirittura avrà bisogno di farlo, perché il suo relativismo (che qualcuno chiama incoerenza) è un fenomeno veramente curioso, è da studiare come il suo “popolo” lo accolga fiducioso.

Sono stato bravo? Di parte certo, ma io una parte la prendo sempre. Un’altro che ha le idee chiare  sulla parte con cui schierarsi e Marco Tonti. Presidente dell’Arcigay di Rimini, promotore del partecipassimo Rimini Summer Pride, nonché capolista candidato con Rimini Coraggiosa. A lui un’opinione l’ho dovuta chiedere per forza.

Marco: ieri Pride, oggi Salvini che lancia campagne del centro destra dallo stesso luogo, che ne pensi?

“Se non stessimo parlando di diritti umani sarebbe divertente al limite del surreale che la campagna elettorale della destra parta proprio dal Coconuts. Va bene che siamo a Rimini e con le vele tocca andare un po’ dove tira il vento, ma ricordo ancora durante il primo Summer Pride di Rimini l’insegna rainbow del Coconuts, il carro del Coconuts carico delle drag queen della Troya di Ibiza che ha fatto tutto il percorso con noi. Possiamo quindi pensare che Ceccarelli, qualora diventasse sindaco, salirebbe sul carro delle drag organizzato dal Coconuts? Sarà alla cena di lancio della campagna il Popolo della famiglia, in quel covo di perdizione? Perché le cose sono due, o il Coconuts si è pentito di aver partecipato a ben tre pride e ora si è convertito alla santità, o vedremo molto imbarazzo stasera.”

P.S.

Ciò che manca a Dio sono le convinzioni, la coerenza. Dovrebbe essere presbiteriano, cattolico o qualcos’altro, non cercare di essere tutto.
(Mark Twain)

@DadoCardone

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I magnifici idioti – di Stefano Piedimonte  – Recensione.

Edito da Rizzoli – 295 pagine – 18,00€

Piedimonte non lo avevo mai letto e devo ammettere di aver comprato questo libro per la premessa di De Silva sulla copertina. De Silva mi piace, ergo… potere del marketing.

Mi è andata bene, d’altronde agli scrittori napoletani basta guardarsi attorno per poter scegliere tra una quantità di maschere della commedia, che sgorgano spontanee dalla complessità di quella città. Ce lo aveva insegnato, tra gli altri, la “Napoli di Bellavista” di De Crescenzo (almeno a chi ha avuto la fortuna di averne una copia in casa.)

Piedimonte non tradisce la tradizione, anzi ne coglie un’aspetto fondamentale: il surreale, che diventa cosa normale. “Non è vero, ma ci credo” dicono da quelle parti e allora tanto vale comportarsi “come se”.

Nelle campagne lombarde viene trovata una palla di notevoli dimensioni e di origini sconosciute, in mezzo ad un campo. Nessuno ha visto com’è arrivata ed è leggermente radioattiva. Tutto il Consiglio dei Ministri, tranne un Presidente del Consiglio allergico alle decisioni, si occupa del caso, senza risparmio di uomini e mezzi.

Per un “primo contatto”, però, sono necessarie quattro persone sacrificabili e così vengono contattati: un mariuolo, un camorrista, un prete sciroccato e una influencer, tutti napoletani, tutti troppo bisognosi di soldi per chiedersi cosa stanno andando a fare. Intanto, nelle campagne attorno al luogo del ritrovamento, Morimondo, le lepri si comportano in modo strano.

E’ un libro tutto da ridere, come lo è ognuno dei personaggi, sembra quasi non ce ne sia nessuno secondario. E’ uno di quei romanzi che sembrano assurdi, ma tra le righe ci puoi riconoscere un sacco di realtà. 

Resisto nel descrivervi i personaggi, non voglio  togliere il gusto della lettura a chi seguirà il mio consiglio: Se non lo comprate vi faccio dare un ceffone da Sasà o’ Schiaffo.

@DadoCardone

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Fontana Malata

Inaugurata la fontana in piazza Malatesta. Al posto del fossato originale si è scelto di sminuire il Castel Sismondo con una piscina per il pediluvio.

Come avrete notato, pochi ed affezionati lettori, è da un po’ che non scrivo sulla Città di Rimini. Non lo faccio semplicemente perché affrontare temi politici non porta altro che polemiche inutili, non si aprono vere riflessioni. Si favorisce tuttalpiù un gioco delle parti e si finisce per rimanere inscatolati sotto una bandiera che non ci appartiene.

Sullo scempio che è stato fatto in piazza Malatesta però qualcosa la devo dire. Non che la mia opinione possa essere messa su qualche bilancia, pesa poco, tuttavia una ferita del genere richiede l’unico contributo che sono in grado di dare, la mia testimonianza. Lo devo a me stesso.

Cominciamo da principio. Rimini ha la fortuna di essere colma di tesori storici, cose di cui la maggior parte del turismo che l’attraversa non sa, né si interessa. Tra queste ineguagliabili eredità c’è Castel Sismondo, un castello della metà del 1400. Pare che alla costruzione, voluta da Sigismondo Pandolfo Malatesta, abbia partecipato anche Filippo Brunelleschi.

Per molto tempo si è discusso di come comportarsi con l’edificio che, nella costruzione originale, era dotato di un fossato asciutto. Tra l’altro scoprire il fossato avrebbe rivelato di più del progetto originale, non un semplice fosso, ma “un vuoto definito da un’architettura” (come spiega con ampia letteratura il Prof. Rimondini da Rimini).

L’amministrazione di Rimini, seguendo logiche d’arredamento che hanno caratterizzato gli ultimi 10 anni, ha scelto però di rinunciare a questa unicità e di proporre una versione come dire… più facile da capire per tutti. Prima ha circondato il Castello con un praticello IKEA e poi gli ha inferto un colpo finale con una fontana aquafan. (Non che io abbia qualcosa contro Aquafan, ma li le piscine dove rinfrescarsi i calcagni svolgono una funzione coerente con il luogo.)

Ora. Come da sempre, in tutte le discussioni che riguardano Rimini e il mandato dell’Arredatore, abbiamo a che fare con l’unica superficiale constatazione: “ma è bella”. E qui mi prende lo sconforto…. Però cercherò lo stesso di spiegare un concetto che pare semplice, ma alla riprova dei fatti non lo è.

Avete presente il detto: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”? Ebbene, questo modo di dire non sta a significare che tutto ciò che ci piace, anche se vittime di lobotomia, è automaticamente giusto. Al contrario sta ad indicare quanto il valore della “bellezza” sia aleatorio.

Ciò che è bello oggi, non lo sarà tra dieci anni, figuriamoci tra cento. E’ per questo che esistono dei canoni di classicità che le soprintendenze dovrebbero difendere. A quanto pare per Rimini questa cosa non vale, come abbiamo già avuto modo di notare per la passerella che hanno aggrappato alle Mura Malatestiane, sfondandole con un centinaio di buchi.

Questa fontana poi, non so se inconsciamente o volontariamente, risponde al desiderio di consumo compulsivo della nostra società e guardate che questa non è una critica al sistema economico in quanto tale. E’ una critica allo svuotamento dei livelli di percezione della realtà. 

Un’opera d’arte, un patrimonio paesaggistico, un’eredità culturale, non sono solo buoni sfondi per i selfie. Sono cose da contemplare, su cui riflettere, in cui coltivare i nostri pensieri. Cose che addirittura provocano stati di confusione, come con la sindrome di Stendhal, ma non lo fanno perché sono semplicemente belle. Bello, di per sé, non vuol dire un cazzo (scusate il francese).

Se guardo il David del Caravaggio mi appassiono alla scena, mi turbo per la violenza, cado nel suo buio, ma non è che mi vien voglia di farci un buco per mettere la mia faccia al posto di quella di Golia e farmi un selfie (magari con il segno storto di vittoria come si usa) . E questo è esattamente quello che fa la “fontana malata” di piazza Malatesta. A chi importa veramente di essere di fronte ad un castello costruito 500 anni fa con il contributo di Brunelleschi ?

Lui sarebbe veramente contento, mi pare di sentirlo. “Ne è valsa la pena. Il mio genio coperto di prato Ikea e gente che inzuppa cani e pannolini mentre si ritrae con alle spalle il famosissimo Castello de Sticazzi. Ne è valsa proprio la pena.”

La gente, manco a dirlo, ha colto al volo l’invito a consumare la cartolina. E il Comune ripara con un regolamento che vieta quello per cui la fontana è stata costruita. Perchè a me non risultano altri motivi per fare una fontana con acqua alla caviglia e spruzzi. A Cattolica, da una vita, ci sono le fontane danzanti. La gente capisce qual è lo scopo. Ci si mette davanti e le guarda, non si butta dentro. Sul lungo mare invece ci sono quelle con gli spruzzi. La gente capisce lo scopo. Ci si mette sopra e si rinfresca le pudenda. A Rimini abbiamo fatto l’unica fontana per rinfrescarsi la uallera da guardare. Però bella eh!

P.S.

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.

(George Bernard Shaw)

@DadoCardone

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”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

”L’invenzione del suono.” Di Chuck Palahniuk – Recensione.

Strade Blu Mondadori – 231 pagine – 18,00€ 

Conoscete uno scrittore più matto di Chuck Palahniuk? A proposito, lui stesso ha spiegato che il suo cognome si pronuncia Pòlanic. Giusto nel caso vi capitasse di dover dire “Sto leggendo l’ultimo libro di Coso, come si chiama?”

Comunque. Se pensate che i NoVax abbiano costruito nelle loro menti un complotto assurdo, il genio di Fight Club darà nuova prospettiva ai vostri punti di riferimento.

Gates Foster è un papà a cui, 17 anni prima, è stata rapita la figlia Lucinda e sta maturando l’idea di punire personalmente il traffico pedofilo di bambini, di cui si informa ossessivamente sul dark web. L’unica cose che ancora lo trattiene è un gruppo di sostegno formato da padri che, come lui, sono sopravvissuti ai propri figli.
Mitzi Ives è un tecnico del suono di Hollywood, un genio che può vendere le sue registrazioni di urla di morte a cifre sopra il milione. Il problema è che le urla registrate sono vere, non recitate. Mitzi registra gli ultimi tragici momenti di vita di persone sequestrate nel suo studio, anche se poi, con un mix di alcol e psicofarmaci, ne perde memoria.

Gates è veramente autonomo nella ricerca della verità su sua figlia? Mitzi è veramente una serial Killer senza la memoria a breve termine? L’incrocio apparentemente casuale delle due vite svelerà i contorni di un complotto “Deep State”, ma l’intero disegno non si rivelerà prima dell’ultima pagina.

Palahniuk scrive, ancora una volta, un romanzo sopra le righe. Molto sopra. L’essere così fuori dai canoni potrebbe farlo confondere con un horror grottesco, ma in realtà è una sapiente metafora sulla mercificazione della sofferenza umana.

Sinistro, geniale, macabro, per stomaci forti. Straconsigliato.

@DadoCardone

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“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’altro inizio” di Margaret Atwood – Recensione.

3° Volume della trilogia MaddAdam) – Ponte delle Grazie Editore – 544 pagine – 24,00 €

Il terzo volume di una trilogia è sempre pericoloso. Penso sia perché contiene in potenza la fine della fatica letteraria e, quando si vuol finire, a volte si banalizza. Non è il caso di questa trilogia.

Nel primo volume (Oryx e Crake) si dice cosa è successo, nel secondo (l’Anno del diluvio) si racconta come e in questo terzo si dovrebbe dire “semplicemente” cosa succede dopo, ma la Atwood non lascia indietro nemmeno uno dei suoi personaggi, portandoli fino alla fine e approfondendo le vicende personali. 

I sopravvissuti alla pandemia mondiale, voluta da Crake per dare il pianeta alla nuova specie da lui creata, si ritrovano e affrontano ciò che viene dopo la “civiltà”. Ci sono molte difficoltà e qualche criminale impazzito, ma la narrazione si sofferma in modo molto interessante non sulla nascita di una nuova civiltà, quanto sull’origine dei miti, delle leggende, della stessa Storia.

I Craker, infatti, sono muniti dei mezzi fisici per sopravvivere a qualsiasi cosa venga dopo, ma nessuno ha voluto far sapere loro la verità di quello che c’era prima. Così loro assorbono voracemente ogni spiegazione, per quanto diluita, allo scopo di farne tradizione orale sulle Origini. E’ molto divertente il frangente in cui “Oh Cazzo!” diventa l’invocazione di un essere mitico che tutti chiamano nel momento dell’estremo bisogno.

In conclusione una bella trilogia in cui ho trovato molti contatti con la realtà odierna, prospettive intelligenti, personaggi ben delineati, una trama stimolante che si svincola volentieri dalla scaletta del volume in lettura.

Non so se si possa parlare esattamente di futuro distopico, perché se non ci diamo una mossa… ma per gli amanti del genere la trilogia degli Adami Pazzi è decisamente consigliata.

@Dadocardone

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“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

“L’anno del Diluvio” di Margaret Atwood – Recensione.

edito da Ponte delle Grazie – 19,60€ se lo trovate.

Apro subito in polemica con l’Editore, così, all’americana. Come avrete notato (tutti e 4, cari lettori) ho dovuto mettere un altro romanzo in mezzo prima di poter continuare con la trilogia dell’Adamo Pazzo. Perché? Perché c’è questa usanza di ristampare solo il primo libro della trilogia, per vedere se va. Il secondo l’ho trovato originale del 2009, su Amazon. 

Ora… a parte la copertina, che sembra quella di un romanzo di Liala, a parte che ho perso un sacco di tempo, possiamo continuare.

Ci eravamo lasciati con Jimmy “uomo delle nevi”, avvolto nel suo lercio lenzuolo, convinto di essere l’unico umano rimasto sulla Terra. Lucido a fasi alterne, è anche il custode dei Craker, la nuova razza creata dal suo amico Crake, lo stesso che ha fatto fuori di proposito l’umanità con una pandemia. I nuovi esseri sono bellissimi, genericamente perfetti, vegetariani, immuni alle punture degli insetti e alle gelosie amorose.

Nel secondo volume, “l’anno del Diluvio”, veniamo a sapere che Jimmy non è l’unico sopravvissuto. Ripercorrendo gli ultimi 15 anni, scopriamo che, per motivi più o meno casuali, sono sopravvissute alcune persone della sua vita precedente. Queste ed altre ancora, erano state addestrate alla fine del mondo. Hanno infatti fatto parte dei Giardinieri di Dio, una religione ecologista ed ortodossa che in qualche modo aveva previsto che il mondo di sarebbe spinto troppo oltre, fino a provocare il Diluvio senz’acqua.

In questo secondo volume si nota come la Atwood avesse già seminato nel primo libro indizi di ulteriori sopravvissuti e, cosa che mi è piaciuta molto, riesce a far sì che i due volumi siano un’unica grande storia raccontata da due punti di vista diversi.

Spero che il terzo volume (l’ho già preso, tranquilli voi 4) proponga una fine all’altezza di quanto letto finora. I soli limiti della narrazione sono di natura tecnologica, più che perdonabile visto che sono stati scritti 17 anni fa. E poi… il resto è così tremendamente attuale che, per i temi trattati, potrebbe essere stato scritto ieri.

Fuori due, ne manca uno. L’Adamo Pazzo ve lo straconsiglio.

@DadoCardone

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Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Il treno di Erlingen di Boualem Sansal – Recensione.

Neri Pozza editore – 222 pagine – 17,00€ 

Con questo libro sono stato ingenuo. Leggendo la IV di copertina la sinossi pubblicitaria era affidata a citazioni de la Repubblica e dell’Espresso. Quello che avrebbe dovuto mettermi in allarme era che entrambe fossero riferite al libro scritto prima di questo dall’autore. Ecco… se incappate in questo meccanismo, non riappoggiate il libro. Tiratelo lontano.

Quello che mi sta più sulle scatole (siamo educati và) è che Sansal è bravo a scrivere, il problema è che questo romanzo, nonostante la potenziale trama ci sia tutta, non è un romanzo. Si tratta di una serie di abbozzi senza soluzione di continuità. In un libro di 222 pagine, prima di riuscire a capire dove vuole andare a parare l’autore, bisogna arrivare a pagina 160. E comunque non vuole andare da nessuna parte, lo chiarisce nelle successive 20 pagine.

Scrittura sperimentale? Sarà, ma a me è parso un lungo rimuginare. Colto, erudito, per carità, ma non so dirvi quante volte mi sia caduto il libro dalle mani colto da travate di sonno dietro la nuca. 

La trama, mai sviluppata, è questa (ma non necessariamente in quest’ordine): Dopo i fatti francesi del Bataclan del 2015, un’anziana insegnante in pensione viene aggredita da un ex alunno islamista e finisce in coma. Si sveglia con una personalità doppia. La nuova è quella di Ute von Ebert, della cui vita la prof si era appassionata in altri momenti. Con la personalità di Ute abbozza un romanzo, che in realtà sono lettere alla figlia, su un misterioso nemico alle porte del suo villaggio immaginario in Germania. Poco dopo muore e la figlia cercherà di capirne il senso.

Raga, no. Non lo consiglio. Per prendere sonno ci sono metodi meno violenti. Ringraziate che mi sono sacrificato io. 

@DadoCardone

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“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

“Oryx e Crake” di Margaret Atwood – Recensione.

Edito da Ponte delle Grazie – 370 pagine -18,00 

Avevo un grosso buco nelle mie letture, non il solo, ma uno importante. Non avevo mai letto della fantascienza scritta da una donna. Non ho idea del perchè. Nel Fantasy presempio una donna ha scritto uno dei miei libri preferiti in assoluto: Le Nebbie di Avalon – di Marion Zimmer Bradley (ve lo straconsiglio).

Ho voluto cominciare da un’autrice che, sebbene sia superaccreditata nel campo in questione, è forse più nominata per il suo attivismo femminista. Il suo libro più noto è “Il racconto dell’ancella”, ma la Atwood è una scrittrice estremamente prolifica sin dagli anni ’60.

Oryx e Crake è il primo volume della trilogia di MaddAddam, dalla quale sembra vogliano trarre una serie TV. Si tratta di un romanzo ambientato in quello che comunemente viene definito un futuro distopico, ma è la sola definizione in cui si può chiudere questo libro.

C’è un uomo molto sporco che vive su un albero, si copre solo con un lenzuolo ormai lercio. Il suo nome è Snowman. Ogni tanto delle persone bellissime e completamente nude gli portano un pesce da mangiare. Sono i Craker, una nuova razza di esseri umani, progettati in laboratorio. Il resto dell’umanità pare non esserci più. L’ultimo degli uomini ne è in parte responsabile e, in un viaggio alla ricerca di cibo, ripercorre le tappe che dalla sua infanzia l’hanno portato in quel futuro senza suoi simili, senza nemmeno Oryx e Crake, gli inventori della nuova specie.

Margaret Atwood in questo libro (a parte alcuni limiti tecnici dovuti alla data di nascita del romanzo) riesce ad immaginare in maniera molto credibile la degenerazione di una società spinta solo dal profitto, a descriverne le ossessioni e le estreme conseguenze di un pensiero laterale che rifiuta l’imperfezione.

Sicuramente proseguirò con la lettura della trilogia, per il momento questo primo volume lo consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Il Calamaro gigante – di Fabio Genovesi – Recensione

Narratori Feltrinelli – 141 pagine – 14, 00 €

Devo cominciare questo numero dell’inutile rubrica con un’errata corrige. La scorsa volta avevo detto che i lettori di questa rubrica sono ben due. Mi sottostimavo, in realtà pare siano tre. 

Il libro di oggi è particolare. Non è un romanzo. Non è nemmeno un saggio. Forse è una raccolta di storie. Storie vere? Storie inventate? Ci sono storie vere che contengono invenzioni e storie inventate che contengono verità. L’importante è che non le chiamiate “solo” storie.

Le Storie sono così importanti da riuscir a spegnere la lampadina della razionalità, che poi è quella che ci impedisce di vedere le stelle. E’ il caso del calamaro gigante. Prima di essere un eclatante caso scientifico, ha vissuto a lungo nelle storie dei marinai e di chi abitava le coste. La Scienza, quella che non racconta storie, ma tratta i fatti, ha spesso deriso chi provava a raccogliere quelle storie e ad elevarle a prova. Poi i calamari giganti hanno cominciato a spiaggiarsi, quasi stufi della rovina di chi provava a crederci.

Di Genovesi avevo letto “Esche vive” e devo dire che in quel libro, come in questo, ho trovato una forma di ironia rara. C’è la capacità di mescolare i fatti importanti, quelli esistenziali, con riflessioni tanto limpide da sembrare ingenue, ma colpiscono perché non lo sono proprio per niente. E la saggezza dei bambini, dei sognatori, e dei bugiardi… quelli che rendono più interessante il mondo, offuscato da stupide lampadine, raccontando “solo” storie.

Mi è piaciuto ed ho apprezzato la riflessione ecologica nel finale. Consigliato. 

@DadoCardone

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Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Il Diavolo e l’acqua scura – di Stuart Turton – Recensione

Neri Pozza Editore – 522 pagine – 19,00 € 

Allora… questo scrittore l’ho scoperto io! Scherzo, ovviamente. Mi era però molto piaciuto il suo esordio del 2019: Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Tanto mi era piaciuto quello, tanto mi ha lasciato perplesso questo. Mi spiego meglio.
“Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è una specie di giallo metafisico dove il protagonista passa di corpo in corpo, senza volerlo e con pochi ricordi, in un loop legato alla soluzione di un omicidio. Fra tutte le cose mi era piaciuta molto la resa psicologica di ogni personaggio “occupato”, la personalità presente anche senza la memoria. Una prospettiva raffinata e avvincente.
Poi mi trovo di fronte a questo nuovo libro che, in alcuni passaggi, è addirittura ingenuo in quella stessa resa psicologica. E allora mi sono fatto l’idea che fosse un libro scritto prima, tirato fuori all’indomani del best seller. E’ una mia sensazione eh! Non ho altre prove per sostenerlo. E’ un peccato perchè la trama c’è. 

Il Governatore di un ricco avamposto della Compagnia delle Indie arma una piccola flotta per tornare in Olanda e prendere il suo posto tra i 17 soci che comandano l’impresa. A bordo fa caricare un oggetto misterioso, la “Follia”, e un prigioniero scortato da un olandese gigante. Sammy Pips, il prigioniero, e Arent la sua scorta, sono due famosi investigatori che risolvono complicati enigmi in tutti i domini della Compagnia. Ci sarà molto bisogno di loro, perché a bordo c’è anche un demone che ha a che fare con il passato di ognuno degli imbarcati e che causerà morte e distruzione.

Tra le cose che non mi sono piaciute c’è la fine (brutto da dire di un libro). Non posso dire di cosa si tratta, per non rovinare il romanzo a nessuno, ma… secondo me per renderla plausibile avrebbe dovuto essere dilatata nel tempo, mentre, come scritta dall’autore, rappresenta un capovolgimento di fronte senza motivo.
Lo sconsiglio? No. E’ comunque un bel libro, un bel giallo e un bel romanzo di mare. Ma i due fruitori di questa rubrica inutile sono lettori sofisticati, per cui devo dire le cose come stanno.

@DadoCardone

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FIGLI DELLA FURIA – di Chris Kraus – Recensione

edito da SEM – 900 pagine – 22,00€ 

Pare che per questo libro l’autore abbia intrapreso anni di ricerca. Leggendolo si capisce quanto fosse necessario perché, certo, è un romanzo, ma si incrocia con la Storia dei disastri del XX secolo e di tutti i maggiori servizi segreti dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70. Quasi nessuno dei personaggi è inventato di sana pianta e, peraltro, i più assurdi sono tutti realmente esistiti.

Koja Solm, un pittore lettone sessantenne, è ricoverato in un ospedale tedesco con una pallottola nel cranio. Il suo compagno di stanza è un figlio dei fiori che gli ripete ogni giorno quanto senta in lui una persona meravigliosa. Solo che Koja non è propriamente uno stinco di santo, anzi, la sua vita è stata un costante confronto con il più classico dilemma morale, quello sempre legato alla morte.

Dopo molte insistenze comincia a raccontare. Lo trova terapeutico, perché di pesi sulla coscienza ne ha molti e continua. Continua anche quando lo “Swami” lo implora di smettere, non può sostenere il peso di quelle confessioni senza odiarlo. Koja racconta l’incredibile storia di come è entrato a far parte delle SS, del KGB, dei servizi segreti della Germania del dopoguerra, della CIA e del Mossad. Tutte cose che gli accadono, che non cerca e in cui prova a sopravvivere e far sopravvivere l’amore della sua vita, Ev, sua sorella adottiva, da cui ha una figlia, ma solo dopo che lei ha sposato l’altro fratello, Hub.

Stare pensando a Beautiful? Cancellate questo pensiero perché non c’entra proprio nulla con l’inconsistenza delle Soap. I protagonisti di questo libro sono tutti figli della furia del XX secolo, tutti alla ricerca di un Odio Illuminato che possa riscattare le loro vite in balia di eventi che stravolgono il mondo.

Mi è piaciuto? Con i ritmi, i personaggi e i colpi di scena delle sue pagine meriterebbe una serie, ma solo se diretta da Scorsese. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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“Romanzo con Cocaina” di M. Ageev – Recensione

220 pagine – GOG Edizioni

Ho scoperto un romanzo…. 90 anni dopo. Che poi pare essere il destino di questo romanzo, sempre molto apprezzato da chi lo ha letto, ma mai arrivato al successo editoriale e quindi ripubblicato a grande distanza nel tempo.

Romanzo con Cocaina non è un romanzo sulla cocaina, quella è solo l’ultima parte di una caduta mai interrotta. Vadim Maslennikov, il protagonista, è la peggior persona di cui potrete leggere. Figlio orrendo, pessimo amico, amante distruttivo, essere umano infelice, Vadim vive il personale contrasto con tutto ciò che è giusto consapevolmente. Fin dal Ginnasio sa cosa è onesto, morale, etico e quasi si commuove nel vederlo realizzato nella sua fantasia, ma nella realtà non può fare a meno di cadere nelle sue compulsioni. 

In questo contrasto distruttivo riesce ad essere metafora del suo tempo e della sua patria, che poi è la Russia poco prima della Rivoluzione del ’17. Periodo di cui lui nemmeno si accorge.

Se state cercando un romanzo edificante, magari uno di quelli con un eroe e un finale morale, lasciate perdere, Vadim , al massimo, riesce ad essere sinceramente meschino. Se invece siete alla ricerca di un personaggio attuale… beh in Vadim riconoscerete molti turbamenti del nostro tempo, anche se è stato consegnato alla stampa nel ’34. 

A me è piaciuto e raramente ho trovato un protagonista così abile a scavare nella comprensione della propria inadeguatezza.

@DadoCardone

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“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

“Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – Recensione

Guido Lombardi, regista, sceneggiatore e scrittore, ha pensato a questo libro come soggetto per un film. Per questo all’inizio era un’idea condensata in trenta pagine. Nel corso di dieci anni è stato riempito e rifinito fino a diventare un libro vero e, poi, proprio un film diretto dallo stesso Lombardi.

Non guarderò il film. Non perché la storia non meriti di essere trasposta in pellicola, anzi. E’ solo che leggendolo ho ricreato la complessità di alcuni momenti e… insomma non vorrei fosse sovrascritta dalla recitazione di Scamarcio. 

La storia è quella del piccolo Salvo che, ancora molto piccolo, rimane senza padre, perché arrestato, e poco dopo anche senza madre, perché muore. Dopo sei anni, nei quali Salvo cresce con gli zii, il padre torna e lo porta con sé in un viaggio in Puglia. Un’avventura on the road a metà tra il recupero del rapporto e una vendetta a lungo meditata.

La particolarità di questo libro è che tutto viene raccontato in prima persona da Salvo, intelligente, segnato da dure esperienze, ma pur sempre un bambino. Scrivere di situazioni e stati d’animo complessi e contraddittori usando gli occhi di un bambino di 5^ elementare non dev’essere per nulla semplice, perlomeno riuscendo ad ottenere un risultato come quello de “Il ladro di giorni”, che non è caduto in nessuna incoerenza.

Facile affezionarsi al piccolo Salvo. Lo consiglio.

@DadoCardone

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M: L’uomo della Provvidenza – Recensione

M: l’Uomo della Provvidenza – di Antonio Scurati
Recensione del secondo libro di scurati su Mussolini

di Antonio Scurati – edito da Bombiani – 627 pagine.

Che sia bello e che che Scurati sia un grande scrittore lo devo mettere come premessa a tutto, altrimenti non si capisce la mia piccola critica.

Il primo M racconta dell’ascesa di Benito Mussolini e si ferma all’omicidio Matteotti. Questo secondo M arriva fino al ’32, il consolidamento del potere del Duce. 

Con il consueto metodo dei documenti ufficiali e delle lettere tra i protagonisti (quando non sono informative di polizia), Scurati ricostruisce nel romanzo la vita della Dittatura e del suo inventore.

Il Duce è descritto come un uomo a cui sembra nulla possa essere precluso, ma la cui intuizione marcisce tra le mani. E’ osannato, sacralizzato, il suo stesso corpo nutre le fantasie epiche del popolo. Di contro il suo Fascismo si regge in piedi su continue epurazioni che coinvolgono i nemici quanto gli amici. Tutti vogliono un riflesso di quel potere che lui non può e non vuole concedere. Il potere e la lontananza da chiunque diventano così direttamente proporzionali. 

Antonio Scurati “seziona” con esperta e cinica prospettiva. Ricostruisce la storia del fascismo come in un’autopsia, ma ne ricava tutt’altro che un cadavere. Ci sono lotte fratricide, passioni ormai esaurite che lasciano sofferenti strascichi lunghi quanto la Storia, ambizioni da realizzare a prezzo di molte vite umane e c’è la morte quasi banale della Democrazia.

Ci sono un sacco di cose in questo libro, ma…..Mi è piaciuto di più il primo, era più avvincente. So che sembra in contraddizione con quanto scritto finora, ma c’è un motivo. In qualche modo si avverte che questo (sebbene secondo me dovrebbe essere con l’altro nei programmi perlomeno dei licei italiani) è un libro di passaggio. 

Ovvio che debba uscire un terzo M. Mancano la Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Fascismo, mica cazzate. 

Non sapendo quando ci sia di preparatorio nella trama di questo secondo volume, sospendo momentaneamente il giudizio e aspetto di leggere il terzo. (Scurati capirà )

@DadoCardone

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Le Stagioni di Alfredo

Riceviamo e pubblichiamo una lettera del nostro Alfre ‘D, che in questa occasione smette i panni del poeta musicista e parla, semplicemente come Alfredo, delle sue stagioni estive romagnole. Non quelle da turista.

LA TACITA SOSPENSIONE DEI DIRITTI DEI LAVORATORI STAGIONALI

Sono figlio di un migrante , perché questo è il termine giusto per chi dalla Sicilia migrava al Nord negli anni 80 , per lavoro o in cerca di nuove lune.

Approdai in Romagna che non ricordo , ero piccolo, uno dei due gemelli e mio papà lavorava per Raoul Casadei come autore. Ci aveva dato anche una casa. Mia madre per amore invece lasciò la sua Milano per costruire qui una famiglia.

All’età di 14 anni non avevamo sta gran voglia di andare a scuola o di studiare, passavamo le giornate a giocare al campetto , in oratorio , in giro in bicicletta o che ne so che altro.

Nel 2004 c’era ancora la possibilità per i minorenni, che fossero come noi dei “perdigiorno”, di poter lavorare qualche mese in spiaggia, come baristi o bagnini e te lo sentivi dire come qualcosa di assolutamente nobile e una ghiotta possibilità.

Persino mio padre che ne aveva subite di calunnie nella metropoli in quanto “terrone” e “marocchino” , tendeva, per paura che diventassi ciò che sono , a togliermi dalle mie distrazioni e incoraggiarmi nell’imparare a faticare e sacrificarmi.

Conobbi in quel frangente, proprio nella mia prima esperienza stagionale lavorativa , una delle cose che va a comporre questa socialmente accettata sospensione dei diritti, che vive in quella che ormai è la mia terra di fatto.

Era bello da piccolo vedere questi ragazzi, spesso bellocci e rimorchiatori seriali , lavorare e tra le tante cose che ho immaginato di essere nella mia vita anche “l’uomo col rastrello” poteva rientrarci. Poi il mare, anche se qui è spesso poco limpido per il fondale fangoso, ha comunque una sua magia in certi picchi della giornata.

La realtà è che in quella prima esperienza conobbi l’arroganza di chi si sente in qualsiasi caso impunito , il burbero datore di lavoro era un uomo piccolo e aveva assunto due part time: me e un altro ragazzo, con la quale dividevamo i turni. 

l primo giorno di lavoro era ovviamente rilassato, prendeva le misure , sorridente. 

Il terzo giorno di lavoro iniziò un vero e proprio mobbing: pretendeva che la sabbia fosse liscia e noi con il rastrello a ripassarla centomila volte, per pulirla e farla come voleva lui e se passava e non era come diceva, iniziavano insulti . Fatto sta che una volta, alzai il rastrello e gli urlai che glielo avrei tirato dietro se avesse continuato. Lasciai il lavoro la mattina dopo. Non fu facile tornare a casa e dirlo ai miei perché il lavoro in ‘sto paese pare sia un regalo, non un diritto. Noi, che dipendiamo dal fatto che ce lo diano, viviamo col senso di colpa di dover essere perennemente all’altezza di averlo, quando i nostri nonni il futuro lo avevano già preservato, nero su bianco. Nelle 10 stagioni lavorative che ho fatto in spiaggia  (non ho mai fatto giorni liberi in estate: turni da 10/12 ore al giorno esempio: 7/12, 14 /20:30) i più’ bravi ti davano il pranzo o se eri lì durante il pranzo ti facevano mangiare in 3 minuti, perché col bar aperto c’è sempre lo spiacevole vacanziero che vuole il caffè e tu ti devi alzare). 

C’è stato anche chi per due tre giorni mi ha riscaldato la stessa pasta , lo stesso che (pace all’anima sua ) voleva che corressi mentre portavo le persone agli ombrelloni e mi chiamava al microfono “Agonia” davanti a tutta la spiaggia. 

Non c’è vittimismo in me e in questo racconto, perché essere vittima è altro, mi sono sempre avvalso delle parole per fare cose positive : canzoni, poesie, scritti. Non  c’è la negazione di esser stato servilista, perché c’è consapevolezza della condizione: c’è chi nasce per servire e chi per essere servito e io faccio parte dei primi.

In questi turni eterni (da maggio a settembre) in una giornata dove lavoravi quella mole di ore non ti sedevi quasi mai e so per certo che ci sono stabilimenti balneari che non vogliono che i dipendenti si siedano o bevano acqua o si prendano 5 minuti d’aria.

E’ una situazione lavorativa da vivere davvero alienante e gli stipendi si aggirano sui 1200 / 1300 mensili , quindi anche in barba a chi dice “ ne vale la pena” , forse 30 anni fa.

La sospensione dei diritti dei lavoratori e il non rispetto dei contratti lavorativi nella nostra terra sono socialmente accettati : tutti lo sanno, dai cittadini, alle istituzioni, agli ospiti che vengono qui a fare le vacanze. 

Nessuno vuole ad oggi cambiare le cose perché l’economia intera e quello che produce è il motivo per cui si mangia, alcuni troppo e alcuni troppo poco ovviamente, difatti tantissimi vengono qui per fare la stagione estiva e poi tornano nelle loro città perché abitare qui è difficile : poche case, affitti alti rispetto agli stipendi e come fai a lavorare solo 4 mesi l’anno?

Chiunque vive qui ha, o ha avuto almeno una volta nella vita, del denaro “in nero” oltre la busta paga , perché per legge piu’ di tot ore settimanali non puoi fare. I piu’ sfortunati, che spesso sono solo i piu’ vulnerabili, magari sono stati anche fregati in quello. Un’ora di lavoro incessante viene pagata in media 4-5 euro , non è una follia ? 

Sono innumerevoli gli imprenditori che si sono arricchiti con questo modello e molti non se ne vergognano o si scusano “perché tanto è così da sempre” , perché tanto “come faccio a coprire il servizio?”.  Con la solita scusa che tutti fanno così, tutti qui , adottano questo vile metodo lavorativo.

Ho fatto una decina di stagioni poi per fortuna e audacia ho trovato un lavoro annuale e ho iniziato a capire cosa volesse dire avere ferie, giorni liberi, togliendo altre criticità, per lo meno più’ di tanto le grandi aziende non si rischiano di fare.  Qui invece va tutto al contrario. 

Una terra la cui economia si basa sui finti sorrisi e la finta accoglienza, che lascia morire a Rimini 20 senzatetto in un anno, che sfrutta i suoi figli e i figli di altri e che d’estate veste il suo abito migliore, il più’ ipocrita: la socialità consumistica delle notti rosa ad libitum narra proprio la contraddizione, in termini culturali.

Intanto dentro gli alberghi, i bagni succede di tutto e tutti si voltano dall’altra parte o tornano a fare il bagno. La cosa che trovo più’ triste di tutto questo è l’accettazione della popolazione e la normalizzazione di una pratica illegale sotto quasi tutti i suoi aspetti.

Sta per cominciare una nuova stagione lavorativa ma con gli stessi vecchi metodi di sempre e mi chiedo “Che fare?”.

Se dobbiamo aspettare che qualche politico finalmente riqualifichi le colonie abbandonate di Cesenatico o rinsavisca e capisca che la città va vissuta non va solo sfruttata durante il periodo estivo e che qui i residenti hanno bisogno di poter avere prospettive per costruirsi un futuro normale, se i tanti imprenditori non sentono il dovere morale, il dovere civico di “dare da lavorare” rispettando le leggi, probabilmente ci spetta un’altra migrazione.

Non avrei mai voluto essere figlio di un albergatore o di un proprietario di stabilimenti balneari. Sono il fiero figlio di un Siciliano , che andò con la valigia di cartone a Milano. Sono il figlio di questa terra che amo, che deve imparare a rispettare tutti i figli.

Alfredo

N.B.

L'immagine scelta per l'articolo è da intendersi solo come rappresentativa del tema trattato. Se qualche attività dovesse riconoscersi nella foto ce lo faccia sapere e provvederemo immediatamente a sostituirla.
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Stoner – di John Williams. Recensione.

Fazi Editore – 332 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Confesso. Ho volontariamente mantenuto questa rubrica sottotraccia, quasi nascosta. Volevo rimanesse, come nel suo intento iniziale, una rubrica di consigli per gli amici. Ci sono riuscito senza troppa fatica, un po’ perché il successo delle rubriche difficilmente è un caso, un po’ perché la passione per la lettura non è proprio la moda del momento.

Oggi vi parlo però di un consiglio che ho ricevuto io. Marco, un amico recente, mi ha consigliato di leggere Stoner di John Williams. Ero un po’ restio, perché ne avevo letto la trama e non mi aveva entusiasmato. Poi, leggendolo (l’amico è sicuramente da ascoltare nel campo in questione), ho scoperto che di questo romanzo è impossibile fare una sinossi senza sminuirlo. E’ bello in molti modi diversi, difficili da racchiudere in poche righe.

Questo libro, scritto nel ’65 e miracolosamente riapparso dopo il 2000 come caso letterario, parla dell’eccezionalità di una persona normale, un docente universitario, uno che non fa carriera, uno che sta lì piantato in mezzo al fiume della sua vita e lascia che tutto gli scorra addosso. Non lo fa per inedia, ma in virtù dell’unica cosa che vuole essere: un insegnante. La sua pervicace immobilità altro non è che il segno di una passione irriducibile, capace prevalere su tutto, l’amore, la serenità, la famiglia, la carriera. E tutto questo non perché Stoner sia incapace d’affetto, anzi, prima o dopo ne prova per qualsiasi figura attraversi la sua esistenza, anche per chi la rovina con premeditazione.

Non dico di più della trama, però una cosa la voglio spoilerare. Stoner amici vi fregherà tutti. Leggerete le prime pagine convinti di trovarvi di fronte ad un’esistenza piatta e incolore, destinata a rimanere tale. Senza che ve ne accorgiate però vi troverete di fronte ad una storia appassionante e ad una prosa che vi descriverà in modo limpido la profondità e la complessità dell’animo del protagonista.

Se vi piace leggere Stoner è bellissimo. Se vi piace scrivere è necessario. Grazie Marco.

@DadoCardone

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Esce “Tutti sotto il palco” (ed è una bomba!)

Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri il comunicato stampa di Colpo di Stato Poetico, che ci avvisa di una nuova uscita e, come al solito, è proprio degna di nota. Lady Skull ci investe con grinta, rime affilate e voce che sorprende. Guardate il video e sentite che vibrazioni.

La Redazione

Esce oggi “Tutti sotto al palco”, primo singolo di Lady Skull, giovane rapper siciliana adottata dalla Romagna.
In una scena come quella hip hop underground dove vige un’egemonia maschile Asia (Lady Skull) ha saputo ritagliarsi meritatamente i suoi spazi grazie al suo carattere, al rap aggressivo, al flow trascinante e alle rime taglienti che le hanno permesso di mettersi in luce in diverse battle.
Questa canzone parla del palco come unico momento di riscatto nella vita, dove si può veramente credere in se stessi e mettersi a nudo di fronte agli altri.
Di sicuro si candida per essere una delle rivelazioni del female rap in Italia. Farà parlare di se!

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Febbre – di Jonathan Bazzi. Recensione.

Fandango Editore – 326 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Recensione difficile. Febbre di Jonathan Bazzi è finalista del Premio Strega 2020 e pare che dal romanzo sia partita anche la produzione di un film. Questo libro viene generalmente descritto come un esordio letterario potente e impressionante.

In effetti gli elementi ci sarebbero tutti. Bazzi scrive bene, molto bene. Tiene una specie di ritmo sincopato, che quasi ti costringe a rimanere sul filo dei suoi pensieri e lì, nel mezzo di un flusso quasi caotico, cesella periodi originali, efficaci, che torni indietro a leggere di nuovo.

Anche la trama ha la potenzialità di un grande romanzo. L’autore mette in gioco tutto se stesso in questo romanzo che parla della sua vita. Racconta della scoperta di essere sieropositivo e, parallelamente, di com’è cresciuto omosessuale e balbuziente nella spietata periferia milanese di Rozzano.

Un bravo scrittore, con qualcosa di profondamente esistenziale da raccontare, una trama che non può deragliare dalla coerenza perché è vita, è successa, può scrivere un romanzo mediocre? Febbre, da circa metà delle sue pagine, lo diventa. Non te ne accorgi subito. L’effetto è tipo quando perdi il segno e ti metti a rileggere le pagine per cui sei già passato, aspettando di trovare qualcosa di nuovo e ricominciare.

Febbre ad un certo punto si avvita su se stesso e si perde nel rimuginare. I pensieri sono ripresi in continuazione, riavvolti, srotolati in altre direzioni, ma possono solo restituire quanto hanno già comunicato. Dopo poco ti sembra di essere il bersaglio della depressione di una persona che non conosci e di cui non t’importa. Buona parte del libro è dedicata a descrivere uno stato d’ansia che interrompe la trama, anche quella parallela di Jonathan che cresce a Rozzano.

Poi succede anche un’altra cosa. Quando l’inerzia impressa della prima parte del libro si esaurisce, ti accorgi anche di come l’intero romanzo sembra sia minato da un disturbo narcisistico della personalità. Non so (non ho capito) se l’autore volesse esprimere questa cosa o meno, ma il Jonathan raccontato si circonda di comprimari solo per riuscire a vedere se stesso, non c’è empatia. Questa peculiarità è efficace nel momento in cui si desideri parlare di un bisogno patologico d’ammirazione, ma riduce il romanzo a una sola dimensione.

Concludendo. Come in altre occasioni devo per forza ribadire che non sono un critico letterario e che questa mia rubrichetta, peraltro poco seguita, è sostanzialmente un consiglio per gli amici. Quello che esprimo è un giudizio da semplice lettore, non qualificato ad altro. Da lettore, questo libro non mi è piaciuto e non perché abbia considerato o meno se sia da Premio Strega. Ci sono romanzi meno celebrati sullo stesso argomento, tipo Zucchero e Catrame, che mi hanno coinvolto molto di più. La mia misura banalmente è quella. Se un libro mi dispiace sia finito è bello, se non vedevo l’ora è brutto. Poi ci sono le cose in mezzo. Febbre è un’occasione sprecata, poteva essere molto bello e invece mi ha fatto arrivare sfinito all’ultima pagina.

@DadoCardone

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Smart working, realtà solo emergenziale?

Ospitiamo sulle pagine di Citizen una riflessione di Raffaella Sensoli, ex Consigliere Regionale, oggi dipendente in regime a metà tra lo Smart Working e la presenza.

In questi giorni si legge sui giornali la diatriba, inevitabile, sullo smart-working.
Una parte di classe politica si dice piuttosto contraria a mantenere questa modalità di lavoro nella pubblica amministrazione, mentre un’altra sta cercando soluzioni per conciliare e rendere strutturale le novità a cui ci ha costretto il Covid-19.

Personalmente credo che chi si scaglia contro lo smart-working, chi lo definisce un riposo retribuito, chi pensa vada bene per il settore privato ma non per il pubblico (francamente queste distinzioni tra le 2 categorie le ho sempre comprese poco), oggi sia la manifestazione di quella parte di Italia refrattaria alle novità, restia al cambiamento, comodamente rassicurata da ciò che resta immutato, anche quando inattuale, per non dire stantio e non più adatto alle esigenze del Paese, dei cittadini e dei lavoratori.

Sono una forte sostenitrice dello smart-working e apprezzo chi sta cercando, assieme ai sindacati, di trovare le giuste modalità per rendere ordinario il lavoro agile.

Ci sono da fare comunque alcune precisazioni, perché nei mesi precedenti lo smart-working è giocoforza coinciso con l’home-working, cioè il lavoro da casa.

Dietro la parola “smart” invece c’è molto di più: non significa solo lavorare da casa, ma avere la possibilità di organizzare il proprio lavoro, non solo nella sede, ma anche negli orari, coordinandosi con i propri responsabili e con i colleghi.
Significa assumersi delle responsabilità tangibili e non essere più legato alle timbrature di cartellino che non possono misurare la produttività di un lavoratore e allo stesso tempo però, in passato, hanno dato dimostrazione di essere il paravento di furbetti e scansafatiche.

Naturalmente la presenza fisica è necessaria, il contatto diretto con l’ambiente di lavoro e con i colleghi non è eliminabile perché nessuna video-call può sostituire la presenza reale e lo spirito di squadra che può creare un rapporto in presenza.
Ma le due modalità sono perfettamente integrabili tra loro e lascerebbero quel margine di libertà al dipendente per poter meglio conciliare le esigenze di vita e di lavoro, specialmente a noi donne ancora troppo spesso messe davanti alla scelta tra carriera e famiglia.

Come scrivevo inizialmente non si tratta solo di home-working e per una donna non deve diventare un impegno ancor più gravoso (molte di noi in questo periodo hanno provato cosa significhi lavorare con un bimbo piccolo che gira per casa), ma un nuovo approccio lavorativo, unito ai fondamentali servizi all’infanzia, potrebbe valorizzare capacità e competenze, e consentirebbe anche una gestione familiare più serena.

Naturalmente ogni ente e ogni azienda declinerà lo smart-working a seconda delle proprie esigenze, fermo restando che alcuni principi devono essere validi per tutti, come ad esempio il diritto alla disconnessione, dato che uno dei risvolti negativi è risultato essere quello di sentirsi al lavoro h24, 7 giorni su 7. Esattamente il contrario di ciò che sostengono coloro che ritengono lo smart-working il paradiso dei fannulloni!

Mi auguro che a stretto giro le interlocuzioni tra le rappresentanze del mondo del lavoro e la politica, diano una ventata di modernità al mondo del lavoro in Italia e nella nostra Regione!

Raffaella Sensoli

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Rimini in svendita – camere a pochi Euro.

Leggendo la cronaca locale di questi giorni si scopre che alcuni alberghi del riminese, e paraggi, praticano prezzi assurdi. Il caso più eclatante e quello della doppia a nove euro a Igea Marina, ma vi sono casi in zone “pregiate” di Rimini che non portano grande differenza in termini di sostenibilità.

Vi saranno sicuramente tutta una serie di motivazioni personali ed economiche che spingono un albergatore ad aprire la sua struttura praticando prezzi imbarazzanti. Quello che però bisognerebbe chiedersi è se questo avrà comunque delle conseguenza, tipo una guerra dei prezzi in una stagione che già parte con un grosso handicap.

Rimini è sottoposta da tempo ad un innegabile fenomeno di impoverimento del suo turismo. Una chiamata al ribasso, cominciata con le varie crisi epocali e proseguita nella cieca adozione di un sistema “del prezzo”. Dieci km e più di costa sono certamente difficili da riempire con turisti a lunga permanenza, intenzionati a lasciare una cospicua rata del proprio risparmio nello svago offerto. Del turista ideale insomma. Chiaro però che se esiste una tendenza da combattere è quella al ribasso.

La promozione del territorio riminese, però, è poco efficace in questo senso. Prima di tutto per una tendenza amministrativa ad auto celebrarsi in una narrazione poco attinente alla realtà. Si incoraggiano eventi da weekend che generano numeri di pernottamento inferiori a quelli dei caselli, concentrati nel periodo in cui la gente (in condizioni normali) ci sarebbe comunque. Riempire Rimini dal 15 di luglio al 15 d’agosto, non è certo un’operazione da illuminati del Turismo. Nello stesso momento si indebita la città con milioni di euro tra teatri, castelli, memorie felliniane e manifesti di Cattelan, raccontando che sono iniziative che faranno crescere e migliorare il nostro turismo.

La questione è che lo farebbero, sì, se poi tutta la promozione turistica, quella che muove i grossi numeri, non fosse nelle mani delle grandi agenzie che, anche in condizioni normali, fanno proposte di prezzo avvilenti. Può essere che i grandi hotel di Marina Centro non ne soffrano, ma Rimini è ben più estesa. Ci sono alberghi che, prima dell’inizio della stagione, sanno già quanto guadagneranno, perché il prezzo sarà anche basso, ma la vendita dei letti “vuoto per pieno” è garantita. Neanche a dirlo poi si lima sui servizi e sulla qualità.

Tutto questo senza considerare nuovi leader del settore come i vari Booking.com che, invece di promuovere le strutture come farebbe un’agenzia classica, spaccano il mercato con il favoloso “prezzo minimo garantito”, creando concorrenza tra le strutture servite nella stessa zona e concorrendo essa stessa per intercettare la ricerca online della struttura.

Tutti questi fenomeni spingono prepotentemente verso il basso il prezzo e agiscono, a catena, sulla qualità dei servizi e sul tipo di turismo catalizzato. Innegabile. In una stagione turistica “normale” la debole promozione turistica in veste amministrativa potrà anche recuperare qualcosa, ma oggi, con la crisi economica post Covid che si agita nervosa sottotraccia, per scoppiare violenta in autunno, praticare prezzi “imbarazzanti” che conseguenze può avere?

Rilanciamo la domanda agli analisti esperti del settore. A noi, da profani, pare che camere a costi così bassi, prezzi che non sostengono la normale spesa corrente (e regolare) di un albergo, avranno il primo effetto di danneggiare chi l’albergo lo vuol tenere aperto offrendo servizi coerenti con la propria categoria. Nelle guerre al ribasso è normale che vinca chi è più bravo a speculare.

@DadoCardone

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Esche Vive – di Fabio Genovesi. Recensione.

Edito da Oscar Mondadori – 385 pagine – 14.00€ al momento del mio acquisto.

Ultimamente mi sento una specie di rabdomante dei libri. Appoggio lo sguardo sui lunghi banconi espositivi, resisto alla tentazione di scegliere il primo romanzo a caso (per non rimaner soffocato dalla maledetta mascherina) e aspetto la vibrazione. A volte è una copertina, in altre occasioni è un titolo. Altre volte ancora sono tutte e due le cose assieme, più una frase che leggo nel mezzo.

Nel caso di Esche Vive la “vibrazione” è arrivata dal titolo del primo paragrafo: Galileo era uno scemo. Non che sia una mia convinzione, ma ho dovuto assolutamente capire dove andava a parare quella considerazione. E così ho scoperto un romanzo bellissimo, dove personaggi imperfetti mettono in atto strategie sbagliate, che naturalmente non funzionano, ma che tracciano comunque verità esistenziali inoppugnabili.

Fiorenzo è un diciannovenne privo della mano destra, orfano di madre, con un padre concentrato sul futuro campione del ciclismo italiano. A scuola va male, ma, mentre gestisce il negozio di pesca di famiglia, coltiva il sogno di diventare famoso con il suo gruppo Metal. Tiziana è una trentenne che, dopo un percorso di studio di successo, si lascia tentare da un’occasione nel suo paesino d’origine. Un ufficio “Informa Giovani”, tuttavia frequentato solo da anziani. Entrambi sono intrappolati a Muglione, un buco in toscana circondato da campi e fossi puzzolenti. Poi c’è Mirko, il campioncino del ciclismo, speranza di gloria per il paese, che non capisce l’importanza di vincere, perché non ha mai perso. E’ però pervaso da una specie d’istinto che lo porta sempre a comprendere la vera sostanza delle situazioni e delle persone. Fiorenzo e Tiziana, s’incontrano proprio a causa del campioncino. Vittime solidali della trappola di Muglione, fanno partire una storia d’amore impossibile che, comunque, li costringerà a mettersi in gioco veramente.

Le esche vive del titolo sono gli stessi protagonisti: se sull’amo non metti niente, nella vita non succede niente. I personaggi di Fabio Genovesi sono bravi a mettersi su quell’amo e ci si mettono per quello che sono, non da personaggi improbabili, ma da perfetti prototipi di persone reali, riservando a se stessi la prima e più grossa dose di sarcasmo. Fiorenzo non è un ragazzo più maturo della sua età, che affascina una donna più grande. E’ inesperto, eccessivo, instabile. Tiziana non ha intenzione di guidare un ragazzo più giovane alla scoperta di qualcosa, cerca solo stimoli nel “fosso” dove si è andata a incastrare.

Ironico, sarcastico, un romanzo dove i protagonisti sembrano guidati da pensieri semplici, quasi di sopravvivenza, ma che in realtà parlano di esistenza. Vi farà riflettere e sorridere molto spesso. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Covid 19 – Quando la scienza fa cilecca.

Era gennaio la prima volta che sentimmo parlare del Corona virus. Presto abbiamo imparato a chiamarlo Covid 19, il suo nome vero, ma da Gennaio ad oggi è l’unica cosa di cui siamo certi. Neanche i tempi di incubazione sono definiti, per dire.

La scienza ha fallito? La Scienza no. E’ uno strumento, un metodo di indagine, è osservare e comprendere senza pregiudizio. Però la Scienza è praticata dagli uomini e gli uomini non posseggono la stessa onestà del metodo scientifico, soprattutto per quanto riguarda i loro errori.

Ecco perché a metà giugno del 2020, mentre stiamo per entrare nel settimo mese dall’apparizione del Covid, il metodo per combatterlo è lo stesso che usavano i contemporanei di Giovanni Boccaccio alla metà del 1300. State a casa, state lontani, lavatevi le mani, mettetevi qualcosa davanti alla bocca.

La Scienza, nell’applicazione del suo metodo, è virtualmente inattaccabile. Un campo dove anche le geniali intuizioni devono essere sottoposte alla rigorosa analisi logico razionale, per ottenere verità oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Allora viene però da dire che tutti quelli che abbiamo sentito parlare fin’ora, quelli a cui sembra affidata la verità ultima di cosa dobbiamo fare, non sono scienziati, o lo sono stati solo fino al momento in cui è apparso questo Covid. O, meno ingenuamente, fino a che il Covid non è entrato in conflitto con i loro interessi.

Tutti, ma proprio tutti, anche quelli che adesso sono i più rigorosi sostenitori della distanza e delle mascherine, ci dicevano che in Italia il virus non sarebbe circolato. Ricciardi, Capua, Gismondo, Burioni. Lo stesso il Professor Massimo Galli, Primario di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, che ogni volta che gli si fa una domanda risponde nel modo più pessimista che trova (anche un po’ schifato per il quesito), diceva: “la malattia da noi difficilmente potrà diffondersi”.

Il problema qual è stato allora? Perché non hanno pensato di applicare quel caspita di metodo scientifico, che ci rinfacciano ad ogni piè sospinto, prima di parlare? Perché uno scienziato non è mai solo uno scienziato e non ha mai solo a che fare con la scienza. E’ anche un uomo, con delle ambizioni , una carriera e un metodo politico (più che scientifico) per farla prosperare. Così loro e così tutti quelli sotto di loro.

E’ anche a questo che bisognerebbe pensare quando si riflette sulle difformità abnormi della situazione italiana. E’ stata affrontata da uomini, non solo da scienziati. Uomini che presuppongono di sapere cose che non sanno, uomini che devono coprire i loro errori, uomini che quando parla un Governatore di Regione riempiono RSA di convalescenti contagiosi. Uomini che mandano infermieri ad ammalarsi, invece di proteggerli come si deve con presidi che costano un’inezia. Ma su questo, pare, che la magistratura sia stata chiamata a dire la sua.

Tutto ciò ha anche un costo aggiuntivo, oltre alle vittime e ai danni economici. Si deve aggiungere una perniciosa confusione indotta, tale da spingere “l’uomo della strada” nella direzione opposta a quella auspicabile. Perché i “complottisti” aumentano in questi periodi? Le persone, anche se non conoscono la materia, avvertono la confusione, l’incertezza, l’incoerenza, le balle. Per capire queste cose non c’è bisogno di un titolo accademico. E’ come una puzza e, come tale, con un po’ d’esperienza di vita la si avverte alzando il naso al vento. E allora si cercano altre risposte, soluzioni non canoniche, visto che quelle ufficiali “puzzano”.

I complottisti non nascono tali, o almeno non tutti. Parecchi rappresentano un effetto collaterale, una reazione a chi ha raggiunto suo malgrado un posto in cui non dovrebbe stare. Come spiega il famoso Principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza». E di incompetenti ne abbiamo visti tanti durante il Covid, aggrappati con le unghie e con i denti alle loro poltroncine TV, nascosti tra le fila di altisonanti task force, a fare gli interessi di un’economia poco interessata ai morti. Forse un giorno ci sarà qualcuno che si prenderà la briga di mettere in fila oggettivamente tutti gli errori che sono stati fatti e da chi. A noi, poco scientificamente, non resta che sperare che nessuno dei somari visti in questa vicenda diventi anche parlamentare (oltre a quelli che lo sono già ovviamente). Sarebbe il colmo doverli pagare, per sentirci dire che dobbiamo tacere, perchè non siamo scienziati e non capiamo un cazzo.

Nel frattempo rimane un grosso dubbio. Le persone, ormai dal 4 di maggio, sono praticamente libere di andare dove vogliono e di incontrare chi gli pare (con la mascherina al gomito). Da quello che si vede in giro dovremmo essere già tutti morti. Il Covid, in Italia, è lo stesso di prima? Il dubbio è che ci abbiano messo così tanto a partorire una burocrazia da virus e che abbiano destinato così tanti soldi alle contromisure per l’evento (con l’ansia di averlo inizialmente sottovalutato), che ora, anche se fosse diventato un pericolo molto più blando, si guarderebbero bene dal rivelarlo e sarebbero capaci di trasformare le scuole in pollai di plexiglas(s).

P.S.

Quanto detto è da intendersi senza nessuna pretesa di analisi scientifica e con il massimo rispetto per chi il Covid l’ha subito nelle estreme conseguenze. Chi scrive non pratica la scienza, ma ha ben presente quanta poca verità produca la politica quando praticata nel mantenimento dello status.

@DadoCardone

In evidenza

Prima di noi – di Giorgio Fontana. Recensione.

Sellerio Editore – 886 pagine – 22,00€ al momento del mio acquisto.

Mi permetto di dirlo perché, in fondo, queste recensioni sono solo consigli per gli amici. Prima di Noi, di Giorgio Fontana, ho fatto fatica a finirlo. Non perché fosse brutto o scritto male, ma perché non volevo separarmi dalla famiglia Sartori. Capita a volte di affezionarsi ai protagonisti di un libro, in questo caso mi sono ritrovato a centellinare i capitoli per non arrivare troppo in fretta alla fine delle sue quasi 900 pagine.

Questo è un grande romanzo. Storico, corale e veramente avvincente, anche se racconta di una famiglia come ce ne sono tante in Italia. La famiglia Sartori però ha un grosso debito con il suo passato. Il fante Maurizio Sartori, disertore dopo la Caporetto della Prima Guerra Mondiale, mette incinta Nadia, una giovane contadina Friulana, e poi scappa per ritornare al suo paese natio. Gabriele Sartori avrebbe potuto essere l’ennesimo figlio senza uno dei genitori, ma il padre di Nadia va di persona a riprendersi il fuggitivo e lo riporta a casa. Maurizio Sartori ha un peso che lo opprime, un nichilismo che gli fa desiderare l’annientamento di tutto, se stesso compreso. Nadia è posseduta dall’istinto contrario e lo costringe a trovare un modo per volersi bene.

Se pensate che stia spoilerando state tranquilli, queste sono solo le prime pagine. Le vicende della famiglia Sartori si dispiegano in un racconto che va dalla Prima Guerra Mondiale al 2012. Per capire questo libro è molto importante, tuttavia, comprendere l’irrequietezza dell’animo del capostipite, perché ognuno dei protagonisti ne sarà segnato quasi geneticamente, anche se in forme diverse. Nessuno di loro conosce il presupposto da cui ha origine la propria famiglia, ma tutti arriveranno a chiedersi quanto peso ha ciò che c’è stato prima di loro, nella spasmodica ricerca di una felicità che sembra non esistere. Una degli ultimi discendenti, Letizia, ipotizzerà un bilancio di sofferenza da pagare inevitabilmente. Alcune generazioni fisicamente, con una guerra, altre psicologicamente con afflizioni dell’animo e malattie debilitanti.

Non dico di più sulla trama, anche se avrei voglia di raccontarla capitolo per capitolo. Aggiungo solo che le gioie e i dolori della famiglia Sartori non sono diverse da quelle di ognuno di noi, ma che Giorgio Fontana ha un talento particolare nel descrivere gli stati d’animo, in una continua altalena tra la poesia della normalità e il crudo pragmatismo del nutrire i propri sentimenti, d’odio, d’amore, di paura, di libertà .

Il più bel libro letto quest’anno. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Quest’anno niente Rimini Summer Pride, ma…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera aperta di Marco Tonti, Presidente dell’Arcigay “Alan Turing” di Rimini, firmata anche dalle ragazze e i ragazzi del Rimini Summer Pride.


Il Summer Pride è ormai da anni un appuntamento tradizionale per la città di Rimini. La città viene invasa da festanti e manifestanti. Strade, spiagge, alberghi e ristoranti si riempiono di persone gioiose con negli occhi la luce di chi sta vivendo un momento di felicità tra persone amiche. Nei loro occhi sono i colori dell’arcobaleno.

Quest’anno, per ovvie ragioni, la quasi totalità dei pride è stata annullata o rinviata a data da destinarsi. Il Rimini Summer Pride non fa eccezione e non solo per rispetto delle prescrizioni ma come autentica responsabilizzazione riguardo la salute generale. Proprio in questo momento in cui le migliaia e migliaia di persone del pride avrebbero aiutato la città a rialzarsi, questo non potrà avvenire. Ma certamente non appena le condizioni lo permetteranno cercheremo, con le nostre iniziative, di fare la nostra parte per attirare persone e aiutare Rimini a rimettersi in piedi.

Il Summer Pride non si farà con le modalità consuete, questo è certo, ma ci auguriamo di poter organizzare comunque un atto simbolico nel rispetto delle norme e della sicurezza. Sarebbe importante per tutte le persone che già sentono la mancanza del nostro appuntamento straordinario ed emozionante, e per quelle che ancora vivono la mancanza di diritti. Proprio in luglio infatti comincerà la discussione della legge contro l’omo-transfobia e il supporto delle centinaia di migliaia di persone che partecipano ai pride avrebbe certamente contribuito.

Da qualche giorno Stefano Mazzotti, gestore del bagno 27, ha fatto un gesto semplice e straordinario, ha dipinto con i colori della bandiera rainbow la passerella che attraversa la spiaggia, da lui stesso ribattezzata “Pride Walk”. Il suo gesto ha avuto una enorme risonanza persino nei Tg nazionali, un plauso universale e l’approvazione commossa sui social di migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo. Molte di queste persone appena possibile faranno centinaia di km per venire non solo a “vedere” la Pride Walk, ma perché sapranno di andare in un posto dove sentirsi a casa e tra amici e amiche, dove ottenere rispetto e tutela della propria identità, un posto dove ogni diversità viene accolta e rispettata, un posto dove sentirsi in famiglia. E per stare in famiglia si è disposti a tutto, e ben lo sappiamo a Rimini dove abbiamo prosperato proprio nel modello del turismo ad accoglienza famigliare. Ora le famiglie e le persone sono cambiate, e perciò dobbiamo aggiornare anche il nostro modello di accoglienza turistica se non vogliamo rimanere indietro.

Io sono certo che Stefano Mazzotti sarebbe felice se altri stabilimenti, alberghi, negozi, locali seguissero il suo esempio e creassero una rete di punti di riferimento espliciti per una comunità di persone che, da tutto il mondo e da tutta Italia, ha bisogno di essere voluta, cercata, accolta e riconosciuta senza mezze misure, in luoghi dove non ci sia posto per le discriminazioni – non solo come petizione di principio ma come impegno costante di ogni privato oltre che del pubblico. Arcigay Rimini certamente da anni vuole entrare in contatto con le realtà imprenditoriali del territorio e creare una rete di questo tipo soprattutto in vista del Summer Pride 2021, che dovrà valere almeno per due! Il momento e l’occasione sono arrivati per trasmettere informazioni, competenze, consapevolezze non solo per il turismo ma anche per il rispetto di residenti e lavoratori/trici LGBT, quindi mettetevi in contatto con noi.

Il turismo LGBT è molto esigente ed è disposto a percorrere molta strada per andare in un posto accogliente e informato delle sue necessità. Crediamo che ci sia un grande potenziale da sviluppare e ci auguriamo, soprattutto in questo momento di difficoltà, di fragilità e di trasformazione sociale, che tutte le forze pubbliche e private del territorio possano collaborare in questa direzione.

Marco Tonti e le ragazze e i ragazzi del Rimini Summer Pride

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Rimini Covid Crush – occhio alla mascherina.

Una premessa. Con questo video non desideriamo esprimere nessun giudizio sul grado di contagiosità del Covid 19. Una cosa però risulta evidente: se il contagio non aumenta di nuovo, non è certo per il comportamento diligente dei “passeggiatori” riminesi. ATTENZIONE: questo video è stato girato domenica 10 maggio, a Fase 2 appena partita. Il fine settimana dopo i riminesi erano parecchio meno timidi.

La Redazione

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La mano di Fatima – di Ildefonso Falcones. Recensione

TEA Editore – 911 pagine – 13,00 €

Mi piace quando i libri si danno da fare con le coincidenze e ti costringono a riflettere sulle cose. Nella precedente recensione vi ho parlato de “l’ultima del Diavolo” di Pietrangelo Buttafuoco. Era un romanzo che, in estrema sintesi, raccontava una storia sul Diavolo, intenzionato a tenere separati Islam e Cristianità. Un testo che, stranamente, avevo dimenticato senza leggere nella mia modesta libreria. Giorni fa mia madre ha preso un romanzo, tra una pila che le avevano passato per superare la quarantena, e me l’ha dato assicurandomi che mi sarebbe piaciuto.

Il libro in questione era proprio La mano di Fatima e riprendeva l’argomento dei punti in comune tra mussulmani e cristiani. Non è finita qui però, perché ieri, quando l’ho finito, hanno liberato Silvia Romano, oggi Aisha, convertita all’Islam. Gli insulti che ha ricevuto a mezzo social, mi hanno riportato ancora una volta sul tema del contrasto tra due religioni che hanno lo stesso Dio e addirittura una buona parte di figure sacre. Un attrito dovuto in buona parte a posizioni d’ignoranza e intolleranza.

Ecco. Queste sono le coincidenze. Chiaro, non è che ho sognato tre numeri e poi mi sono usciti sulla ruota giusta, ma direi che sono stati un buono stimolo alla riflessione. Cos’altro si può chiedere ad un romanzo  oltre al piacevole intrattenimento?

Lasciando da parte i miei pretenziosi appuntamenti con il destino, questo libro di Ildefonso Falcones mi è piaciuto molto. E’ un racconto epico, storicamente molto accurato, con un ritmo coinvolgente e continui cambiamenti di fronte che ti fanno scivolare tra le mani le sue oltre 900 pagine.

Racconta la storia di Hernando e, tramite lui, le vicissitudini dei Moriscos, mussulmani spagnoli del 1500 costretti a diventare “nuovi” cristiani. Hernando, o ibn Hamid, come sceglierà di essere chiamato durante la sua vita, rimarrà sino alla fine delle vicende narrate un involontario perno umano tra le due culture. Figlio di una mussulmana violentata da un prete, viene disprezzato sia dai cristiani che dai mussulmani. Questi ultimi lo chiamano con disdegno “il Nazzareno” per sottolineare che non sarà mai uno di loro. Hernando, però, oltre ad essere un incrocio mal sopportato, è anche colui a cui vengono insegnate entrambe le religioni. Il parroco della sua comunità vuol alimentare la sua parte cristiana e Hamid il faiqh, autorità mussulmana, gli insegna le tradizioni del suo popolo come fosse un figlio.

Questa condizione regala una cultura superiore a Hernando che, al contrario della maggioranza dei suoi contemporanei, sa leggere e scrivere, addirittura nelle due lingue. La sua istruzione non basta però a toglierlo dalla scomoda posizione cui è destinato. Proverà per tutta la sua dolorosa vita a trovare una sintesi tra le due posizioni che non contempli la violenza e si troverà anche a dover scegliere tra due compagne di vita di opposte religioni.

Se siete appassionati di avventura e storia non potete assolutamente perdere questo romanzo. Oltre ad una tecnica narrativa perfetta per il genere di riferimento, Falcones propone un approfondimento storico e antropologico di notevole spessore.  Per il resto sono sicuro che anche voi come me, vi troverete a girare febbrilmente una pagina dopo l’altra per scoprire se è arrivata l’ora di un po’ di pace per Hernando.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Alcune riflessioni sul Futuro – di Raffaella Sensoli.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune riflessioni sul futuro dell’ex Consigliere Regionale Raffaella Sensoli. Il suo pensiero è declinato non solo alla luce della rappresentanza politica, da poco giunta al termine, ma anche nella sua veste di donna, madre, lavoratrice.

La Redazione.

Qualche nostro nonno ultracentenario ancora forse si ricorda l’ultima pandemia, quella di Influenza Spagnola che fece milioni morti. All’epoca non c’erano ancora a disposizione gli strumenti di cura e ricerca che oggi abbiamo la fortuna di avere e che hanno salvato migliaia di vite in questi 3 mesi.

Ma ci sono fattori che accomunano questa pandemia a quella di cent’anni fa. Si combatte un nemico sconosciuto, che stiamo scoprendo un po’ alla volta ma che non sappiamo ancora fino in fondo come sconfiggere, se non con il distanziamento sociale. Ma l’uomo è un animale sociale per definizione e, anche se in piena emergenza non si poteva fare altro, è anche vero che non si può tenere chiuse in casa le persone troppo a lungo, dovendo scegliere tra la difesa della salute fisica o di quella mentale.

Senza dimenticare la tragedia umana, sociale ed economica che questa pandemia porta con sé, vista l’ineluttabilità della situazione, dovremmo tutti approfittare di questa pausa (ed in molti lo hanno già fatto), di questo shock che ci ha fatti passare dalla frenesia, dalla routine, dallo stress continuo all’ozio totale.

Approfittarne utilizzando questo ozio, certo come abbiamo fatto in tanti, per dedicarci di più alla casa, alla famiglia, alla cucina e all’attività fisica, ma anche approfittare di questo stop per riflettere approfonditamente di ciò che questa società ha sviluppato in maniera errata, di cosa potremmo cambiare o abbiamo già cambiato forzatamente e che potremmo mantenere perché virtuoso, perché socialmente utile, perché ecologicamente valido: troppo spesso sento parlare della “natura” come se fosse altro da noi; dovremmo ricordarci che noi siamo parte della natura e prima di pensare a colonizzare altri pianeti, dovremmo pensare a come mantenere in salute il nostro.

Abbiamo sempre delegato ad altri questo compito: alla politica, alle organizzazioni, alle grandi imprese. Ma se ognuno di noi fa qualcosa nella stessa direzione, quel suo piccolo contributo sarà importante tanto quanto quello dei giocatori istituzionali di questa partita.

Sono mamma e mi viene in mente la scena di “Alla ricerca di Nemo”, dove il pesciolino incita i pesci rimasti catturati nella rete dei pescatori a nuotare in giù: sembra un’impresa impossibile, ma quando tutti iniziano a nuotare nella stessa direzione, l’argano cede ed i pesci tornano liberi!

Noi siamo un po’ come quei pesci nella rete, da anni sappiamo cosa dobbiamo fare, ma, intrappolati dal nostro quotidiano, non abbiamo mai trovato la forza di cambiare direzione. Ora ci è arrivata l’occasione.

Come diceva Einstein “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.”

Cosa possiamo fare noi per il nostro quartiere, la nostra città, per la nostra Regione?

Possiamo innanzitutto non dimenticare quanto l’aria pulita, il silenzio e gli uccellini che nuovamente si sentivano cantare durante il giorno fossero belli; quanto aver più tempo da dedicare a noi stessi e alle nostre famiglie ci riempisse il cuore e allo stesso tempo ci facesse desiderare di tornare al lavoro con un nuovo slancio.Con questo spirito la politica e la società, collaborando, devono ripensare il lavoro, i trasporti,l’economia, il turismo. Andiamo con ordine.

Il lavoro: Si parla tanto di smart work. Questa modalità era attuabile fin dal 2012 ma solo oggi ne apprezziamo i vantaggi. Oltre alla responsabilizzazione dei lavoratori (non vengo valutato in base alle ore che faccio, ma per gli obiettivi che raggiungo e per i compiti che svolgo nelle scadenze prefissate), esistono enormi vantaggi in termini di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, soprattutto per le donne che ancora oggi sono svantaggiate nel mercato del lavoro e che troppo spesso sono costrette a scegliere tra maternità, famiglia e carriera.

Lo smart work non deve essere inteso solo come lavoro da casa, ma come possibilità di organizzare orari e lavoro conciliando le esigenze professionali con quelle familiari, per cui, ad esempio, se si è in ufficio (o a casa) e si deve fare una commissione, andare a prendere il bambino a scuola o portarlo in piscina, o accompagnare un familiare ad una visita medica, non si dovrà chiedere permessi (che possono anche essere negati) o affidarsi a baby-sitter che magari non ci si può permettere di pagare o ai nonni, ma lo si potrà fare, portando comunque avanti il lavoro nel rispetto delle scadenze e dei compiti affidati, passando così da un rapporto meramente subordinato ad uno di collaborazione con i titolari o dirigenti e quindi aumentando il senso di appartenenza all’azienda per cui si lavora. Questa modalità consente anche alle aziende di attuare maggiori controlli sulla produttività del personale, e alle P.A. di eliminare o ridurre notevolmente di avere furbetti del cartellino.

I risparmi che sia pubblico che privato otterranno, potranno essere investiti in progetti utili alla comunità e allo sviluppo delle imprese.

I trasporti: dobbiamo scongiurare la possibilità che le persone abbandonino il trasporto pubblico in favore dell’auto a causa del timore del contagio per mantenere i livelli di inquinamento più bassi possibile. Per chi non può usufruire dello smart working, e comunque nel tempo libero, l’uso di bici e micromobilità elettrica (bici, monopattini e scooter elettrici) dovranno diventare la normalità. In questo modo alleggeriremmo il traffico, avremo meno problemi di parcheggi, e libereremmo posti nel trasporto pubblico a categorie che ne necessitano maggiormente, come anziani, disabili, famiglie con bambini piccoli o abitanti della provincia che lavorano in città. Un ripensamento del piano urbanistico della città con una maggior diffusione dei servizi essenziali, non solo ridurrebbe il traffico, ma riporterebbe Rimini maggiormente a misura d’uomo e recupererebbe il commercio di vicinato fortemente penalizzato negli ultimi anni.

L’economia cambierà: si ritornerà ad una visione di maggior autosufficienza e le politiche del chilometro zero e del rapporto umano nel commercio, nell’artigianato e nei servizi potrebbe ridare quel valore aggiunto che negli ultimi decenni si è perso. Studi recenti hanno visto come le persone, in questo lock-down, abbiano riscoperto, assieme al gusto di cucinare, anche il piacere di cibi semplici, poco lavorati e abbiano consumato meno junk food, recandosi ad acquistare prodotti di prima necessità nelle botteghe sotto casa, piuttosto che nei grandi supermercati. Questo ritorno ad una spesa intelligente va preservato, dato che il consumismo sfrenato ha dimostrato tutti i suoi limiti. Certo non vanno abbandonate le grandi imprese che rendono grande il nostro territorio e con le quali bisogna lavorare, ma credo che oggi le tante piccolissime aziende che compongono il tessuto della nostra società possano diventare la linfa di una nuova economia “glocal”.

Turismo: è il grande ferito e la grande sfida del nostro territorio. Va ripensato tutto il comparto ed intavolati lavori con il settore che puntino alla qualità dei servizi offerti. Se possiamo attrarre meno persone, va aumentata la qualità dell’offerta turistica, così da realizzare quella riqualificazione che già a piccoli passi si stava avviando. Naturalmente il nostro non sarà mai un turismo simile a quello della Versilia o Porto Cervo, ma possiamo trasformare il turismo “di massa”, oggi non più remunerativo ad un turismo “popolare” ed esperienziale, dove non contano tanto gli arrivi e le presenze, ma la ricchezza e la capacità di spesa che porta ogni turista, o meglio, ogni ospite sul nostro territorio. A beneficiarne a quel punto non saranno solo hotel e stabilimenti balneari, ma anche il commercio e la filiera di prodotti tipici locali della nostra provincia. E magari si potrà invogliare il turista balneare a tornare in altri momenti dell’anno per visitare la Rimini storico/culturale o le bellezze della nostra provincia.

I temi sarebbero ancora tanti ed il discorso molto lungo, ma credo ci sarà modo ed occasione per approfondire ogni tema.

Raffaella Sensoli

In evidenza

Il Sindaco di Rimini sta con il Professor Giulio Tarro?

E’ passata solo una settimana dallo sciocco divieto regionale di poter accedere all’arenile, restrizione che non vale per il lungomare. Alcune voci illustri  si erano solertemente alzate in appoggio al divieto. Tra queste quella del Dott. Nardi, Primario di Rianimazione a Rimini che, tra le altre cose, invitava a non andare al mare:

“non dovete ancora uscire, dovete mantenere le disposizioni che vi sono state date, tutti abbiamo voglia di uscire, di andare a correre, di andare al mare, non si può ancora fare.”

Altrettanto preoccupato, anche se con meno contezza scientifica, il comunicato delle associazioni riminesi dei Bagnini (tutte). Un voce all’unisono, che ha fatto storcere il naso quando, immediatamente dopo, si è saputo di un probabile contributo regionale a fondo perduto di 5 milioni di euro per i balneari. Ma vabbeh, coincidenze.

Fatto sta che quell’irrimediabile e ingiustificabile differenza, tra una camminata sul lungomare e una sulla sabbia, è rimasta tale senza che a nessuno degli amministratori riminesi venisse in mente che poteva essere un messaggio negativo verso il prodotto principale della costa: la sabbia.

Non l’ha capito nessuno qui a Rimini, almeno per cinque giorni, ma oggi il Primo Cittadino Andrea Gnassi si è scongelato ed ha parlato. Anzi, con il solito stile sobrio che lo contraddistingue, ha sbottato, perché di troppa prudenza si muore:

“Per andare in spiaggia quest’anno dovremo avere un termometro sotto l’ascella, termoscanner ad ogni angolo, arrivare con un box doccia ambulante e poi infilarci in una cabina di plexiglas? Ci sono banalizzazioni e irresponsabilità che non accettiamo più per un settore con milioni di lavoratori e imprese”.

E dopo aver sostenuto di essere quasi pronti con protocolli di sicurezza e sanificazione, dice anche:

“E’ stato ribadito da medici e scienziati che la spiaggia, con l’acqua di mare salata, la sabbia, il sole, è tra i luoghi naturalmente più sicuri dal punto di vista igienico e, in assoluto, uno dei luoghi dove stare e vivere momenti sereni e con servizi nuovi.”

Premesso che per una volta siamo d’accordo con la “Vision”, nel senso che o i protocolli indicati funzionano per tutto o non funzionano per niente, una particolarità salta agli occhi. L’affermazione che il mare, il sole, la sabbia e la salsedine, diminuiscano l’incidenza del virus è una teoria sostenuta con forza dal Professor Giulio Tarro e, di conseguenza, avversata dal celebre Roberto Burioni.

Considerato che Gnassi sbotta, ma Burioni ha la pervicacia di un gatto attaccato ai maroni: cosa succederà ora? Scontro al vertice del narcisismo mediatico? Ci dobbiamo aspettare bordate dalle seggiole di “Che tempo che fa” contro il Sindaco seguace di Tarro? E tra le trincee di facebook? Ci sarà uno scontro tra i Gnassi Boys e i Ringhios di Burioni? E quelli che sono sia Gnassi Boys che Ringhios che faranno?  Cadranno nel limbo di Tic Toc?

Non prendetela alla leggera perché la battaglia a chi la sa più lunga sul COVID 19 è un conflitto epocale da cui molti usciranno a pezzi. E’ uno scontro di potere non solo tra destre e sinistre, ma anche tra politica e vita reale. In questa battaglia Burioni, dicono grande virologo, ma sicuramente pessimo epidemiologo, è un alfiere mediatico di grande importanza per il Partito Democratico.

Cosa ne penserà poi dell’uscita di Gnassi l’altro personaggio di punta del PD, Kim Jung Bonaccin, il Nemico del Sabbione? Non ci illudiamo, tra piddini si sistema sempre tutto, a meno di non poter dare una definitiva pugnalata alla schiena. Evenienza improbabile per la sciocchezzuola in questione.

Per quanto poco conti l’opinione di CitizenRimini, vogliamo lo stesso dare appoggio alla presa di posizione di Gnassi in difesa del buon nome della Spiaggia, anche se ritardataria. Va considerato che 5 giorni fa c’era il rischio di sembrare in accordo con il Sindaco Tosi di Riccione. Non sia mai.

@DadoCardone

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Bonaccini ha deciso. Nein! Niente spiaggia per gli Emiliano Romagnoli.

C’è una domanda che da stamane percorre veloce il web e i balconi del confinato popolo della costa emiliano romagnola. “Perché i parchi sì e le spiagge no?”

La domanda sorge spontanea dall’ultima limitazione voluta dal Governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che, estroflettendo il mento volitivo, ha replicato all’ultimo DPCM : No! In spiaggia non si può! Tra l’altro, quando il Sindaco Renata Tosi di Riccione ha chiesto spiegazioni, ci ha tenuto a precisare che lui si deve preoccupare di ben altro e “non ha tempo da perdere”.

Dispiace molto che la Democrazia faccia perdere tutto questo tempo allo Zar delle Romagne, nonché delle Emilie. In ogni caso, quando un Amministratore chiede la logica di una decisione, perché evidentemente la deve in qualche modo giustificare con il territorio di sua competenza, un pochino si dovrebbe sforzare. Ha già tanto da fare, è un periodo brutto, ma non sta certo portando “la croce” da solo. Con i mezzi messi a disposizione dalla Regione può anche trovare qualcuno che risponda a quegli insolenti amministratori al posto suo.

Ad oggi, comunque, la logica non si è proprio capita. Plasmare realtà molto diverse con singoli colpi d’accetta è una cosa che sicuramente funziona in Cina, ma la Democrazia ha un costo. Si traduce nel dover governare la Libertà delle persone, non la loro cieca sottomissione. Ci sono degli inconvenienti, ovviamente. Gente che non è d’accordo, gente che non capisce, addirittura  gente che disubbidisce, ma ognuna di queste persone si assume una responsabilità personale rispetto a come reagisce alle norme. E’ la Democrazia baby.

E poi… e poi c’è il buonsenso. Prendete Rimini per esempio. Rimini ha parchi e spiagge. Dopo quasi sessanta giorni di confinamento (li festeggiamo il 12 maggio) non si può considerare un capriccio passeggiare al parco o in spiaggia e molti lo faranno. Ci andranno, anche se per tutta la vita non gli è mai fregato nulla, semplicemente perché gli è stato impedito per troppo tempo. Allora una cosa è farli andare tutti solo in un parco, un’altra è dividerli tra verde e sabbia. E’ una possibilità che porta vantaggio nell’ottica del distanziamento sociale, non svantaggio. Ci sono posti che non possono permetterselo per la conformazione del territorio? Che lo decidano i loro sindaci, oppure sono tutti degli idioti e l’unico che sa come si fa è Bonaccini?

Attenti a non giudicarla una quisquilia questa spiaggia negata. E’ anzi una questione dirimente, perché la vera domanda è: i dispositivi di protezione e il distanziamento, funzionano oppure no? Perché o funzionano e allora si può andare in spiaggia dove c’è tanto spazio, o non funzionano, e gli stessi problemi che si verificherebbero sull’arenile avranno luogo a maggior ragione nei parchi, negli autobus, nei posti di lavoro, nella visita al congiunto e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto mi riguarda, io seguirò le norme come ho (quasi) sempre fatto, ma non potrò far  a meno di guardare con occhio ancora più critico le decisioni di questo Governatore di Regione, eletto la prima volta con un flop storico d’affluenza e la seconda “perché altrimenti va su Salvini”. Il potere ottenuto con risibile rappresentanza reale, chissà come mai,  genera molto spesso decisioni poco condivise.

P.S.

E Andrea Gnassi che fa? Non difende il senso di responsabilità dei suoi concittadini? Non rivendica il diritto di popolare (responsabilmente) il “luoghi dell’anima” (come li chiama lui)? In questo caso non sembra voler battere pugni sul tavolo… non si sa mai che qualcuno smetta di assecondarlo in solido nelle sue “Vision”.

@DadoCardone

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L’ultima del Diavolo. Di Pietrangelo Buttafuoco – Recensione.

Edito da Mondadori – 260 pagine – 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi devo dire una cosa che mi è successa. Non sono sicuro si faccia anche nelle recensioni serie, ma questa è una recensione per gli amici, dunque me ne prendo licenza. Non mi piace tanto leggere dal tablet, sarà l’età. Guidato dalla fame di libri di carta, ho scandagliato la mia modesta libreria in cerca di un testo che, perlomeno, non mi ricordassi tanto bene. Et voilà, è saltato fuori un libro che avevo appena iniziato e non finito. Mi verrebbe da dire “miracolo!”, non fosse che il romanzo s’intitola “L’ultima del Diavolo.”

Il Cardinal Taddeo Reda, consigliere diplomatico della Santa Sede, è un principe della Chiesa. Nick Mac Pharpharel invece è il Principe degli Inferi, il Diavolo in persona. I due s’incontrano quando Taddeo si sveglia con l’urgenza di una scimmia e una pistola, per organizzare una festa che gli è venuta in mente.

Il pensiero gliel’avrà messo in testa ‘o Riavulo (come lo chiama il napoletano Taddeo), ma il Cardinale è comunque un personaggio piuttosto fuori dalle righe. E’ un erudito, scaltro diplomatico, ma è anche uno che appena sveglio si tocca i testicoli prima di fare il segno della croce. E’ convinto che il Paradiso sia per i ricchi, perché solo loro sono in grado di sfuggire all’invidia e al “desiderio dell’altrui sfortuna”. Tra l’altro Dio gli sta antipatico perché l’ha condannato alla vita.

Il Diavolo ha la strada spianata per il suo piano e propone un patto a Taddeo. Bruciare i manoscritti di Bahira, un Santo cristiano, che è niente popò di meno che il Talent Scout di Maometto, in cambio di 12 milioni di dollari. Quegli scritti sono la prova che il credo Islamico è la naturale prosecuzione di quello che viene dopo Cristo nei piani del Signore. Una prova che, potenzialmente, potrebbe riunire i credo dell’umanità, cosa inammissibile. Il Cardinale accetta, ma non per i soldi.

Questo romanzo è molto particolare, sia per quello che racconta, che per il modo di farlo. L’autore, come i suoi personaggi, gioca con l’erudizione e non si risparmia nel portare alla luce i collegamenti (realmente esistenti) tra l‘Islam e la Cristianità. Con una scrittura che a volte sembra poesia, a volte stornello, sempre sfida d’erudizione, Pietrangelo Buttafuoco conduce il lettore nella scoperta di ciò che guida il Diavolo nei suoi piani e di come l’Adamo , a cui rifiutò di inchinarsi, lo contrasti.

Lo consiglio? Sì, ma non a tutti. Solo a chi ha veramente voglia di scoprire l’ultima del Diavolo.

@DadoCardone

In evidenza

Io sto con Tarro.

Io sto con Giulio Tarro e vi spiego perché. Se qualcuno si aspetta una spiegazione scientifica, o pseudoscientifica, può tranquillamente abbandonare questo post. Non sono uno scienziato, né di quelli accreditati, né di quelli “fai da te”. L’unica cosa su cui mi applico è la scrittura, madre generosa, ma inflessibile su alcune cose, che esige quotidianamente la pratica dell’osservazione. Di cosa? Di tutto. Dei gesti, degli atteggiamenti, dei significati, di come le frasi vengono messe in fila, di quel qualcosa che rivela le parole non dette, tra le altre cose. Se non vi basta sono anche portiere di notte, a Marebello di Rimini. Non aggiungo altro.

Detto questo per me Tarro può essere anche matto come Caligola e andare in giro con le mutande sopra i pantaloni. Non m’interessa, perché non è lui che osservo, ma come reagiscono gli altri alla sua persona e alle sue dichiarazioni. Per cui non mi venite a contestare i Nobel, la papaya e la memoria dell’acqua, siete fuori tema.

In questi giorni Tarro è diventato il nemico numero due della Salute del Paese, secondo solo al Covid 19. Perché? C’è questo matto che si è comprato crediti per dare più volume al suo lavoro e che si è attribuito un’inesistente candidatura al premio Nobel. Come mai il medico copertina, il Dottor Roberto Burioni, gli si è accanito contro e, oggi, addirittura la Società degli Immunologi Italiani ha provveduto a ri – esiliarlo (visto che dicono di averlo già fatto in passato)? Tra l’altro ci hanno tenuto a dissociarsi con un comunicato che, ad occhi smaliziati, sembrerebbe essere prodotto da chi fa comunicazione per lavoro ad un certo livello.

Perché si mette in campo tutto questo per rispondere a un cazzaro? Perché si tiene tanto a mettere in chiaro che Tarro sarebbe una specie di Mago Otelma, quando per un Otelma qualsiasi non si perderebbe tempo a elaborare smentite? Ma soprattutto, e questa è la domanda decisiva che ognuno di noi si dovrebbe fare, perché non gli si contesta il merito di quello che dice, ma si cerca di screditarlo attaccando la sua professionalità e il suo passato?

Il Professor Tarro, Primario Emerito o pazzo scatenato che sia, è stato il primo a dire che il fenomeno si sarebbe attenuato durante i mesi estivi. Cosa di cui ancora non abbiamo prova, ma che hanno cominciato a ripetere anche altri, tra cui lo stesso Burioni. Poi, sempre il folle, ha sostenuto che in uno studio Olandese del 2008 si era dimostrata la teoria di un’epidemia da pneumococco e da meningococco attivata dal virus dell’influenza e dal virus respiratorio sinciziale. Suggerendo poi di indagare se un simile meccanismo sia occorso a Bergamo, visto che nel periodo sospetto c’è stata una richiesta di ben 185.000 dosi di vaccino antinfluenzale e, in concomitanza, si è verificata un’endemia da meningococco per cui sono state richieste 34.000 dosi.

E’ giusto? E’ sbagliato? Che cazzo ne so io? Mica sono uno scienziato. So solo che, se lo fossi, verificherei la solidità della teoria olandese, o controllerei l’effettiva richiesta di quei vaccini e le possibili correlazioni. E’ una teoria, si contesta con dati, rilevazioni, misurazioni, statistiche, mica dicendo al tale che “Se lui è stato candidato al Nobel, io sono stato a Miss Italia”.

L’idea che mi sono fatto io, osservando le reazioni scomposte all’indirizzo del Dott. Tarro, è che non sia stato contestato tanto per quello che ha detto, quando perché ha osato rompere la versione ufficiale di ciò che è successo con il Covid fin qui. E il fatto che se ne incarichi Burioni, la velina del Partito DemoKratico, non fa altro che confortare la tesi. Si è annusata nell’aria una certa incompetenza (certo non solo dell’Italia) riguardo al modo di confrontarsi con il Covid e per sostenerlo non c’è bisogno di nozioni scientifiche. Il ritardo del lockdown in marzo, quando da gennaio si sapeva della circolazione del Corona, I morti nelle RSA, la gente abbandonata  a se stessa a casa, la cura e i tamponi solo dei casi conclamati, il fatto che ancor oggi non riusciamo a distinguere tra decessi per Corona Virus e decessi con Corona Virus, i medici morti perché sprovvisti dei mezzi necessari, ci dicono molto.

E’ chiaro che se un “matto” comincia a piantare il seme del dubbio con dichiarazioni sommariamente verificabili che non siano “è tutto nuovo, non ce lo aspettavamo.”, l’Establishment se la prende a male. Oh ragazzi, poi questa è una mia personalissima opinione eh! L’opinione di un altro matto, uno che ritiene che le energie dello Status quo siano impegnate prevalentemente a difendere se stesso, soprattutto in caso di madornali cappelle, e che ogni tanto sia utile ribaltarlo, altrimenti saremmo ancora allo Ius primae noctis.

Quindi, se devo scegliere tra un accreditato Burioni e un folle Tarro, scelgo il secondo tutta la vita. Non per quello che dice, per come i legulei gli reagiscono.

P.S.

“In Italia il rischio è Zero. Il virus non circola. Questo non avviene per caso: avviene perché si stanno prendendo delle precauzioni” [Eminentissimo Dott. Roberto Burioni – 2 febbraio 2020 a Che tempo che fa su Rai due.]

@DadoCardone

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Come Dio Comanda di Niccolò Ammaniti – Recensione.

Premio Strega 2007 – Edizioni Oscar Mondadori – 478 pagine – 10,00 € al momento del mio acquisto.

Avete voglia di leggere un libro intenso? Allora vi consiglio Come Dio Comanda, di Niccolò Ammaniti. Vi terrà incollati alle sue pagine permettendovi di respirare raramente.

Rino e Cristiano Zena sono padre e figlio. Una madre non c’è, li ha abbandonati. Rino è un rissoso disoccupato, alcolizzato, con tendenze naziste, che cerca di educare il figlio alla forza. Di sicurezze, tuttavia, lui non ne ha tante, se non quella che bisogna colpire per primi e quel figlio, che lo ama e lo teme. D’altronde Rino come fare il padre se lo è inventato da solo, la sua infanzia l’ha passata  in orfanotrofio e l’unica cosa che ha imparato è la legge del più forte.

Corrado, detto Quattro Formaggi, e Danilo sono gli unici amici che ha. Quattro Formaggi l’ha conosciuto proprio in orfanotrofio, dove già era un po’ strano, ma non come è destinato a diventare dopo un incidente con l’alta tensione capitato in età adulta. Anche Danilo ha una brutta storia da sopportare. E’ diventato alcolizzato dopo che la figlia gli è morta in macchina, soffocata. Rino, Corrado e Danilo, si mettono in testa di rapinare un bancomat. La notte programmata per il colpo avranno modo di scoprire che non avevano ancora raggiunto il fondo. Dovevano ancora scavare.

Come Dio comanda è un romanzo spietato, soprattutto verso il lettore. I suoi protagonisti sono esseri senza speranza, abituati alla sconfitta, dipendenti dall’alcol e da fantasie mortali. Per loro non è previsto lieto fine e ci si trova a leggere cercando di capire se finiranno male o peggio. Non fraintendete, non è che manchino i colpi di scena, anzi. Solo che i tre balordi cercano redenzione dove possono trovare solo disperazione e in tutto ciò, pur non volendo, trascinano il tredicenne Cristiano che li considera la sua famiglia.

Ruvida, ipnotica a tratti disturbante. Non la si può proprio perdere una storia così.

@DadoCardone

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E Bonaccini ti aggiusta la campagna. TAAAAC!

Allora. Io sono di sinistra. Lo premetto, altrimenti non si capisce la critica.

Una cosa che non bisognerebbe mai fare, ma proprio mai, è unire Sinistra e imprenditoria. Non capitemi male. Non che non ci possano essere imprenditori di sinistra e nemmeno che un amministratore di sinistra non possa pensare di fornire strumenti adeguati, quando gli sono richiesti e si manifesta l’esigenza.

Il problema sorge quando l’amministratore di Sinistra si mette in testa di poter esibire una mentalità imprenditoriale. Il motivo è semplice. L’amministratore “progressista” dovrebbe, nei limiti del praticabile, pensare contemporaneamente alle esigenze dell’imprenditore e a quelle del lavoratore. E’ un equilibrio delicato e ci vogliono pensieri coltivati per mantenerlo, una cultura che preveda decisioni che non si riducano a semplice utilitarismo o, molto peggio, a incoerenza.

Faccio un esempio pratico. Bonaccini, governatore della Regione Emilia Romagna, in questi giorni afferma: La situazione sotto corona virus ha tolto gli immigrati alle campagne. Ci vada a lavorare chi percepisce il Reddito di Cittadinanza.

In questa sola affermazione si affastellano diversi strati d’ignoranza politica, culturale e imprenditoriale. Questa dichiarazione, che (chissà come mai) è piaciuta molto di più a Destra, fa chiaramente intendere che il pregiato Governatore non ha proprio presente il tema a cui si vuole applicare.

Come noto le campagne sono il fronte più esposto al lavoro nero. Ciò succede perché il circuito delle grandi distribuzioni impone prezzi di vendita che nessun agricoltore potrebbe sostenere con della manodopera in regola. Per questo si riscontrano gravi fenomeni di caporalato, persino qui in Romagna. Pochi giorni fa abbiamo letto la notizia di un giro di lavoratori pakistani sfruttati come schiavi a un euro l’ora. Sarà stato un caso estremo, ma non l’unico, come la stessa Regione (evidentemente a insaputa del suo Governatore) ha denunciato.

Ora Bonaccini dovrebbe fare chiarezza. Quelli che percepiscono il Reddito di Cittadinanza, in che modo dovrebbero essere inquadrati per questo lavoro? In nero come i Pakistani? O dovrebbero accontentarsi dello stesso reddito (con un massimo di 750€) che già percepiscono? No perché, diversamente, con gente retribuita secondo legge a fare i raccolti, il contadino se le da in faccia le zucchine (per non essere volgari). A venderle farà molta fatica.

A parte tutto questo mi preme sottolineare una cosa che si legge neanche troppo fra le righe. “Chi prende il Reddito di cittadinanza può cominciare ad andare a raccogliere la frutta e la verdura nei campi così restituisce un po’ quello che prende”. E’ palese che questo sedicente uomo di Sinistra considera il Reddito di Cittadinanza, una cifra che basta appena per un affitto, quantomeno un’indebita appropriazione.

Certo lavorare perché nella sua Regione in pochi abbiano effettivamente bisogno del reddito di Cittadinanza è un obiettivo un po’ troppo ambizioso. Per cui suggeriamo di cominciare dalle basi. Tipo farsi spiegare che essere poveri non è una colpa, che una persona difficilmente sarà assunta a fare i raccolti con uno stipendio regolare, che lui non è un imprenditore, ma un amministratore e le soluzioni che gli competono non dovrebbero passare per il fondoschiena dei poracci.

Se glielo chiedevi qualche mese fa, quando per essere rieletto aveva bisogno dei voti delle Sardine, dei Grillini  e della Elly Schlein, l’avrebbe dato anche al caporale dei Pakistani il Reddito di Cittadinanza.

P.S.

Qualcuno dia una zappa a quell’uomo.

@DadoCardone

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Colui che gli Dei vogliono distruggere – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 334 pagine – 8,60€ al momento del mio acquisto.

Difficile parlare di questo romanzo senza spoilerare nulla, perché i nodi narrativi sono diversi e tutti fondanti. Comincio con il dire che il suo sviluppo per diverse ragioni potrebbe essere tranquillamente applicato a una grafic novel. Poi, ovviamente, in puro stile Gianluca Morozzi, c’è Bologna, il rock, ed eroi che, anche quando lo sono veramente, non possono fare a meno di mostrarci il loro lato un po’ patetico.

Dunque.. provo a spiegare. Ci sono due universi paralleli e due pianeta Terra. Su Terra L c’è un Supereroe che non ci sa fare con la sua vita normale e su Terra Prima c’è un Rocker che non ci sa fare con la sua vita da “star”. Entrambi soffrono pene d’amore. I due universi entrano in contatto nel presente, ma gli effetti si vedono nel passato di Terra L influenzandone il futuro. In che modo? Beh, non vi posso dire molto perché è uno dei nodi del libro. Provate a pensare, però, cosa succederebbe se privaste totalmente un genio della musica, tipo David Bowie, della possibilità di esprimersi in modo artistico… in questo mondo non è successo, ma magari in uno parallelo sì e, magari, David si è sfogato diventando un genio del male.Che roba eh!? Ma non è tutto qua. C’è Leviatan che ha tutti i poteri immaginabili, ma solo due alla volta e che cambiano due volte al giorno. C’è Ragnarock, la sua nemesi, come in ogni fumetto che si rispetti. Parallelamente, sull’altra terra, c’è Kabra un Rocker che si dibatte tra l’anaffettività, l’ispirazione perduta e il suo mondo composto interamente da chi ruota attorno alla sua band: I Despero. Però non fatevi pregiudizi del tipo che le cose strane succedono a Leviatan e non a Kabra.. anzi il grottesco sembra appartenere più all’universo “normale” che a Terra L. Qualsiasi sia la Terra su cui si svolge la narrazione, tutto sembra essere legato alla massima di Euripide: A colui che gli Dei vogliono distruggere, prima viene data in dono la pazzia.

Questo romanzo è un’esperienza divertente e la consiglio volentieri.

@DadoCardone

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Il Comune di Rimini gioca la carta Barbara D’Urso per impressionarci.

36 giorni confinati e questi ci danno la caccia con i droni.

In tutto il periodo del confinamento a causa del Covid mi sono astenuto da qualsiasi critica verso l’Amministrazione di Rimini. Ho scelto di farlo perché tutti, anche loro, stanno affrontando qualcosa che non è mai successa prima e, allora, i peccati veniali si lasciano correre. Si lascia perdere l’annuncio un po’ troppo roboante, i meriti che qualcuno si attribuisce, ma che dovrebbe dividere, il sindaco che fa le comunicazioni alla cittadinanza con le foto dei bombardamenti e sciocchezze varie.

Poi, però, gli amministratori sono quelli che sono sempre stati e pretendere che una pandemia li possa rendere migliori è pur sempre solo un’ipotesi da dimostrare. Me ne sono accorto oggi con il doppio post del Comune. Uno su Facebook e uno su Youtube, dove, con grande sfoggio di documentazione video, ci fanno vedere quanto sono bravi ed organizzati a inseguire poveri cristi solitari, che cercano ristoro dal confinamento Covid in spiagge e parchi dove per kilometri non si vede nessuno.

Siamo tutti a casa da 12 Marzo, tranne quelli che ovviamente continuano a lavorare con grande sacrificio. Oggi siamo il 17 di aprile. Sono 36 giorni (trentasei) che stiamo  subendo un evento assurdo… e questi cosa fanno se trovano una persona in giro da sola dove non c’è nessuno? Non è che gli si avvicinano discreti e gli dicono :”guarda amico. Lo so che è dura, ma non puoi stare qua. Vai a casa perfavore, altrimenti ti devo multare.”

NO.

Danno la caccia alle persone con i droni e poi fanno entrare in azione le squadre con tanto di ripresa video. Non paghi, ce lo fanno vedere!!. Si vantano. Ci mostrano quanto sono fighi. Lo mostrano a noi che stiamo a casa, in tensione per un futuro quanto mai incerto. E questa incertezza è determinata in gran parte anche sulla poca fiducia che abbiamo nei confronti di questi amministratori che, anche in una situazione del genere, non rinunciano a raccontarci storie, anziché fare i fatti.

Allora sapete che c’è? Stavolta la critica la faccio, perché serve. A qualcuno aiuta a crescere, ad altri da una dimensione, un limite. Perché pubblicizzare con orgoglio la caccia alla gente con i droni, persone che non fanno assolutamente niente di male (di sicuro una persona in 10 km di spiaggia non è un pericolo), non mi fa sentire più sicuro, anzi, mi fa venire in mente una parola. E’ una parola che non posso dire perché verrei denunciato, ma sento forte l’esigenza di ricordare a me stesso che vivo in una Democrazia.

Invece di giocare con i droni la nostra Amministrazione, responsabile per qualunque delle sue parti si sia messa in testa di far vedere quanto è brava a dar la caccia a poveracci, si ricordi che noi siamo a casa da 36 giorni, con i nervi a pezzi e l’angoscia per la marea di problemi che stanno per affacciarsi sul nostro immediato futuro. Sarebbe meglio che, invece di farci innervosire (a leggere i commenti sotto quello stupido post non sono il solo che non poteva crederci), trovassero qualcosa di rassicurante da dirci, tipo come stanno programmando seriamente cosa fare nel “dopo” e che non stanno cercando un’altra storiella da raccontarci.

Quell’uomo steso in spiaggia potrei essere benissimo io. Ancora ce la faccio a non esserlo, ma non so per quanto.

P.S.

Colonnello Krueger: “Badate colonnello, io ho carta bianca.”

Colonnello di Maggio: “E ci si pulisca il culo!”

[Da “I due colonnelli”.]

@DadoCardone

In evidenza

Il finanziamento Covid 19 con garanzia dello Stato? Non è proprio come ce lo raccontano.

C’è grande fermento attorno alla notizia che, finalmente, si possono avviare le pratiche per richiedere il finanziamento COVID 19 dedicato alle imprese. I mezzi d’informazione riportano le linee guida dettate dal Governo. Un prestito veloce, con poca burocrazia, tassi irrisori, che può arrivare fino a 25 mila euro di finanziamento con garanzia dello Stato.

Detta così, in un periodo come questo, sarebbe la proverbiale manna dal cielo. Pare però che quanto auspicato dal Governo non si allinei perfettamente con le direttive che i gruppi bancari stanno dettando ai propri direttori. Noi abbiamo sentito un campione di partite iva, che naturalmente non ha la pretesa statistica di essere rappresentativa della totalità. Per questo se qualcuno avesse informazioni precise e puntuali da condividere, può farlo nei commenti, rendendo così quest’articolo ancora più preciso.

La burocrazia.

In questi giorni si è voluto dar la sensazione che bastasse compilare un modulo per avere il finanziamento. Che sia stato o meno un modo un po’ furbo di raccontarla, è normale che la procedura non possa essere questa. Anche con la garanzia dello Stato ci sono soggetti e società che, per la loro storia bancaria, non possono essere finanziati. Il modulo stesso (Scaricabile qui) chiede alcuni dati da recuperare dal commercialista, come codice classificazione ATECO 2007, i ricavi dell’ultimo esercizio contabile (da dichiarazione fiscale o bilancio depositato), gli ULA (unità lavorative annue) e altre cose che non elenchiamo per non annoiare.

Attenzione però, alcune banche dicono esplicitamente che a loro del modulo scaricabile interessa poco. Anzi qualcuno manda un modulo proprio ai clienti, un documento da compilare che corrisponde a una normale istruttoria bancaria per la quale bisogna presentare: bilanci del 2017 del 2018, bilanci provvisori del 2019 e primo trimestre del 2020, le ultime due dichiarazioni dei redditi complete di ricevuta di presentazione. Per cominciare. Poi, oltre alle altre varie ed eventuali, lo Stato sarà anche veloce nel concedere la propria garanzia, ma gli istituti eroganti avvertono: ci saranno anche i loro tempi d’istruttoria.

Le spese.

Avevate sentito parlare di tasso zero? Ecco, toglietevelo dalla testa. Che il prestito non fosse esente dall’influenza del costo del denaro era prevedibile, tuttavia, oltre a questo, le banche proporranno certo tassi più bassi di mercato, ma scordatevi fantomatici zero virgola %. La questione dei tassi non è ancora chiara, ma sembra che i più illuminati si muoveranno attorno ad un tasso che supera l’1%. Ci farebbe piacere avere qualche delucidazione direttamente dalle banche su questo punto, aspettiamo fiduciosi.

Ci saranno comunque le spese d’Istruttoria.

Le rate.

Chiaro che avere lo Stato come Garante permetterà ad un discreto numero di Partite Iva di ottenere prestiti che normalmente non avrebbero avuto, ma come avverrà la restituzione del debito (perché di debito si tratta)?  72 rate, di cui i primi due anni (pare) saranno dedicati solo alla restituzione dell’interesse.

Una misura valida?

Che tutto ciò basti a dare ossigeno alle aziende con l’attività azzerata dal Covid è totalmente subordinato alla ripresa della normalità. Un ritorno a regime che per molte aziende è tutt’altro che scontato, perché molte non potranno applicare a priori un distanziamento sociale, almeno senza incidere irrimediabilmente sul proprio fatturato.

C’è anche un altro fattore da considerare. Se qualcuno non se ne fosse accorto, la situazione economica in Italia anche prima del Covid non era delle più rosee. Tra pressione fiscale e il tentativo di mantenersi competitive, moltissime aziende (considerate sane) avevano già a che fare con il tentativo di gestire in maniera fisiologica i debiti. La valutazione dei debiti pregressi avrà indubitabilmente peso per la decisione delle banche di concedere un nuovo prestito. Perché la garanzia sarà anche dello Stato, ma la concessione rimane sempre in capo agli istituti, o  agli intermediari finanziari.

Non così veloce, non così facile, non così economico. Si poteva usare un altro strumento? Non siamo in grado di suggerirne uno più efficace, ma non ci tiriamo indietro dalla più ovvia considerazione. Fino a che non verrà reso inerme il Covid, il nostro sistema economico continuerà ad accumulare fattori di crisi molto peggiori di quelli che stiamo vivendo.

P.S.

Il denaro che si ha è lo strumento della libertà. Quello che s’insegue è lo strumento della schiavitù.

[Jean Jacques Rousseau]

@DadoCardone

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Dracula ed io – di Gianluca Morozzi. Recensione.

Edito da TEA – 250 pagine – 7,99€ Ebook – 14,25€ di carta.

Ero in quarantena (mica solo io eh) e non avevo voglia di scegliere un libro aspettando una consegna materiale, così, visto che ho Kindle sul tablet, ho pensato di scaricare un romanzo al volo. Solo che su Amazon Libri, soprattutto in versione Ebook, c’è un piccolo problema. Non ti puoi fidare troppo delle recensioni e di quello che il sistema ti butta sotto il naso. Avete presente il meccanismo per cui 50 sfumature di sticazzi è il libro più venduto del ventennio? Ecco. Per gli Ebook è peggio. La casalinga arrapata spadroneggia e i più venduti di solito sono libri la cui copertina raffigura maschi a petto nudo. Il sistema si adegua alla domanda, ovviamente.

In questi casi il metodo è imporre le mani sulla propria libreria e farsi cogliere dall’ispirazione. Stavo appunto imponendo, quando mi vedo davanti agli occhi “Colui che gli Dei vogliono distruggere.” Cazzo, Morozzi. E niente semplicemente digitando il suo nome mi appare la copertina di “Dracula ed io”. Finito in un giorno. Bello.

Gianluca Morozzi è come quegli chef che buttano l’impossibile dentro il frullatore, pure il coccio delle uova, tanto alla fine ne viene fuori la vellutata a cui non avevi pensato. E c’è riuscito anche con questo romanzo. Ha preso Dracula il vampiro, Bologna e le sue leggende, un antieroe proprietario di una fumetteria, un gruppo d’amici tipo Friends (ma più rustici), un serial Killer, delle tette et voilà: un tragicomico thriller horror.

Come sta tutto insieme coerentemente? Ci vuole bravura, garantito, tuttavia la dinamicità con cui racconta le storie di tutti i protagonisti, quasi contemporaneamente, è la chiave di volta. Mentre le pagine scivolano veloci sotto il tuo indice, lui ti racconta della vera storia di Dracula e di cosa c’entra con Bologna, nonché delle avventure sentimentali di Lajos e dei suoi amici, l’Orrido, La Betty e Lobo. In mezzo a tutto questo, poi, ti tiene attento con un serial Killer che uccide donne incinte in giro per la città.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Quando anche a Conte scende la catena.

Durante la più grande crisi mondiale dal Dopoguerra ad oggi, è permessa una sculacciata a reti unificate?

Noi italiani siamo un popolo straordinario. Sì, abbiamo l’arte, il cibo, il paesaggio, eccetera, ma tutto questo è nulla confronto alla nostra capacità di recitare per la nostra personalissima causa. E’ una riflessione inevitabile leggendo questa mattina le reazioni alle dichiarazioni di Giuseppe Conte. Avete presente, no? Parafrasando: Matteo Salvini e Giorgia Meloni sul MES mentono e lo fanno a discapito del loro Paese.

Ebbene a questa dichiarazione, che tra parentesi risponde al vero, reagisce l’alzata di scudi di una certa parte che, badate bene, non è propriamente identificabile solo con una fazione politica. Un numero discreto d’intervenuti, tra politici, opinionisti, influencer (wanna be), giornalisti, direttori di redazioni e postatori compulsivi, controbattono stigmatizzando l’uso personale che Conte ha fatto delle reti unificate.

Dell’uso personale parlo tra qualche riga. Prima vorrei sottolineare quanto mi stupisce l’innata capacità interpretativa di alcuni, che ritengono appropriato l’uso propagandistico della chiusura dei porti di un Ministro dell’Interno in carica, ma insostenibile l’avvertimento diretto di un Presidente del Consiglio, che sta affrontando la più grande crisi dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Poco istituzionale, dicono, quando lui stesso aveva richiamato al rispetto di quel valore. Vero. Però poi c’è un limite che certo non ha deciso lui si sorpassasse. Mi riferisco allo stillicidio di dichiarazioni contro la gestione Conte. L’azione sistematica secondo cui da una parte si richiama alla responsabilità di un’azione congiunta tra maggioranza e opposizione, dall’altra si tirano palate di letame ad ogni piè sospinto.

Il motivo è più che ovvio, saremmo ingenui a non considerarlo. I soliti sondaggi riportano il gradimento verso l’azione di Conte e l’affossamento delle speranze governative del Centro Destra che, fino ad un giorno prima del Paziente Uno, stava già pensando a che tipo di acqua minerale servire durante il suo imminente primo Consiglio dei Ministri.

E’ il gioco delle parti, si sa. Però esistono momenti in cui questo gioco non si fa. Il momento in cui la capacità di sopravvivenza di un Paese non può e non deve essere affidata agli interessi di parte, perché in ballo c’è troppo. E qui riprendo il concetto dell’uso pro domo sua che Conte avrebbe fatto nella comunicazione di ieri. Non era un uso personale, perché in quella comunicazione rappresentava anche me. Siamo solo in due a pensare che Salvini e Meloni stiano giocando a fare le capriole in una vetreria? Non penso.

A parte le prese di distanza di politici, tifosi, direttori di House Organ travestiti da libera informazione e del solito Matteo Renzi (per carità lui la polemica non la può sentire nemmeno nominare!), non ho capito la dichiarazione di Enrico Mentana. Il direttore del TG la 7, che peraltro stimo, dice :”Se avessimo saputo quello che stava per dire Conte non avremmo mandato in onda quella parte di conferenza.”. E perché? Chicco! E il mio diritto di essere informato? Conte ha detto che Salvini e Meloni mentono. E’ una notizia e io la voglio conoscere. M’interessa molto più questo di Salvini col rosario in mano e quello me lo hai fatto vedere senza troppe remore.

La dichiarazione di Conte di ieri la trovo perfettamente lecita considerando il peso della responsabilità che sta accumulando su di sé e, di contro, il gioco sporco e irresponsabile praticato dagli oppositori. Il Presidente del Consiglio, alla fine di tutto questo, non avrà a disposizione l’Handicap come un giocatore di golf inesperto. A lui saranno addossati morti e perdite economiche, anzi già adesso stiamo qui a dire “In Germania sono più bravi”. A fronte di una responsabilità che nessuno ha mai avuto, penso si possa concedere uno strappo all’etichetta, soprattutto se funzionale ad un chiarimento. Anche perché le cose se non le dici ad alta voce stentano a essere registrate. E poi… scarso rispetto per il ruolo istituzionale. Fossi stato io al suo posto avreste sentito il primo Presidente del Consiglio bestemmiare a reti unificate.

P.S.

Ma ci pensate in una crisi come questa avere Salvini al posto di Conte? Mentre scrivevo questa frase sono svenuto due volte.

@DadoCardone

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1Q84 di MURAKAMI – Recensione.

Libro 1 e 2 – Einaudi Super ET – 718 pagine. Libro 3  – 408 pagine.

Volete un libro da quarantena? Vi consiglierei questo romanzo di Haruki Murakami che, tra tutti e tre i libri, ha il pregio si superare le mille pagine. Quindi non proprio un botta e via. Io il terzo l’ho dovuto scaricare in formato Ebook perché, finito il volume che conteneva i primi due, non ho voluto rompere il mio isolamento. Non tanto per la legge, quanto perché lo gradisco.

Prima di parlarvi di 1Q84, vi dico una cosa personale del mio rapporto con MURAKAMI. Mi sballa. Sarà perché entra ed esce di continuo dalla dimensione onirica, ma io, quando lo leggo, faccio dei sogni strani e particolarmente vividi. Non sto vendendo l’effetto per garantito, ma sicuramente il suo modo di scrivere tocca corde che gli scrittori occidentali lasciano intonse. Quello che posso garantire è che le sue storie sono tutte molto (molto) particolari, proprio come 1Q84. Una storia d’amore che viaggia tra diverse dimensioni della realtà.

Tengo e Aomane sono due bambini di dieci anni. Tengo è figlio di un esattore del Canone radio TV, la famiglia di Aomane è fedele ai precetti dei Testimoni. I bambini sono intelligenti e solitari ed entrambi sono costretti a rinunciare alla loro infanzia per seguire i genitori. L’uno nella riscossione del canone, l’altra nel fare proselitismo. Un giorno a scuola Tengo difende Aomane, che non gli manifesta subito la sua gratitudine, ma aspetta di trovarlo solo. Durante una ricreazione Aomane gli stringe la mano guardandolo negli occhi e quell’atto resterà impresso nell’anima di entrambi, pur perdendosi di vista per vent’anni.

Tengo trentenne è un professore di matematica, Ghostwriter, con l’ambizione di scrivere romanzi suoi. Aomane è una preparatrice atletica, ma è diventata anche un killer che per missione uccide mariti molestatori. Le loro vite continuano a essere quelle di persone solitarie e incomplete. Entrambi, però, un giorno, guardando il cielo si accorgono che ci sono due lune. E’ il segno che sono in una dimensione diversa. Una versione della realtà dove i Little People possono governare i destini delle persone. E’ una dimensione che li sottopone a dure prove, ma che, per la prima volta dopo vent’anni, regala loro la speranza di potersi incontrare di nuovo.

E’ un libro pieno di strani personaggi accuratamente descritti. Maschere ossessionate e malinconiche, che si muovono tra la percezione di una realtà diversa, sogni che sembrano profezie e libri che cambiano il corso della storia. Quello che colpisce di più è che tutto quello che succede è illogico e caotico, ma Murakami riesce a metterlo in scena coerentemente e a costruire un meccanismo dove anche l’irrisolto ha un senso. Su tutto la relatività del Bene e del Male, nelle intenzioni degli “Dei”.

Lo consiglio? Sicuramente sì, anche agli amici che amano libri più corti e meno introspettivi. A loro dico: resistete ragazzi, tra le pagine ci sono anche rapporti sessuali con ragazze magre dotate di grosse tette.

@DadoCardone

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Il Ministero dei Selfie

Quando Giuseppe Conte parla, lo vedi che è preoccupato. Era riuscito in qualche modo a districarsi dalla morsa Movimento-Lega e l’aveva fatto mantenendo un certo aplomb. Ora no. Sta affrontando una cosa che non è successa a nessuno dei suoi predecessori dal dopoguerra a oggi e si vede, a cominciare dalle nuove rughe della fronte. E’ giusto che si veda, perché, al di là dell’efficacia delle sue azioni, se una persona dovesse mantenere la stessa espressione imperturbabile, di fronte ai morti e al disastro economico, sarebbe sicuramente uno psicopatico.

A proposito. Ve lo ricordate Luigi Di Maio? Aveva passato un brutto momento da Ministro del Lavoro e Capo Politico del (Fu)Movimento 5 Stelle. Lui, però, più che preoccupato sembrava infastidito. Tutti quegli attivisti che gli chiedevano conto della guida fallimentare, come fosse un normale eletto. E la gente? La gente che non si accontentava degli stessi slogan che sono sempre andati bene ai Movimentisti e voleva che addirittura si risolvessero i problemi! Ve lo ricordate il Professor Marescotti ai tempi dell’Ilva? “Ministro mi guardi negli occhi.”, come fosse tornato al liceo.

Accortosi che non bastava urlare sciocchezze dai balconi, nel Governo Conte Bis non ha rivoluto la poltrona da Ministro del Lavoro, se n’è disfatto in fretta. L’ha lasciata a una sodale del Movimento, non sia mai che qualcuno tentasse di mettere a punto il Reddito di Cittadinanza. Per se stesso ha tenuto qualcosa di meno stressante, il Ministero degli Esteri. Nessuno può sapere che ragionamento l’abbia portato (o spinto) lì, ma… se lo stesso ragionamento l’ha fatto pure Angelino Alfano, non doveva essere qualcosa di particolarmente trascendentale.

Ora non ha più quella faccia infastidita, anzi, sembra divertito. Lo siamo un po’ anche noi, aspettando un bel discorso in inglese, lingua che ha il vantaggio di considerare obsoleto il congiuntivo. Per adesso ci accontentiamo che dica “ Corona Vairus” e ridiamo pensando che probabilmente, nell’intimità, si avventura anche in qualche “Vagiaina”. Il fatto è che se Di Maio sta da parte, gioca con i selfie e non tocca niente, rilassa anche noi. Non solo se stesso. Qualcuno si chiederà: “ma più che ridistribuire a Lega e PD il patrimonio elettorale del Movimento, che altro può combinare?”

Meglio non rischiare. Ve lo dice uno che ha avuto a che fare con un padre napoletano per tutta la vita. I campani hanno il motto della Nike stampato nel DNA: “Just do it”. Che poi tradotto sarebbe : “fa siempre chello ca’ te dicè a capa”. Dunque lasciatelo al suo onanismo da selfie, almeno si fa l’album dei ricordi per questo momento irripetibile.

Qui sotto metto i miei due selfie preferiti. Voi quale scegliereste? Di Maio versione Armageddon o “Se avessi l’età potrei essere Presidente”?

P.S.

“Chi si colloca al centro del mondo cade sulla propria frontiera.” [Alda Merini]

@DadoCardone

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Suonala ancora Alfre – E’ uscito PULP EP.

Ci sono persone e passioni che la quarantena non può fermare. Una di queste persone è un amico di Citizen, Alfredo D’Alessandro, altrimenti noto come Alfre d’. Tra l’altro il Covid non ha fermato nemmeno un buon numero dei suoi amici. Tutti insieme, hanno fatto uscire PULP EP, il nuovo progetto musicale prodotto da Colpo di Stato Poetico e B.M. Records.

Com’è questa nuova uscita? A noi piace. Alfredo, come al solito, non perde occasione per sperimentare le possibilità che il rap gli concede in termini di comunicazione artistica. Sopra ogni cosa, però, Alfre’ D rappresenta una vibrazione che si muove sottotraccia. Gente a cui non interessa il glamour e che vuol dire la “sua cosa”, anche se non è commerciale, anche se non te la scaricano un milione di undicenni.

In questo EP ci sono 4 Brani:

  1. Istintro (prod. Mastafive)
  2. L’ultima parola (prod. 85)
  3. Manifesto feat. Brain FNO (prod. Kd one)
  4. Briciole (prod. 85)

E se glielo chiedi Alfredo te li spiega così:

IstintroMasta mi chiede di mandargli un vocale “dei miei” e istintivamente penso all’istinto di creare e condividere. Lui mi rimanda indietro quello che sentite.
L’ultima parola Volevo mettere un puntino sulle i su quello che è il resoconto di una delle tantissime e longeve storie di provincia dove nasce e si coltiva questa musica.
Manifesto“Vero artista perché creo e non penso a te”: questa frase e altre del brano possono risultare arroganti, in verità è per dire che siamo fuori da quel meccanismo e schiavitù tipica di chi fa musica per professione e lo vuol fare a tutti i costi: frustrante perché non si realizzano i sogni, stimolante perché puoi essere libero di dire ciò che vuoi.
BricioleParla a chi fa musica, arte, organizza eventi e lavora nei supermercati, nelle fabbriche. A chi è costretto a lottare per le briciole, sia in un campo che nell’altro.

Siete curiosi? Volete ascoltare i pezzi? Ho una buona notizia, se avete spotify potete farlo anche subito a questo link: http://bit.ly/PulpEp

Ah e se vi piace… che ve lo dico a fare?

@DadoCardone

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Il talento di Samuele.

Lo conosci Samuele? Forse sì, ma non lo sai.

Samuele Grassi è un ragazzo di Rimini che si occupa di grafica (veramente, non come tuo cuggino). Se glielo chiedi, si sbaglia e ti dice che ha 50 anni. In realtà le sue meningi non hanno nemmeno i 49 anagrafici, perché lavorano come quelle di un quindicenne. Lui vede le cose direttamente in realtà aumentata. Tu entri in una doccia, lui in una stazione spaziale e il bello è che poi te la ripropone in versione digitale in uno dei suoi post.

Di norma il suo pubblico è fatto di amici, su Facebook. Da qualche giorno però una delle sue creazioni ha rotto il muro della viralità. Si tratta di un lavoro di grafica in tema Coronavirus e, più precisamente, di una visione ironica del controllo del maledetto modulo di autodichiarazione. La scena la vedete qui sotto. In piazza Tre Martiri, un agente della Municipale di Rimini prende le dichiarazioni di Kirk, Spok e del Dottor McCoy. Sullo sfondo, in cielo, si vede l’Enterprise.

L’opera d’arte grafica è stata molto gradita. Tanto è vero che sta girando in tutto il mondo è ha cambiato social finendo anche su Twitter. C’è solo un piccolo problema. Da un certo punto in poi il post non è stato più semplicemente condiviso, ma la foto è stata scaricata e ripostata come se non fosse di nessuno. L’ha fatto anche la pagina Facebook di Radio Bruno, ottenendo più di 5000 condivisioni.

Si fa o non si fa? Non si fa ragazzi, soprattutto se vi piace quello che state condividendo. Non si fa con la grafica, con la musica, i video e nemmeno con i testi. Si chiamano proprietà intellettuali e, visto che Samuele non chiedeva certo soldi, almeno il merito glielo volete lasciare?

Se siete tra le persone che conoscono Samuele sapete che lui non se l’è presa troppo, anzi. Ha già fatto chiedere il  modulo a Ellen Ripley, che però non convince l’agente semplicemente dicendo di essere a caccia di un alieno. Che dire. Se uno ha fantasia da vendere difficilmente lo metti all’angolo con un furtarello.

@DadoCardone

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L’Amore, la Fede e la Tecnologia ai tempi del Coronavirus.

Che dovete stare in casa ve l’hanno già detto, giusto? Oh bene. Così possiamo permetterci di usare qualche minuto per dedicarci a delle riflessioni fuori dai binari. Anche perché innumerevoli Desperate Housewives e frotte di Ummarel stanno già studiando il virus e dettando dal balcone le regole della quarantena.

A noi invece, forse perché siamo cinici e cattivi, interessano di più gli stracci che la nostra società si lascia dietro nella prova di Pandemia. Cominciamo con una verità semplice. La vita che eravamo impegnati ad inventarci non ha retto allo scontro con la realtà. A quanto pare c’erano altre urgenze da considerare, piuttosto che concentrarci solo su quello che ci muoveva lo stomaco.

Quel figlio di puttana del Covid 19 è così, una specie di cartina tornasole. L’effetto sicuramente più orrendo è la morte, ma ce ne sono altri che non scherzano. Vi eravate accorti che siamo un popolo che per lavarsi le mani ha bisogno di un tutorial di Barbara D’Urso? Non vi dà fastidio che Fiorello vi parli come se foste degli imbecilli, spiegandovi quanto è bello stare a casa? Non v’inquieta che, alla fine, l’azione più forte che si può mettere in campo contro il Corona sia demandata a noi comuni cittadini e magari all’immolazione degli infermieri, ma non alla Sanità e alla Tecnologia. Per dirla con una parola sola al Progresso? A me sì. Sarò strano io.

In questa epoca, strutturalmente impreparata a sfide del genere, ci sono cose che mi saltano al naso, verità fatali. Impossibile non descriverle.

L’Amore.

L’esperienza della Corea e di Vo’ Euganeo, dove sono stati fatti tamponi praticamente a tutti, ci dice che probabilmente ci sono in giro circa un 50% di infetti asintomatici e che hanno un’età compresa tra i 20 e 29 anni. Un formidabile veicolo di contagio, soprattutto considerato che, a quell’età, l’ormone è indomabile. Se un ragazzo o una ragazza di quell’età si mette in testa che deve fare l’amore, non lo blocchi in casa nemmeno con una pioggia di meteore, mentre Godzilla sta facendo Jogging per il paesello. Per cui oltre all’eventuale tampone, in quella fascia, bisognerebbe associare anche un trattamento al bromuro obbligatorio. Un alleato formidabile come l’ormone per il Coronavirus non esiste. Oddio… forse l’ha avuto nei tifosi dell’Atalanta, ma è un fatto da ascrivere più nel campo della fede.

La Fede

Lady Gaga ha parlato con Dio e le ha detto che andrà tutto bene. Il Papa, che pare non avere gli stessi agganci, ha più modestamente lasciato un messaggio in segreteria, chiedendo una moratoria. Anche qui l’emergenza pare essere gestita con più teste, infatti la Madonna di Medjugorje ha fatto sapere all’attempata pastorella che sospenderà le apparizioni a data da destinarsi. E questo è tutto il glamour che ha da offrirci la fede cristiana, l’insostituibile pilastro della nostra civiltà. Le chiese sono chiuse e nessun vescovo protesta. Si dirà, si è già detto, che è giusto. Non è bene che troppe persone si riuniscano. Dico anch’io che è giusto, ma io sono un agnostico. Per un cristiano praticante la Chiesa dovrebbe essere come un alimentari dell’anima. Ci vorrebbe un prete bardato secondo l’emergenza, posti distanziati tra le panche e, in sostituzione all’Ostia, un gesto d’intesa. Invece no. Ci sono bravi preti che continuano a portare sollievo dello spirito ai loro parrocchiani, ce lo dice la cronaca,  ma… diciamo che l’azienda si è dichiarata meno insostituibile di una profumeria. Ha preferito una soluzione alla Apple. Ha chiuso i suoi punti vendita più grossi, comprese Lourdes e Pietralcina. I miracoli riprenderanno appena possibile. I fedeli, nel frattempo, organizzano messe clandestine. Come quei 30 sorpresi a pregare ammassati in un garage nel torinese. Il garage fa molto catacomba, bisogna ammetterlo. Un bel modo di recuperare lo spirito di un tempo.

La Tecnologia

La tecnologia è forse l’oggetto più deludente di questa storia. Mentre il Voyager, l’espressione più nitida della voglia di conoscere ciò che sta al di fuori di noi, viaggiava per 22 miliardi di km, ci siamo improvvisamente ritrovati a considerare che, tutto sommato, l’unica cosa in cui possiamo eccellere sono selfie a culo ritto verso il tramonto con didascalie romantiche (la versione maschile è la foto di un piatto di tagliatelle cucinate direttamente nello stomaco del baghino, con una frase sull’esistenza. Non del maiale.). Alla notizia il demone Anarco-Capitalista si è sfregato le mani e ha speso tutte le sue risorse per blandire l’ego del gregge. Così, oggi, abbiamo algoritmi che comprendono il nostro desiderio di consumo meglio di un Dio, ma nulla che  riesca a capire in meno di un anno come cazzo funziona un virus, una forma di vita così semplice che non ha nemmeno una cellula tutta sua, e come trovargli un rimedio.

A parte le implicazioni esistenziali di questo fatto, abbiamo scoperto di non possedere nemmeno la tecnologia basica per non trasformare gli ospedali nei più esplosivi focolai di contagio. A partire da mascherine da qualche centesimo l’una, finendo con impianti di condizionamento inadeguato. E’ per questo che le teorie del complotto vanno forte: il virus deve essere bioingegnerizzato, o quantomeno venire dallo spazio, perché non è possibile nel 2020 fare una figura da primati di fronte ad un organismo che sostanzialmente già conosciamo.  La verità sopra ogni complotto è che abbiamo confuso lo sviluppo con il Progresso e questo ci rende più simili al Coronavirus di quanto siamo disposti ad ammettere.

E quindi…

Queste, in conclusione, sono le cose che mi saltano al naso. Non saranno prioritarie, ma magari, per leggerle, vi siete persi l’appuntamento con il Karaoke da terrazzo. Non serve che mi ringraziate.

P.S.

“[…] io credo nel progresso, non credo nello sviluppo E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo, semmai, che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica.” [Pier Paolo Pasolini]

@DadoCardone

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Nella camera oscura – di Susan Faludi. Recensione.

Collana Oceani – Editore la Nave di Teseo – 520 pagine – 18,70€

Questa è la recensione di un libro verso il quale nutro sentimenti contrastanti. E’ un’opera che ha vinto molti premi e non l’ha fatto immeritatamente, perché racconta una storia fenomenale. Solo che lo fa con duecento pagine che sembrano prese da altri libri e messi dentro a forza. Mi spiego meglio.

Susan Faludi, l’autrice, è una giornalista americana Premio Pulitzer e ha al suo attivo diversi successi come scrittrice. La sua produzione letteraria rappresenta soprattutto una testimonianza d’impegno in ambito femminista. Non elenco queste cose solo a beneficio di registro, anzi, tenete bene a mente questo profilo.

Susan è figlia di un Ebreo Ungherese naturalizzato americano. Un uomo sfuggito alla persecuzione nazista, un professionista della fotografia e della post produzione, ma anche un individuo rigido e autoritario con la sua famiglia. E’ tanto dispotico che la madre di Susan lo lascia, attraversando un divorzio tormentato che comprende atti di violenza.

La giornalista perde i contatti con suo padre e li recupera molti anni più tardi, quando Steven Faludi le annuncia di aver cambiato sesso. A 70 anni passati è andato in Thailandia ed è tornato come Stephanie. Il libro, o perlomeno la sua parte appassionante, è una sorta d’indagine investigativa. Susan cerca di capire quali sono stati i prodromi di quel cambiamento. Si era sempre sentito/a donna? O aveva maturato dopo la sua identità, magari durante il matrimonio?

Ne viene fuori il profilo di un uomo eccezionale. Dalle avventure durante il dramma dell’Olocausto, all’invenzione del mestiere di fotografo documentarista dal nord Europa al Brasile, alla creazione di una professione come post-produttore per importanti riviste a New York, dove forma anche una famiglia. Sempre un po’ inventando, sempre un po’ imbrogliando il destino, con una spiccata e insolita capacità di cambiare e travestirsi. E’ anche, però, il ritratto di un uomo solo. Solo a causa di genitori anafettivi, solo a causa del suo continuo fingersi altro. L’operazione per diventare donna è l’ultima delle sue invenzioni per resettare quello che il mondo pensa di lui, togliendosi un’altra etichetta di dosso. Non è ebreo, non è ungherese, non è un uomo. O forse è tutto questo e molto di più.

Dov’è dunque la parte del libro che non mi è piaciuta? La storia di Steven Faludi è intensa e complessa, nel raccontarla Susan ha peccato di troppe spiegazioni, talvolta nemmeno concernenti ciò che stava descrivendo. La persecuzione degli Ebrei, il Femminismo, la storia dei diritti dei Transessuali, la Storia dell’Ungheria, sono tutte cose che c’entrano con la vita di suo padre, certo, ma non possono diventare tutte dei coprotagonisti. Il rischio è di perdere la forma di una storia appassionante, e commovente che, già da sola, fa perdere il conto delle implicazioni.

Lo consiglio? Se siete in grado di sezionare le vostre letture e non farvi turbare dai corpi estranei , sì. Per quanto mi riguarda, dopo la terza lezione di storia dell’Ungheria ho fatto molta fatica a non lasciarlo perdere.

@DadoCardone

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#Andràtuttobene?

Premessa. Questo pezzo non è per tutti. Se siete destinatari di eteronomia  o intolleranti ottimisti, lasciate perdere. Non è cosa per voi. Se invece siete persone capaci di apprezzare quel piccolo passo indietro, utile a non spellarsi il naso sulla tela, prego, accomodatevi.

La domanda di questo post è: ma davvero andrà tutto bene? Diciamo subito che se il punto interrogativo è riferito al Covid 19, o Corona per gli amici, sì, andrà tutto bene. Nel senso che passerà, come passa tutto. E’ di queste ore la notizia dell’esistenza di diverse soluzioni pronte da testare. C’è n’è una in particolare. Un anticorpo nominato “47D11”, individuato dagli scienziati di Utrecht e Rotterdam. La virologa Maria Rita Gismondo del Sacco di Milano conferma e tra circa un mese potremmo già avere la cura.

Se invece la domanda si riferisce all’aumento della capacità dell’essere umano di trarre un insegnamento dalle celie del destino, beh… la questione è più complicata. L’essere umano è complesso, si dice, ma in realtà tutta la sua complessità mira a mantenere un’irragionevole stato di incontaminata quiete culturale, che lo porta a farsi poche domande e a riunirsi sotto auto-assolventi slogan. Come appunto #andratuttobene.

Mi spiego meglio. Erik Erikson, un importante psicologo e psicoanalista  passato attraverso due guerre, sosteneva che un individuo può essere vittima del Totalismo quando la ricerca di un’identità si fossilizza su una “categoria da trasformare in assoluto”, a scapito della consapevolezza e della complessità psicologica. Anziché far emergere desideri, conflitti e traumi, che poi sono elementi costitutivi di una personalità, anziché analizzare e affrontare la Storia e le condizioni socioeconomiche, ci concediamo la diabolica panacea di un unico rimedio complessivo. E badate bene che non succede solo agli individui. La Storia racconta che ci cascano intere nazioni e questa pare essere anche la radice del totalitarismo.

Oggi lo Stato si fa paladino di un’immagine unitaria e c’è il fortissimo rischio che noi ci accontentiamo di questo, invece che portare avanti consapevoli richieste di revisione del sistema, a causa di quel senso di Comunità che ci regala. Per una volta ci sentiamo tutti uniti, #stiamotuttiacasa , disegniamo arcobaleni, ci facciamo l’uno il guardiano dell’altro per il rispetto di una norma che, per una volta, è così semplice da comprendere. Stai a casa e lavati le mani.

Specifico per evitare fraintendimenti. Certo che bisogna farlo. Eseguire il mantra intendo: stai a casa, lavati le mani, tieni un metro e mezzo dagli altri. Sappiate però che non sarà questo a far andare le cose bene. L’unica cosa che può far andare le cose per il verso giusto è che tutta questa attenzione, tutti questi cori dai balconi, tutti questi “vip” diventati spontaneamente megafono del messaggio di Stato e tutto questo senso di comunità, non vengano esauriti nella semplice esecuzione. Sarebbe un’eiaculazione precoce della consapevolezza.

Faccio un esempio terra terra per la massima comprensione. Tra un mese arriva l’antidoto. La vita non torna normale. Molti di noi, nonostante gli aiuti, avranno perso molto economicamente. Per qualcuno si parlerà di risparmi, per altri (non pochi) di immediata sussistenza. Tutti, nessuno escluso, dovranno pensare a campare. Si tornerà alla dimensione personale e non penseremo più alla falla che Covid 19 ha messo sotto gli occhi.

Quale falla? Che nel mondo si spendono migliaia di miliardi per guerre che nessuno ci chiama a combattere. Muscoli da mostrare a poveracci che non hanno nemmeno l’acqua o ad altri che, come noi, non hanno nessuna intenzione di usarli. Per i sistemi sanitari invece, che sicuramente dovranno affrontare altre sfide come quella del Covid 19, se non peggio, siamo nelle mani della fatalità. Ce lo ripetono da dieci anni. Domani un pastore, di un posto a caso sulla terra, si becca un virus mutato, copulando con la sua pecora e noi siamo punto a capo. E, se non crediamo alle teorie del complotto, questo domani può essere stato anche ieri. Cosa vieta la simultaneità di eventi pandemici?

Il giorno dopo la sconfitta del Corona Virus sapremo se ci siamo semplicemente arresi alla proposta di una versione totalizzante della realtà o se il senso di Comunità è stato veramente così forte da sopravvivere all’emergenza. Perché, parliamoci chiaro, quando pensiamo che l’emergenza sia transitoria è facile essere ligi, collaborativi e corali. Se ci passa per la testa l’incertezza della soluzione saccheggiamo i supermercati con un filo di gas.

Dunque, se accettate un consiglio vuoto a perdere, gli arcobaleni fateli per i bambini, addolciscono la quarantena a cui, in fin dei conti, ha collaborato la nostra supponenza. Mollate ‘sti hashtag un po’ narcisisti con cui facciamo vedere quanto siamo bravi a ubbidire e partoritene altri che stimolino un cambiamento utile (che poi pure ‘sta parola me l’hanno fatta diventare inutile a forza di cacciarla in ogni slogan). Basta fare la guardia delle passeggiate degli altri dal balcone e cominciate a pretendere il Progresso che, per dirla con Pasolini, è una cosa totalmente diversa dallo sviluppo. Il Progresso si occupa di Felicità. Si occupa delle Malattia, della Fame, della Povertà, dell’Inclusione, della Solidarietà.

P.S.

Mi vien quasi da ridere pensando a quanto inutile sia questo post. Se l’essere umano avesse la capacità di imparare dalla sua Storia saremmo a 1000 anni da qui.

@DadoCardone

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Il Braccio Destro – Di Walter Delogu e Davide Grassi.

Mursia Editore – 223 pagine – 17,00€ prezzo intero della copertina.

A volte lo faccio, ma questa recensione in particolare necessita di una piccola premessa. Uno degli autori del libro, Davide Grassi, è un mio caro amico e ho avuto modo di conoscere anche Walter, che ho trovato molto simpatico. Tra l’altro la copertina del libro è stata realizzata con un mio scatto. Per cui dare peso o meno alla recensione è una scelta che lascio totalmente nelle vostre considerazioni.

Il Braccio Destro, edito da Mursia, è un romanzo particolare. Potrebbe essere considerato, a tutti gli effetti, un prequel del libro scritto da Andrea Delogu, figlia di Walter. La Collina (di cui ho già fatto la recensione qui), si concentrava sulla libera interpretazione delle memorie di Andrea, degli anni passati a San Patrignano con i suoi genitori. Ne “Il braccio destro”, invece, la parola passa a Walter che, grazie al personaggio ideato con l’aiuto di Davide Grassi, ripercorre la genesi criminale che lo avrebbe poi portato più volte in comunità.

Lasciatemi dire che non è mai facile recensire le memorie di un uomo che hai conosciuto, anche se romanzate. E’ inevitabile leggere fra le righe e ricostruire la persona che conosci, seppur superficialmente. Ti sembra quasi di giudicare, ma questo lavoro lo devo fare, perché il libro è bello, sia per quello che racconta apertamente, sia per quello che, con un po’ di attenzione, ci si trova.

Angelo Melis è un ragazzino sedotto dalla Criminalità. A fargli scattare l’esigenza di percorrere quella strada è, tra le altre cose, un padre che lui considera troppo remissivo nei confronti di quello che la vita gli ha tolto. Suo padre non ha nulla che non vada. E’ un lavoratore onesto, con una seria preoccupazione riguardo al futuro del figlio, ma non sa prendere posizione come gli spietati criminali che Angelo ammira. Loro si appropriano di tutto senza chiedere il permesso e anche Angelo desidera questa possibilità.

La criminalità porta con sé anche un’assenza totale di normalità. Angelo vive Milano con altri ritmi, altre paure e altri parametri, rispetto alla popolazione produttiva. Sente forte anche il contrasto sociale con la “Milano bene” e questo porta sempre a un corto circuito quando ne incontra i figli. E’ giovane, troppo giovane per fare la vita da malavitoso e trova sostegno solo nella droga. Eroina, cocaina, a volte tutte e due insieme, e le pistole. Quelle gli piacciono e gli regalano la sicurezza in più che la droga non può offrire.

Angelo Melis scala le organizzazioni a cui si affilia e molto spesso cade in disgrazia a causa dei suoi vizi. Per questo non è mai lui il boss e l’unico ruolo che gli è consentito raggiungere è quello di braccio destro. A lui sta bene così. Ha tanta insofferenza dentro di sé e l’unica cosa che gliela fa dimenticare, oltre alla droga, è un ordine rischioso, da accettare senza discussioni, impartito da uno dei suoi “padri” criminali. E di quelli ne trova. Ne trova uno anche in quella Comunità che, in fin dei conti, lo salva da una vita da tossico. Lì c’è Sergio, un uomo che, senza alcuno scrupolo, vuol realizzare la sua visione e che non si fa pregare per usare le abilità da strada di Angelo.

Questo romanzo l’ho finito in un giorno. Per tutta la lettura sono rimasto sulle spine, cercando di capire se il capitolo successivo mi avrebbe proposto una caduta o una redenzione. Ho apprezzato lo stile da spaccone con cui il protagonista racconta quella che, in sostanza, è una lunga e interminabile caduta verso una vita normale e il desiderio di una famiglia. Angelo Melis, alla fine, è un uomo con un retaggio criminale che trova solo nell’ultima sconfitta il regalo della normalità.

Questo romanzo rappresenta un buon uso delle appassionanti memorie di Walter e un grande lavoro di Davide che, fortunatamente, da avvocato penalista, ha saputo organizzare in forma coerente la grande spinta di una tormentata memoria realmente criminale. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Come il TRC si sta mangiando il futuro della Mobilità Pubblica Riminese.

Il TRC è una patacata. Ora tutti stanno cercando di farselo andare bene e di trovare un modo di sfruttarlo al meglio, dato che ormai c’è. Il fatto contingente però rimane. Non è tanto che un autobus, in corsia protetta, per servire una tratta già coperta, rendendola tra l’altro meno agile, sia un simpatico modo per spendere inutilmente soldi pubblici. Il problema è che il Metromare, o trasporto rapido costiero, o la Melmopolitana, si sta mangiando il futuro della Mobilità.

Ce lo dimostra in questi giorni la diatriba tra START Romagna e i suoi dipendenti, che ha inevitabilmente coinvolto chi usufruisce del trasporto pubblico per muoversi, lavorare e andare a scuola. Avrete letto. I dipendenti protestano perché servirebbe più personale per coprire i turni, senza obbligare tutti a fare gli straordinari. Si parla di circa 10 persone. Come protestano? Ovviamente nell’unico modo che possa causare un disagio, facendo saltare le corse. E’ una protesta, mica una trattativa per che pizzeria prenotare dopo l’aperitivo.

A farne le spese sono anche gli studenti più giovani e così scatta la contro protesta delle mamme, che costringe Start a precettare i lavoratori. Attenzione però. La questione non deve diventare una lotta tra le mamme che, giustamente, vogliono garantito un servizio per minori promesso dal non tanto economico abbonamento, e il personale Start che, altrettanto giustamente, vuole garantito il suo diritto di non essere obbligato agli straordinari. Tra parentesi i nostri legislatori su questo tema sono colpevolmente indietro rispetto alle normative CE.

Il cortocircuito, il nodo da sciogliere, è la disponibilità di risorse che sono state destinate ad altro, mentre serviva che tutta la rete TPL si sviluppasse per le odierne esigenze. Se quei cento milioni di euro fossero stati indirizzati verso un adeguamento capillare e non verso una corsia a senso unico alternato che serve solo una tratta (già servita), forse oggi i lavoratori non dovrebbero lasciare a piedi i ragazzini per farsi ascoltare.

Il guaio, però, non è legato solo a questo periodo. Per gli inizi di Marzo il Comune, socio di Start, ha convocato un tavolo per trovare un accordo e qualche toppa la metteranno, immaginiamo. Sul trasporto pubblico locale incombe, tuttavia, anche l’altro braccio del TRC. E’ quello dalla stazione alla fiera, già servito da Trenitalia, che ruberà altri vent’anni d’investimenti (se ci mettono gli stessi tempi del TRC), per ovviare al drammatico traffico di quei 15 giorni (!) in cui la fiera lavora a pieno ritmo. Già perché gli eventi che ci mettono in crisi sono Ecomondo e Sigep, stop.

Come sottolineato in altre occasioni, su questo piccolo e incasinato pianeta, il Trasporto pubblico locale si sta indirizzando verso soluzioni piccole, modulabili e sostenibili. Navette elettriche, tra un po’ anche senza conducente, da assemblare, accorciare o intensificare a seconda dell’esigenza. Il piano di Rimini invece è lo stesso inaugurato da Bogotà vent’anni fa, solo che quella è una città di 8 milioni di abitanti servita in tutto il territorio. Per noi il futuro è il torpedone in corsia protetta, i trenini di Fiabilandia e la speranza che gli autisti non si stressino a guidare 10 ore al giorno. Auguri.

@DadoCardone

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La Collina di Andrea Delogu e Andrea Cedrola – Recensione.

Edito da Fandango Libri – 343 pagine – preso in prestito.

A volte ti capita un bel libro tra le mani ed è proprio lui che trova te.  Ammetto che vedendolo in libreria non me ne sarei interessato, ma solo per un mio limite. Se non conosco l’autore, o non ho sentito parlare del romanzo, mi lascio guidare dalle copertine e il mio gusto in merito è molto noir.

E’ successo però che il mio amico Davide Grassi sia in dirittura d’arrivo per la pubblicazione di un romanzo, edito da Mursia, in collaborazione con Walter Delogu e liberamente ispirato alla sua vita. Per chi non lo sapesse Walter è stato autista e uomo di fiducia di Vincenzo Muccioli, il fondatore di San Patrignano. Ho collaborato anch’io in minima parte con la foto di copertina e alcuni book trailers. (Qui di seguito per chi fosse curioso).

https://youtu.be/zI4s59Grb4M
https://youtu.be/VZpsy1ULAeQ
https://youtu.be/feCF7NxyiM4

Avevo dunque necessità di capire la storia che veniva affrontata dal romanzo. Oltre ad essermi guadagnato un pranzo con Walter e le sue memorie da film, Davide mi ha anche prestato da leggere La Collina, scritto da Andrea Delogu, famosa attrice e presentatrice, nonché figlia di Walter, in collaborazione con Andrea Cedrola. Ecco, questa è la storia di come io e questo libro ci siamo incontrati.

La Collina è un romanzo liberamente ispirato alle memorie di Andrea Delogu che, assieme ai suoi genitori, ha passato tutta la sua infanzia, tranne un breve intervallo, nella comunità di San Patrignano. Valentina, l’alter ego romanzato di Andrea, ripercorre tutte le vicissitudini della sua famiglia in comunità che, inevitabilmente, s’intersecano con fatti di cronaca molto noti. Sono gli stessi avvenimenti che hanno portato Vincenzo Muccioli (nel libro Riccardo) a essere uno dei personaggi più controversi degli anni ’90.

Questo romanzo è stato una gratificante lettura sotto diversi aspetti. Prima di tutto l’intreccio narrativo è molto interessante. Sarà anche liberamente ispirato, ma la personalità del “probabile” Muccioli è delineata con una perfezione non solo stilistica. E’ inevitabile pensare che solo chi l’ha conosciuto de visu sappia descriverlo così bene e, di conseguenza, i fatti raccontanti acquistano un sapore estremamente reale.

Il secondo motivo per cui La Collina è un bel romanzo è il suo congegno stilistico. Nella nota biografica di Andrea Cedrola si legge che, usualmente, scrive per il cinema. Questo particolare s’intuisce anche da come il romanzo non venga mai lasciato riposare su se stesso. I passaggi di memoria da Valentia a suo padre Ivan, i dialoghi, le descrizioni piacevolmente contaminate dal mestiere di sceneggiatore, riempiono questo libro di pagine coinvolgenti, mai noiose, concentrate. Per tutto quanto descritto e per la curiosità di capire qualcosa in più della vecchia San Patrignano, consiglio questo libro agli amici che seguono la mia piccola rubrica.

@DadoCardone

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Polly spicca il volo “Come Icaro”.

Polly

Oggi facciamo la nostra parte per far conoscere un po’ del fermento musicale che si muove nell’underground romagnolo. L’occasione è l’uscita del nuovo video di Polly, al secolo Federico Giovannini Medri . Il singolo, prodotto per Emic Entertainment, ha un titolo evocativo: “Come Icaro” e racconta della volontà di staccarsi dalla propria realtà, per non sentire il dolore di una separazione. Consigliamo di mettere un sano e robusto like sul video di questo novello Icaro, che cerca di spiccare il volo con un bel pezzo e staccarsi dalle difficoltà che assaggiano tutti quelli che hanno un’ambizione musicale. Magari guardate anche gli altri video per farvi un’idea. Per noi una produzione degna di nota. P.S. Sotto il video un po’ di biografia dell’autore.

Polly è un mc attivo nella scena romagnola a partire dal lontano 2001. Nel 2003 insieme ad un gruppo di amici fonda la storica crew Il lato oscuro della costa con cui rimane legato fino al 2010.

In questi anni il collettivo romagnolo sforna diversi demo, due album ufficiali (“Artificious” nel 2006 e “Amore Morte Rivoluzione” nel 2010) che ottengono un buon riscontro di critica e pubblico, oltre alle centinaia di concerti in tutta Italia, con collaborazioni importanti nella scena hip hop underground dell’epoca e aperture ai live di Fabri Fibra, Caparezza, Meg, Linea 77, Assalti Frontali, Club Dogo e altri.

Nel 2007 esce “Doublethinkers”, un disco dalla natura variegata e sperimentale che vede dj Nada (ora Godblesscomputers) alle produzioni e che si può definire un precursore dell’attuale ondata musicale che vede il rap unito all’elettronica.

Nel 2012 dalla collaborazione artistica con il producer Max Prod nascono gli “Occhi di Astronauti” ed esce il side project “La città verrà distrutta domani”, esperimento particolarmente riuscito di fusione tra rap e musica elettronica, con un concept fortemente sci-fi e cyberpunk.

A fine 2016 dopo un periodo di inattività esce il singolo “Nei vicoli bui”.

Nel 2017 Polly realizza uno street album sperimentale, in cui spicca il singolo “Le nostre astronavi”. La particolarità di questo progetto sta nella copia fisica del cd, che comprende un libretto di 32 pagine di graffiti su muri e treni, per sottolineare l’importanza del legame tra rap e writing.

A partire da questo anno inizia l’amicizia e la collaborazione dal vivo con Alfre D‘ e con il Colpo di Stato Poetico, un collettivo hip hop che vede al suo interno mc, dj e producer sparsi per l’Emilia-Romagna. Lo scopo del collettivo è creare buona musica e buon rap, con un approccio fondamentalmente real e personale alla musica.

Il 2019 è l’anno di “Petit Mauresque”, il disco più poetico e autobiografico realizzato finora da Polly. Ispirato alla cosiddetta lingua Petit Mauresque, da cui prende il titolo, l’album costruisce un’intelligente analogia tra la lingua franca mediterranea, in uso​ nei porti mediterranei fino al XIX secolo, e il rap contemporaneo. Questa lingua, chiamata appunto era una sorta di inglese commerciale dell’epoca (formato però da una base di italiano, veneto e ligure, con influenze spagnole, francesi e parole arabe, catalane, greche, siciliane e turche), che i commercianti, i marinai e i portuali dei vari popoli utilizzavano come base per comunicare e “sporcavano” con parole e modi di dire locali. Allo stesso modo il rap può essere visto come una moderna lingua franca mediterranea: parlata nelle banlieue di Marsiglia, nelle periferie di Milano, tra le rovine degli edifici bombardati a Gaza, nelle antiche piazze in Marocco, sotto i portici e nelle università occupate a Bologna, non c’è luogo al mondo che possa resistere alla potenza artistica e comunicativa del rap. Il disco prende le mosse da queste riflessione per affrontare temi cardine della nostra contemporaneità, con un suono decisamente curato e fortemente ispirato al classico boom-bap, grazie anche alla partecipazione di numerosi beat-makers (Zesta, Fastcut, Stamba, Nicola Missiroli, ecc…) e colleghi MC come il milanese Mastino, gli ex sodali Moder e Max Penombra, Kenzie e altri.

Da evidenziare il singolo “Sans Papiers” ed il suo video, dove Polly ha collaborato con la ONG Mediterranea Saving Humans che ha fornito le immagini per il montaggio di Daniele Poli.

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La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano – Recensione.

Edito da Mondadori – 304 pagine – Genere: Noia

Con questa recensione, datata 2011, ero andato a toccare uno dei  mostri sacri degli ultimi anni. Premio Strega 2008 e, tra gli altri, premio Campiello Opera Prima.

Il fil rouge, che l’autore (laureato in fisica teorica) vuol farci intendere di seguire nel libro, è questa legge matematica secondo la quale esistono dei numeri primi speciali separati da un solo numero pari. Vicini, ma mai abbastanza per toccarsi. Secondo me invece l’impalcatura che regge la trama è il primo principio della dinamica:“Se un corpo è soggetto ad un sistema di forze a risultante zero, allora rimane in quiete o in moto rettilineo uniforme.”. Sì perché il libro si svolge nella più totale immobilità. A parte un evento traumatico iniziale per entrambi i protagonisti, che mi aveva fatto ben sperare, per tutto il resto del libro (300 cazzo di pagine) succede meno che in una mia settimana da influenzato.

Ma veniamo alla trama che (attenzione!) contiene spoiler. Alice da piccola, durante una lezione di sci, si allontana dal gruppo per defecare. Cade in un canalone e diventa zoppa. Mattia ha una gemella, Michela. Lui è super intelligente, lei ritardata. Mattia abbandona Michela in un parco di notte per non portarla ad un compleanno perché si vergogna di lei. Michela sparisce senza lasciare tracce. Mattia, quando scopre che la sorella non è più dove l’ha lasciata (alla faccia della super intelligenza), prende un vetro da terra e comincia a tagliarsi. Questo è tutto ciò di interessante che si può trovare nell’opera in quanto, nonostante l’incipit metta molta carne al fuoco, ti ritrovi ad accompagnare nella crescita un genio maniaco compulsivo autolesionista e una anoressica senza che succeda nulla. Adesso tu caro lettore ti chiederai: “mai dai! Con due personaggi così pieni di problemi, vuoi che..?”. Giudica tu, ecco il resto della trama.

adolescenza: si conoscono ad una festa. Lei cerca di baciarlo per fare bella figura con le sue amiche, lui rifiuta perché si trova a disagio con il contatto fisico.

Giovinezza: Lui confessa a lei di essersi perso la gemella e allora bacio a stampo. Poi lui si laurea con il massimo dei voti in matematica (essendo Rain Man non fa nemmeno troppa fatica) e lei si mette a fare la fotografa. Lui riceve un’offerta per una cattedra nell’estremo nord europa. Lei non ce la fa a dirgli di non andare. Lui parte e la madre di lei muore.

Maturità: Lui vive a nord da tempo E’ un disadattato (come da principio), è vicino ad una scoperta matematica, ancora deve trombare. Lei si è sposata con un uomo che non ama e che, pur essendo dottore, non si è ancora accorto di avere a che fare con una anoressica. Ha solo dei sospetti (sticazzi). All’improvviso tutti si accorgono che Alice è anoressica. Se ne accorge il dottore che vuole un figlio, ma lei ha il ciclo bloccato e se ne accorge il suo datore di lavoro. Gli altri hanno sempre saputo ma non gliene fregava un cazzo.

Gran finale: Alice pensa di aver visto all’ospedale la sorella scomparsa di Mattia. Gli manda un messaggio per farlo tornare. Lui torna. Lei non gli dice niente della sorella. Si baciano con la lingua (wow). Poi lui esce di casa e la sera stessa torna da dove era venuto. A lei sta bene così, ora sente che le sue scelte le può affrontare da sola. (come ha fatto in tutto il libro).

Ecco qui. Può sembrare che io l’abbia raccontata in maniera un po’ schematica, ma la trama è questa. In realtà in questo libro nessuno fa niente, non per la semplice impossibilità di un contatto. Non si prendono decisioni né motivate, né immotivate. I personaggi rimbalzano con tutti il loro tic dal nulla al niente senza lasciare segno.

Non sono immobili solo i protagonisti. Sono immobili anche i comprimari e immobile è la trama. Il finale? Beh il finale non è un finale perché i protagonisti si trovano nella medesima situazione in cui sono stati per tutta la vita. Non esteriorizzano, né precipitano ai loro mali. L’autore avrebbe potuto portarli fino alla vecchiaia ripetendo lo stesso gioco, ma, evidentemente, si è rotto le palle anche lui di raccontare il niente.

Non è un libro sull’anoressia, in quanto ne descrive solo marginalmente le dinamiche e non è un libro sull’autolesionismo per lo stesso motivo. E’ un libro con tanti spazi vuoti che, secondo me, può piacere solo a degli adolescenti depressi, proprio perché in quegli spazi ci possono infilare la loro depressione e riconoscersi.

Non so se sia stato scritto il sequel, tipo: Il Ritorno dei Numeri Primi.  Magari con un finale che faccia esclamare qualcosa di diverso da “E quindi?”. In ogni caso non lo leggerò.

@DadoCardone

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Donne legate di Marta Colombo – Recensione.

Come promesso all’autrice sarò sincero in questa recensione, ma non userò certo la misura che adopererei per valutare uno di quei “pesi massimi” di cui noi, lettori smaliziati, conosciamo i sostegni. Chi ha il coraggio di scrivere il suo romanzo e promuoverlo senza l’aiuto di nessuno deve necessariamente partire da un Handicap diverso (per usare una metafora golfistica.)

Donne legate è una storia interessante. Racconta di fatti estremi, utilizzando tratti a volte molto crudi, senza uscire dei parametri di quanto generalmente ritenuto normale. E questo è il pregio principale del libro, nel senso che tutto assume l’aspetto di comune conseguenza.

Katia e Irene sono due amiche che, per carenza affettiva, rimangono legate a relazioni disturbate e disturbanti. Irene vive un matrimonio morto da tempo e si innamora di giovani palestrati che non ricambiano. Katia, con una vita segnata dall’assenza del padre, trova in Cesare un uomo forte e protettivo, però afflitto da disturbi del comportamento sessuale, probabilmente per un complesso di Edipo irrisolto. Irene finirà tra le braccia di costosi Escort, mentre Katia, per accontentare il suo compagno, in un giro di scambisti.

Mi sento, da lettore, di dare un unico consiglio all’autrice. Nell’evidente desiderio di caratterizzare i suoi personaggi, commette un piccolo peccato veniale. Mette in fila troppi fatti, perdendo così l’opportunità di approfondirne alcuni che restituirebbero più dimensioni e maggiore solidità al romanzo. Detto questo, penso che Marta Colombo debba continuare a scrivere e a sviluppare questa sua passione, perché si percepisce che ha ancora molto da raccontare.

@DadoCardone

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“Abbiamo vinto” abbonda nella bocca degli stolti – Quando Rimini si sveglia leghista.

Cose che sentirete dire e leggerete sui social stamattina e, presumibilmente, per tutta la prossima settimana. “Abbiamo fermato Salvini”, “Abbiamo vinto”, “Siamo tornati a parlare alle piazze” e amenità varie, saranno i ritornelli cantati a favore di suggestione, non meno stolti degli slogan recitati dalla parte opposta.

Facciamo finta per un attimo di non capire che l’alternativa alla Lega è il Partito Democratico, per cui la scelta era comunque una resa. Questi risultati sono veramente così buoni in chiave anti-Lega?

Il dato generale, letto senza approfondimenti, ci dice che il centro sinistra ha ottenuto il 51,43% contro il 43,65% del centro destra, con un’affluenza del 67% (circa).

Andando a leggere la composizione di questi dati si osserva che, quello che dovrebbe essere il primo partito, il PD, ottiene un 34,70% contro il un 31,95% della Lega. Dunque, guardando al partito “reggente”, i favolosi 8 punti di differenza sono ridotti a meno di 4, con una crescita (quella sì incredibile) della Lega. Salvini riesce a trasformare il 19% delle precedenti regionali in una minaccia reale. E c’è da chiedersi cosa sarebbe successo con un candidato senziente. Sempre leggendo il dato si nota che, con la lista del Presidente, Bonaccini ha portato alla coalizione più di 5 punti percentuali e lo ha fatto rinunciando al simbolo del PD e facendosi (o fingendosi) interprete di quello spazio social democratico che i Demokrat occupano da tempo abusivamente. Un atteggiamento che ha attirato su di se i voti delle Sardine e, tramite le coalizioni, i voti della sinistra critica.

Il dato che, comunque, fa tirare un sospiro di sollievo a PD e Governo diventa invece ancor più una sconfitta se andiamo ad analizzare i risultati di altre roccaforti. Cosa restituisce, per esempio, la circoscrizione di Rimini, quella del magico Gnassi, quella che “La città è cambiata grazie a lui” e che “le feste come fa lui non le fa nessuno”? Ebbene qui (con quattro sezioni mancanti al momento della lettura) la situazione è ribaltata. Il centro destra batte il centro sinistra. Non di molto, ma il sorpasso c’è.

La salvezza da un risultato molto più duro arriva, ancora una volta, dalla lista Bonaccini Presidente che porta quasi 6 punti percentuali. Senza quest’appoggio, o con un candidato meno fantoccio d’altra parte, Gnassi avrebbe dovuto riattaccarsi al citofono della “Nuova Questura” e rifare la domanda. La provincia di Rimini, infatti, pare aver deciso che la Lega di Salvini merita il 34,42% contro il 31,71% del PD. E qui sì che c’è un ribaltamento totale rispetto al risultato nazionale.

Tutto ciò considerato chi voleva fermare la Lega dovrebbe rimandare i festeggiamenti e il PD dovrebbe fare sospiri di sollievo meno profondi. La cosa che fa più specie è come la pantomima dell’ultimo mese possa conformarsi come valore politico, alla luce di un semplice scampato pericolo. Le danze propiziatorie dall’una e dall’altra parte, sono state assunte a programma elettorale, con buona pace di quelli che stanno tutto il giorno a dissertare nella tribuna politica social.

Passi per i normali elettori, la cui competenza è un dato estremamente variabile, ma quelli che s’impegnano nella politica, che ci hanno fatto due testicoli grandi come una casa per andare a votare, per alzare l’argine contro la Lega, cosa faranno altresì per evitare che il PD faccia il PD? Ci sentiamo di prevedere che, con i due consiglieri ottenuti da Emilia Romagna Coraggiosa, potranno fare ben poco.

P.S.

Il dato del Movimento è incommetabile. Se non altro per rispetto verso il caro estinto.

P.P.S.

A quanto pare c’è bisogno di specificare che i dati riportati sono per la circoscrizione di Rimini, ossia per la Provincia e non per il comune. Perchè riportarlo nella tabella e nell’articolo sembra non sia abbastanza. Ciò che si contesta al presente articolo è l’effettiva responsabilità di Gnassi come maggiorente provinciale del PD, riguardo alla lettura di questi dati. E’ dunque necessario ricordare che Andrea Gnassi è stato Presidente della Provincia fino all’anno scorso e le sue scelte, tipo spingere il TRC o far pagare le fogne di Rimini a tutta la provincia per dieci anni e con effetto retroattivo, hanno avuto il loro peso. Detto questo, isolando anche il solo dato del comune di Rimini (PD 32,85% – Lega 31,64 %), non sembra che il punto percentuale di differenza si possa descrivere come esente dalle responsabilità sopra citate. Se poi consideriamo il fatto che alle scorse elezioni il PD è rimasto in sella per l’appoggio di Pizzolante e il ritiro senza giocare del Movimento, vien da chiedersi dove sia il risultato di questa amministrazione “da sogno”.

@DadoCardone

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La fine del mondo e il paese delle meraviglie, di Murakami – Recensione

Einaudi super ET – 509 pagine – 15 euro al momento del mio acquisto.

Se siete affascinati dagli elementi di diversità che si possono trovare nella fantasia di un orientale, dovete assolutamente leggere Murakami. Come nella filmografia, percorsi culturali e tradizionali diversi producono storie a cui non siamo abituati e che, in alcuni casi, sono una vera boccata d’ossigeno in un mare di trame, che si ripetono sempre uguali a se stesse.

Superfluo dire che mi sono trovato ancora una volta di fronte a un romanzo molto particolare.

In un Giappone distopico, in cui il Governo è sostituito da organizzazioni che dominano le informazioni, il protagonista del libro viene sottoposto ad un intervento al cervello per poter trasportare dati criptati. Parallelamente un altro uomo accede a una strana e tetra cittadella dove deve rinunciare al cuore e all’ombra. I due intraprendono un percorso, l’uno riflesso dell’altro, per venire a capo del loro misterioso destino. Il cammino è anche e soprattutto introspettivo, per sconfiggere paure ataviche e riscoprire il vantaggio di avere un cuore.


Come negli altri libri di Murakami, l’allegoria fa da padrona, soprattutto nei luoghi dove i personaggi si muovono, posti che hanno bisogno di una traduzione razionale, come nella miglior tradizione Dantesca.
Consigliato.

@DadoCardone

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Ognuno potrebbe di Michele Serra – Recensione.

Universale Economica Feltrinelli – 152 pagine – 7,50€ al momento del mio acquisto.

Questa è una recensione negativa. Per cui desidero sottolineare che il giudizio è relativo al mio gusto personale. E non sono certo un critico letterario. Per cui chiedo scusa in anticipo all’autore, che non ha certo bisogno delle mie conferme.

Ognuno potrebbe, no.. non lo consiglio. Michele serra è un bravo scrittore, ma in questo libro si è abbandonato al pensiero ridondante del suo personaggio. È un libro fermo, non succede nulla, è come ascoltare lamentele di cui non ti importa. Potrebbe essere l’idea per un libro, ma è stato delineato solo il personaggio principale, manca la storia e un’evoluzione della stessa, di qualsiasi tipo. Rimane un buon esercizio di scrittura, ma per far piacere un libro dove non succede nulla bisogna essere molto più bravi di così.

@DadoCardone

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Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore – Recensione.

Elliot edizioni – 430 pagine – 20,00€ al momento del mio acquisto.

Cos’ha fatto Gesù nei trent’anni di cui il vangelo non parla? E se i “tagli” fossero più appassionanti della storia che ci hanno raccontato fin’ora? Il Vangelo secondo Biff è uno dei miei libri preferiti.

Racconta, per voce del redivivo Levi detto Biff, amico d’infanzia di Gesù, il percorso che il giovane Cristo deve fare per capire come si fa il Messia. Gesù ha un sacco di dubbi sulla natura della sua missione, ma Biff, armato di solo sarcasmo, di cui si dichiara inventore, saprà aiutarlo a restare uomo fino alla fine.


Libro divertente e incredibilmente fantasioso, tanto che riesce a trovare coerenza tra Gesù, lo Yeti e la meditazione. In che modo? Ve lo lascio scoprire. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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Hakawati di Rabih Alameddine – Recensione.

Romanzo Bombiani – 751 pagine – 21,50€ al momento del mio acquisto.

Dopo un bel romanzo Giapponese, eccone uno altrettanto bello di uno scrittore libanese. In questa nostra quotidianità si sottolinea sempre più spesso il valore dello story-telling, ma forse non tutti sanno che i Libanesi sono talmente padroni di quest’arte da renderla parte integrante della propria cultura.
Hakawati, il titolo del libro, è proprio il sostantivo che indica il cantastorie tradizionale del Libano. Osama, protagonista e voce narrante, racconta le vicende di diverse generazioni della sua famiglia tramite i racconti del nonno, non sempre veritieri, e tramite storie in stile “Mille e una Notte”, che poi sono anche metafore usate per raccontare le verità inconfessabili della famiglia. Come l’omosessualità tenuta segreta dello zio più amato.
In questo libro potrete leggere dunque delle origini del nonno Hakawati, delle avventure di Fatima, delle imprese del principe Barybas, ma anche della prostrazione di una Beirut distrutta dal conflitto contro Isralele.

Rabih Alameddine è un vero cantastorie anche se, invece di seguire la tradizione orale, ha deciso di fermare i suoi protagonisti sulle pagine di un libro. Consigliato mille e una volta.

@DadoCardone.

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Kafka sulla spiaggia di Murakami – Recensione.

Edito da Einaudi Super Et -514 pagine – 15,00€ al momento del mio acquisto.

Kafka sulla spiaggia, di Murakami, non è un libro facile. È un racconto visionario, a tratti inquietante, sul complesso di Edipo, ma non solo. In questo libro le allegorie e metafore si trasformano in personaggi e luoghi, al fine di indirizzare la storia verso il proprio destino.


Nakata è un anziano con un ritardo mentale che lo mette nella condizione di capire solo il presente. Parla con i gatti, fa piovere pesci e la sua ombra ha un’intensità dimezzata rispetto alle persone normali. Tamura è un quindicenne, abbandonato dalla madre, con un padre pazzo, che decide di scappare di casa proprio prima che quest’ultimo venga brutalmente ucciso. Nakata e Tamura, senza incontrarsi mai, faranno lo stesso viaggio da Tokyo a Takamatsu e avranno un ruolo nello stesso destino della Signora Saeki, una donna che attende di essere raggiunta dalla morte per un’azione compiuta 35 anni prima.

Kafka sulla spiaggia è un libro diverso, crudo, segnante. Lo consiglio, soprattutto a chi ama l’immersione profonda nelle proprie letture.

@DadoCardone

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Intervista a Luciano Robotti di ACAD.

Una delle sentenze più significative dell’anno appena passato, il 2019, è stata la condanna per omicidio preterintenzionale a carico di due Carabinieri per il caso Cucchi. Esiste una Onlus, ACAD, che si occupa nello specifico proprio dei casi degli abusi in divisa. Il nostro Alfre’ D ha intervistato Luciano Robotti a proposito della loro attività ed esperienza sul territorio italiano.

Ciao Luciano. Io so chi siete per svariati motivi, se qualcuno non lo sapesse ti chiedo : cos’è Acad? E com’è nata?

Ciao Alfredo. Innanzitutto grazie per avere pensato a noi. Acad Onlus (Associazione Contro gli Abusi in Divisa) è un’associazione senza scopo lucro nata nel 2014 per iniziativa di alcuni attivisti, i quali, in scia ad alcuni casi saliti alla ribalta mediatica, hanno creduto fosse necessario dare una risposta concreta alla lotta portata avanti dalle famiglie delle vittime degli abusi in divisa.

In questi giorni c’è stata una condanna importante che, nel bene o nel male, crea un buon precedente. Cosa ne pensi?

Una condanna che rende parzialmente giustizia nella misura in cui lo può fare una sentenza, a fronte di una vita spezzata e strappata a propri cari, a cui vanno aggiunti i patimenti subiti dalla famiglia nel corso del tempo. Un precedente che potrebbe essere importante se le istituzioni fossero capaci di mettere in discussione se stesse. Molti segnali inquietanti ci fanno pensare che dinanzi alle evidenze giuridiche emerse dopo anni di menzogne, l’unica volontà da parte della stesse sia quella di strumentalizzare quella sentenza con un’operazione di auto-assoluzione. Le immagini del corpo di Stefano dopo la morte da sempre ci raccontano una verità negata per anni. Difficile non dubitare della buona fede di coloro che avrebbero avuto tutti i mezzi sin dal principio per fare chiarezza sui fatti accaduti e che solo oggi si dichiarano parte civile nel processo Cucchi.

Molti dei casi di abusi in divisa li ho conosciuti grazie alla vostra informazione, sono davvero tantissimi e tantissimi quelli che non vengono denunciati. Come si può fare perchè la gente abbia sempre il coraggio di denunciare ?

Molti, come tu dici, preferiscono non denunciare e i motivi sono facilmente intuibili, atteggiamenti fortemente ostili e non collaborativi da parte delle FO, costi elevati dei processi ecc. Parlavo in principio rispondendo alla prima domanda, della necessità di una risposta concreta. Garantire un sostegno legale alle vittime, anche con iniziative di mutuo soccorso solidale e dare visibilità a questo tipo di azione potrebbe dare loro coraggio.

In termini pratici, cosa vi è costato questo tipo di attivismo e quali sono i muri più difficili da scavalcare?

 I costi dell’attivismo sono più o meno equiparabili a quelli che in generale caratterizzano molte altre lotte, in una fase storica dove il dissenso è particolarmente mal digerito. Nel nostro caso ci capita di trattare con vittime che sono poi quelle che pagano le peggiori conseguenze, il che porta tutto il resto in secondo piano. Quanto ai muri, il più difficile da scavalcare è quello eretto proprio da coloro che dovrebbero fare luce sugli eventi delittuosi. Un altro muro è quello che è stato eretto dai diversi governi che si sono succeduti, i quali indifferentemente dal colore e all’insegna della continuità, oltre a non fare nulla per un cambiamento di rotta, hanno aggiunto danno al danno con i vari pacchetti di sicurezza. Le due cose vanno di pari passo. Emblematici furono i casi che riguardarono la legge sulle torture, prodotta con colpevole ritardo e con un testo che a molti esperti apparve scritto in maniera tale da renderla il più possibile inefficace e l’annoso problema non risolto dei numeri identificativi per le FO. E’ probabile che i vari ministri degli interni abbiano naturalmente condiviso interessi comuni con le polizie, sulle quali non è mai esistito un controllo politico. D’altra parte per quanto graditi, c’è da immaginarsi che essi abbiano piena contezza, sin dai primi momenti in cui si insediano al ministero, della loro condizione di ospiti di passaggio. Vi è infine anche un altro aspetto da considerare che è il pregiudizio. Spesso i giornali main stream acriticamente riportano le verità fornite dagli organi inquirenti direttamente coinvolti, che tendono a spostare le attenzioni sulle vicende personali delle vittime, calunniandole o criminalizzando la loro condizione sociale.

Come si attiva ACAD di fronte a una richiesta di aiuto su un abuso ?

Come prima cosa viene fatta una valutazione collettiva con il supporto dei nostri avvocati. Successivamente saranno gli attivisti del punto Acad geograficamente più vicino a prendersi in carico il singolo caso. Nel caso di abusi che si stanno ancora consumando, la prima cura di Acad è quella di attivarsi in un’azione di pronto intervento cercando di garantire l’immediata presenza fisica di attivisti e di un legale. La gran parte del violenze si verificano al momento dei fermi, o in tempi immediatamente successivi nelle caserme, nelle questure e a volte anche al Pronto Soccorso. Inoltre molti degli elementi che saranno determinanti in sede giudiziaria, si acquisiscono proprio in questa prima fase.  E’ fondamentale che vittime e famigliari sin da subito possano godere di un supporto adeguato. Acad ha un numero verde per le urgenze attivo 24 ore su 24h e può contare su una rete di avvocati disponibili ad operare con il gratuito patrocinio e, qualora non ve ne siano i requisiti, al minimo tariffario. Nel caso di richieste di aiuto relativi fatti già verificatosi, normalmente non c’è urgenza di intervenire subito. Si valuta dunque con le vittime e gli avvocati di parte come procedere. Esiste anche una nostra attività di monitoraggio su casi di violenze di cui veniamo a conoscenza tramite i giornali, o grazie alla segnalazione di terze persone che possono essere anche semplici testimoni casuali. Quando è possibile risalire all’identità delle vittime, attraverso i mezzi e la rete di conoscenze sul territorio di cui disponiamo cerchiamo di fare giungere loro notizia della nostra esistenza.

Quante chiamate ricevete mensilmente?

Non saprei darti un numero medio mensile, quello che posso dirti per renderti l’idea è che riceviamo quasi tutti i giorni più richieste di aiuto.

Ci sono regioni o luoghi del paese dove l’abuso è più presente e sistematico di altre?

Personalmente non ho notato particolari differenze territoriali. Le richieste di aiuto arrivano da tutta Italia in maniera diffusa ed uniforme. Esistono invece delle differenze sensibili relativamente alle diverse categorie sociali, alcune sono più colpite di altre, anche se non ve ne sono di immuni.

Cosa risponderesti a chi dice che in certi casi è impossibile arginare criminali violenti se non con la violenza ?

Da attivista di Acad mi permetto di rispondere andando sul pratico, ragionando sugli abusi in divisa. Verrebbe da domandare a coloro che sostengono questa tesi per quali ragioni o crimini efferati Stefano, Federico, Giuseppe, Aldo e l’elenco purtroppo è lungo, avrebbero dovuto incontrare la morte violenta per mano di qualche Rambo in divisa. E’ evidente che le vere ragioni di quelle vergogne vanno ben oltre qualsiasi logica, anche di quella più becera giustizialista. Prendendo anche in considerazione il punto di vista più moderato del legalismo e volendo assumere per vera la falsa equazione legalità = giustizia, è difficile comprendere con quale logica coloro che sono preposti a far rispettare le regole, possano pretendere di farlo violandole essi stessi.

Anni fa una persona a me cara raccontò che durante una perquisizione ricevette dei calci nelle caviglie dopo essere stato messo al muro. Non aveva droga con sé ne aveva commesso un reato. Perché un poliziotto si sente in diritto di poter fare queste cose, secondo te? Non dovrebbe al contrario essere l’ultima persona a farlo ?

Una domanda difficile che presupporrebbe una risposta complessa. Esistono pochissimi studi sulle relazioni che intervengono all’interno di quel mondo, per molti versi impenetrabile e sui rapporti delle FO con le differenti componenti sociali esterne. Ce ne sarebbe abbastanza da rompersi la testa anche per persone con molte più competenze del sottoscritto. Ragionando sul caso specifico che coinvolse il tuo amico e che tu hai citato ad esempio, tutto parte innanzitutto da una condizione di pregiudizio, in ragione per cui agenti di polizia durante operazioni di controllo stabiliscono sulla base di valutazioni soggettive estetiche chi deve essere destinatario dei controlli. D’altra parte è credibile che esistano regole di ingaggio non dichiarate determinate da ragioni che non possiamo conoscere e di cui scopriamo solo gli effetti se abbiamo la sfortuna di esserne vittime, o per qualche motivo ci troviamo coinvolti. Quello che accade sempre dopo eventi delittuosi violenti commessi da FO, allorché interi apparati di polizia intervengono con forme di cameratismo a difesa di loro appartenenti, ci fa comprendere come l’abuso sia in qualche maniera contemplato ed accettato nella routine dell’esercizio di quella professione. Questi due aspetti possono insieme determinare, anche per futili ragioni, degenerazioni violente ingiustificate o sproporzionate.

Dialogate con le forze dell’ordine? Qualcuno si è avvicinato a voi? In fondo chi commette abusi sporca la divisa anche degli onesti.

Lo scopo di Acad è soprattutto sostenere le vittime degli abusi. Essi sono per noi gli unici referenti e per conto nostro non ci sentiamo referenti di null’altro. Inoltre su tutte le questioni legali sono gli avvocati ad intervenire nella qualità di difensori di parte. Non esistono per questo né occasioni, né ragioni di opportunità per cui FO debbano avere un dialogo con associazioni come la nostra e viceversa. Ci sono stati singoli e singolari casi di agenti di polizia che ci hanno manifestato individualmente simpatia, ma nulla di più. Quanto alla parte finale della tua domanda essa tocca un tasto delicato su cui noi come Acad abbiamo un’idea precisa. Il nostro scopo non è fare la guerra alle forze dell’ordine, ma tutelare le parti deboli che hanno subito abusi violenti in divisa. Ciò ci pone inevitabilmente su posizioni contrapposte ed inconciliabili. Le ragioni personali umane dei singoli sono varie e molteplici, ma chiunque indossi una divisa deve fare i conti con ragioni che sono molto più forti della volontà personale. Dal nostro punto di vista è fondamentale non cadere nel tranello della teoria delle mele marce, che non dà una rappresentazione veritiera di una male endemico profondamente radicato nelle istituzioni.

Ci sono casi eclatanti come Uva, Cucchi, Bianzino e Aldrovandi. Ma tantissimi casi meno eclatanti come i tanti detenuti che subiscono quotidianamente violenze nelle carceri, ricordo un cittadino nordafricano che era riuscito a registrare delle cose. Come vedi le carceri italiane oggi?

Ci capitano anche segnalazioni riguardo fatti accaduti all’interno delle carceri, argomento sul quale siamo particolarmente sensibili. Ma su questo specifico ci sono altre associazioni più strutturate della nostra e alle quali giriamo le segnalazioni che ci vengono fatte. Per questo motivo la mia risposta non può che essere personale e trascende la mia esperienza in qualità di attivista di Acad. Credo che quanto accade nelle carceri sia effetto amplificato di una società basata sulla prevaricazione che colpisce con maggior violenza particolari categorie di persone. Quella dei carcerati, nella loro condizione di debolezza e solitudine determinata dalla privazione delle libertà, è una di queste categorie.

Penso che la gente sia più sensibile su questo argomento, rispetto a 10 anni fa. Tu hai visto un miglioramento nella coscienza delle persone?

Esiste obiettivamente oggi una maggiore sensibilità e questo grazie alla notorietà mediatica che hanno caratterizzato alcuni casi. Qui si comprende l’alto valore sociale delle battaglie di giustizia portate avanti coraggiosamente dalle famiglie delle vittime.

Come ultima cosa ti lascio uno spazio per dire quello che vuoi. Grazie Luciano

Approfitto dello spazio che ci hai offerto per aggiungere alcune cose sull’associazione di cui faccio parte. Acad vive grazie all’operato di attivisti che forniscono la loro opera a titolo gratuito. La quasi totalità dei fondi a nostra disposizione viene destinata al sostegno economico delle vittime degli abusi in divisa, che spesso non possono permettersi di far fronte agli alti costi giudiziari. Chiunque voglia sostenere l’associazione con tesseramento o donazioni può farlo seguendo le indicazioni riportate sul nostro sito (http://www.acaditalia.it). Acad cerca su tutto il territorio nazionale avvocati sensibili alla causa. Per esprimere la propria disponibilità a collaborare con Acad, dopo aver preso visione dello statuto dell’associazione, è necessario scaricare l’apposito modulo sempre sul sito, compilarlo, scannerizzarlo e inviarlo via e-mail all’indirizzo infoacad@inventati.org.  Più in generale chiunque voglia attivarsi nelle differenti maniere può contattarci sempre allo stesso indirizzo.

Intervista a cura di @alfred

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La Galassia dei Dementi di Ermanno Cavazzoni – Recensione.

Edito da La Nave di Teseo. 663 pagine. 24,00 € al momento del mio acquisto.

Avete mai pensato a come poteva essere “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Phillip Dick (da cui è stato tratto Blade Runner) se fosse stato scritto da un grande scrittore Italiano?
Beh… non dovrete fare molta fatica, perché in realtà è successo, ci ha pensato Ermanno Cavazzoni.

Come “chi è Cavazzoni?”!! Vi dice niente “Il poema dei Lunatici”? Lui e Fellini, da quel libro, hanno tratto la sceneggiatura de “La voce della luna”.

Il tema della “coscienza dell’io” negli androidi è stato certamente trattato in innumerevoli opere di fantascienza, ma bisogna onestamente riconoscere che il metodo Cavazzoni ottiene risultati senza pari. Togli drammaticità, aggiungi ironia, sarcasmo e poesia in parti uguali, otterrai il romanzo di fantascienza che nessuno aveva mai scritto.

Nell’anno 6000, dopo una rovinosa invasione aliena, che ha decimato la popolazione terrestre, l’umanità sopravvive nella Pianura Padana solo grazie agli automatismi della popolazione droide, che continua a provvedere a tutte le necessità.

Gli esseri umani sono perlopiù individui grassi e stolti che collezionano reperti di prima dell’invasione, tipo grucce appendiabito. Il grande cambiamento avviene in modo tale che nessuno si accorge di niente e tutto continua come prima. Essendo decaduto il sistema industriale, nessuno ripara ne sostituisce più i robot e le loro disfunzioni diventano tremendamente simili ai nostri sentimenti. Così piano piano, ma inesorabilmente, tutti i robot a servizio degli umani smettono di servirli per cercare il senso della loro vita.

Tra loro gli MM, gli androidi immortali, che pensano di essere investiti della missione di salvare il genere umano, con risultati disastrosi.

Storie di Androidi, dunque, ma anche di esseri umani che cercano di adattarsi, ovviamente nei modi più irrazionali che riescono a concepire. Ci sono molte cose che potrei ancora dire, ma non voglio togliere il piacere della lettura di questo libro. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La chiave di tutto di Gino Vignali – Recensione.

Editore Solferino – 238 pagine – 16,00 € nel momento del mio acquisto.

Non ho un modo preciso di scegliere i libri da leggere. Molte volte mi affido al caso e alla copertina. Di questo libro mi aveva attirato il nome dell’autore, perché si tratta di un elemento della coppia Gino & Michele. Avete presente no? Zelig, “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”… autori comici e, dunque, volevo capire come potesse essere l’esordio al giallo di un autore che in altro genere ha molto successo.

All’inizio della lettura ho avuto una piacevole sorpresa, infatti il romanzo è tutto ambientato a Rimini (la mia abituale scena del crimine 😉 )

A parte questo però il libro, seppur scritto bene, si incanala per certi canoni che lo rendono un po’ troppo commerciale e prevedibile. Un lettore assiduo di gialli indovina quello che dovrebbe essere il colpo di scena finale piuttosto presto, mentre la trama in generale punta in una certa direzione e lì arriva, liscia, senza sobbalzi di sorta.

E’ vero che il confronto con i giallisti/noir italiani, da Camilleri a Carofiglio, è piuttosto impegnativo. Ci sono cose tuttavia che, chi scrive da così tanto tempo, dovrebbe saper evitare. I personaggi di Vignali non si “sporcano”, sono stereotipi che passano indenni attraverso sei omicidi brutali, rimanendo identici se stessi.

Costanza, il vicequestore di Rimini, è una nobile fotomodella milanese, con attitudine al comando e intelligenza fuori dal comune. Tanto è vero che il passaggio nel ruolo di vicequestore a Rimini è solo una formalità, prima di raggiungere la vetta e dato che ha proprio a Rimini ha una suite di proprietà al Grand Hotel…. La sua squadra è formata da un ispettore erudito, un vice sovrintendente patacca e l’agente scelto, esperta di informatica. Tutto comincia quando un senzatetto fissato con Fellini viene trovato carbonizzato dopo essere stato torturato.

La squadra nel corso dell’indagine si imbatterà in altri 5 omicidi e, seguendo la fila degli indizi (proprio perché sono provvidenzialmente in fila e pronti a farsi cogliere), giungerà a capire che la “chiave di tutto”.

Ora.. non voglio dire troppo perché ogni lettore ha le sue misure e a qualcuno potrebbe venir voglia di spendere 16 Euri per questo illustre tentativo. Un paio di cose, però, le vorrei sottolineare. Fabio Volo come riferimento culturale… anche no. Mi pare sia citato addirittura 3 volte, se non sbaglio. L’altra cosa è che Rimini è descritta molto fedelmente, rivelando una certa frequentazione dell’autore, anche se ogni tanto si abbandona al peccato veniale dei luoghi comuni e, oltre questo, c’è una grande imprecisione. Qui a Rimini il giovane sindaco di bell’aspetto, con un brillante futuro nella politica ed un passato nella FIGC, non è che sia propriamente un tombeur de femmes. Non per dar seguito a chiacchiere di paese, per carità, ma se lo avesse descritto innamorato del suo riflesso come Narciso, sarebbe stata una citazione più veritiera.

In conclusione: mi è sembrato che il tentativo di fare un giallo da parte di uno scrittore comico abbia in realtà smorzato entrambe le aspettative. Non definitivamente giallo, non abbastanza comico. Spero che il prossimo giallo si apra di più al tragicomico. Lì un po’ di spazio, senza confronti troppo importanti, è rimasto. Per ora non lo sconsiglio agli intenditori del genere.

@DadoCardone

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Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom – Recensione.

Neri Pozzi Editore – 440 pagine – 12,50€ nel momento del mio acquisto.

Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom, è in libro dall’architettura affascinante. I personaggi sono tutti realmente esistiti e i loro caratteri sono stati dedotti da biografie e corrispondenze. Gli avvenimenti del romanzo sono frutto della fantasia dell’autore, ma, nel caso fossero stati presentati come reali, sarebbe tutto perfettamente plausibile. Se, oltre a questo, aggiungiamo che il tema è praticamente la nascita della moderna Psicoanalisi, le implicazioni non sono di poco conto.
Lou Salomé è una giovane ed intraprendente russa che contatta il Dott. Josef Breuer, il più stimato e brillante dei medici viennesi, per curare il male che ha colpito Nietzsche. È una depressione con manie suicide che lei stessa ha provocato e si rivolge a Breuer in quanto, come pochi sanno, è pioniere in alcuni tentativi di cura psicodinamica. Il medico accetta e con il suo giovane protetto, un tale Sigmund Freud, mette a punto un piano per psicanalizzare Nietzsche senza che lui se ne renda conto. Le cose non vanno come progettato e Breuer. A causa della messianica personalità del Filosofo, si trasforma da medico in paziente, costretto a mettere in discussione tutta la propria esistenza.
È un libro pieno di significato e, mentre lo si legge, bisogna quasi domarlo per non essere rapiti da una riflessione ad ogni capoverso. Consigliatissimo per gli amici appassionanti di di filosofia e temi esistenziali.

@DadoCardone

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Reincarnation Blues di Michael Poore – Recensione.

Edizioni e/o – 432 pagine – 18,00€ al momento del mio acquisto.

Reincarnation Blues dev’essere il mio premio Karmico per quando, ogni tanto, mi accorgo di aver comprato uno di quei libri dove la promozione della casa editrice racconta una storia migliore di quella dell’autore.

E’ la storia di Milo, o meglio… l’insieme delle storie, perché Milo è l’anima più antica della terra ed ha vissuto 9995 volte. Teoricamente dovrebbe essere già passato alla Superanima, tutt’uno con il “Tutto”, ma non riesce a trovare l’atto di Perfezione con cui concludere almeno una delle sue esistenze terrene. Il problema è che a Milo piace troppo vivere ed ha una fidanzata che con la vita c’entra poco: Suzie. Lui la chiama così, ma in realtà è la Morte. Esseri soprannaturali, che si fanno chiamare e Nonna, lo avvertono però che gli rimangono solo 5 vite e, se non raggiungerà la Perfezione entro questo limite, verrà spedito nel Nulla. Reincarnation Blues è una storia di spiritualità, d’amore e di compassione nel senso più vasto di questi termini, nonostante ciò riesce ad essere una lettura leggera e divertente. Mica facile! 432 pagine e diecimila vite che ti spariscono dalle mani in un attimo. Consigliatissimo.

@DadoCardone

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La seconda porta di Raul Montanari – Recensione.

Edito da Baldini+Castoldi. 347 pagine. 18 Euro al momento del mio acquisto.

Il romanzo di questa recensione parla di un tema molto sentito, l’immigrazione. Non lo fa, però, affrontando l’intera questione, usa il rapporto tra due persone. L’espediente narrativo è il sentimento di chi, al di là delle ideologie, si trova ad aver a che fare materialmente con il prodotto di quella migrazione che tanto impegna le cronache. Persone.

Milo Molteni è un famoso pubblicitario italiano, il più conosciuto per quanto riguarda i temi sociali. Tra i suoi clienti ci sono anche associazioni d’accoglienza per gli immigrati. La sua, tuttavia, è un’adiacenza superficiale, belle campagne con poco guadagno, che servono al suo socio per attirare clienti grossi e danarosi.

Milo soffre di questa incongruenza, come soffre di una relazione finita da cui non riesce a staccarsi e di un’insonnia che combatte solo con alcol e benzodiazepine. Tutto cambia quando i suoi vicini di casa muoiono e il figlio della coppia gli propone di acquistarne l’appartamento, sopra casa sua. L’immobile ha una porta nascosta, quasi un passaggio segreto, che va dall’ultimo piano al cortile. Proprio da questa porta entrerà nella sua vita Adam, un immigrato egiziano minorenne che cerca di scappare da una brutta faccenda legata proprio all’immigrazione. Il giovane egiziano lo costringerà a fare i conti con la realtà che Milo pratica solo a parole.

A condimento del tutto, un nuovo amore, uno strano investigatore privato e Han, un’organizzazione segreta che processa e uccide gli scafisti.

La seconda porta è un bel libro, scritto bene (d’altronde Montanari è uno che insegna a scrivere). Forse alcune parti sono risolte con un po’ di “mestiere” grazie all’investigatore Velardi, personaggio ricorrente nei suoi libri, ma non è un fatto che disturba la lettura. Quello che mi è piaciuto di più è il fil rouge del romanzo, che poi è anche una citazione di Martin Amis in epigrafe al romanzo: “Cos’è un uomo, se gli togli le scuse?”

@DadoCardone

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“M il figlio del secolo” di Antonio Scurati – Recensione

Edito da Bompiani. 839 pagine e 24,00 € al momento del mio acquisto.

Vorrei premettere che, secondo me, questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi didattici delle scuole italiane. I motivi sono diversi, ma il principale è il suo modo di rendere molto chiaro che popolo siamo e i rischi che corriamo, sì, anche oggi.


“M il figlio del secolo” è un romanzo (ripeto, romanzo) che parla di Benito Mussolini e di un periodo molto preciso, dall’immediato dopoguerra ai giorni seguenti l’omicidio Matteotti. “M” racconta di questo lasso di tempo usando parole e pensieri di personaggi dell’epoca, soprattutto di Mussolini. Attenzione però, sebbene di tratti di un romanzo, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Senza giudizio, senza usare criteri di arbitrarietà, questo romanzo dipinge un quadro feroce ed affascinante del periodo storico che ha segnato per sempre la nostra contemporaneità.
Nel 1918 l’Italia esce vittoriosa da una guerra mondiale. E’ una vittoria che sa di fango e la popolazione fatica a rientrare nella normalità. Gli interventisti, coloro che quella guerra l’avevano fortemente voluta, si ritrovano con un pugno di mosche e un’enormità di reduci, eroi di guerra, ma inutili psicopatici nella vita normale. Tra gli interventisti c’è il giovane Benito Mussolini, cacciato con infamia dal Partito Socialista, fondatore dei Fasci di Combattimento e direttore del Popolo d’Italia. E’ il figlio di un fabbro, prima maestro di scuola, poi personalità politica nel socialismo italiano. E’ scaltro, narcisista e sociopatico, ma ha un istinto particolare, quello di annusare nell’aria il cambiamento che porta il suo secolo.
In effetti, tutto sta cambiando. La rivoluzione russa da una spinta violenta al socialismo italiano che stravince nelle elezioni, ma poi, alla resa dei conti, tentenna a portare la rivoluzione del popolo che promette. Le uniche cose in cui riesce sono le continue divisioni e l’arbitrario esercizio del potere proletario, che decide produzione e salari, mettendo in difficoltà lo stesso proletariato. In particolare tra l’Emilia e il Polesine (veneto meridionale) si verifica una grossa crisi di rigetto che si appoggia sul nascente fascismo.
Benito Mussolini fino a quel momento possiede solo l’irrisorio peso che suscita il suo controverso personaggio. Sono altri gli eroi che scaldano i cuori nazionalisti, come D’Annunzio che con un colpo di mano conquista Fiume. A Bologna, Ferrara, Rovigo e limitrofi, però, l’azione fascista contro i socialisti è sponsorizzata dalla borghesia che vuole uscire dall’impasse in cui l’ha precipitata il nuovo corso politico. Poco importa se quest’azione è criminale e si nutre di bastonature, omicidi e roghi delle Case del Popolo. Mussolini s’intesta volentieri questa violenza, che da quelle terre s’irradia in tutta Italia, creando lo spauracchio dello squadrismo.
L’escalation vera e propria, tuttavia, è determinata dall’inesistente prospettiva della classe politica del tempo. Il Fascismo e il suo percorso politico di soprusi e malversazioni, si sarebbe potuto fermare in moltissime occasioni, ma, tra la Sinistra in perenne separazione e il resto delle formazioni in cerca dell’uomo forte, uno come Benito Mussolini, che prometteva tutto a tutti per alimentare lo stallo, ebbe gioco facile. Quando, per la prima volta Presidente del Consiglio, chiese pieni poteri al Parlamento Italiano aveva solo 35 deputati fascisti da opporre al resto del Parlamento, ma ottenne 306 voti favorevoli. Anche nell’ora più nera del Fascismo, dopo l’omicidio Matteotti, al futuro dittatore bastò affrontare a muso duro un Parlamento che, prima d’ogni altra cosa, teneva alle sue poltrone.
I fatti storici narrati in questo libro sono innumerevoli, affascinanti e rivelatori. Personalmente ho trovato molte corrispondenze con la contemporaneità e mi stupisco di come i maggiorenti dell’odierna sinistra siano i primi a sostenere che in Italia il Fascismo non esista e non si possa ripetere. Quasi come se per farlo avesse bisogno per forza di avere un leader con quel nome e cognome e la rifondazione tale e quale del PNF. In Italia il fascismo è un sentimento molto facile da stimolare e, anche se non si ripete uguale nella forma, può fare molti danni nella sostanza.
Questo libro fa capire proprio questo. E’ più pericoloso un uomo di Sinistra che nega il sentimento fascista che ci pervade, piuttosto che il poveraccio che scimmiotta un ideale nazionalista, terminale di cose che nemmeno capisce.
Leggetelo, parla di noi.

@DadoCardone

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Fate come se non ci fossi – di Marco Presta. Recensione.

Enaudi Editore – 179 pagine – 16,00 € al momento del mio acquisto.

Marco Presta è uno degli autori italiani che preferisco. Quando esce un suo libro, ormai, lo compro senza nemmeno guardare di cosa tratta. Per cui quando ho cominciato a leggere quest’ultima sua produzione, confesso, ci sono rimasto un po’ male.

Il fatto è che “Fate come se non ci fossi” non è un romanzo. Il libro è composto da una serie di riflessioni senza soluzione di continuità, raramente più lunghe di tre pagine. Sono quei pensieri che chi pratica il mestiere di scrivere compila nei momenti più disparati e annota su qualsiasi cosa per non perderli.

Sulla salvietta di un bar, in un file .txt senza nome, o scritte direttamente nella propria memoria. A volte sono l’inizio di un libro, altre volte ne fanno parte, altre volte ancora non trovano collocazione (o la troveranno prima o poi).

Questo libro (se non è) sembra una raccolta di quei momenti, pensieri che lo scrittore ferma e conserva come piccoli tesori. Nel volume di Presta sono riflessioni sull’essere padre, italiano in questa società, scrittore, conduttore radiofonico.

Forse dovevo dirlo prima, ma serviva per la suspance. Anche questo libro mi è piaciuto, soprattutto per il “vizio” di Marco Presta di travestire d’ironia riflessioni importanti.

Lo consiglio? Sì. Potrebbe essere un buon viatico anche per chi si stanca presto mentre legge. In due o tre pagine il lettore narcolettico troverà la completezza e la vivacità che serve per leggere quella riga in più, senza addormentarsi con l’angoscia di non ricordare dov’è arrivato.

@DadoCardone

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Tecnopolo: Bonaccini non si costituisce parte civile.

La Regione Emilia Romagna ha deciso di non costituirsi Parte Civile al processo Tecnopolo. Chi deve tutelare l’Interesse Pubblico?

Ne abbiamo scritto più volte. A Rimini, con gli scandali Tecnopolo e Acquarena, ombre lunghe e scure si agitano sull’Amministrazione e sul partito che, sostanzialmente, la guida. Le indagini, venute alla luce grazie all’ex Assessore Roberto Biagini, hanno suscitato reazioni scomposte nel Primo Cittadino e nel PD. Se i dubbi dell’opinione pubblica rimangono, però, è per la posizione poco chiara rispetto all’opportunità di costituirsi Parte Civile nel processo Tecnopolo (attualmente rimandato al 21 gennaio).

Più chiara è la posizione del Governatore della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, la cui Amministrazione ha messo nero su bianco la volontà di non costituirsi Parte Civile. A rivelarcelo è la risposta a un’interrogazione della Consigliera Regionale Raffaella Sensoli.  In sintesi la risposta a firma Palma Costi, Assessore alle Attività Produttive, afferma che l’opera è stata finita e consegnata, dunque la Regione non si ritiene danneggiata.

La risposta, che si specifica fornita in accordo con l’Avvocatura della Regione, fa sorridere e non solo per la mancanza d’Opportunità Politica. La Notizia di Reato, che immaginiamo i responsabili della Regione abbiano avuto modo di leggere, ipotizza comportamenti riconducibili al falso ideologico e all’illegittima erogazione di finanziamento pubblico. Scendendo ancor più nel particolare si scopre che gli investigatori della GDF contestano un primo collaudo dell’opera Tecnopolo totalmente illegittimo, non perché mancasse qualche marca da bollo e nemmeno per l’assenza di qualche finitura.

Secondo le parole intercettate dell’allora Responsabile Unico del Procedimento, oggi a processo, l’Ingegner Massimo Totti, mancavano “il 30% dei lavori”. In questo 30%, per quanto approssimativo, è possibile ci fossero cose che ormai non si possono più verificare? Nella notizia di reato qualcuno, sempre intercettato, afferma di aver visto fare un muro senza aver messo malta, l’isolatore sismico, nel giunto verticale. Nell’estrema ipotesi che la struttura non sia adeguata a sopportare un terremoto, in che modo la Regione avrà tutelato l’interesse pubblico? E ancora. L’ipotesi di reato ci racconta che probabilmente uno degli iscritti al gruppo temporaneo d’impresa, realizzatore dell’opera, si è guadagnato la partecipazione tramite accordo con quel tale Mirco Ragazzi, che nulla dovrebbe c’entrare con la gestione pubblica. Alla Regione sta bene che nei cantieri da lei finanziati vi siano sospetti di tangente? Basta che l’opera, in un modo o nell’altro, venga finita?

Ci preme sottolineare che qui non è questione di mancare al Garantismo o di condannare senza processo. Vi sono indizi sufficientemente gravi per istruire un dibattito processuale e, a volte, i procedimenti giudiziari risolvono verità nemmeno ipotizzate nelle indagini (non si sa mai che qualcuno si penta). La costituzione in Parte Civile è solo una tutela, non costituisce un atto d’accusa e, se l’accusa riguarda reati che aggrediscono la Cosa Pubblica, le Istituzioni hanno il dovere di applicare questa garanzia.

Allora la domanda, per coloro i quali non dovessero considerare valide le giustificazioni fin qui ascoltate, è: perché Comune e Regione non vogliono tutelare l’interesse pubblico rispetto a una verità processuale che ancora non conoscono? Fatta la domanda e non ottenuta risposta soddisfacente, ognuno è libero di forgiare la propria opinione sul fuoco dell’arbitrarietà ed è questo il vero pericolo in cui incorrono certe decisioni. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che il Partito Democratico, evitando di far costituire Parte Civile le Istituzioni che governa, voglia preservare un proprio sistema. E’ un’ipotesi che bisognerebbe prendere in considerazione in virtù di un principio che si chiamava Opportunità Politica. Un bene di cui non si ha notizia da lungo tempo. Non solo dalle nostre parti.

@DadoCardone

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Tutto sarà perfetto di Lorenzo Marone – Recensione.

Narratori Feltrinelli – 297 pagine – 16,50 € al momento del mio acquisto.

Quando ho cominciato a leggere  questo libro, non mi piaceva, ma non capivo perché. Ho persino comprato un altro libro per metterlo in pausa, perché non riuscivo ad andare avanti, eppure l’autore (non sono certo io a concederglielo) scrive molto bene. Marone è un vero scrittore, fluido, padrone della metafora e costruisce una narrazione solida.

Dopo aver ripreso il libro in mano, forzandomi nel proseguire, ho anche capito cos’era che mi disturbava e non era certo colpa dell’autore. Il mio problema era che il romanzo basa la sua narrazione su un meccanismo psicologico tra i più classici, di cui io stesso ho subito l’influenza. Il rancore verso la figura del padre, che finisce per sovrapporsi al Super-Io giudicante, è superabile solo con il perdono. Cosa che riesce molto difficile quando riconosci la tua identità formatasi in quel diabolico miscuglio tra reazione, blocchi ipnotici e somiglianza.

Andrea Scotto è un insoddisfatto e irrisolto fotografo di moda quarantenne, costretto dagli impegni della sorella minore a tenere compagnia al padre malato terminale di cancro. Andrea non va d’accordo con il padre, perché lo ritiene colpevole di aver riempito la sua infanzia di severità e di aver trascurato la madre portandola al suicidio. Accetta controvoglia, pensando di dover passare il fine settimana a casa con la persona più indigesta che conosce e il suo bassotto un po’ carogna. Papà Scotto, ex comandante di navi, ha però piani differenti e convince il figlio nel farsi portare da Napoli alla nativa Procida. Andrea, riportato nei luoghi mai più rivisitati della sua infanzia, cade in un mondo di ricordi, rivelazioni e comprensioni che gli cambieranno la vita.

Lorenzo Marone è, dunque, uno scrittore così bravo da riuscire a farmi provare fastidio per il blocco nella vita del protagonista, semplicemente perché mi sembrava di rivivere un ostacolo già superato, non senza fatica. Quando l’ho capito le pagine sono volate tra le mie mani, mi sono goduto il percorso del protagonista e le “istantanee” di un’infanzia passata in una delle isole più caratteristiche del Tirreno.

Lo consiglio? Sicuramente agli amici che non sono rimasti incastrati con i loro padri nel passato.

@DadoCardone

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ControCulture – Puntata Zero – Il Rap e le Donne.

Io ed Alfre D’ proseguiamo con i nostri esperimenti ed oggi vi proponiamo la Puntata Zero del format ControCulture: una chiacchierata sulle culture che cercano di comunicare in maniera diversa.
La Puntata Zero è dedicata alle Donne del Rap e al loro modo di superare gli stereotipi. Aspettiamo like, suggerimenti e proposte per temi da trattare.


In questa puntata abbiamo ascoltato:
Keny Arkana – La Rage (Clip Officiel)
Lauryn Hill – Ex-Factor (Official Video)
La Pina & Giuliano Palma – Parla Piano
Madame – Sciccherie (prod. Eiemgei)
Real Talk feat. Leslie
M¥SS KETA – LE RAGAZZE DI PORTA VENEZIA – THE MANIFESTO

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Viaggio in Sud America – Due chiacchiere con Michele Casalboni.

Intervista di Alfredo D’Alessandro a Michele Casalboni, attivista nelle emergenze umanitarie, oggi in Sud America.

Oggi una delle zone più calde del pianeta per i conflitti civili è il Sud America. Ogni giorno i mezzi di comunicazione ci parlano di Stati oppressi da crisi economiche devastanti e delle conseguenti ribellioni della popolazione. In questo articolo il nostro Alfre D’ intervista Michele Casalboni, che da tempo si occupa di organizzare e coordinare gli aiuti per le popolazioni colpite da emergenze umanitarie e che, attualmente, si trova in Colombia.

Spieghiamo a chi legge di cosa ti occupi e cosa ti ha spinto a cominciare a farlo.

Ciao Alfre, grazie per avermi invitato nel tuo spazio. Mi occupo di progettare, organizzare e coordinare aiuti per popolazioni colpite da emergenze umanitarie, siano conflitti, disastri naturali o crisi socio-economiche come nel caso venezuelano. Il primo vero istinto che ricordo fu guardando alla televisione le immagini dello tsunami che colpì il sud-est asiatico nel 2004. Facevo il liceo e ricordo che provai un forte desiderio di essere in prima linea durante questi eventi.

Il Sud America è una terra contraddittoria, tra narcotraffico e fanatismo religioso, ma è anche terra di indigeni e ribelli. Come vedi oggi la situazione politico – sociale?

E’ difficile inquadrare il sud-America dentro un’unica analisi, vista l’estensione e l’eterogeneità dei suoi luoghi, delle sue culture e paesi. E’ sempre stato un continente turbolento, oggi senza dubbio diversi paesi stanno rispondendo in maniera convulsa di fronte alle enormi contraddizioni di cui accennavi. Seppur con motivazioni diverse, c’è una classe contadina, operaia e una generazione di giovani trasversale a tutti i paesi stanca della fortissima disuguaglianza economica, delle promesse non mantenute, dell’incoerenza dei suoi governanti e delle continue violazioni dei diritti umani. Le economie e i mercati del lavoro di questi paesi inoltre, non sono all’altezza delle aspettative di queste generazioni. Bisognerebbe poi fare un discorso differente per ogni contesto: le proteste in Bolivia, Cile e Ecuador, la crisi umanitaria venezuelana, il conflitto armato in Colombia, l’economia argentina sul lastrico. E mancherebbe ancora il Brasile.

Uno dei tuoi ultimi viaggi è quello in Colombia, una bellissima foto a Medellin scatta uno squarcio in un playground. So che sei ancora lì, cosa state facendo? E quali sono le difficoltà che riscontrate?

La Colombia è un paese che ha firmato finalmente nel 2016 un accordo di pace tra il governo e le forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC), la principale guerrilla colombiana. L’accordo fu visto come un grande risultato dopo più di 50 anni di conflitto armato. Il Presidente di allora, Santos, è stato anche insignito del Nobel per la pace. Oggi la situazione è più drammatica che mai, la violenza è tornata a crescere, i gruppi armati dissidenti prima vicini alle FARC e delusi dall’accordo di pace sono tornati più attivi che mai sullo scacchiere. Lo Stato non ha mantenuto le promesse dell’accordo di pace, le comunità indigene, afro-colombiane e contadine sono state abbandonate ancora una volta a loro stesse. Se lo stato è assente, il vuoto di potere viene riempito da questi gruppi armati irregolari, che a volte si conformano come guerrillas marxiste, a volte come bande criminali armate e a volte come paramilitari di destra filo-governativi. Le principali fonti di introito e a volte essenza stessa dei gruppi sono il controllo delle rotte del narco traffico e l’estrazione mineraria illegale. Per quanto mi riguarda, fino all’agosto scorso mi occupavo di organizzare gli aiuti per i migranti venezuelani alla frontiera tra Colombia e Venezuela. Oggi mi trovo sulla costa Pacifica, per un progetto di assistenza alle comunità colpite dal conflitto armato e sfollati interni Colombiani. La Colombiani è il secondo paese al mondo per numero di rifugiati interni: sette milioni.

Una situazione interna disastrosa. Credi possa cambiare?

Al momento vedo tre problemi strutturali che rendono il processo complicato: il primo è la corruzione, ad ogni livello dello stato, dal governo centrale al parlamento fino ai municipi; il secondo è l’isolamento di queste comunità, lo stato continua a non arrivare nei posti più isolati del paese, mancano le infrastrutture. Immagina che ci sono territori che si possono raggiungere solo con viaggi di ore in barcaiole e sono collegati alla terra ferma! Il conseguente vuoto di potere, di governo, è colmato da gruppi armati, cartelli del narcotraffico e bande criminali. Il terzo e ultimo è il narco traffico. Il business della coca è troppo forte, è una materia prima che promette profitti esponenziali lungo tutta la filiera e che non ha eguali come margini di profitto sul mercato. Aggiungiamoci che questo mercato si compie in aree storicamente poverissime del paese.

Chiudo chiedendoti: il recente golpe in Bolivia e le rivolte in Cile che effetti hanno sul continente? O sono cose che la gente avverte come lontane?

Sono crisi al momento locali e confinate, ma in caso di radicalizzazione, per esempio una guerra civile, sicuramente più probabile in Bolivia e Venezuela, molto meno in Cile, è normale che l’instabilità possa espandersi ai paesi limitrofi. Inoltre, è possibile che le lotte intestine ad un paese come il Cile, considerato sempre l’avanguardia del mercato libero in Sud America e un paese stabile dall’economia forte, possano dare slancio e speranza ai movimenti sociali di tutta l’America Latina. Un altro esempio di “contaminazione” è il caso venezuelano. Sono quasi cinque milioni i venezuelani che hanno abbandonato il Paese, siamo a numeri da guerra in Siria o del genocidio Rohingya in Myanmar. Cinque milioni di persone che si riversano sulle zone di confine di paesi limitrofi, vedi Brasile e Colombia, possono sicuramente causare instabilità in zone dalle dinamiche già complesse e turbolente.

Un’intervista a cura di @Alfre D’

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Risoluzione d’appoggio alla Commissione Segre in Emilia Romagna.

In Regione è il Movimento 5 Stelle a proporre una risoluzione d’appoggio alla Commissione Segre. Lo fa con una Risoluzione, approvata, a firma Raffaella Sensoli e Andrea Bertani.

E’ di questi giorni la notizia della scorta a Liliana Segre. La causa, a dimostrazione che la Commissione contro l’odio da lei stessa proposta serve, sono gli oltre 200 messaggi d’odio al giorno rivolti alla stessa senatrice.

La destra continua a smarcarsi, anche oltre l’astensione in parlamento, dall’appoggio ad una commissione che, più che altro, è un segno della volontà politica di distinguersi da tanto schifo.

In Regione è il Movimento 5 Stelle a proporre una risoluzione d’appoggio alla Commissione Segre. Lo fa con una Risoluzione, approvata, a firma Raffaella Sensoli e Andrea Bertani. Anche in questo caso la Lega ha fatto registrare un’assenza. Il motivo, inutile far finta di nulla, è che l’ovvio pilastro della propaganda leghista è la paura che produce quell’odio.

Di seguito il video messaggio di Raffaella Sensoli e il testo della risoluzione.

RISOLUZIONE
L’Assemblea legislativa
premesso che il Senato della Repubblica ha recentemente approvato, purtroppo non con voto unanime, la mozione 1-00136, con prima firmataria la senatrice Liliana Segre; la mozione “delibera di istituire una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza… [con] compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche” la commissione: – “controlla e indirizza la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale relativi ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e di istigazione all’odio e alla violenza, nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico-nazionale, religioso, politico e sessuale.” – “svolge anche una funzione propositiva, di stimolo e di impulso, nell’elaborazione e nell’attuazione delle proposte legislative, ma promuove anche ogni altra iniziativa utile a livello nazionale, sovranazionale e internazionale”
preso atto che la mozione approvata afferma il dato incontestabile che negli ultimi anni si sta assistendo ad una crescente spirale dei fenomeni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica accompagnandosi sia con atti e manifestazioni di esplicito odio e persecuzione contro singoli e intere comunità, sia con una capillare diffusione attraverso vari mezzi di comunicazione e in particolare sul web; parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze; essi, anche se non sempre sono perseguibili sul piano penale, comunque costituiscono un pericolo per la democrazia e la convivenza civile. Si pensi solo alla diffusione tra i giovani di certi linguaggi e comportamenti riassumibili nella formula del “cyberbullismo”, ma anche ad altre forme violente di isolamento ed emarginazione di bambini o ragazzi da parte di coetanei; vada fermata l’escalation di crimini d’odio razzisti come insulti e violenze che sempre più spesso si manifestano in luoghi pubblici come autobus, mercati, uffici postali nei confronti di persone di colore o con segni visibili di diversità; la Legge Mancino n. 205 del 25 Giugno 1993 l’Italia ha definito condizioni e sanzioni volte ad individuare e a punire le condotte riconducibili al fascismo e al razzismo, declinabili a gesti, azioni e
slogan, aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali;
preso atto inoltre che il preambolo dello Statuto regionale afferma che la Regione Emilia-Romagna si fonda sui valori della Resistenza al nazismo e al fascismo e dei principi di pluralismo e laicità delle istituzioni, opera per affermare: a) i valori universali di libertà, eguaglianza, democrazia, rifiuto del totalitarismo, b) il riconoscimento della pari dignità sociale della persona, senza alcuna discriminazione per ragioni di genere, di condizioni economiche, sociali e personali, di età, di etnia, di cultura, di religione, di opinioni politiche, di orientamento sessuale; la legge regionale 28 luglio 2008, n. 14 “Norme in materia di politiche per le giovani generazioni”, prevede anche che “la Regione promuov[a] l’educazione ai media e alle tecnologie, compresi i social network, in quanto fondamentali strumenti per lo sviluppo del senso critico, della capacità di analisi dei messaggi e delle strategie comunicative… [e che] a tal fine sost[enga] le iniziative di ricerca e progetti di formazione rivolti alle giovani generazioni riguardanti l’educazione alla comprensione e all’uso dei linguaggi mediali, anche rivolti al contrasto della dipendenza e del cyberbullismo”; la legge regionale 15/2019 “Legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere” promuove e realizza politiche, programmi ed azioni finalizzati a tutelare ogni persona nella propria libertà di espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché a prevenire e superare le situazioni di discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica;
esprime pieno e convinto apprezzamento per la decisione assunta dal Senato
impegna la Giunta regionale e l’Ufficio di presidenza dell’Assemblea legislativa – a garantire il massimo supporto e collaborazione alla Commissione del senato straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, individuando le strutture interne dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale atte a supportare tale collaborazione ed a valutare di avviare una campagna comunicativa rivolta al grande pubblico, alla società civile e alle potenziali vittime di crimini d’odio razzisti sul tema e del contrasto ad esso; – a potenziare le attività del Centro regionale sulle discriminazioni che si occupa di consulenza e orientamento, di prevenzione delle potenziali situazioni di disparità, di monitoraggio e di sostegno ai progetti e alle azioni volte ad eliminare le condizioni di svantaggio, in particolare le attività a tutela a sostenere con la propria programmazione misure ed interventi diretti a perseguire gli obiettivi di civiltà confermati dalla mozione 1-00136 con prima firmataria la senatrice Segre anche mediante azioni congiunte con le istituzioni scolastiche, in accordo con l’Ufficio scolastico regionale, con la Fondazione scuola di pace di Monte Sole di cui alla legge regionale n. 35 del 2001
e con i soggetti indicati all’articolo 4, commi 2, 3, 4 e 5 della Legge regionale 3 marzo 2016, n. 3 “Memoria del Novecento. Promozione e sostegno alle attività di valorizzazione della storia del Novecento in Emilia-Romagna”. – a invitare la Senatrice Liliana Segre per una visita istituzionale presso la Regione, preferibilmente in prossimità del giorno della Memoria, in occasione della quale manifestarle pubblica solidarietà a nome di tutti i rappresentanti dell’Istituzione e cittadini emiliano-romagnoli – delle vittime di comportamenti e situazioni discriminatorie per motivi razziali.;

I Consiglieri

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Una stanza piena di gente di Daniel Keyes – recensione.

Recensione del Libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes. La vera storia di Billy Milligan e le sue 24 personalità.

Editrice Nord. 541 pagine. 19,00€ al momento del mio acquisto.

Siete interessati ai misteri della psiche umana? Se sì, non potete perdere questo libro su Billy Milligan e le sue 24 personalità. William Stanley Milligan rappresenta uno dei casi giudiziari più controversi della storia degli Stati Uniti ed è anche il primo individuo affetto da personalità multipla ad essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini a causa dell’infermità mentale. Non è però solo questo. E’ anche un caso clinico che, ancor oggi, provoca discussioni e ispira film. Split, il film di M. Night Shyamalan, è solo l’ultimo di quelli liberamente tratti dalla sua storia.

Una stanza piena di gente è una cronaca che parte dalla prima infanzia di Billy Milligan e finisce con uno dei suoi innumerevoli ricoveri, molti dei quali in strutture di massima sicurezza. La cosa interessante, tuttavia, è che questo libro non avrebbe potuto essere scritto senza la partecipazione attiva dello stesso Milligan che, in un momento di “fusione” delle sue personalità, in colui ch’egli stesso chiama “il Maestro”, riesce ad avere memoria di tutto quello che gli è successo. Un evento eccezionale poiché una delle caratteristiche fondamentali dello stato dissociativo della personalità è proprio il fatto di non avere memoria di ciò che succede agli “altri”.

Non è la sola cosa eccezionale del disturbo di Milligan, che non si frammenta in due o tre, ma in 24 personalità diverse. Ognuna delle personalità, poi, possiede abilità e caratteristiche fuori dal comune. Billy, tramite i suoi “frammenti”, è un pittore, un inglese erudito, uno slavo criminale con una forza incredibile, un maestro dell’escapologia, un bambino, una bambina, una lesbica, un rapinatore newyorkese, un cacciatore australiano, uno scultore ebreo, un commediante, un fiorista, un sordo e molto altro.  Tutti hanno un ruolo nella difficile vita di Billy, tutti conferiscono un’abilità più o meno lecita. Nei momenti di tranquillità le due personalità preminenti, Arthur lo studioso inglese detentore del senso logico e Raghen lo slavo criminale guardiano della rabbia, riescono a distribuire i ruoli secondo la necessità, ma nella vita di Milligan sono frequenti i momenti di confusione e allora emergono le personalità che lui chiama indesiderabili, rovinandogli la vita, fino a farlo finire in carcere.

Il libro comincia con il periodo più nero e pericoloso della storia di Billy Milligan, quello in cui rapina e stupra delle donne, per poi essere arrestato e rinchiuso. I suoi legali d’ufficio si accorgono immediatamente che c’è qualcosa di strano. L’accusato ha vuoti di memoria, comportamenti incoerenti con una singola identità e la personalità centrale, il Billy che non è più al comando del suo corpo dall’infanzia, si sveglia in prigione cercando di suicidarsi. In seguito una psicologa riesce a capire la natura del problema e prende una serie d’iniziative perché sia curato.

Il personaggio di Billy Milligan, però, diviene fin da subito materia pubblica e controversa. Nessuno crede a quanto si dice di lui, terapeuti compresi. E questo libro, oltre ad una cronaca della sua vita, è anche la storia di come Milligan convince, un esperto dopo l’altro, che la sua non sia una recita.

E’ un libro avvincente sia per la strana vita raccontata, che per il mistero di quanto la mente umana riesca a fare, arrivando a produrre elettroencefalogrammi diversi per diverse personalità. Insieme a tutto questo le sue pagine evocano anche il terrore delle situazioni completamente fuori dal nostro controllo, come i casi di malasanità. Milligan, avviato versa la cura giusta, ad un certo punto del suo ricovero rimane vittima di comportamenti che non può controllare, non solo suoi. Stampa in cerca di clamore e politici a caccia di voti trasformano il suo caso in una crociata, che lo fa finire per quasi tre anni in strutture psichiatriche di massima sicurezza, dove viene imbottito di sostanze psicotrope e trattato per patologie che non gli appartengono. Questo sì che è un racconto dell’orrore.

Consigliatissimo.

@DadoCardone

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#controculture : i Rave in Italia , Intervista a Pablito el Drito.

Intervista a Pablito El Drito, Dj, storico, scrittore.

Pablito El Drito è un attivista e storico ma anche un dj e uno scrittore . Ha scritto due libri per Agenzia X : “Once were ravers “ e “Rave in Italy “, ricostruzioni e interviste cronologiche di una delle subculture musicali del nostro paese , quella appunto dei rave. Eventi che per molti , me compreso , sono se non altro “controversi “, ma dei quali vorrei capire di più’. Sono affascinato da ciò che si muove nel sottosuolo e da chi organizza eventi nelle città senza benestare di nessun tipo e, soprattutto, da chi oltre a esser parte attiva del fermento si fa narratore di ciò che lo circonda. Per questo motivo ho fatto due domande a Pablito , che il 7 novembre pubblicherà il suo terzo libro dal titolo “Diversamente Pusher “ , sempre per Agenzia X .

I rave, della quale hai raccontato tanto in due libri, per la moltitudine sono un ritrovo di drogati e basta. Raccontaci cosa sono per te.

Per me il rave è una bolla spazio-temporale. Un luogo di socialità diversa, basata sull’amore per la musica e la danza.

Ricostruire cronologicamente l’ambiente rave, oggi come oggi, a cosa pensi possa servire?

Beh, acquisendo distanza gli eventi diventano storia. È quindi – io sono uno storico – mi è sembrato naturale raccontarli. In “Rave in Italy” ho concentrato l’attenzione su quattro città intervistando persone che a vario titolo hanno contribuito a costruire queste scene. Credo che il libro servisse a me per fare il mio lavoro di storico, a chi c’era per mettere insieme alcuni pezzi mancanti, e a chi non c’era a capire perché migliaia di persone hanno costruito questa scena, peraltro ancora viva e florida.

Che differenza c’è tra i rave di oggi e i rave di ieri?

Non conosco bene i rave di oggi. Non li frequento quasi più perché ho già dato abbastanza! Credo però che la differenza sostanziale sia connessa all’evoluzione tecnologica intercorsa negli ultimi 20-25 anni.. Nel 1995 i cellulari costavano mezzo stipendio, il web non era diffuso, l’informazione era propagata tramite carta, e si suonava quasi solo coi dischi o qualcuno coi DAT (!). La polizia, quando arrivava, non capiva proprio cosa stava succedendo. Un altro mondo.

Cosa ti ha avvicinato a questa tipologia di musica /eventi?

L’amore per la musica e per il turntablism. A me piaceva guardare i dj che mixavano, questo loro modo innovativo di esibirsi, di fare musica. Mi piacevano le esibizioni dei dj hiphop ma quando ho capito cosa si poteva fare con i giradischi e la musica elettronica (dance e non) ho trovato la mia via. Avevo vent’anni e ho avuto la fortuna di incontrare un bravo dj che ha avuto la pazienza di insegnarmi la tecnica. A me, che manco ero mai stato in una discoteca! Il rave vero e proprio è venuto dopo, prima Pier ed io suonavamo in cantine, bar, ex ristoranti, feste varie e primi club.

Avere una label che si occupa di musica “di nicchia” cosa comporta? Come mai hai scelto di averne una?

Perché ho scelto gli amici sbagliati!
RXSTNZ, infatti, più che un’etichetta è un incrocio tra un collettivo di musicisti e un gruppo di amici. Era prevedibile fin dall’inizio della nostra avventura che saremmo andati a cercare vie non battute, se non altro per inseguire i nostri desideri e gusti personali, svariati/svarionati. Lavoriamo su un suono di frontiera, perché siamo in qualche modo borderline. Il nostro lavoro è intermittente: facciamo quando abbiamo voglia di fare, senza obblighi o scadenze.

Hai annunciato l’uscita del tuo nuovo libro, “Diversamente pusher”, il tema della droga come verrà trattato? E cosa vorresti far conoscere a chi lo leggerà?

“Diversamente pusher” uscirà il 7 novembre per Agenzia X edizioni. Sono dodici storie di spacciatori “eretici”, che rompono con le regole che normalmente vigono nel mercato delle sostanze. Un mercato monopolizzato da grandi organizzazioni criminali. I protagonisti del libro – uomini e donne che ho conosciuto e intervistato – agiscono con schemi diversi da quelli della grande criminalità, sfidando, in modo ciascuno diverso, il monopolio di queste corporation mafiose, spesso colluse con il potere politico ed economico. Sono storie di “battitori liberi”, una minoranza tesa tra contrabbando, idealismo, imprenditoria d.i.y., hacking della chimica e antiproibizionismo militante. Storie che, seppur minoritarie, meritano di essere raccontante, perché offrono una visione inedita sul tema sostanze. Credo che “Diversamente pusher” sia il primo libro che dà la parola ai dealer, senza mediazioni o censure.

Qualche link per chi vuol conoscere meglio Pablito e acquistare i suoi libri.

Facebook : https://www.facebook.com/pablitoeldritodj/

“Once Were Ravers “ : http://www.agenziax.it/once-were-ravers/

“Rave in Italy “: http://www.agenziax.it/rave-in-italy/

“Diversamente Pusher “ : http://www.agenziax.it/diversamente-pusher/

@Alfre D’

#controculture

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Tanto a cosa serve? La lezione dei ragazzi Cileni.

I Ragazzi del popolo Cileno, sebbene non abbiano vissuto l’era di Pinochet, ci insegnano a cosa serve scendere in piazza.

Le proteste avvenute in Cile , dal 18 ottobre , cessate ieri, hanno provocato la morte di 15 persone e disordini di vario tipo. Nascono da una cosa volendo “stupida”, ovvero l’aumento del biglietto della metropolitana. Biglietto già caro, se rapportato allo stipendio di un lavoratore medio.

Il 7 ottobre , masse di persone , entravano in metropolitana senza il biglietto per protesta , per lo più studenti universitari. Vari studiosi cileni sostengono infatti che le rivolte di questi giorni sono guidate da giovani, in maggioranza sotto i 30 anni di età , che non hanno conosciuto la dittatura di Pinochet e che, già disillusi, sentono di non avere niente da perdere. Qui mi viene da pensare che le reazioni sono diverse, ma tutto il mondo è paese.

Le violenze iniziano il 18 ottobre, quando le masse che entravano in metropolitana fanno da sfondo a saccheggi. Incendi , negozi derubati e un continuo scontro con la polizia, che sfodera lacrimogeni a gas e altro . Nel fine settimana precedente il Presidente Sebastian Pinera, per sedare l’insurrezione, aveva già sospeso la legge che prevedeva l’aumento, ma a poco è servito perché le proteste sono continuate.

Consideriamo che il Cile, per l’estero (ovvero noi ), era uno dei paesi con la situazione politica più stabile e un’economia prospera. Il Presidente conservatore, non sapendo più’ da che parte farsi, dichiara così lo stato di emergenza e assegna poteri speciali alla polizia per reprimere le rivolte che, come storia insegna, degenerano in violenze di ogni tipo, denunciate senza che mai se ne potesse venire a capo ( mancavano registri ufficiali ), e un coprifuoco nelle principali città del Cile. Ora voi direte: “Ma se Pinera aveva già sospeso la legge , a cosa è servito tutto sto casino?”.

Non ci vogliono sicuramente le mie parole per capire che forse la pentola era già in ebollizione, anche perché noi paghiamo accise ben più’ assurde e quando andiamo in piazza , raramente e esausti di lavoro , la domanda che ci sentiamo fare più’ spesso è: “Ma a cosa serve?” . E’ su questo punto che, credo, il popolo cileno, nel bene o nel male e aldilà delle opinioni, ha dato una lezione importantissima e collettiva su quanto valga un popolo : 1 milione di partecipanti per la marcia più’ grande del Cile e il Presidente è stato costretto a sciogliere il suo Governo. A quei ragazzi non gli si può chiedere “Ma tanto a cosa serve?” e nemmeno ai nostri lo chiederei , se non si ha la ferma volontà di ascoltarli .

@Afred D’

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Teconopolo: Bonaccini, fai come Gnassi?

Rimini: lo scandalo Tecnopolo ha provocato timide reazioni non solo nel Comune di Rimini, ma anche nella Regione.

Come il Comune di Rimini, anche la Regione Emilia Romagna non sembra manifestare intenzione di costituirsi parte civile al processo Tecnopolo.

Di cosa stiamo parlando? Per chi non lo sapesse i fatti, brevemente, sono questi. Un’indagine della Guardia di Finanza di Rimini, scaturita da una segnalazione alla Procura dell’ex Assessore Roberto Biagini, ha prodotto tre filoni d’inchiesta sull’irregolarità di alcuni appalti pubblici Riminesi.

L’indagine principale riguardava l’irregolare interazione con gli uffici pubblici di tale Mirco Ragazzi, un modenese, la cui influenza su alcuni appalti, secondo le indagini, sembra sia stata favorita dal Capo Gabinetto del Sindaco Sergio Funelli. Il tema lo abbiamo ampiamente trattato su Citizen e potete trovare un indice delle puntate precedenti QUI.

Le indagini si sono concentrate su due dei più noti appalti Riminesi degli ultimi tempi: Acquarena e Teconopolo. Proprio nel troncone Tecnopolo scopriamo coinvolta anche un’altra importante figura del Comune di Rimini, l’Ing. Massimo Totti. Sempre secondo le indagini, ormai note a molti, l’Ing. Totti sarebbe l’ideatore di un falso collaudo, pensato per non perdere 1.500.000 € di finanziamenti regionali.

E’ palese che, se queste vicende dovessero essere confermate anche in tribunale, vi sono due parti gravemente danneggiate. Il Comune e la Regione. Quando la notizia del reato e delle gravi imputazioni a carico di dipendenti comunali è diventata pubblica, il Sindaco Andrea Gnassi ha reagito cercando di far passare l’idea che fosse tutta un’invenzione del denunciante Avv. Roberto Biagini che, secondo lui, avrebbe cercato di “rovesciare il tavolo” per non essere stato incluso alle liste PD nelle amministrative 2016. Il che, per dovere di cronaca, è falso, poiché la denuncia di Biagini è precedente (e non di poco) alla sua esclusione, tra l’altro voluta da Gnassi in persona a ridosso della competizione elettorale.

Possibile che il Primo Cittadino non abbia saputo nulla della consistenza delle indagini? Lo chiediamo perché i casi sono due: o reputa l’opinione pubblica così poco accorta da ignorare un processo a carico di 18 persone (tra cui 3 dipendenti comunali), deviandola con una semplice supercazzola alla Salvini, oppure non si è preso tempo e modo di capire cosa stesse veramente succedendo negli uffici di cui è il primo responsabile.

Nel Consiglio Comunale di Rimini però esiste un’Opposizione che, anche se in maniera un po’ scomposta, ha chiesto al Sindaco perché il Comune non si costituisse parte civile. La risposta del Sindaco è stata enigmatica. Nel senso che, correttamente, identifica la costituzione come parte civile presentabile solo nell’atto del rinvio a giudizio (rimandato a novembre per legittimo impedimento), tuttavia non dice nemmeno che il Comune si costituirà in quel ruolo senza dubbio alcuno.

Una dichiarazione forte in quel senso servirebbe, perché va bene essere garantisti, ma il garantismo non esclude di rappresentare la forte volontà di difendere l’Istituzione, anche con una dichiarazione preliminare che metta le cose in chiaro.  Questo lezioso richiamo alla formalità, non rilevato in altri avvenimenti mediaticamente più impattanti (vedi caso Buguntu), richiama inevitabilmente alla memoria il caso Aeradria, per il cui fallimento milionario il Comune non si è costituito parte civile, sostituendo l’atto con una non altrettanto efficace messa in mora.

Un altro campanello d’allarme lo fa suonare la Consigliera Regionale Raffaella Sensoli. Ieri ha indirizzato alla Regione un’interrogazione sullo stesso argomento. Non scorgendo alcuna intenzione, ha chiesto formalmente cosa avesse intenzione di fare la Giunta. Anche perché, lo ricordiamo, il finanziamento è stato poi erogato dalla Regione mentre i suoi Uffici avevano consapevolezza di un’indagine in corso e in riscontro a un documento di collaudo con modalità che le indagini della GDF definiscono: sconcertante.

Non sarebbe il caso che Stefano Bonaccini la smettesse di fare il timido e dichiarasse chiaro e tondo cos’ha intenzione di fare? La domanda, comunque, gli è stata fatta tramite l’interrogazione della Sensoli. Speriamo non si prenda sessanta giorni per rispondere a un quesito piuttosto semplice e spazzi via con risolutezza qualsiasi dubbio.

P.S.

“Nel paese della bugia la verità è una malattia.” [Gianni Rodari]

@DadoCardone

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Alfre D’ – L’intervista.

In questo video un’intervista diversa dal solito. Nel “tinello” di Citizen Rimini accogliamo Alfre D’ per parlare di musica e, precisamente di Rap. Perché? Perché il Rap non è solo quello che sfonda a X-factor, ma è anche la pratica di molti ragazzi e ragazze che compongono versi per passione.

In questo video un’intervista diversa dal solito. Nel “tinello” di Citizen Rimini accogliamo Alfre D’ per parlare di musica e, precisamente, di Rap. Perché? Perché il Rap non è solo quello che sfonda a X-factor, è anche la pratica di molti ragazzi e ragazze che compongono versi per passione. E’ appunto il caso di Alfredo D’Alessandro che ci parla dell’esperienza dei Colpo di Stato Poetico.

@DadoCardone

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Grosso guaio a Rimini – che fine ha fatto Acquarena? [Quarta Parte]

Rimini: Ultima puntata dell’inchiesta sugli appalti di Acquarena e Tecnopolo. Che fine ha fatto “la piscina dei Riminesi?”

Ed eccoci, come promesso, alla quarta ed ultima puntata dell’inchiesta sugli appalti riminesi, perlomeno quelli trattati dalle indagini della Guardia di Finanza di Rimini, relative alla figura di Mirco Ragazzi e al suo legame con il Capogabinetto del Sindaco, Sergio Funelli. Quest’ultima parte riguarda l’appalto di Acquarena, quella che doveva essere la “piscina che i riminesi si meritano”, ma che in fin dei conti si è rivelata l’ennesima operazione da Amministrazione “palazzinara”. Questa ultima parte risponderà ad una domanda fondamentale. Perché abbiamo una nuova Conad in centro, ulteriori palazzine, ma, al posto della piscina promessa, una gru abbandonata?

Come la maggior parte dei riminesi saprà, almeno chi presta attenzione a dove vive, nello spazio occupato dall’ex fiera doveva sorgere un auditorium ed un po’ di residenziale. Quella zona era nella disponibilità del Palas, ma, come pensata dalla variante originale, non era appetibile per i grandi investitori. Ai mutui milionari del Palacongressi di Rimini, tuttavia, servivano entrate non garantite da anni di incassi sottoprevisione. Una variazione alla variante originale permise di eliminare l’auditorium e di metterci una bella Conad, gruppo che, contestualmente, fece anche l’investimento delle palazzine. Nulla di illecito. Tutte cose però di cui Rimini non aveva proprio bisogno, ma che all’ente Fiera hanno fruttato più di 16 milioni di euro. Una bella boccata d’ossigeno.

Per giustificare l’operazione edilizia con l’opinione pubblica si usò la foglia di fico di Acquarena, una piscina di 25 metri, tra l’altro a pochissima distanza dal Garden, che ne aveva già una e che aveva in progetto di costruirne un’altra, olimpionica, da 50 metri. Della Conad e delle palazzine si parlò solo quando furono troppo evidenti per essere nascoste. Ma dopo tutto questo, perché non c’è la piscina?

Nel dicembre 2014 la Giunta Comunale di Rimini approvò il preliminare di Acquarena, per una spesa di 8.200.000 €. Più tardi, alla fine dell’iter previsto dalla gara, vennero individuate due raggruppamenti  idonei a presentare un offerta: 1) AR.CO. Soc. Coop. Cons. (capogruppo), con COGEI Italia (mandante) e ESCHILO CONERO S.r.l. (mandante). 2) AXIA S.r.l. (capogruppo), con C.A.R. di Rimini (mandante), Nuova Sportiva S.s.d. a r.l. (mandante) e SAEET Impianti S.r.l. (mandante).

Nella seduta pubblica dell’agosto 2015, all’apertura dei plichi contenenti le offerte, Maurizio Canini, rappresentante del gruppo facente capo all’Axia S.r.l. fece emergere alcuni rilievi circa la compatibilità del raggruppamento AR.CO.. Nello specifico si faceva osservare la partecipazione al raggruppamento della società di Ingegneria MiJic Architects, che aveva partecipato alla redazione del preliminare.

Il rilievo fu giudicato ininfluente ai fini dell’equilibrio dei principi di concorrenza.  In un secondo momento, nella seduta in cui si comunicavano i punteggi, fu la volta di AR.CO. di far emergere rilievi. Chiese infatti che fosse prodotta documentazione che attestasse l’effettiva sostenibilità finanziaria delle offerte proposte, in particolare il coinvolgimento di uno o più istituti finanziari. Dopo una serie di richieste, appelli e soccorsi istruttori, nella seduta pubblica  del novembre 2015 la Commissione (con voto contrario del Responsabile Unico Fabbri) decretò che l’offerta di  AR.CO. non soddisfacesse i requisiti minimi (2 vasche anziché 3) e determinò che AXIA, nonostante la richiesta di documentazione non ancora prodotta, fosse l’unico concorrente rimasto in gara. Nel marzo 2016, a documentazione prodotta e dopo un ricorso al TAR, l’appalto fu definitivamente affidato ad AXIA S.r.l e relativi mandanti.

I documenti che attesterebbero il coinvolgimento degli Istituti finanziari sono due dichiarazioni. Una del 19/08/2015 di una filiale di Modena della Banca Popolare dell’Emilia Romagna e un’altra, del 9/11/2015 attribuita alla filiale modenese della Banca Interprovinciale S.p.a. Come confermato dalle indagini tecniche della GDF, però, i documenti sono stati predisposti ad hoc in data successiva alla richiesta dell’Amministrazione Comunale ed uno di questi addirittura retrodatato. Ed in quest’ultimo caso non si tratterebbe di una svista. Ancora una volta le intercettazioni telefoniche, al solito Mirco Ragazzi, dimostrerebbero la volontà inequivocabile di produrre documenti falsi. Le parole usate non possono essere più esplicite e meno fraintendibili. In una telefonata del novembre del 2015, tra Mirco Ragazzi e un altro indagato, a cui partecipa anche Canini, il referente del gruppo con in testa AXIA S.r.l, si dice di aver individuato una banca di medio credito disponibile a mettere la data di agosto e di un’altra disposta a dichiarare in data odierna (alla telefonata n.d.r.) che il progetto le era stato sottoposto il 2 di Agosto e che era interessata. Canini in persona conclude considerando che non esiste un modello standard per le lettere e che quindi :“bisogna… bisogna crearle… bisogna partorirle, scrivere qualcosa di sensato e… e … e poi sottoporle a chi le dovrà firmare”.

Il telefono di Ragazzi è una miniera inesauribile per gli investigatori. Lo sentono dare istruzioni a responsabili AXIA :”…fare un paio di verbali… farli su carta AXIA […]un paio di verbali dove risulta che il tizio che ha formato, te, M., e due cagate, eccetera eccetera… che in data, ne fai due copie, uno il tal giorno, l’altro data l’altro, si sono si sono verificate le stesure del PEF punto e fine trasmissioni…”. Non solo, in altri passaggi sembra sia chiara anche la consapevolezza diffusa di ciò che si sta facendo. In un’altra intercettazione Ragazzi, sempre in relazione alle lettere che Axia dovrebbe predisporre, riceve il commento :”io firmerò anche, ma sono robe fasulle”.

Già a questo punto ci sarebbero elementi per ipotizzare che il procedimento d’assegnazione sia stato turbato da comportamenti consapevoli e determinati ad attestare il falso, ma non è tutto qui. Ricordate i vari rilievi e ricorsi che i due raggruppamenti hanno sostenuto l’uno contro l’altro? Ebbene, secondo le indagini, almeno per il gruppo guidato da AXIA, non non sarebbe farina del loro sacco. Ancora una volta gli investigatori puntano il dito sull’accoppiata Ragazzi-Funelli e ipotizzano un approccio sistematico, con scambio di informazioni e suggerimenti.

E’ il caso ad esempio di Mijic, il progettista di Acquarena che partecipa anche al gruppo AR.CO., presumibilmente individuato come punto debole della questione. Un’intercettazione ambientale, dalla macchina di Ragazzi, registra delle prese di posizione piuttosto decise sull’argomento.

Ragazzi: “[…] Di importante è che Mijic è fuori dalle palle”

[…]

Funelli:” no è fargli… se ragiono, ragiono per fargli il fossato attorno”

Oltre a questo, sempre da quanto gli investigatori evincono tramite le intercettazioni ambientali a bordo della macchina di Ragazzi, Funelli da consigli sulle questioni dell’offerta e indicazioni, con tanto di promemoria post-it, su un bando che, secondo lui, è stato preparato con il contributo dello stesso Mijic, per evidente interesse personale a parteciparvi. Tutte informazioni utili a preparare un ricorso incidentale idoneo contro l’annullamento dell’esclusione di AR.CO.  Mirco Ragazzi, secondo gli investigatori, è così confidente nell’appoggio di Funelli che si azzarda a chiamare personalmente dipendenti pubblici per chiedere informazioni. Nella notizia di reato si leggono due casi in particolare in cui l’indagato chiede e riceve informazioni da due diversi impiegati, gli stessi che già nell’indagine interna dell’Avv. Roberto Biagini avevano ammesso che Ragazzi fosse stato presentato da Funelli. Nel primo caso la richiesta è di informazioni su un verbale relativo ad una seduta privata della Commissione, per cui ad uso solamente dell’Amministrazione Comunale. Nel secondo caso Ragazzi chiede invece informazioni sul verbale di una seduta pubblica, quella in cui il Presidente di Gara aveva ritenuto insussistenti i motivi dell’esclusione di ARCO per la presenza di Mijic. L’impiegata lo rassicura del fatto che la decisione è del Presidente e che la Commissione ha solo preso atto.

Ecco perché i Riminesi non hanno mai avuto il piacere di farsi una nuotata nella tanto pubblicizzata e mai costruita Acquarena. A carico del raggruppamento AXIA, assegnatario del bando che, a quanto pare, godeva delle consulenze di Mirco Ragazzi, c’è una robusta accusa di “Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente.”

Sono fatti che, se dimostrati anche in seno ad un procedimento giuridico, getterebbero un’ombra scura e pesante sul sistema degli appalti pubblici. Non stiamo certo affermando che per ogni appalto il sistema sia quello che la Notizia di Reato indica per i casi Acquarena e Tecnopolo, ma il legittimo dubbio che tutto ciò non nasca dal nulla rimane. A dispetto delle “abilità” personali, possibile mai che un individuo, nemmeno riminese, entri così profondamente e improvvisamente nel sistema degli appalti e degli uffici pubblici?  Possibile che questa domanda non se la faccia il Sindaco per primo, avendo sicuramente a disposizione le stesse informazioni che abbiamo noi?

Non sappiamo che rispondere a queste domande, o meglio, lo dovremmo fare usando ipotesi che sicuramente verrebbero giudicate come illazioni. Vi lasciamo dunque con un’ultima intercettazione che, secondo noi, esprime una tendenza che qualcuno dovrebbe approfondire (e non ci riferiamo certo ai nostri lettori). I protagonisti sono Marco Bellocchi e Michele Sorce, entrambi costruttori, entrambi protagonisti di questa storia in quanto hanno, in qualche modo, subito le manovre e l’influenza di Ragazzi. Leggete cosa si dicono.

Premessa: i nomi puntati sono di persone non indagate, ma molto conosciute a Rimini. Le parti saltate sono inutili o impossibili da capire non potendo fare i nomi per esteso.  I due fanno spesso riferimento a partiti politici e pubblicando la conversazione non intendiamo sostenere che vi sia una qualche tipo di aderenza, ma pensiamo si evinca che i due pensino di dover passare da lì.

Sorce: “come andiamo?”

Bellocchi: “ma andiamo che pensavo mi sbollisseee… l’incazzatura (incomprensibile)… eee… adesso, ho finito adesso di parlare con M.M. della Lega… (lega cooperative N.d.r.)”

Sorce: “mh”

Bellocchi: “non me lo toglie dalla testa… eee… ieri sera ho mandato a cagareee… pesantemente anche il segretario di… del partito (Democratico N.d.R) qui di Rimini.”

Sorce: “eh vabbè, ma…”

Bellocchi: “non… non contate… non contateee… niente nella migliore delle ipotesi… nella peggiore, forse, c’è il vostro zampino anche dietro questa roba qui… perché poi c’è anche chi fa il nome di B. su sta vicenda e quindi B e M.”

Sorce: ah ah

Bellocchi: “eee… a me M. mi  ha parlato di C. che è amico intimooo… di uno dei due soci di quella società… e comunque sia gli ho detto “alla fine della giostra c’è un ragionamento che va fatto, c’è una gara privata indetta dal mondo cooperativo… eh, che vada a finire ad un privato che, veramente, è una roba ridicola…”

Sorce: “che non ha nemmeno la forza, tra l’altro”

Bellocchi:” […] vuol dire che c’è la pazzia che, che staaa… proprio dilagando… a meno che, invece, non sia un disegno preciso… che sia andato lì, perché quando mi parlo con un funzionario del Conad… e che P. non ha avuto neanche il coraggio di parlarmi… quando… quando mi parlano di referenze eccezionali che han fatto la differenza, Michele di cosa stiam parlando…? Chi… chi può fare…”

Sorce:” di niente”

Bellocchi: “Le referenze eccezionali se non arriva dall’Ufficio del Capo di Gabinetto del Sindaco e spero di essere intercettato (bestemmia).”

[…]

Bellocchi: “ah… cioè… ehm… ma… Michele, eee… è un intervento che è stato particolarmente sofferto anche dal punto di vista urbanistico… devi fare un intervento come quello, di quelle dimensioni tra il coso… tra… tra la parte direzionale e commerciale, e le palazzine e… e… e secondo te, se ti arriva la telefonata del Capo Gabinetto del Sindaco, te non stai a sentire quello che ti dice?”

[…]

Bellocchi: “[…] l’unica è… èèè… è fare un’alleanza con la Lega ( Lega cooperative N.d.r.), eh… e, quindi, riavvicinarciii… a quel mondo lì…”

Sorce: “Sì”

Bellocchi: “no? CONSCOOP, il CONSORZIO INTEGRA…”

Sorce:” sì, sì, sì,elasciareee… e lascia… lasciarli morire e basta, a questi…”

Bellocchi: “eee… esatto, esatto, assolutamente… P. adesso stava male… però mi ha detto che appena si riprende, tra lunedì e martedì, ci risentiamo… perché chiederemo un tavolo… chiederemo un tavolo al Partitooo… come Lega, Consorzio e quant’altro… chiederemo spiegazioni ai livelli regionali anche della Lega, di sta gara anche del Conad, perché P. fa “non finisce qui”… non può finire qui, capito… un’impresa come Conad del… del mondo cooperativo della Lega, fa una gara, eh… c’è un’impresa sempre del mondo cooperativo della Lega, che fa un’offerta migliore e questi la danno… a un’altro…?!?”

[dopo aver parlato delle “porcherie” che, secondo loro, hanno fatto tre persone molto influenti a Rimini]

Bellocchi:” e quello che è fatica a scindere quei rapporti lì, è fatica… però, adesso è guerra… adesso è guerra e non guardiamo in faccia a nessuno”

Sorce: “sì, sì, sì, appunto (incomprensibile)”

Bellocchi: “e ci pariamo il culo stringendo alleanze con il sistema cooperativo…”

[…]

Bellocchi: “perché io non mi dimentico che mentre noi siamo lì che non dormiamo la notte, questo (tale P. N.d.r.) faceva gli affari con il capellone (soprannome per Mirco Ragazzi N.d.r.) per la scuola che sta alla XX Settembre…”

[…]

Bellocchi: “Ci siamo resi conto che il Partito è inaffidabile nelle mani di un ragazzino manovrato da un altro.”

Sorce replica :” Marco, se tu vuoi, noi gli facciamo tirar le orecchie”; infatti non serve arrivare a Roma, ma basta arrivare a Pesaro, dove c’è “Il Vicesegretario del Partito (Democratico N.d.r)”.

Bellocchi conclude riferendo che tale G. ha detto che nelle prossime elezioni amministrative (il periodo è ovviamente prima del giugno del 2016) il PD si alleerà con il Nuovo Centro Destra e, pertanto, “le corde le teniamo con P.. Sergio è un amico fraterno” al che Sorce suggerisce di farlo chiamare da “Angelino”.

Ora, quando si parlano al telefono le persone tendono ad esagerare, ma l’impressione è che parlando dei loro interessi preminenti, interessi per cui sono in ballo i loro guadagni e la loro sopravvivenza lavorativa, i due non vedano altra soluzione di recupero che non sia legarsi a qualche partito.  E vien da chiedersi come mai.

[Prima Parte] [Seconda Parte] [Terza Parte]

@DadoCardone

In evidenza

Grosso Guaio a Rimini – Perché tante richieste di rinvio a giudizio per il Tecnopolo? [Terza parte]

Rimini: Terza parte dell’inchiesta sugli appalti riminesi. Le ipotesi d’accusa sul falso collaudo del Tecnopolo.

Come abbiamo visto nella prima e nella seconda parte di questa inchiesta, una Notizia di Reato compilata dalla Guardia di Finanza elenca una serie di circostanze dalle quali si evincerebbe che nel sistema degli appalti riminesi ci sia qualcosa che non va.

 In questi giorni se n’è discusso anche in Consiglio Comunale, dove il Sindaco Andrea Gnassi ha risposto, a chi gliene chiedeva conto, che il Comune in questa storia è parte offesa, anche se per ora non può costituirsi parte civile. La causa paiono essere questioni giuridico burocratiche che però in altre occasioni, forse un po’ più ghiotte mediaticamente, non hanno impedito di costituirsi già nell’udienza preliminare. Forse è solo un’impressione, ma a noi sembra tanto quel menare il can per l’aia che, alla fine, ha impedito al Comune di Rimini di costituirsi parte civile nel processo Aeradria. Non sono impressioni invece le intercettazioni e le prove documentali che hanno portato la GDF a ritenere che nell’esecuzione dei lavori del Tecnopolo ci sia stato qualcosa di irregolare. Ma andiamo con ordine.

Nel 2010 la Giunta Ravaioli deliberò per dare il via libera al progetto Tecnopolo, un’infrastruttura pensata per ospitare laboratori di ricerca industriale e di sviluppo tecnologico. In Emilia Romagna ce ne sono almeno 10 e il progetto di Rimini, preventivato in 2.880.000 €,  è finanziato per 1.500.000€ con risorse extra comunali (Statali e POR-FESR 2007-2013). La Giunta Gnassi porta avanti il progetto, ma, nel 2012, la cessazione del servizio del Responsabile Unico del Progetto costringe alla redazione di un nuovo preliminare, questa volta affidato all’ing. Massimo Totti, lo stesso che qualcuno a Rimini chiama l’uomo dei miracoli, per la sua abilità a risolvere situazioni.

Il nuovo RUP cambia le carte in tavola per il sistema di progettazione. Chiede ed ottiene una proroga di sei mesi ai lavori, infatti la Regione vincola il finanziamento (e la decadenza dello stesso) alla data del collaudo del manufatto.

Lasciamo per un attimo la figura dell’Ing. Massimo Totti e ritorniamo a occuparci di Mirco Ragazzi che, anche per questo appalto, come da ipotesi nella Notizia di Reato, con l’appoggio di Sergio Funelli, riesce a catturare l’attenzione degli investigatori della GDF. L’esecuzione dell’opera Tecnopolo viene affidata ad un gruppo temporaneo di imprese di cui fa parte, tra gli altri, Michele Sorce della G.M. Costruzioni S.r.l. . Durante un controllo il Sorce, in atti, afferma che il contratto di consulenza di 61.000€ (50.000 più iva)  in essere con Ragazzi, giudicato dalla GDF ”privo di qualsivoglia giustificazione”, aveva lo scopo  tra le altre cose dell’avvicinamento al Tecnopolo. Oltre ad “avvicinamento” usa l’espressione “per essere proposto”.  Nell’intercettazione di una telefonata con Marco Bellocchi (Presidente del C.A.R.), Michele Sorce è ancora più esplicito. Sostiene che viene tentata a suo discapito un’estorsione di 50.000 € perché, dice, “me l’ha fatta mettere nel c***”.  Per Sorce evidentemente non c’è più tornaconto e si rifiuta di pagare Ragazzi, il quale, per rimostranza, chiede presso il Tribunale di Pesaro il fallimento della Società che dovrebbe pagare la sua fattura. Da qui nasce l’altro troncone d’indagine, quello presso la Procura della Repubblica di Pesaro, perché Michele Sorce non ci sta e dichiara di essere vittima di estorsione, tramite un contratto di consulenza che non ha nemmeno firmato.

Nello svolgimento dei lavori, tuttavia, non sorgono solo problemi per via dei rapporti con Mirco Ragazzi, sebbene anche il C.A.R. di Bellocchi faccia parte del raggruppamento temporaneo. Gli investigatori, infatti, ipotizzano che vi siano anche delle irregolarità piuttosto gravi e consistenti nella procedura di collaudo, quella che poi ha sbloccato i finanziamenti extracomunali. La nuova convenzione, redatta da Regione e Comune, stabilisce la conclusione dei lavori e il collaudo entro il 31 novembre 2015, ma qualcosa non funziona come dovrebbe. In accordo con la data di scadenza si dichiara che i lavori sono finiti e collaudati, ma, per via di alcune finiture e lievi manchevolezze, si attende ad emettere il certificato di collaudo, emesso poi a fine dicembre 2015.

Rilievi fotografici della Guardia di Finanza e, ancora una volta, le intercettazioni, ci raccontano però una realtà totalmente diversa. Tra la fine di novembre 2015 e metà dicembre i militari svolgono diversi sopralluoghi all’esterno del cantiere e poi, in virtù di un controllo sul personale e delle norme di tutela del lavoro, uno anche all’interno del cantiere. Quello che trovano non è certo la mancanza di qualche finitura. Nella Notizia di Reato si legge: “Tinteggiatura esterna ancora da realizzare. Mancanza degli infissi. Scale allo stato grezzo. Stato grezzo o incompleto di controsoffitti e pareti”.

Non è finita qui. Michele Sorce della G.M. costruzioni dichiara di non aver voluto partecipare alla visita di collaudo perché i lavori non erano ultimati e non permettevano un collaudo tecnico-funzionale. A parte la tinteggiatura riferisce anche che: non era stato fatto alcun rinterro degli scavi relativi alla messa in quota di alcuni pozzetti alle reti bianche e nere. Anzi che i pozzetti sono stati fatti a gennaio con la sistemazione del piazzale. Al momento del collaudo i pavimenti erano galleggianti e che quindi non era possibile effettuare alcuna stuccatura. I rivestimenti dei bagni, degli spogliatoi e delle scale non erano stuccati. L’impiantistica meccanica non era stata completata perché mancavano i gas medicali. Mancavano i sanitari e mancavano infissi interni ed esterni.

Tutto ciò, sul cantiere, è il segreto di Pulcinella. Tutti sanno e se non lo sanno glielo spiega Totti. Numerose intercettazioni telefoniche chiariscono dove risieda una buona dose della capacità di Massimo Totti di risolvere i problemi, ossia in quello che lui chiama “un tavolo di lavoro tra gentiluomini”. Di seguito riportiamo un piccolo stralcio di ciò che dice a uno degli indagati, ma, credeteci, per comprendere bene la natura di queste conversazioni bisognerebbe leggere integralmente la Notizia di Reato:

Totti: Proprio perché abbiamo stabilito un tavolo di lavori da gentiluomini bisogna che ci diciamo anche le cose da gentiluomini… perché dopo se invece smettiamo di darci un codice di comportamento… se cominciamo a scrivere… dopo va la guerra e quello che vogliamo evitare […]. Però… Se noi formalizziamo quello che troviamo con una fotografia succede un casino… Allora… io ho già detto con M. [impiegato comunale n.d.r.] e il collaudatore, a noi ci deve arrivare una lettera il 2, quindi lunedì, dove P. dice che ha completato l’edificio del Tecnopolo meno una serie di finiture… mi segui?

[…]

Totti: […] Tanto abbiamo 4 giorni davanti, non è che abbiamo quattro mesi. Allora lui… nel fare l’elenco delle finiture… così le conosce la Regione… e noi le guardiamo con l’occhio di bue… delle finiture, che di fatto dice vado in proroga, deve metter… deve togliere quelle che in una settimana assicura… perché… cazzo… gli impianti non ce n’è uno… manca il pavimento… dì … vi manca il 30% dei lavori… poi nel guizzo del moribondo, secondo me in una settimana riuscite a quel punto… cazzo… chiudere, mettere i pavimenti… cominciare a chiudere… cominciare a tinteggiare, quindi lasciare effettivamente postumi i vetri… quelle 10 porte… cazzo qualcosa che … più.

Nelle intercettazioni riportate nella notizia di reato si legge un Massimo Totti molto determinato e, apparentemente padrone della situazione. Spiega a chi di competenza che deve mandare lettere in cui dichiara che il lavoro è finito tranne che per delle finiture. Fa presente ad altri che i soldi sono sostanzialmente in mano sua e che se non si fa come dice non rescinde i contratti (“se no mi faccio autogol”), ma comincia ad applicare penali e poi finiscono tutti in tribunale. A chi gli contesta poi di voler far saltare “il gioco” per dieci porte ribadisce che i problemi sono altri (tra cui impianto d’illuminazione e convettori, l’antincendio, la resina a terra) e che lui ad ottobre ha consegnato una scuola ad ottocento studenti con l’acqua del cantiere nei cessi, che l’unica cosa che non vuole sono guai con la Regione, perché quelli fanno saltare il finanziamento.

Quello che emerge dalle intercettazioni è desolante. Qualcuno dice di aver visto fare un muro senza aver messo malta, l’isolatore sismico, nel giunto verticale. Lo stesso Totti ammette di non aver mai visto un cantiere senza capocantiere. E poi, ancora una volta, viene a galla il fatto che Mirco Ragazzi, tramite le aziende sul cantiere, è al corrente di tutto e quindi riferisce a Funelli. Anzi di più, perché in seguito, quando Massimo Totti verrà sostituito nel ruolo di Responsabile Unico del Procedimento, il “dinamico duo” cerca di influenzare alcuni pagamenti, per indirizzarli a chi fa loro più comodo. Almeno da quanto gli investigatori evincono dalle intercettazioni.

Torniamo però al cantiere. Molti sanno, tutti confidano nelle magie di Totti, ma, alla fine, quello che ne viene fuori è un verbale di collaudo che smentisce sé stesso. In maniera sconcertante (aggettivo usato anche nella Notizia di Reato) viene inserita nella contabilità finale l’avvenuta realizzazione dei lavori, ma, successivamente, se ne riconosce l’incompletezza che determina la mancanza di piena funzionalità. Come dire… quasi quasi non servivano nemmeno le indagini.

Questo è il capitolo dell’indagine GDF con più indagati, tra dipendenti comunali e privati, ed è anche quello con le prove più evidenti di una condotta esecrabile. Secondo l’indagine si ravvisano comportamenti riconducibili alla falsità ideologica e di illegittima erogazione di finanziamento. A questo punto viene da chiedersi anche se in Regione qualcuno sapeva. Questo noi non lo possiamo determinare, ma abbiamo scovato una determina della Giunta Regionale relativa al pagamento del finanziamento che, al suo interno, contiene la cronistoria della corrispondenza con la GDF sul caso in oggetto. Nel settembre del 2016 il Nucleo di Polizia Tributaria di Rimini richiede alla Regione copia dei mandati di pagamento relativi ai lavori del Tecnopolo. Il 3 Novembre, dopo la richiesta di erogazione del contributo del comune di Rimini, la Regione chiede alla GDF se vi siano motivi per non erogare, ma il comandante del Nucleo Tributario di Rimini risponde solo che le indagini proseguono. Il 7 di aprile 2017 viene comunicato alla GDF che il procedimento d’istruttoria del finanziamento è concluso e che se non vi sono elementi ostativi provvederà ad erogare. Non ricevendo nuove comunicazioni dopo 30 giorni considera il contributo erogabile.

Ricordiamo che nella richiesta di rinvio a giudizio, la Regione E.R. è considerata anch’essa parte offesa insieme al Comune di Rimini ed alla società AR.CO. (quest’ultima solo per Acquarena).  Sarebbe interessante conoscere anche le determinazioni dell’ ente presieduto da Stefano Bonaccini sul punto.

Questo è quanto possiamo dirvi sull’appalto Tecnopolo, più che sufficiente perché ognuno tragga le sue considerazioni. Intanto, se siete arrivati fino a qui e avete interesse nel conoscere il resto, vi diamo appuntamento alla quarta ed ultima parte di questa inchiesta. Riguarderà Acquarena e il perché, passando per via della Fiera, al posto della piscina vediamo una gru abbandonata che si specchia su una pozzanghera.

@DadoCardone

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Grosso Guaio a Rimini – Scandalo appalti, chi è Mirco Ragazzi? [Seconda Parte]

Rimini: la seconda parte delle indagini su Sergio Funelli, Capogabinetto del Sindaco e Mirco Ragazzi, il personaggio misterioso.

Come abbiamo avuto modo di determinare, nella prima parte di questa ricostruzione, in una porzione considerevole dei più importanti appalti riminesi salta fuori un nome molto conosciuto negli uffici dei lavori pubblici, ma totalmente ignoto all’Assessore competente. E questo non perché sia una figura di secondo piano.

Subito dopo l’esposto dell’Avv. Biagini le indagini della GDF si imperniano su questa persona e sul suo rapporto con Sergio Funelli, Capogabinetto del Sindaco Andrea Gnassi. Il suo nome è Mirco Ragazzi, ma chi è? Qual è la genesi di questo personaggio?

Ragazzi è un modenese vicino alla cinquantina, titolare e socio unico della società di consulenza M.C.R. S.r.l.  e della MIRO Consulting S.r.l., entrambe di Modena. Come si è detto ha interessi concreti in molti appalti riminesi e rapporti confidenziali con alcuni dipendenti del comune, che parlano liberamente con lui di dati riservati agli uffici. Come ci è arrivato? Come si evince dalle intercettazioni e dalle indagini, Ragazzi sembra capace di rendersi (o apparire) indispensabile per il proseguimento dei lavori e per l’assegnazione degli stessi appalti, talvolta persino opponendo difficoltà grazie, si suppone, al suo legame con Funelli. Il suo modus operandi è molto complesso e passa da millantate conoscenze, come nel caso della “cognata magistrato”, dell’antimafia e delle conoscenze nella GDF, risultate poi tutte inesistenti, alle conoscenze reali, come quella accertata dagli investigatori con Funelli. Altre volte ancora sono terzi soggetti politici a considerare conoscenze che “avrebbe” come un dato di fatto. E’ il caso di Emma Petitti, Assessore al Bilancio della Regione Emilia Romagna, che, in una conversazione intercettata sul telefono di Funelli, dice di sapere “chi è e come è fatto”. Lo considera un amico di Stefano Bonaccini (Governatore dell’Emilia Romagna, modenese anche lui) e dice addirittura di averne parlato con lo stesso Bonaccini. Lui le avrebbe chiesto “ di ‘sta roba”.

A questo punto ci si permetta di aprire una parentesi, che forse avrebbe potuto essere un articolo intero separato da questo, ma che riteniamo serva a far capire lo scenario di prona accettazione in cui ci si muove. L’occasione in cui Emma Petitti parla di Mirco Ragazzi è una telefonata, nella quale discute con Funelli del comportamento della Consigliera Regionale Nadia Rossi. La Consigliera è accusata dal Capogabinetto del Sindaco di diffondere maldicenze su Mirco Ragazzi e, parlando di lei, tra le imprecazioni, dice che “in un paese normale non gli darebbero nemmeno un ucce***  in mano”, mentre qui fa la Consigliera Regionale. Ora… comprendiamo che si tratti di una conversazione privata (però finita agli atti) e supponiamo che tra Funelli e Petitti ci sia un certo grado di confidenza, ma ugualmente non riusciamo a capire come un membro della Segreteria Nazionale del Partito Democratico, Assessora alle Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, colei che si è espressa tanto veementemente contro le teorie di Pillon e compagni, possa ricevere commenti del genere senza nemmeno invitare alla calma e senza altro commento da opporre che non sia “lo sappiamo dove siamo, siamo in questo mondo qua di merda”. Complimenti.

Riprendendo il filo dell’articolo. Agli investigatori pare evidente che tutte le manovre di Mirco Ragazzi non otterrebbero sponda da parte degli uffici, non fosse per il legame con Sergio Funelli. Per questo le indagini, i pedinamenti, le intercettazioni ambientali e telefoniche, si concentrano su loro due. Quello che appare chiaro a chi investiga e che tra i due vi sia una relazione amicale, che consente loro di parlare di “fica” e di usare codici personali, come il “ci vediamo dai busoni”, riferito all’uscita del casello autostradale di Rimini Sud. E’ palese anche che non si frequentino normalmente, come farebbero due amici, ma che il loro comportamento sia circospetto al punto di incontrarsi in posti dove non li si possa riconoscere, facendo attenzione che nessuno li ascolti. Perché? La logica supposizione è che quanto hanno da dirsi sia quantomeno inopportuno.

L’influenza di Sergio Funelli, Capogabinetto di un Sindaco, che all’epoca delle indagini era anche Presidente della Provincia, è notevole. Secondo gli investigatori della GDF, proprio grazie a questa influenza Ragazzi riuscirebbe ad esercitare la pressione che gli serve a mantenere in piedi il suo sistema. E’ il caso, ad esempio, della presunta azione di Funelli presso l’Ufficio della  Ragioneria della Provincia, per ritardare i pagamenti di alcuni lavori effettuati presso il cantiere del Liceo Valgimigli.

Una segnalazione, pervenuta direttamente alla guardia di Finanza, descrive dettagliatamente un tentativo del Ragazzi che, appoggiato da Funelli, rivolgendosi a una funzionaria della Provincia, consiglia di non pagare subito la Società DIRETTO, probabilmente, come desunto dagli investigatori, per accreditarsi come interlocutore privilegiato presso la stessa società. Le intercettazioni sembrano confermare un atteggiamento di “melina” da parte del Capogabinetto fino a che la funzionaria, pressata dal Consigliere Provinciale Allegrini, chiede direttamente a Funelli cosa stiano aspettando visto che i soldi ci sono. A quel punto Funelli capitola. Il tentativo sembra fallire perché Allegrini presumibilmente non risiede nella sfera d’influenza di Funelli. Anzi, in un’altra intercettazione, in cui parlano terze persone, è descritto un Consigliere arrabbiato con la funzionaria, perché non capisce il peso della parola di una persona (Ragazzi) che non appartiene all’Ente, né al cantiere.

Questa è solo una delle situazioni in cui, secondo le indagini, Funelli usa la sua influenza su dinamiche amministrative, pubbliche e non. Ancor più eclatante quello che si legge sulla Notizia di Reato a proposito di quanto accaduto dopo all’allontanamento di Mirco Ragazzi dal C.A.R.. Ad un certo punto infatti Bellocchi, stanco delle interferenze di Ragazzi, diffida chiunque dall’attribuire al “consulente” una qualsiasi rappresentanza per quanto riguarda il Consorzio. Bellocchi, secondo quanto riferisce  Sorce Michele (rappresentante legale di GM Costruzioni di Pesaro), sarebbe stato in seguito raggiunto da una telefonata del Direttore Provinciale della CNA di Rimini, Davide Ortalli, che lo invitava a reintegrare Ragazzi nel C.A.R.. Quando Bellocchi non da seguito al consiglio, Funelli  (da quanto si evince da l’intercettazione di una telefonata riportata in seguito, con oggetto appalto Conad zona ex Fiera)  parlando con il Ragazzi chiede a quest’ ultimo “chi deve far fuori” ottenendo risposta inequivocabile. Il lavoro risulterà poi assegnato a due aziende più piccole, con un costo maggiore di quello proposto dal Consorzio Artigiano Romagnolo. Riprendiamo l’intercettazione.  Sergio Funelli chiede esplicitamente a Mirco Ragazzi:

“Io, quindi, chi devo far fuori CONSCOOP [una cooperativa di Forlì N.d.r.] e chi è l’altra?”

“Il C.A.R.”

“Il C.A.R.”

Quanto messo in evidenza dalla Notizia di Reato, oltre alla palese irregolarità, denota una certa scioltezza del “dinamico duo” nel portare avanti disegni personali, a volte in un clima di ottusa accettazione degli uffici, sino ad arrivare in alcuni casi alla sfacciataggine. Come quando Ragazzi usa il telefono dell’ufficio di un impiegato comunale, per farsi rispondere da Michele Sorce, per gli investigatori verosimilmente concusso, che non gli vuole rispondere, perché non vuole pagare.  Denota un’esagerata confidenza anche l’SMS con cui Ragazzi cerca il contatto con Roberto Biagini, che sta investigando su di lui, attribuendosi conoscenze in Giunta, per poi chiudersi nel silenzio quando l’avvocato, giustamente, gli risponde chiedendogli chi siano queste conoscenze.

Quanto descritto non è ovviamente tutto. E’ il minimo di ciò che ci sembra utile, delle oltre 100 pagine della Notizia di Reato, per descrivere Ragazzi e i suoi rapporti con Sergio Funelli, secondo quanto messo in luce dalle indagini. Nella prossima puntata spiegheremo nel dettaglio cosa gli investigatori della Guardia di Finanza ritengono sia successo con gli appalti del Tecnopolo e Acquarena.

@DadoCardone

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Grosso Guaio a Rimini – Cosa è successo agli appalti di Acquarena e Tecnopolo? [Prima Parte].

Leggendo le 100 pagine e gli allegati dell’indagine della Guardia di Finanza di Rimini, a proposito di Tecnopolo e Acquarena, c’è da rimanere male. Ovvio che non rappresentano da sole un grado di giudizio, ma molte delle considerazioni che i militari estraggono, sulla base delle quali la Procura della Repubblica di Rimini ha chiesto per un primo “troncone di indagine” (Tecnopolo)  il rinvio a giudizio, sono basate su dati oggettivi. Intercettazioni e documentazioni che lasciano poco spazio all’ipotesi spuria.

Queste cento pagine dipingono un quadro degno della molto citata e poco compresa banalità del male. Venticinque indagati nella relazione della GDF e diciotto imputati nel “troncone Tecnopolo”. Tre principali, più una serie di dirigenti comunali e tecnici privati, che sembrerebbero indicare un approccio di normalità verso certe irregolarità, talvolta veri e propri illeciti. L’unico che non ha ritenuto normale quanto stava accadendo, rivolgendosi di conseguenza alla Procura della Repubblica, è stato l’Avv. Roberto Biagini, all’epoca dell’indagine Assessore ai Lavori Pubblici della Giunta Gnassi.

Si è molto discusso delle motivazioni di Biagini e lo stesso Primo Cittadino Andrea Gnassi si è avventurato in un’accusa di ripicca elettorale, senza invece preoccuparsi di stigmatizzare chi ha, forse, agito alle sue spalle. La ricostruzione di quanto accaduto, tuttavia, non lascia dubbi sulla correttezza dell’azione di Biagini e sull’ineluttabilità del suo esposto in Procura. Aveva abbastanza elementi per pensare che qualcosa di strano stesse avvenendo nel settore dei lavori pubblici e, di conseguenza, l’unico interlocutore qualificato era la magistratura. Pena rimanere lui stesso compreso in un’indagine che aveva comunque già mosso i primi passi.

Cominciamo dall’inizio, con fatti che forse i più conoscono già sommariamente. E’ importante, però, non saltare nemmeno un passaggio. Come vedrete la questione, nonostante le reazioni isteriche di sindaco e PD, merita di essere osservata nella sua complessità per comprendere quanto certi atteggiamenti, quantomeno discutibili, siano vissuti con banale accettazione in una Città ritenuta sana qual è Rimini.

La vicenda ha inizio nell’estate del 2015 quando Marco Bellocchi, Presidente del C.A.R. di Rimini (Consorzio Artigiano Romagnolo), chiede all’allora Assessore Roberto Biagini se sia a conoscenza dell’esistenza di tale Mirco Ragazzi. Biagini non l’ha mai sentito nominare e, approfondendo il motivo della richiesta, scopre che questa persona, ereditata dalla precedente presidenza del C.A.R., quella di Perazzini, si accredita come “facilitatore” presso gli uffici comunali e che, sempre secondo Bellocchi, crea più problemi di quanti ne risolva. L’Assessore scopre che un “fantasma” vaga per i corridoi di cui è responsabile e, conseguentemente, nel luglio del 2015, decide di aprire una piccola indagine interna.

Roberto Biagini, tra l’imbarazzo degli uffici, scopre che la presenza è più che reale, che ha interessi non meglio specificati in molti appalti riminesi, ma tutti continuano ad insistere sul fatto che si tratti di un facilitatore e che non abbia interessi, né faccia richieste, di natura illecita. Si parla di lui come referente del gruppo temporaneo di imprese che lavora al Tecnopolo, ma anche di contatto per Axia S.r.l., concorrente per l’appalto di Acquarena, che ha anche realizzato la scuola del Villaggio Primo Maggio e quella della Gaiofana. Qualcosa però non quadra e non solo per l’imbarazzo che suscitano le domande dell’Assessore. Almeno un paio di dirigenti lo qualificano come “presentato dalla politica” e, in particolare, da Sergio Funelli, Capo Gabinetto del Sindaco.

Uno sconosciuto, presentato dalla politica, gira con confidenza  tra gli uffici comunali senza che l’Assessore competente lo sappia. Roberto Biagini a questo punto intuisce che la verifica di quanto sta succedendo è al di là dei suoi strumenti e, come da dovere di Pubblico Ufficiale, compila un esposto che consegna nelle mani del Capo Procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli.

Nel dicembre del 2017, in un’intervista al Corriere, Giovagnoli affermava che a Rimini “il Potere forza le regole per favorire il successo economico”, chissà se in quel frangente faceva riferimento anche a quest’inchiesta partita dall’esposto di Biagini. Fatto sta che tramite il Gruppo di Difesa Finanza Pubblica, della Guardia di Finanza di Rimini, parte un’indagine piuttosto complessa, che si svilupperà in diversi stralci e che determinerà richieste di rinvio a giudizio, non solo per quel Mirco Ragazzi segnalato a Biagini, ma anche, a quanto risulta dai documenti di cui abbiamo preso visione, per Sergio Funelli, Massimo Totti (Dirigente dell’Unità Progetti Speciali del Comune di Rimini) e un’altra quindicina di persone, tra cui altri due dipendenti comunali.

Le ipotesi di reato vanno dalla turbativa di gara d’appalto, alla concussione, tentata concussione, trasformatasi poi in tentativo d’estorsione, e ancora  falso ideologico, nonché vari concorsi morali e materiali. Tutto questo per quando riguarda due delle opere più pubblicizzate dall’amministrazione Riminese: Aquarena e Tecnopolo. Le ombre, però, si fanno lunghe anche altrove. Le consulenze tramite le quali, secondo gli inquirenti, pare che Mirco Ragazzi si facesse pagare dei suoi “servigi”, riguardano anche una fattura di 292.800,00 €  contestuale all’aggiudicazione dell’appalto di ristrutturazione del Leon Battista Alberti, ad esempio. Totti, intercettato, si vanta che da tutta la vita, da quando fa perizie di variante, copre errori progettuali, un altro esempio. E sarebbe logico ipotizzare che quanto trattato dalla GDF non sia solo il frutto di un’azione estemporanea. Qui però non siamo dalla parrucchiera. A questo punto occorre ricordare che l’iter processuale è solo all’inizio e che, per alcuni stralci, si è ancora in fase d’indagine preliminare. La verità legale, dunque, è ben lungi dall’essere stabilita.

L’indagine della GDF, tuttavia, mette in luce con scrupolo fatti incontrovertibili che, sebbene probabilmente non andranno tutti ad identificare un reato, sono sicuramente fonte di perplessità in quanto ad opportunità politica e morale. In ordine a questa considerazione riteniamo sia giusto per la cittadinanza conoscere quanto emerge dalle indagini, ossia: A) l’indubbio rapporto di confidenza e circospetta collaborazione tra Mirco Ragazzi e Sergio Funelli e cosa questo producesse, secondo le indagini, nei rapporti del Ragazzi con le competenze degli uffici. B) Cosa è successo con il Bando di Acquarena, che ancor oggi risulta un cantiere abbandonato. C) Perché il Tecnopolo è stato oggetto di un collaudo ritenuto falso dagli inquirenti.

Ma questo (ed altro) lo spiegheremo nelle prossime puntate. Restate sintonizzati.

@DadoCardone

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Scandalo Tecnopolo – Roberto Biagini svela il contenuto delle indagini.

Rimini: L’avvocato Roberto Biagini svela il contenuto delle indagini GDF su Tecnopolo e Acquarena.

A qualche anno dalla conclusione delle investigazioni della Guardia di Finanza, a reati già formalizzati, si ha la possibilità di capire i contenuti dell’indagine che ha coinvolto dipendenti del Comune di Rimini, nonché un cospicuo numero di soggetti privati, nelle irregolarità degli appalti di Tecnopolo, Acquarena ed altri tronconi di procedimenti penali conseguenti.

Il mezzo di questa conoscenza, ancora una volta, è l’Avv. Roberto Biagini, l’ex Assessore della prima giunta Gnassi, che si rivolse con un esposto alla magistratura, a causa di un soggetto non meglio identificato che faceva i suoi comodi negli uffici comunali, tale Mirco Ragazzi e che pare essere il perno di un sistema poco chiaro. Contestualmente alla conferenza stampa, da egli stesso convocata, Biagini ha condiviso i contenuti documentali ottenuti. Nel video qui proposto il riassunto degli avvenimenti e il motivo della decisione.

Nel frattempo già le prime reazioni. Quella di Andrea Gnassi in particolare, che accusa il suo ex assessore di aver voluto “ribaltare il tavolo” per non essere stato scelto nelle liste delle successive elezioni. Cosa che, per inciso, è un falso storico, visto che la denuncia di Biagini è dell’agosto 2015, mentre il Partito gli ha chiesto una candidatura nella primavera del 2016.

Fa Specie che il Sindaco di Rimini, pur nel rispetto del garantismo, scelga un atteggiamento così superficiale, senza stigmatizzare quanto successo negli uffici della sua amministrazione che, per quanto il processo debba ancora decretare una verità legale, non è cosa da minimizzare o barile da scaricare.

N.B.

Abbiamo scelto di proporvi il video della conferenza in versione quasi integrale, i tagli sono solo di vuoti o ripetizione nella discussione. Crediamo sia importante per gli interessati formare una propria opinione, senza apporre una nostra selezione dei contenuti. In un secondo momento proporremo un’analisi del contenuto documentale che riassume le indagini della GDF.

Le 4 puntate dell’inchiesta di Citizen sugli appalti di Acquarena e Tecnopolo:

@DadoCardone

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Strange days. Filantropia Fascista.

Strane giornate queste. L’Italia sembra finalmente accorgersi di essere percorsa da un triste sentimento fascista e, senza più Salvini al Ministero degli Interni, il Karma sta scodellando una serie di ironici contrappesi sulle spalle dei camerati.

Il primo e più discusso scherno del destino è l’oscuramento Facebook delle pagine fasciste di CasaPound e Forza Nuova. L’ironia, tuttavia, non è certo scaturita dalla chiusura delle pagine, ma dalla conseguente richiesta di Democrazia da parte degli interessati. Che dire… Democrazia, non puoi vivere con lei, né senza di lei.

Un altro fatto molto divertente è stato il vocale contro l’oscuramento social spedito da un non meglio identificato rapper fascista a una trasmissione di Radio Capital. Il poeta “nero” ha promesso una rivalsa in rima, tra l’altro stilisticamente non male, se non si considera il contenuto. Il poverino però ha avuto la sfortuna che dall’altra parte, a rispondergli in freestyle, ci fosse il Premio Campiello Michela Murgia che, in scioltezza, ha dissato* il malcapitato.

La notizia della settimana che fa più ridere, però, arriva da un protagonista nostrano de le disavventure del piccolo fascista, che prima o poi si renderà conto del motivo per cui non gliene va bene una. Lui è Mirco Ottaviani, il “fascista in camicia bianca”, come ama definirsi e, proprio in questi giorni ha patteggiato 6 mesi e un risarcimento di 500 euro in favore di Giovanni Cutugno, un segretario Fiom-CGIL coinvolto suo malgrado in un tafferuglio a Forlì. Il lato comico? Cutugno ha voluto che il risarcimento fosse accreditato a Mediterranea Saving Humans, quindi, Ottaviani direttamente (non con il conto del suo avvocato) ha bonificato per finanziare la Mar Jonio nella sua azione di salvataggio.

Ora… io lo so che sono troppo romantico, ma mi piacerebbe che uno dei ragazzi salvati, con i soldi di Ottaviani, trovasse l’amore di una bella ragazza bianca della provincia di Rimini e che chiamassero il loro primo figlio Mirco, in onore del benefattore. Chissà…

P.S.

Per dovere di cronaca e sempre in ossequio all’ironia Karmica, mi corre l’obbligo di sottolineare che, mentre Ottaviani patteggiava, nell’aula a fianco andava in scena un altro processo sempre a carico di FN. Quello per il reato di istigazione all’odio contestato a causa al finto funerale messo in scena nella voluta concomitanza di un matrimonio gay. Cesena Today ci informa che due dei 12 imputati si sono ravveduti, sono usciti da Forza Nuova ed hanno dato una mano ad organizzare il Gay Pride. Giorni strani per il fascio.

* Dissing è un termine di slang afroamericano derivante dalla parola disrespecting (mancare di rispetto). L’utilizzo di questa espressione si è diffuso a livello internazionale anche nei paesi di lingua non anglofona, soprattutto in ambito musicale.

@DadoCardone

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Ma Grillo sta preparando un vaffa speciale per Di Maio?

Dopo la rivelazione del quesito su Rousseau, Grillo comincia a chiamare per nome Di Maio sui suoi post. Si deve preoccupare?

E’ deciso. Si andrà al voto su Rousseau. Il quesito, pubblicato sul Blog delle Stelle è questo:

“Sei d’accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?”

La domanda nasconde in se stessa uno sgarbo istituzionale, ma anche una grossa provocazione nei confronti di Grillo. L’elevato in questi giorni, dopo aver evitato che il Movimento andasse al voto, risulta molto produttivo, ma anche molto nervoso. Nei suoi post tira fuori di tutto, dai dialoghi con Dio al neurologo, per continuare ad orientare la sua creatura che, mai come prima, appare disorientata.

In tutti quei post, che parlano fondamentalmente di poltronofilia, c’era, almeno fino ad oggi, un protagonista occulto: Luigi di Maio.  Dopo aver evitato che il Movimento, di cui sembra si consideri ancora garante, andasse al voto e dopo la riunione di Bibbiona, tra i due è evidentemente  in corso una lotta per il potere. Beppe tira la barra da una parte con i suoi post e l’influenza che gli è rimasta. Luigi lo fa tenendo in forse l’alleanza PD, con pretesti speciosi e la richiesta di una poltrona importante.

Ora. Il quesito su Rousseau, oltre ad essere uno sgarbo istituzionale, perché condiziona un percorso di regole voluto da Mattarella, è anche una provocazione verso il Guru. La domanda infatti è insolitamente diretta e non chiede di valutare programmi o cose del genere. Chiede se si vuol fare un governo con il PD. Va da sé che, dando una risposta positiva a ciò per cui qualsiasi grillino fino a ieri avrebbe fatto Harakiri, ne uscirebbe avvalorato il suo lavoro di trattativa rispetto all’indigeribile.

A Grillo, con l’ultimo post l’ipnologia dell’Elevato, non rimane che dare un’ulteriore lucidata alla figura di Conte per non rischiare :

“E’ l’unico che ha una casa dove andare, che possiede un filo conduttore interiore: una persona eccezionale perché capace di rimanere normale, non sono tantissimi.”

Ma, per non cedere totalmente in campo, anche una strigliata al suo ex pupillo e questa volta lo fa usando il nome:

“Tre teste, si, una rivolta a Luigi, incazzata ed ancora stupefatta per l’incapacità a cogliere il bello intrinseco nel poter cambiare le cose. Con i punti che raddoppiano come alla Standa.”

Ora. Forse non tutti ricorderanno che Beppe Grillo è l’uomo che ha atteso vent’anni per  una vendetta, ossia quella di strappare la Rai dalle mani di quei partiti tradizionali che l’avevano cacciato. Noi, se fossimo in Di Maio, non dormiremmo sonni tranquilli sapendo di aver rovinato i suoi (l’Ipnologia è lo studio del sonno). Magari in uno dei prossimo post lo chiama anche per cognome.

P.S.

Una volta gli basta anche non nominarla una persona per far cadere interi MeetUP.

@DadoCardone

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Salvini a casa (ringraziando la Madonna).

Si direbbe il canto del cigno, ma, data la forma fisica e l’espressione perennemente come di chi ha appena esagerato con la merenda, forse bisognerebbe cambiare animale. Il senso però rimane quello ed è l’addio alla poltrona di Matteo Salvini.

Ieri Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio, rimettendo il suo mandato al Presidente della Repubblica ha definitivamente messo fine alla triste alleanza tra il Partito di Di Maio ( inutile ormai chiamarlo 5 Stelle) e il pazzo che, a forza di giocare “il doppio o niente”, era quasi diventato Premier con un partito di razzisti omofobi del 17%.

Sì 17%, perché una cosa è una preferenza rilasciata al sondaggista, un’altra è il voto che esprimi in cabina e la Lega aveva preso il 17%, posizionandosi dietro il PD di Renzi, Boschi, Lotti etc. Abbiamo corso un bel pericolo comunque. Il Bauscia del Papete stava per infilare un’altra delle sue scommesse assurde andando al voto contro una serie di partiti tra l’inutile e il convalescente. In un’Italia con una forte astensione quel 39% dei sondaggi avrebbe potuto rivelarsi una triste profezia.

Chi ci ha salvato? Il Partito di Di Maio che si è accorto del pericolo? Proprio no. Giggino ancora si sta chiedendo cosa sia successo. Conte con le sue dimissioni? Quasi. L’elegante Giuseppe una mossa l’ha azzeccata: rivolgersi a Mattarella. Il Quirinale ha riportato tutto nell’ambito della Democrazia Parlamentare, sottraendo le decisioni per il Paese a rosari della Madonna Incoronata e like su Social. Conte, portando la crisi in Parlamento, si è sottratto a tutto questo, mentre il socio di maggioranza era in stato confusionale, ed ha spento Salvini con le regole. Non per niente ha cazziato l’atteggiamento della sua intera maggioranza e ringraziato il Presidente della Repubblica per i suoi consigli.

Come l’ha presa Matteo Salvini? Male, molto male. La sua ultima linea di difesa è stucchevole quanto la sua abitudine di menar rosari per aria. Sostiene che PD e M5S erano già d’accordo da mesi e che era già tutto deciso per farlo fuori. Fosse così, sarebbe anche lui complice del complotto contro se stesso, visto che ha fatto tutto da solo. Ma, si sa, ognuno si rivolge al suo pubblico, come d’altronde fa l’altro Matteo, il Renzi. Lui sputa su tutto, perché il suo obiettivo non è la responsabilità di cui parla, ma fare fuori Zingaretti portandolo al voto contro Salvini e vedere poi se i tempi sono maturi per il suo nuovo Partito. In tutto quello che dice però accenna, forse per la prima volta nella sua vita, ad una grande verità. Consiglia infatti a Salvini di non affidarsi troppo ai sondaggi e ai cortigiani che ti osannano, perché poi, quando perdi, spariscono tutti. Lui lo sa. Amen.

Cosa si profila all’orizzonte? Votazioni, no. Le vogliono solo Salvini e Renzi. Governi di scopo su pochi punti e breve durata non se ne parla. L’unica soluzione che ha senso portare avanti è un accordo di Governo serio tra il Partito di Di Maio, il PD e magari LeU. Conte resterà? Un Conte-bis non andrebbe bene ai nuovi azionisti, l’hanno già detto, ma un posticino per lui lo trovano sicuro, magari in Europa come è già successo ad illustri precedenti. La cosa più interessante, secondo chi scrive ovviamente, sarà constatare se Di Maio, dopo la figura da caciotta appesa ad affumicare, sarà ancora Capo Politico o lascerà spazio ai naturali interlocutori del PD (Fico per dirne uno). Sicuramente gli sarà negata la possibilità di intestarsi più posizioni di quante ne possa sostenere, sempre ammesso che anche una sola non sia già troppo gravosa. “Son ragazzi meravigliosi”, come dice Beppe, ma forse è meglio che, prima di avventurarsi in altro, qualcuno gli faccia fare un bagnetto d’umiltà. E’ stato veramente triste sentire dire a Patuanelli, Capogruppo al Senato per il Mov, dopo tutto quello che è successo, “noi siamo il Movimento 5 Stelle e non abbiamo paura di niente. “. Il non avere paura a volte è dato dal coraggio, il più delle occasioni però è determinato dall’incoscienza. Forse una riflessione su questo bisognava farla.

In ogni caso Salvini è disattivato e questo già cambia le prospettive. Certo non sparirà, come a un certo punto fa persino la peperonata che ti è rimasta sullo stomaco alle 3 di notte, ma il fatto che da oggi i rosari in Calabria, per la gioia dell’  Ndrangheta, li alzi solo a suo nome e non a nome del Ministero dell’Interno è una bella consolazione.

Contestualmente ci sentiamo di consigliare un nuovo utilizzo per “la Bestia”, l’armata social di Salvini. Che la usino per le recensioni ai ristoranti, magari riescono a continuare a mangiare gratis (o a farsi accettare pagamenti in Rubli.)

Era un bel giorno per morire Matteo?

P.S.

Neanche a farlo a posta nello stesso momento i naufraghi raccolti da Open Arms venivano fatti sbarcare. Come dire… ogni volta che cade un Salvini si apre un porto.

@DadoCardone

In evidenza

Quando anche la Cgil si mette a trollare le pagine dei normali utenti Facebook.

Rimini: quando un addetto stampa della CGIL ti viene a trollare sulla pagine FB, ti viene il dubbio che la recente figura di Landini al tavolo di Salvini abbia lasciato una brutta ferita.

Non c’è nulla da fare, la comunicazione è cambiata definitivamente. E’ diventata isterica, a senso unico, traboccante di particolarismo, benaltrismo e, diciamocelo, anche molto approssimativa. Tutte cose che sappiamo già, ma che è bene ribadire nel momento in cui un addetto dell’ufficio stampa di un corpo intermedio dello Stato, seppur territoriale, ti viene a trollare sulla pagina personale e vuol avere pure l’ultima parola.

L’occasione è la visita di Maurizio Landini a Rimini in cui, con un po’ di prosopopea, richiama una “regressione culturale” riferendosi al lavoro stagionale. Il mio commento, buttato lì, perché a volte non si ha animo di fare la guerra, ma una testimonianza è questione esistenziale, è stato il seguente: “Ecco bravo, fai i tavoli di con Salvini, che la risolvi la regressione culturale.”

Il richiamo, lontano dalla pretesa di avere un peso, era alla recente figuraccia di Landini. Ricordate? Quando ha portato la CGIL a un tavolo di consultazione con il Ministro dell’Interno, che in quel momento era Salvini Segretario della Lega, senza invece pretendere di interloquire con il suo punto di riferimento naturale: il Ministero del Lavoro. Ma di più. Al tavolo era presente solo personale politico della Lega, compreso un certo Siri fresco di licenziamento, di cui la cronaca ci ha ben rappresentato le pene che lo rendono politicamente inopportuno.

Un errore? Che lo fosse lo ha capito anche Landini, tanto è vero che il giorno dopo si è affrettato a dichiarare: “Credevamo di partecipare a un incontro governativo. Nessuno ci strumentalizzi”. Forse dobbiamo considerare che dal 2005 a oggi il caro Maurizio non abbia accumulato esperienza necessaria per riconoscere un incontro governativo?

Fatto sta che il suo classico atteggiamento burbero e il suo dito a mezz’aria (nessuno ci strumentalizzi!), non hanno evitato la riflessione su quanta parte della crisi che stiamo vivendo sia anche responsabilità dei corpi intermedi e del loro modo di relazionarsi con chi occupa le Istituzioni. Trovo personalmente valido il sintetico e ficcante commento di Rino Formica, pubblicato sul Manifesto, mica su Libero. “Quando il sindacato non ha un interlocutore istituzionale” – dice l’ex  più volte Ministro, l’inventore della definizione “Nani e Ballerine” – “ma va da chi lo chiama si autodeclassa a corporazione: vado ovunque si discuta dei miei interessi. Allora: non c’è un governo, perché la sua attività è stata espunta; non ci sono i partiti né i sindacati. È la crisi dei corpi dello stato. Si assiste a un deperimento anche delle ultime sentinelle, l’informazione, la magistratura.”

Ma quanto è gradito l’invito a questo tipo di riflessione da parte delle diramazioni territoriali del sindacato? Non ho a disposizione una statistica, per cui posso parlare solo della mia esperienza personale che, nella fattispecie, è quella di un responsabile ufficio stampa della CGIL di Rimini che viene a tentare di avere l’ultima parola su un banale post di Facebook. Un’opinione di cui si erano accorte dieci persone. Quest’aggressività, secondo la mia irrilevante opinione, nasconde un imbarazzo che non è solo per la cappella del leader maximo. Se tutti la considerassero tale avremmo già finito di parlarne da un pezzo.

Molti pensano, ma in pochi lo dicono ad alta voce, che la percentuale degli iscritti alla CGIL che votano Lega è enormemente cresciuta, tanto che il Sindacato da Rosso sta virando al Verde. Non sarà così, ma quel che sembra è che Landini abbia ceduto al “lato politico della Forza”, dimenticandosi di essere il Segretario del più antico sindacato italiano. Sì, poi il giorno dopo puoi dire anche che Salvini ha la mamma mignotta e che ti hanno fregato, ma tu a quel tavolo ti sei seduto, hai aperto la minerale e magari hai pure chiesto se c’erano dei salatini (per dire).

A chi vi scrive non resta che ribadire dal suo cantuccio quanto sia triste la sistematica corrosione di tutti i valori istituzionali, dal Senso dello Stato, alla capacità dei corpi intermedi nel farsi organo di prossimità. Poi ognuno può dire che è colpa dell’altro, ma senza principi cui tenersi saldamente è facile finire per raccontarsela e costringere poi dei poveri addetti stampa a raccontarla a loro volta, persino nei piccoli post di Facebook.

@DadoCardone

In evidenza

La Cura Di Maio per una Lega vincente.

C’è un grosso nodo nel pettine del Movimento 5 Stelle, un affare rimasto in sospeso da qualche mese. E’ il collasso delle preferenze alle recenti Europee, un fallimento per cui nessuno si è assunto l’effettiva responsabilità. Luigi Di Maio, il capo politico, ha accampato delle generiche scuse e ventilato un rinnovamento che nessuno sta vedendo.

C’è un grosso nodo nel pettine del Movimento 5 Stelle, un affare rimasto in sospeso da qualche mese. E’ il collasso delle preferenze alle recenti Europee, un fallimento per cui nessuno si è assunto l’effettiva responsabilità. Luigi Di Maio, il capo politico, ha accampato delle generiche scuse e ventilato un rinnovamento che nessuno sta vedendo.

La situazione irrisolta, semplicemente perché non affrontata, è rimasta come una zavorra di cui nessuno ha il coraggio di liberarsi, ma che ognuno sa identificare chiaramente, delegittimando, di fatto, ogni successiva decisione del Capo Politico. Il ruolo di Di Maio è fortemente in discussione, tanto è vero che attualmente i suoi due soli alleati sono Salvini, a cui permette di fare qualsiasi cosa, e la minaccia di andare tutti a casa.

L’ultimo caso di questo logorio della sua autorità, emblematico, è l’abbandono di Max Bugani l’uomo legato a doppio filo con la dirigenza che conta, quella di Davide Casaleggio. Il suo forfait non è certo dovuto ad un’intervista che Di Maio non ha gradito, come si è detto, ma a qualcosa che si sta muovendo alla Casaleggio e Associati.

E’ indubbio che nessuno possa passare indenne da questa emorragia di consensi a favore del socio di minoranza, ormai talmente spavaldo da mostrarsi senza reggiseno al Papete, prima di pretendere dal Senato un voto di fiducia su una legge contro le ONG, che metterebbe a posto tutte le sue recenti sconfitte. Una legge su cui Mattarella pare avere diverse riserve. Ormai Salvini è in trans agonistica. Ringrazia la Madonna e sbeffeggia la paura dei 5 stelle di lasciare le poltrone dalle quali avevano “sconfitto la povertà”.

Lui, Matteo Salvini, paura non ne ha. Quello che ha ottenuto fin’ora è al di sopra di ogni aspettativa. Un partito con il 17% delle preferenze, già un Himalaya come meta per una formazione turpemente sciovinista, che raggiunge il 39% nei sondaggi, usando la schiena del socio di maggioranza, non si era mai vista. Ed è questo il risultato più ragguardevole della “cura” Di Maio. Ora il segretario leghista è pronto per prendersi veramente il centrodestra unito e ogni giorno tira un po’ di più la corda, sapendo che può solo vincere. Se i 5 stelle insistono a mantenere questa alleanza suicida lui ottiene cose, tipo decreti sicurezza che sfidano le convenzioni internazionali e opere pubbliche come la TAV che nessuno elettoralmente voleva. Se Di Maio dovesse mai tirare fuori gli attributi, il che non vuol dire fare dichiarazioni caustiche mentre “sboccia” nei locali della Casta in Sardegna, Salvini ci guadagnerebbe le elezioni al massimo storico della sua forza elettorale.

E che dire delle maggioranze multiple di cui gode? La TAV, ad esempio, la può fare sia con la maggioranza naturale, che con il collaudato duo PD-Forza Italia. Ma il contratto non la prevedeva ‘sta cosa?

La situazione, dunque, pare essere proprio questa. Luigi Di Maio è un capo delegittimato a cui è permesso, non si sa in virtù di cosa, di continuare a tenere la barra in direzione degli scogli. Salvini è un giocatore sotto “anfetamina politica”, esaltato dalle prospettive di vittoria ovunque guardi. Anche perché, diciamocelo, non esiste opposizione. Il Partito Democratico è stato di nuovo capace di rompersi, frantumato da una semplice richiesta di sfiducia, di cui due correnti volevano prendersi il merito.

Prima o poi la corda si romperà e nessuno, tanto meno un Movimento sfinito e svuotato dalla sua stessa inedia, avrà alternative credibili da proporre. L’unica valida sarebbe un Movimento, senza Di Maio, in combinazione con un PD, senza Renzi. E non si parli di alleanze impossibili per principio, dopo la Lega non esistono più.

@DadoCardone

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Scacco Matto in una mossa (arcigay)

Rimini: Il Consigliere Mario Erbetta sostiene che l’omofobia non esiste. Marco Tonti gli espugna il banchetto. Scacco matto.

Questo pezzo parla di due persone, che più in antitesi di così non si può. Una è Mario Erbetta, una strana creatura elettorale nata dall’incrocio contro natura della sinistra di Gnassi con la destra di Pizzolante. L’altra è Marco Tonti, impegnato Presidente Arcigay di Rimini forgiato da un’instancabile militanza e ispirato da Franco Grillini, deux ex machina delle lotte per i diritti omosessuali in Italia.

Già l’estrazione dei due potrebbe segnare la differenza, ma ce ne sono tante altre, la più evidente delle quali sta nell’atteggiamento. Tonti è estremamente produttivo ed efficace, basti pensare al Rimini Pride. Con i suoi collaboratori è stato capace di dare vita, proprio a Rimini, ad uno dei Gay Pride più belli e partecipati a livello europeo, ma fa quasi fatica a prendersene il merito. Un eroe modesto.

Erbetta si è invece distinto per essersi fatto tagliare la siepe da una partecipata pubblica e per aver abbandonato la maggioranza che gli aveva permesso di fare il Consigliere Comunale, andandosi a ricollocare nella vera destra, nell’altra sponda (ridete pure di questo doppio senso, perché è voluto). Ebbene lui è tutto fuorché modesto, anzi. Ha addirittura creato un hashtag (#erbettapensiero) che dovrebbe agevolare quelli che in rete dovessero cercare le sue perle filosofico-politiche. Post che pare non legga nemmeno sua moglie, o perlomeno non gli mette il like.

Cosa c’entrano queste due persone l’una con l’altra? Ancora una volta la politica è facilitatrice dell’incontro-scontro di due pensieri che, potendo, si eviterebbero senza troppi patimenti. Erbetta però, oltre a tante altre uscite, da intollerante travestito da conciliante, ha avuto il coraggio di sostenere che “l’omofobia non esiste.”. Ora… a parte la dabbenaggine del pensiero, come volete che l’abbia presa uno come Tonti, che da anni viaggia per tribunali alla ricerca di Giustizia contro chi l’omofobia la pratica quotidianamente?

L’ha presa bene. Nel senso che non ha deviato il corteo del Rimini Pride fino alla siepe di Erbetta, in un assedio che il meschino si sarebbe ben meritato. Ha preferito recapitargli un messaggio fino al banchetto dal quale il Consigliere Comunale dovrebbe praticare la nobile arte della pubblica rappresentanza.

E’ successo così che, durante una manifestazione in Consiglio, dedicata al centenario della nascita di Primo Levi, Marco, uno dei partecipanti attivi, ha lasciato una bandierina Rainbow e un messaggio proprio sullo scranno usualmente occupato da Mario Erbetta. Il messaggio, corredato da un report 2108-2019 sull’omofobia recita così:

Caro Erbetta, la prossima volta si informi meglio. L’omofobia ferisce e uccide. Negarlo è disumano.

Che dire. Scacco matto, gentilmente offerto dal Presidente dell’Arcigay Alan Turing di Rimini, che probabilmente il pregiudizievole Erbetta Pensiero si immaginava in pantaloni di pelle e crisi isterica, indifeso contro la sua logica revisionista. Quando i pensieri hanno pesi diversi.

Il peso sarebbe diverso anche elettoralmente perché, nonostante la modestia di Marco Tonti e le posizioni poco digeribili per la società “benpensante”, il confronto diretto fra i due sarebbe impietoso. Siamo sicuri che Erbetta finirebbe per campi. Chi vi scrive non avrebbe dubbi sulla preferenza da assegnare. Anzi, mi allargo: e se cominciassimo a pensare ad un Sindaco Gay? (Dichiaratamente gay).

P.S.

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti». (Primo Levi).

@DadoCardone

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Il costruttore di barche di Daniel Gumbiner.

 Landau Editore. 247 pagine – 18,50€ al momento del mio acquisto.

Prendi un protagonista tossicodipendente. Fagli incontrare un costruttore di barche eclettico, pedagogo e un po’ filosofo. Ambienta il tutto in un paesino della costa del nord della California, dove la metà degli abitanti ha fatto parte di una setta e da dove si muove uno spacciatore internazionale che scorazza per il pacifico. Può, da tutto questo, nascere un libro noioso?
Sì, Daniel Gubiner l’ha scritto e c’è riuscito nonostante i suoi personaggi abbiano strenuamente resistito perché così non fosse.


Berg è un ventottenne irrisolto in fuga dalla città. Un trauma cranico l’ha fatto diventare un tossico che divora analgesici e psicofarmaci. Per procurarseli è disposto anche a violare domicilii altrui e rubare negli armadietti dei medicinali. Ruba anche a casa di Alejandro, il costruttore di barche che poi diventerà suo mentore.


E poi basta. Questo è ciò che c’è di interessante nella trama. Alejiandro cercherà di insegnargli a vivere il momento, mentre Berg entra ed esce dalla sua tossicodipendenza senza soluzione di continuità. In mezzo, descrizione di fatti e personaggi che sembra il bugiardino di un medicinale.
Non c’è ritmo, non c’è emozione, non c’è evoluzione, figurarsi poi se c’è un finale. Impossibile appassionarsi a nessuno dei personaggi. Nemmeno ad Alejiandro, che potenzialmente è un fenomenale maestro di vita, ma poi non rivela alcuna verità fatale, neanche offrendosi come esempio.
Questo libro non mi ha lasciato nulla, a parte una mandibola lussata a suon di sbadigli.
Non lo consiglio.

@DadoCardone

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Zucchero e Catrame di Giacomo Cardaci.

Fandango libri. 282 pagine. 17,50 € al momento del mio acquisto.

Ultimamente sono fortunato e, scegliendo quasi ad istinto, incappo in bei libri. Zucchero e Catrame, scritto da un 33enne, è un libro intenso, crudo, che non lascia un solo alibi al protagonista delle sue pagine.


Cesare è un ragazzo sbagliato. Lo sa dalla prima elementare. Da quando i suoi genitori, suo fratello, i suoi compagni di scuola, la suora insegnante del collegio, glielo fanno notare. Solo Giovanna, la vicina, comprende, accetta e incoraggia la sua natura, comprandogli Barbie, cucendo vestiti per loro e regalando accettazione al bambino. 


Giovanna però non basta e Cesare si porta dietro la sensazione di essere inadeguato fino all’adolescenza quando, trasferiti nella periferia degradata di Milano per volontà del padre criminale, conosce Gabbo. Il coetaneo è libero, prepotente, maschio come lui vorrebbe essere. Se ne innamora, ma tramite lui toccherà il fondo più buio della sua alienazione, cedendo a comportamenti che lo porteranno in carcere.


Cardaci ha un bel modo di scrivere e mettere in fila i pensieri. È diretto e, sebbene non risparmi al lettore particolari molto duri, non rimane mai in superficie, tratteggiando con precisione la psiche e le relazioni del suo personaggio.


Lo consiglio perché questo è un bellissimo romanzo su ciò che può fare giudizio degli altri e di come i nostri sensi di colpa completino l’opera.
CONSIGLIATISSIMO, anche per omofobi… Non si sa mai un lampo di comprensione li attraversi.

@DadoCardone

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Nella Notte – di Concita De Gregorio. Recensione.

Edito da Narratori Feltrinelli. 236 pagine. 16,50 euro al momento del mio acquisto.

Nella Notte, di Concita De Gregorio, è un romanzo dalle molteplici qualità. La lettura è densa e veloce. Il tema, l’uso che il Potere fa dell’Informazione, è trattato con competenza e, infine, non sono assenti richiami alla riflessione etica e deontologica.

Tutte le qualità di questo libro sono stretta conseguenza della storia personale dell’autrice, una giornalista con trent’anni di cronca politica all’attivo, che ha costatato sulla sua pelle il prezzo della corretta informazione.

La storia è quella di Nora che, nella sua tesi di dottorato, ricostruisce i fatti politici che portano alla mancata elezione di un Presidente della Repubblica Italiana. La sua tesi, da cui le viene imposto di togliere un decesso che solleva parecchi dubbi, attira l’attenzione di chi, a Roma, gestisce il flusso delle Notizie, a volte inquinandole, a volte usandole come leva per interessi personali. Un gioco in cui tutti sembrano essere, contemporaneamente, sia vittime che colpevoli e dal quale la protagonista cercherà di prendere le distanze con crescente convinzione.

Concita De Gregorio poggia questo suo libro su una straordinaria analisi dei metodi di chi influenza le notizie, servendosi anche della falsa libertà della Rete, ormai strumento nelle mani di chi ha meno scrupoli.

I personaggi sono gli stessi della nostra quotidianità informativa. E’ facile riconoscere Renzi, Berlusconi e i vari faccendieri che si adoperano alternatamente nelle fila del Partito dei Giusti (PD), o in quello delle Vestaglie (Polo delle Libertà). Non è nemmeno tanto difficile capire che il Presidente non eletto sia in realtà Romano Prodi. Nonostante tutto appaia in qualche modo familiare, l’impietoso quadro che Concita dipinge della politica italiana lascia talvolta esterefatti mentre, al contempo, non si riesce a negarne la plausibilità.

Ha anche un po’ il sapore di rivalsa questo libro, forse per il tempo che la De Gregorio ha dovuto passare senza occuparsi di politica, ma questo non intacca l’analisi puntuale di come l’opinione non qualificata sia stata elevata al rango di fatto oggettivo. Una confusione incoraggiata da chi, dietro le quinte, gestisce la “verità“.

Questo libro pare essere nelle sue conclusioni un appello e un monito. Una sollecitazione a chi fa il lavoro dell’Informazione, un invito a reagire per sfuggire a certe logiche. E’ anche un’avvertimento per chi, ingenuamente, identifica il visibile della notizia come qualcosa in divenire e non come il risultato di qualcosa già avvenuto. Magari deciso “Nella Notte”.

Lo consiglio con convinzione e mi sento di suggerire che, per molti, questa lettura potrebbe essere addirittura formativa.

@DadoCardone

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Le sette morti di Evelyne Hardcastle – di Stuart Turton.

Neri Pozza Editore. 523 pagine. 18,00 euro al momento del mio acquisto.

Vi piacciono i gialli, dalle tinte noir, con una bella dose di mistero? Questo libro, che fra l’altro è un esordio, fa proprio per voi. In un’ambientazione alla Agatha Christie, Stuart Torton architetta una trama alla Black Mirror che rende onore alla sua laurea in filosofia.

L’espediente narrativo potrebbe sembrare il classico “mi risveglio nello stesso giorno fino a che non ho capito la lezione”, ma la linea è assolutamente più originale. Se dovessi usare una metafora direi che questa trama è come un vaso di cristallo lasciato infrangere a terra, che il protagonista deve rimettere insieme. Il problema è che mentre lo fa il vaso cambia forma.

Aiden Bishop si sveglia da un numero imprecisato di anni intrappolato nella coscienza di una persona in cui non si riconosce. Proseguendo capisce di essere a Blackheat, la tenuta degli Hardcastle. Il luogo è stato teatro di un oscuro omicidio e, 19 anni dopo, viene data una festa i cui invitati sono gli stessi presenti alle oscure vicende del passato.

Il protagonista avrà a disposizione 8 incarnazioni, da spendere nella stessa giornata, per scoprire il colpevole di un nuovo omicidio che avverrà la sera stessa. Non può decidere volontariamente in chi incarnarsi e il salto da un corpo all’altro avviene solo se muore o perde i sensi.

Così Aiden Bishop si trova a lottare non solo con due antagonisti e uno spietato assassino, ma anche con le debolezze e le oscurità delle sue incarnazioni, in cui rischia di perdersi continuamente.

Ho trovato sorprendente il modo in cui l’autore mantiene la coerenza in una trama che si può rompere da un paragrafo all’altro, data la complessità del meccanismo, ma questo non fa altro che rendere il tutto più avvincente.

L’ho divorato. Consigliatissimo.

@Dadocardone

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Quando 6 ragazze salvarono il mondo.

Qualcuno lo nega, ma abbiamo un problema. Abbiamo trattato malissimo il nostro pianeta ed ora siamo nei guai, noi più di lui. Nei suoi oltre 4 miliardi di anni è probabile che la terra abbia ricominciato diverse volte, ma la nostra specie non ha tutto questo tempo a disposizione.

Come fare dunque per salvare la nostra casa e noi con essa? In teoria educando le persone al rispetto dell’ecosistema, tuttavia gli adulti sono molto resistenti ai cambiamenti di paradigma. Ed allora, praticamente, ci pensano loro, i ragazzi, i veri intestatari del futuro in questione.

Parlo di Greta Thunberg? No, o perlomeno non solo. Perché Greta è solamente il terminale di una coscienza ecologica già molto diffusa tra i giovanissimi. Me ne sono reso conto una volta di più, mentre stavo a contemplando il mare sul molo di levante, di fronte al Rock Island.

Carlotta, Giulia, Elena, Cecilia, Giorgia e Asia, sei giovani e belle scout erano lì domenica 2 giugno, a salvare il loro pezzo di mondo. Un gesto alla volta, con il sorriso a fior di labbra e la voglia di spiegare a chiunque chiedesse. Tra l’altro è singolare che il giorno della festa della Repubblica, abbia visto solo loro interessarsi veramente alla Res Publica.

E siccome una pratica così bella non poteva rimanere impunita, ho dovuto fare loro questa piccola intervista.

Imitate le ragazze, salvate il mondo.

@DadoCardone

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Hap & Leonard. Sangue e Limonata. Di Joe R. Lansdale.

Einaudi Stile Libero Big. 204 pagine. 17,00€ al momento del mio acquisto.

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Joe R. Lansdale, con oltre 20 romanzi al suo attivo e numerose collaborazioni con la Tv e il cinema, è sicuramente uno dei più prolifici autori del genere crime americano. Hap e Leonard sono i protagonisti di una fortunata produzione, diventata poi anche serie tv.

Sangue e Limonata, fa parte di questa serie di romanzi, ma se ne discosta radicalmente. I protagonisti sono sempre loro. Due uomini, uno bianco e uno di colore, che usualmente risolvono crimini nella cornice del texas orientale, ma che nel romanzo in questione sono ancora due adolescenti. Per cui, per trama e stile narrativo, è da considerarsi uno spin off.

Hap Collins è un ragazzo bianco, Leonard Pine è un adolescente afroamericano, gay, ma conservatore. Si conoscono negli anni ’60, nel cuore dell’America razzista e omofoba, quel Texas tanto caro ad entrambi, ma che proprio non riesce ad accettare la loro amicizia.

Il libro, in una serie di feedback senza soluzione di continuità, racconta proprio di questa amicizia e degli eventi, a volte anche molto traumatici, che hanno costruito il legame che li vede protagonisti sino all’età adulta. Vita povera, scoiattoli fritti, scazzottate, omicidi efferati, ogni ricordo contiene sia cicatrici che nostalgia.

Ma com’è il romanzo? Beh… è inevitabilmente molto Am(m)ericano. Violento, sbruffone, con dialoghi che nessuno concepirebbe mai in momenti di tensione e pericolo, ma proprio per questo appartiene ad un genere con molti estimatori. La scrittura è veloce come una sceneggiatura e la struttura a “mosaico” tiene bene il susseguirsi dei ricordi raccontati. I personaggi purtroppo rimangono molto in superficie, soprattutto quello di Leonard, di cui rimane solo un’interessante premessa. Poi però della genesi di un caso singolare come quello di un picchiatore, nero, gay , conservatore, degli anni ’60, si dice poco e niente.

In conclusione non saprei se consigliarlo. A me personalmente non piacciono i romanzi dove gli eroi sai già che vinceranno dalla prima pagina e nemmeno mi sembra interessante l’uso del testosterone a pioggia su tutto, persino su ciò che muove il protagonista omosessuale. Però se amate il genere Crime Americano, dove si risolvono le faccende con l’atto più feroce che salta in testa, senza che la polizia venga mai a sapere niente, può essere che questo libro faccia per voi. Se non altro è un buon tassello per capire se vi può interessare la serie Hap e Leonard.

@DadoCardone

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Di Maio dimettiti.

Usare l’ambiguità per non pagare pegno è un gran brutto vizio e, ce lo dicono le urne, non paga. Gli italiani hanno scelto un sicuro sciovinista al posto dei rivoluzionari della domenica. Il motivo? Ci viene mostrato ancora una volta il giorno dopo le elezioni.

Chi è il segretario dell’ormai Partito 5 Stelle? Non si sa. Il Capo Politico può essere comparato ad un Segretario? Direi di sì e, visto che non si possono pretendere le dimissioni del proprietario del Brand, sarebbe giusto si dimettesse lui.

Ricordiamo con tenerezza il giovane Movimento che voleva confronti semestrali per confermare i suoi “Portavoce” e chiamava in campo la meritocrazia come valore imprescindibile. Oggi il Partito si eredita di padre in figlio e il Capo Politico non è un portavoce, ma un porta carica con poltrona a perdere, due cose che non sono state permesse neanche al patriarca Silvio.

Questo, che i più scambiano per un difetto velleitario, è un abito mentale che si riverbera su tutta l’organizzazione del Partito, un “movimento” dove nessuno vuole più fare il consigliere comunale e nessuno è più disposto ad ammettere nei fatti un errore, levandosi dalle balle, almeno fino a che non sopraggiunge la sconfitta definitiva. Alla Renzi, per dire. Il vizio della poltrona ha già svuotato di risorse umane i territori e se a presidiarli, tra gli attivisti, rimangono solo utili idioti (tipo Carla Franchini da Rimini, che si fa i selfie con i suoi santini dentro il seggio), nessun input arriva alle alte sfere, con le ovvie conseguenze.

I discorsi del giorno dopo sono pieni di “ma” e di “però” che annullano qualsiasi ammissione di colpa. Gli atteggiamenti sono ancora una volta rivolti al feticismo e all’epica del Movimento, piuttosto che ad una sana dose di realtà. Prendi Di Battista, per esempio. Cosa ci faceva una persona non eletta al Ministero dello Sviluppo Economico, nel concilio di una cerchia ristretta che, al pari di una Segreteria Politica, doveva decidere l’atteggiamento del dopo batosta elettorale?

Oggi sappiamo che anche lui dispone di una carica che non passa dalle urne e che, probabilmente, lo piazzerà nella Segreteria del Movimento, ormai Partito, ormai defunto. Per cui preparatevi a tutta la serie delle sue faccette contrite. Preparatevi alla meraviglia espressa dai suoi occhi sgranati e alle sue emozioni debordanti mentre si getterà dai palchi per farsi palpare dalle folle, ripetendo la pantomima del Movimento della GGente.

Ahimè, Ahinoi, oggi l’unica cosa che può dimostrare che i 5 stelle sono ancora il Movimento della gente, o che perlomeno ne dichiari l’intenzione, sono le dimissioni del Segretario/Capo Politico. Che non avverranno. Non succederà perché ieri Giggino ha riunito tutte le persone che, bene o male, gli devono qualcosa, tipo posti da Sottosegretario, e si  è fatto dire: “No Luigi, per noi non devi tornare a fare il bibitaro”. Sto giro non si sono nemmeno azzardati a proporre la mossa Rousseau.

Una forza politica che si dichiara moralizzatrice, ma che non considera l’ammissione di responsabilità come praticabile (se non a parole), è una contraddizione in termini. Allora noi che si fa. Tiriamo fuori una vecchia usanza cui nessuno, nemmeno chi scrive, ha mai creduto. Questa voce vale un voto. Il voto è per le dimissioni di Di Maio. Chi si vuole unire è il benvenuto.

P.S.

“Non c’è peggior dittatura, di una falsa democrazia.”

[MOHAMED FEDI BEN SAADI ]

@DadoCardone

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Europee: i risultati di Rimini.

La seguente analisi è basata sui dati del Viminale e guarda solo alla città di Rimini, che sostanzialmente ricalca il risultato nazionale. Pensiamo però sia interessante capire quanta presa abbiano avuto le strategie dei candidati locali, anche rispetto al loro “brand”.

Il primo dato è ovviamente quello dell’affluenza. E ci rivela un calo di quasi 4 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni europee, che pure registravano un valore basso..

Totalmente sovvertito invece il risultato dei singoli partiti politici, perlomeno per le prime cinque posizioni.

Il dato fondamentale, che rispecchia fedelmente il risultato nazionale dove la Lega guadagna tre milioni e mezzo di voti, è il primo posto. Il partito di Salvini anche a Rimini fa segnare più del 34%. C’è una domanda che bisognerebbe porsi: quale peso hanno in realtà i candidati locali? Vince il “brand” o la persona?

Andando a spulciare i risultati personali pare proprio che vinca il “brand”. I partiti, infatti, che hanno di fatto annullato il candidato locale, con un capolista nazionale, hanno ottenuto i risultati migliori.

Lega Salvini Premier ottiene 6.124 per lo stesso Salvini, che non era certo un candidato reale al Parlamento Europeo. Candidati reali, ma capolista ovunque, Calenda, Berlusconi e Meloni, che generalmente doppiano il risultato dei candidati locali.

Franchini con un casuale volantino elettorale in mano.

E il Movimento 5 Stelle? Per il Partito della Casaleggio e Associati bisogna fare un discorso a parte, perché il candidato pentastellato, usualmente, è già espressione integrante del brand (se no lo cacciano). Ebbene , in questa occasione, i diecimila voti (10.219) dell’urna riminese si sono distribuiti in tutto il nord est pur di non assegnarli al candidato locale Carla Franchini, che raccoglie 428 voti. Rispetto al suo stesso risultato delle recenti politiche un’azzeramento. Il Motivo? Qualcuno dà la responsabilità della debacle all’enorme cappella delle foto nel seggio con tanto di santino elettorale, pratica che qualcuno ha fatto sapere essere illegale, e alla successiva meschina giustificazione (il santino lo aveva per caso/ il logo nella foto è sfuocato etc.). La verità è però che a Rimini tutti conoscono bene Carla Franchini e la sua competenza, che non segue in valore la sua voglia di poltrona.

Queste le prime considerazioni rispetto alle posizioni che contano, ma anche nelle retrovie ci sono risultati da considerare. Il primo è quello di Marco Affronte. L’ex candidato Grillino spostatosi nei Verdi, marchio con decisamente meno appeal, ottiene un sesto posto con Europa Verde. Più de La Sinistra, ma soprattutto sopra (di poco) a +EUROPA – ITALIA IN COMUNE – PDE ITALIA, con capolista l’ex Grillino più celebre, Federico Pizzarotti.

Altre curiosità. Forza Nuova, il partito Neo Fascista, con più bandiere che iscritti, a Rimini totalizza 129 voti. 22 voti al capolista, l’ex latitante Roberto Fiore. Se insistono il prossimo anno possono mettere su un bel club della briscola. Il Südtiroler Volkspartei , invece, prende 20 voti… protesta o immigrati tirolesi?

P.s.

Bacioni.

@DadoCardone

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Tyll. Il re, il cuoco e il buffone – di Daniel Kehlmann.

Edito da Narratori Feltrinelli – 318 pagine – 18,00 € al momento del mio acquisto.

Vi incuriosisce la letteratura contemporanea tedesca? Daniel Kehlmann parrebbe un buon modo per cominciare, soprattutto per l’ironia con cui descrive il suo popolo e i rapporti con le altre nazioni.

Nell’occasione di questo libro si parla della Germania del Seicento. E’ il teatro della Guerra dei Trentanni, dove i sovrani europei, cattolici e protestanti, combattono al costo della devastazione totale, per allargare la loro influenza.

E’ un’Europa persa nel sonno della ragione, tra peste, superstizione ed eruditi che inventano la loro materia, perché nessuno in realtà sa proprio niente. Nella Germania di quel tempo, dove persino il tedesco è una lingua ancora da definire, nasce la Saga di Tyll Ulenspiegel, il giullare più famoso del suo tempo.

Tramite l’avventurosa e misteriosa vita di Tyll, noto come e quanto i personaggi più celebri della sua epoca, Khelmann scende in profondità nell’ipocrisia del tempo senza risparmiare nessuno, dal gesuita al Re, dal fattore all’ambasciatore. Il suo mezzo è il Buffone che parla da pari a pari con chiunque, ammaliando tutti con abilità che, a volte, hanno un che di sovrannaturale.

Il libro è bello, ben scritto, coinvolgente. Se però devo trovargli un difetto è la fine, che trova correttamente una conclusione al ciclo di ognuno dei personaggi, tranne che per lo stesso Tyll. E’ una scelta precisa dell’autore, che decide di far scappare il suo personaggio anche dalla fine del libro, come per tutto il racconto scampa alla sua morte. Solo che lascia tutto un po’ sospeso.

Comunque consigliato.

@DadoCardone

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Serotonina di Michel Houellebecq – Recensione.

Edito da La Nave di Teseo – 332 pagine – 19.00€ al momento del mio acquisto.


Differentemente dalle altre mie recensioni, parto direttamente con la considerazione finale. E’ un libro che consiglierei? Dipende. Questo romanzo è una lenta discesa nell’inferno di un maniaco depressivo ed è anche molto ben scritto. Per cui se siete a posto con l’umore, ok, è da leggere, altrimenti non lo consiglio.

Questo libro che, inspiegabilmente, è stato banalizzato come la profezia dei gilet gialli, è il racconto in prima persona di Florent-Claude, un uomo a cui non piace il suo nome, ma ha preferito sopportarlo per tutta la vita. Non è una persona che ha avuto una vita particolarmente difficile. Nato benestante, passa senza impegno dagli studi di Agronomia ad una serie di impieghi di alto profilo, conformandosi, senza peraltro ottenere nessun successo, fino ad arrivare al Ministero dell’Agricoltura.

E’ fondamentalmente un depresso latente fin dalla giovane età, tanto è vero che riesce a sabotare miseramente tutte le storie importanti della sua vita. Ad un certo punto, però, una convivenza totalmente anafettiva con Yuzu, una Giapponese affetta da narcisismo patologico e dedita alle orge, lo precipita in uno stato di grave prostrazione.

Prende due decisioni. Allontanarsi da tutto ed affidarsi al Captorix, un antidepressivo che stimola chimicamente la produzione di serotonina. Il prezzo è l’impotenza e la solitudine, ma, come egli stesso spiega: il Captorix rende passeggero ciò che era definitivo e contingente ciò che era ineluttabile. Sospinto da questo stato d’animo si lascia naufragare, in preda all’alcolismo e a memorie, che servono solo a ricordargli che poteva essere felice, ma non lo ha voluto.

Nel suo lungo naufragio e nella ricerca di dissociazione dall’umanità, incrocia la strada di Aymeric, suo vecchio compagno d’università ed unico vero amico. Anch’egli è sull’orlo del fallimento della sua vita. E’ un aristocratico che si è messo in testa di fare il contadino. Ha divorziato da una moglie conosciuta nel suo ambiente di nascita e l’impresa agricola, su cui ha puntato la realizzazione di una vita, è compromessa dalla congiuntura economica. E’ questo episodio che richiama ai famosi gilet gialli, poiché Aymeric si suiciderà durante una manifestazione di agricoltori messi sul lastrico dalla pressione della grande distribuzione.

Questo però non è il motivo del libro, come erroneamente è stato commentato da più recensori. E’ solo un’ulteriore inclinazione del piano che porta Florent a precipitare, fino a progettare con un’estremo raziocinio persino l’omicidio del figlio dell’ex amore della sua vita, perché si mette in testa che solo così potrebbe esserci di nuovo spazio per lui.

Houellebecq ha la straordinaria dote di farti scendere nella psiche del suo personaggio e, tramite i suoi stessi pensieri, farti scivolare assieme al lui in propositi assurdi, che nascono da considerazioni quasi banali. Un’economia della depressione tradotta con una lucidità agghiacciante. Il bello è che alcune delle considerazioni nate dal rimuginare depresso riescono anche a farti ridere.

Cupo, a tratti umoristico, caustico come sanno essere i pensieri che ci trapassano senza controllo, spiazzante. Torniamo all’inizio. Lo consiglio? Solo se state bene.

@DadoCardone

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Scandalo Tecnopolo – Video intervista all’Avvocato Roberto Biagini

Rimini: Un’ombra si staglia malevola su diversi appalti della città malatestiana, ma, inspiegabilmente, se ne parla molto poco. La cronaca è avara di dettagli a proposito dei due filoni d’indagine, aperti a Rimini e a Bologna, in relazione agli appalti di Tecnopolo e Acquarena. Tre impiegati comunali sono già passati da indagati ad imputati e continuano le indagini su Mister X, l’uomo che pare sia stato “suggerito” dalla politica, alle aziende appaltatrici e agli uffici pubblici, per “risolvere i problemi”.

Come si è arrivati all’apertura di quest’indagine che, tra le altre cose, mette in campo ipotesi di turbativa d’asta, falso in atto pubblico e truffa? Il merito è di Roberto Biagini, l’Assessore della Prima Giunta Gnassi che, dopo aver saputo della presenza dell’estraneo che si aggirava per gli uffici comunali, ha condotto un’indagine interna, per poi consegnare una relazione alla Procura della Repubblica. Perché Biagini sembra fosse l’unico a non conoscere Mister X? Come ha scoperto della sua esistenza? Cosa c’entra con questa faccenda Sergio Funelli, Capo Gabinetto del Sindaco? Esiste una relazione tra l’azione di Biagini e la sua estromissione dalle liste PD, voluta da Andrea Gnassi in persona e comunicata dal Segretario Regionale Paolo Calvano?

Ce ne parla lo stesso Avvocato Biagini in quest’intervista.

@DadoCardone

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Dissesto Idrogeologico – comunicato del Sen. Marco Croatti.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa del Senatore del Movimento 5 Stelle Marco Croatti.

DISSESTO IDROGEOLOGICO MARCO CROATTI (M5S): FINANZIATI DA MINISTEROAMBIENTE PRIMI QUATTRO INTERVENTI IN PROVINCIA DI RIMINI. FANNO PARTE DIUN PRIMO LOTTO DI 50 MILIONI A CUI SI AGGIUNGERANNO ALTRI 900 MILIONI DI FINANZIAMENTI PER SOSTENERE PROGETTI SUI TERRITORI.

RIMINI -18 OTTOBRE – “Finanziamenti sbloccati dal Governo del cambiamento con il Ministero dell’Ambiente e dal Ministro dell’Agricoltuta per combattere il dissesto idrogeologico e attuare politiche di risparmio idrico a favore dei nostri agricoltori. Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico il Ministero dell’Ambiente ha sbloccato i primi 50 milioni di un finanziamento che prevederà poi altri 900 milioni.

“I primi quattro interventi nella nostra provincia riguardano interventi in vari comuni:

  • a Rimini lavori di manutenzione dei tratti arginati urbani del fiume Marecchia;
  • a Morciano di Romagna interventi urgenti di ripristino e consolidamento
    dell’opera idraulica (briglia) sul fiume Conca, anche a salvaguardia del ponte su SP18;
  • a Cattolica e Misano (Porto Verde) lavori di manutenzione dei tratti arginati urbani del fiume Conca;
  • a Riccione e Coriano manutenzione dell’alveo e degli argini del torrente Marano nei tratti arginati in località Marano e Ospedaletto.

“Sono i primi interventi sul nostro territorio di una azione integrata del Ministero dell’Agricoltura che ha come obiettivi di medio periodo, oltre alla battaglia contro il dissesto idrogeologico, quella di finanziare interventi per il risparmio idrico a tutela della risorsa acqua pubblica, bene comune, punto del programma M5S e di Governo”, conclude il senatore Croatti.

Nota del redattore: attendiamo la nota stampa di Pippo Baudo Gnassi in cui si chiarisce che Croatti lo ha inventato lui.